La mano tesa che manca sempre in Palestina

Giorni fa mi è capitato di ascoltare un’intervista rilasciata dal giornalista palestinese Sami al-Ajrami al podcast de Il Post “Globo” (qui c’è anche la versione tradotta in italiano). Per chi non lo conosca, Al-Ajrami è stato a lungo ed è tuttora collaboratore di Repubblica e di altre testate giornalistiche europee ed è stato a lungo testimone diretto della distruzione di Gaza prima di rifugiarsi all’estero. L’intervista è straziante, a tratti Al Ajrami smette di parlare vinto dalla commozione e non si può non condividere umamanamente il dolore di uomo che ha visto la sua casa distrutta, la sua famiglia dispersa, i suoi concittadini massacrati. Nel massimo rispetto per i sentimenti espressi però, da un osservatore di questa statura, mi aspettavo un’analisi del conflitto, delle sue cause, una prospettiva di pacificazione. Non vorrei sembrare cinico ma tutto ciò mancava, come manca nella stragrande maggioranza dei discorsi che si fanno su questo conflitto. Nell’intervista non c’è nulla che sfugga ad un ineluttabile destino di conflitto e di distruzione, le colpe di tutto stanno dall’altra parte, sempre denominata “Israele” come se fosse un’entità pensante e monolitica, come se non fosse un popolo fatto di tante persone, alcune aggressive, altre impaurite, altre pronte a parlare di pace, senza farsi mancare l’immancabile riferimento agli Stati Uniti e al silenzio dell’Occidente. Non c’è mai una mano tesa, un “proviamoci”, un “Abbiamo sbagliato tutti, adesso proviamo a ricominciare da zero”. Questo, da entrambe la parti, è quello che continua a mancare.
Nello storico discorso che tenne nel 1974 al palazzo dell’ONU Arafat disse più o meno: “In una mano tengo un ramoscello d’ulivo, nell’altra il fodero del fucile. Non lasciate che il ramoscello d’ulivo cada dalla mia mano”. Il ramoscello d’ulivo purtroppo è caduto da tempo e sembra non esserci nessuno in grado di riprenderlo in mano e tendere la mano all’altro e questo è il problema di fondo del conflitto. Capisco sia davvero difficile avere la forza di tendere una mano a chi ti sta bombardando o a chi ha trucidato i tuoi cari, ma senza una mano tesa, senza un gesto, senza una parola, senza una prospettiva di riconciliazione possiamo solo aspettare che le bombe finiscano di svolgere il loro macabro compito.

Oct 20th, 2024

La scuola vista da chi ama la scuola

L’arrivo di Settembre e la ripresa della scuola portano sempre, dalle nostre parti, all’immancabile incendiarsi del dibattito in merito al nostro sistema educativo e una delle discussioni più frequenti è tra coloro che puntano il dito sulle colpe dell’istituzione scolastica e quelli che invece colpevolizzano i suoi utenti, ovvero studenti e relative famiglie. Finché non ho avuto figli ho avuto il privilegio di rivolgermi alla scuola solo per quello che era la sua simbologia e l’importanza che riveste nello sviluppo e nella costruzione della nostra società e nell’idea che ne ho io. Anche per questo mi sono sempre schierato decisamente a difesa della scuola e della sua struttura, pur nelle sue indubbie aree di inefficienza. Ho visto sempre con un po’ di simpatia quelli che, magari con eccesso di idealismo ma con prìncipi solidi alle spalle, si battevano per la libertà della scuola dal giogo dell’efficienza e del merito e con un po’ di diffidenza quelli che invece criticavano gli insegnanti e il sistema scolastico.
Poi però sono diventato papà e ho cominciato a vedere la scuola come semplice utente, come cliente dell'”azienda” scuola, come colui che porta i propri figli a scuola perché ne escano pronti ad affrontare la vita, almeno dal punto di vista delle competenze culturali, se non da quelle sociali e psicologiche. A quel punto ecco che improvvisamente l’idealismo di chi respingeva merito e efficienza in nome di un ideale e libero fluire delle nozioni ha iniziato ad apparirmi solo ingenuamente illusorio e colpevole di una volontaria o involontaria complicità nel difendere corporativismi e rendite di posizione. Ho capito che la scuola è popolata da persone che compiono la loro professione con passione ed entusiasmo fino all’ultimo giorno prima della pensione ma anche da persone per cui è solo un luogo dove trascorrere nel modo meno faticoso possibile quelle ore della giornata strettamente necessarie a portarsi a casa il proprio stipendio, o ancora da altre persone per cui la scuola è una palestra in cui sentirsi liberi di realizzare i propri desideri o sfogare le proprie frustrazioni. Quest’ultimo fenotipo è quello che usa le proprie ore di lezioni per fare altro rispetto al proprio programma scolastico o che usa la scuola come serbatoio di sfogo del proprio nervosismo, utilizzando studenti o genitori come un ideale punching ball. Purtroppo il sistema scolastico non ha gli anticorpi per difendersi dal secondo tipo di persone, per allontanarli o indurli a rientrare in carreggiata. E’ chiaro quindi che le mie aspettative di genitore mi hanno fatto rimpiangere amaramente che la scuola non sia come un’azienda nella quale chi usi il proprio orario di lavoro per svolgere proprie attività ricreative o che si comporti in modo inappropriato con l’utenza sia gentilmente invitato a rientrare nei ranghi o trovarsi un’occupazione più in linea con le proprie caratteristiche. E invece in questa scuola ci è capitato di dover rispiegare a casa cose che a scuola non erano state spiegate o non in modo comprensibile, ci è capitato di essere aggrediti verbalmente da docenti poco inclini al dialogo, ci è capitato di dover segnalare situazioni ormai diventate insostenibili e inaccettabili senza generare alcuna reazione o provvedimento. Siamo sicuri che la possibilità di offrire un insegnamento libero dai condizionamenti di efficienza e di risultato che altre realtà impongono sia un prezzo che vogliamo continuare a pagare, e soprattutto se lo vogliamo far pagare ai nostri figli? Non dimentichiamoci che i nostri figli non saranno altrettanto protetti, quanto lo sono i loro insegnanti, quando il mondo del lavoro esigerà da loro quelle competenze che la scuola gli ha negato. Vorrei che i tanti che ciclicamente si esprimono su questi temi brandendo ideali e astratte aspirazioni provassero almeno a farsi questo genere di domande.
Non posso concludere questo pezzo senza manifestare la mia ammirazione per quelle persone che ho incontrato nella scuola (e anche per tutte le altre che non ho incontrato e non ho mai conosciuto, ma che sicuramente ci sono) che vivono la scuola come una missione, che affrontano la loro professione con un entusiasmo e una passione che i ragazzi riconoscono e apprezzano e dalla quale spesso si sentono permeare. Sono persone che rimarranno nel cuore e nella memoria dei nostri figli per tutta la loro vita e alle quali va la mia più grande gratitudine di genitore. E tuttavia credo che una scuola che possa costruire il futuro dei nostri figli non può basarsi solo sulla passione e l’entusiasmo di pochi ma deve basarsi sul lavoro e sulla professionalità di tutti.

Sep 26th, 2024

Il solito tormentato rapporto degli italiani con i dittatori

Nei giorni scorsi si sono tenute, come forse saprete, le elezioni presidenziali in Venezuela. I fatti sono abbastanza noti: le opposizioni avevano dovuto rinunciare alla candidatura della loro leader Maria Corina Machado, interdetta dai pubblico uffici da una sentenza connessa alle sue attività politiche, eppure si sono presentate alle elezioni con sondaggi che attribuìvano al loro candidato una ventina di punti di vantaggio rispetto al presidente in carica Nicolás Maduro. Le previsioni sono state confermate, nei seggi nei quali sono stati resi disponibili i dati del voto elettronico, con il candidato delle opposizioni Edmundo González Urrutia al 66%. Ciononostante la commissione elettorale, tra l’incredulità generale, ha annunciato la vittoria del presidente in carica Maduro, sulla base di dati non riscontrabili in nessun modo. A chi gli chiedeva di rendere disponibili tutti i verbali del voto elettronico Maduro ha risposto evangelicamente “beati quelli che crederanno senza aver visto“. Nei giorni successivi poi ci sono stati migliaia di arresti tra i manifestanti delle opposizioni, è stata limitata la libertà di informazione e il presidente del parlamento, vicino a Maduro, ha invocato l’arresto sia per Gonzalez che per la stessa Maria Machado che si sono resi irreperebili.
Nel frattempo l’esercito ha prontamente dato il suo appoggio al colpo di stato. Insomma, sembra trattarsi della classica vicenda da democrazia autoritaria orchestrata da un personaggio che rientra nel novero dei classici dittatorelli sudamericani che prendono il potere facendosi scudo del proprio esercito. Al momento manca il genocidio per accostare Maduro ai vari Pinochet, Videla eccetera, ma l’assenza di un genocidio non dovrebbe essere un criterio di democrazia. Aggiungo, per completezza, che il programma del leader delle opposizioni Gonzalez Urrutia ha come parole d’ordine la cultura, l’istruzione e la sostenibilità ecologica, non mi pare quindi sia nulla di collocabile dalle parti dell’estrema destra, eppure Maduro definisce i suoi oppositori “fascisti”.
Tutti questi fatti, confermati dalla quasi totalità delle fonti indipendenti, cozzano con la descrizione degli eventi che danno le fonti di informazione italiana che si collocano nella sinistra radicale. Tralascio testate rossobrune varie, la cui fascinazione per i dittatori è tradizionale, ma dico: il Manifesto… una delle testate storiche della sinistra italiana, ha pubblicato un articolo dal quale parrebbe che chi si lamenta siano davvero solo rappresentanti di estrema destra rosiconi e che la democrazia venezuelana sia in buone mani. Nessun cenno alle prove dei brogli, nessun cenno agli arresti degli oppositori o alle spacconate di Maduro.
Devo dire che è sempre piuttosto sconsolante rendersi conto che, quando ci si lamenta dell’allergia nei confronti della democrazia che caratterizza molti di coloro che governano oggi il nostro paese, si rischia di ritrovarsi in realtà in compagnia di chi ha la stessa allergia e, rispetto a La Russa, ha probabilmente solo il busto di un altro dittatore sulla scrivania.

Aug 13th, 2024

Lo spaccone e la Signora

Correva l’estate dell’anno 2014. La Juve guidata da Antonio Conte era reduce da un campionato forse irripetibile con 102 punti (33 vittorie su 38 partite), sporcato da una eliminazione ai gironi di Champions nel convulso finale di una surreale partita giocata a mezzogiorno del giovedì in uno stadio di Istanbul innevato e da una Europa League sfumata in una semifinale con il Benfica giocata allo Stadium sotto un nubifragio. Improvvisamente il ritiro estivo veniva sconvolto dalle inattese dimissioni di Conte, motivate apparentemente da dissidi circa il mercato della Juve. Tra lo sconcerto diffuso al posto di Conte la Juventus richiamava Massimiliano Allegri, allenatore che, alla guida del Milan, aveva conteso due anni prima il primo scudetto della lunga sequenza che la Juve inanellò tra il 2011 e il 2020. Era una scelta curiosa, visto che la filosofia di Allegri era completamente diversa da quella di Conte e la conseguente virata dell’indirizzo tecnico della squadra poteva sembrare troppo audace. Il seguito però furono cinque anni di trionfi, certamente motivati anche da un organico fortissimo, rinforzato senza badare a spese ad ogni estate da quanto di meglio offriva il mercato, come Higuain, Pjanic, perfino Cristiano Ronaldo. Nonostante i trionfi, non è che Allegri facesse scaldare i cuori dei suoi sostenitori, un po’ perché che pareva sempre che i successi arrivassero per il rotto della cuffia, rischiando il minimo indispensabile, un po’ per il carattere di Allegri, istrionico, fuori dalle righe, sempre graffiante e aggressivo nella comunicazione, non proprio adatto ad un pubblico sabaudo come quello juventino. E tuttavia per un po’ i successi avevano fatto mettere da parte i dubbi. Fu però dopo la deludente Champions del 2019, caratterizzata agli ottavi da una qualificazione miracolosa e ai quarti da un’eliminazione piuttosto rovinosa contro l’Ajax (tutto ciò nonostante 5 gol in 4 partite di CR7) che si arrivò all’annuncio dell’addio di Allegri, che la tifoseria, anche quella meno ostile ad Allegri, accolse con rassegnazione, come se fosse scontato che, dopo averle tentate tutte per rinforzare la squadra, si cercasse di puntare su un allenatore più coraggioso di Allegri per tentare la scalata all’Europa. Era un addio strano, in una conferenza stampa in cui Allegri e Agnelli sembravano due vecchi amici che si scambiavano confidenze e complimenti. I retroscenisti raccontarono di una scelta della direzione tecnica apertamente osteggiata da Agnelli che sfociò nell’altrettanto strano ingaggio di Sarri, uomo che aveva costruito il suo personaggio a Napoli come anti-Juve per eccellenza e che improvvisamente della Juve diventava la guida. Sarri, come poi Pirlo, diventò la vittima designata delle lotte tra Agnelli e i suoi collaboratori, e nonostante la vittoria di uno scudetto, una Coppa Italia e una Supercoppa, sia Sarri prima che Pirlo poi dovettero fare le valigie a fine anno.
Come a voler finalmente raccogliere l’alloro del proprio trionfo personale sul resto della dirigenza, nell’estate del 2021 Agnelli riaccolse alla Juventus Allegri con una scelta sbagliata da tutti i punti di vista possibili (e l’avevo pure scritto): quello tecnico perché portatore di un calcio magari ancora efficace ma poco popolare nel mondo di oggi, quello relazionale visto che già nella precedente gestione aveva mostrato poca predisposizione a gestire i giocatori con molta personalità (vedi Bonucci e Dani Alves), quello ambientale visto che non era comunque adorato dal pubblico, quello economico visto che gli veniva concesso un contratto principesco a fronte di un bilancio finanziario ancora incerottato dai danni che la pandemia aveva inferto alle casse societarie. Il risultato fu un vero disastro: mai in lotta per lo scudetto, eliminazioni catastrofiche in Champions, a fronte di investimenti economici non indifferenti. Il processo sulle plusvalenze gli portò un controintuitivo aiuto, visto che spostò l’attenzione dei sostenitori dagli insuccessi della squadra alla tempesta mediatica che la Juve subì. Tuttavia, passata la buriana, anche la terza stagione è finita in modo deludente, salvata solo da un’imprevista Coppa Italia che però ha anche rappresentato, nel teatrino finale di Allegri, il momento in cui le conseguenze di tutti gli errori commessi in questi anni sono esplosi insieme con uno show in diretta televisiva che poco ha a che fare con il contegno sabaudo che la Juventus vanta come suo biglietto da visita.
E’ come se nella notte di Roma, in cui la Juve ha vinto la Coppa Italia, la distanza abissale tra Allegri e la Juventus fosse esplosa improvvisamente: la distanza tra le ambizioni dell’ambiente e la prospettiva minimalista di Allegri, tra l’amore sabaudo per la moderazione e il carattere strabordante di Allegri, tra le critiche inevitabili a Torino quando non si vince e l’allergia di Allegri per chi lo mette in discussione.
Comunque sia quella sera la storia tra Juventus e Allegri è finalmente finita. Oggi gli juventini sembrano chi è uscito da un lungo e tormentato rapporto sentimentale tenuto a lungo artificialmente in vita, solo in nome dei trionfi passati, a dispetto di una evidente e totale incompatibilità di carattere e, come sempre in questi casi, il sollievo convive con il rimpianto. E come spesso succede non sarà facile per chi subentra, ma il profilo compassato ma ambizioso di Thiago Motta sembra il più adeguato per far superare al mondo bianconero il contraccolpo. Benvenuto!

Jun 13th, 2024

C’è ancora domani

Era giugno del 1987, quando per la prima volta andai a votare, in occasione delle elezioni politiche di quell’anno. Era forse uno dei periodi meno turbolenti della storia recente italiana: i grandi conflitti sociali e politici degli anni ’70 erano ormai alle spalle, non era ancora caduto il muro di Berlino ma il blocco sovietico non faceva già più paura. La politica della Prima Repubblica tesseva la sua tela senza grossi sussulti e per quanto il debito pubblico si stesse gonfiando a dismisura nella mia testa ingenua di diciannovenne non percepivo ciò come un grosso rischio. Andai a votare con le mie idee, ma senza ansie, e se per motivi di forza maggiore avessi dovuto mancare non mi sarei sentito particolarmente in colpa.
Poi le cose si sono complicate, la caduta dell’URSS, Tangentopoli, l’ascesa di Berlusconi, l’entrata nell’Euro, la crisi del debito, il populismo, il Covid. Tutte situazioni più ansiogene, che presupponevano scelte decise, di qua o di là, che ti facevano pensare: “Cosa risponderò ai miei figli che mi diranno – Papà, ma si decideva questa cosa importante e tu sei stato a casa?”. Eppure, guardando a tutti quegli appuntamenti elettorali, non ricordo una percezione così chiara come quella di oggi che in gioco ci sia qualcosa di fondamentale, che non è solo la salute economica, finanziaria o morale dell’Italia o dell’Europa, ma i fondamentali valori su cui la nostra società si basa. In gioco c’è la democrazia, le nostre libertà fondamentali, che sono messe in pericolo da una guerra diretta ai confini dell’Unione Europea, ma anche dalla guerra ibrida, quella che si combatte ogni giorno sui mezzi di comunicazione, attraverso una pervasiva propaganda che premia quelle forze politiche che vorrebbero mettere in discussione l’assetto democratico italiano ed europeo o che semplicemente cavalcano certe ondate emotive per raccogliere consenso, con una strategia elettorale efficace ma con effetti devastanti per il futuro della nostra democrazia. E’ chiaro che soffriamo, almeno in Italia, la totale carenza di personalità politiche rilevanti, che conducano la battaglia per la difesa della nostra democrazia in modo diretto e risoluto, con un orizzonte chiaro di progressiva democratizzazione e politicizzazione dell’Unione Europea, senza farsi intimidire dai sovranismi espliciti o quelli nascosti (rappresentati da tutte le lobby e i centri di interesse che temono di vedersi sopraffare da qualunque trasformazione). Tutto ciò però non deve indurci ad arrenderci e a rinunciare al nostro decisivo contributo.
Spero che lunedì 10 potremo dire al mondo che l’Europa ha reagito in modo chiaro alle aggressioni esterne ed interne in atto, con un’ampia partecipazione e con una vittoria delle forze democratiche. Per questo andrò a votare con la motivazione più forte degli ultimi 37 anni. Suggerisco di farlo anche voi: se non riuscite oggi c’è ancora domani. Poi vedete voi…

Jun 8th, 2024

29 maggio

Probabilmente quando vivi di persona cose come la strage dell’Heysel non riesci poi a guardare alle intemperanze dei tifosi calcistici, alla simbologia violenta delle curve calcistiche, al mondo oscuro del tifo organizzato con quel briciolo di indulgenza che la maggior parte degli appassionati di calcio alla fine tributano agli ultras. Quando vivi certe cose gli ultras, e tutto quello che vi ruota attorno, diventano una minaccia latente a chi va allo stadio per godersi uno spettacolo che gli piace. Per questo accolgo con soddisfazione tutto ciò che contrasta le degenerazioni che affliggono quel mondo e l’inchiesta Last Banner, di recente approdata alla sentenza d’appello, è stata una rara vetta di queste operazioni di contrasto. Questo soprattutto per la partecipazione attiva della Juventus nell’inchiesta che ha scoperchiato il malaffare di chi non solo usava lo stadio per sfogare i propri bassi istinti, ma anche per arricchirsi.
Certo che però alla fine val la pena di ricordarsi che è paradossale che gruppi che si basano su codici, simbologie e cultura apertamente violenta e chiaramente al di fuori della legalità, siano così difficili da controllare e fermare, tanto che la condotta della Juventus in questa vicenda risulti percepita come una rara eccezione, anziché un’ovvia regola di condotta delle società calcistiche.
Questa premessa per ricordare anche quest’anno quello che successe 39 anni e chi non tornò quel giorno a casa.
Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là  della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già  strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età : apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
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Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità  di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là  anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà  intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là , libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà  se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà . Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques Franà§ois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

May 29th, 2024

E se dicessimo “antiautoritarismo”?

Giorni fa mi è capitato di sentire a “Che Sarà” (talkshow condotto da Serena Bortone) l’ex-segretario del Partito Comunista Achille Occhetto replicare alla solita dichiarazione difensiva di La Russa del tipo: “Perché dovrei dichiararmi antifascista quando la sinistra non si dichiara anticomunista?”. La dichiarazione del Presidente del Senato ha ovviamente mille punti di debolezza tra cui il parallelo tra un’ideologia, il comunismo, e un sistema politico ben preciso, quello fascista, ma la stessa replica di Occhetto ne ha manifestato, ai miei occhi, qualche punto di forza. L’ex-leader della sinistra italiana ha infatti ripercorso le tappe dell’evoluzione del Partito Comunista Italiano e del suo progressivo distanziamento dal modello sovietico, come a dire che settantacinque anni di storia valgono più di qualche vuota dichiarazione. E’ tuttavia vero che, al di là dei passi ufficiali e delle loro implicazioni nei rapporti internazionali, questa storia non può cancellare il fatto che ci siano stati in questi decenni finanziamenti diretti e occulti da parte dell’Unione Sovietica al PCI fino agli anni ’80, e non possiamo nemmeno dimenticare che ci sono state componenti del PCI che hanno solidarizzato con l’invasione sovietica dell’Ungheria, della Cecoslovacchia e perfino (in una componente pure esigua) dell’Afghanistan. Certo, il PCI ha appoggiato molte delle riforme progressiste e democratiche che il nostro paese ha realizzato nel frattempo, però, parliamoci chiaro, una certa predilezione dell’elettorato di sinistra per le dittature che gravitavano nell’area sovietica, durata almeno fino alla caduta del muro, non sarà stata solo una mia impressione. E nemmeno oggi fatico a trovare persone di sinistra che ripetono slogan della propaganda putiniana: che la Russia ha invaso l’Ucraina perché era piena di nazisti, che lo ha fatto per colpa della NATO che premeva ai confini, che le repubbliche del Donbass erano un baluardo dell’anti-fascismo (finché Putin non ha assorbito anche loro) e così via, e non mi viene in mente un motivo diverso dall’eredità sovietica della Russia di oggi che giustifichi questo schierarsi. Non dimentichiamoci poi di quelli che “Taiwan è Cina”, e non escluderei nemmeno quelli che vedono in Cuba una sorta di Eden…
Mi dispiace per Occhetto, autore di una svolta fondamentale in questa lunga storia, ma se le leadership della sinistra hanno fatto talvolta cose anche apprezzabili, il popolo della sinistra molto spesso è rimasto fermo a “Adda venì baffone”, inserendo nel suo Valhalla personaggi come Che Guevara o Ho Chi Minh, che non erano certamente dei grandi democratici…
Insomma, la dichiarazione di La Russa è difensiva ma non è proprio che vada lontana dall’obiettivo e forse a sinistra qualcuno che potrebbe fare qualche passo in più per prendere le distanze dalle dittature che si ispiravano al comunismo c’è in effetti. E allora, provo a dirlo con cautela, perché il prossimo 25 aprile, o anche un altro giorno, non cominciamo a dirci genericamente “antiautoritaristi”? Fa male a qualcuno? Chi è davvero antiautoritarista non potrà lamentarsi. Magari non piacerà a quelli a cui piacciono le dittature, o qualche di tipo di esse. E allora? Davvero è così importante fare felici costoro? Occhetto e i suoi eredi dovrebbero forse porsi il problema…

May 19th, 2024

Povere (non di personalità) creature!

Tempo fa Calvin Klein si è trovato a dover ritirare lo spot pubblicitario di un suo prodotto per le proteste che aveva suscitato, questo a causa della posa discinta e provocante della modella che ne era protagonista. La cosa curiosa è che uno spot simile, ma con un protagonista maschile, precedentemente distribuito dalla stessa azienda non aveva subito affatto le stesse critiche e non è stato quindi ritirato, con evidente effetto discriminatorio nei confronti della collega donna. Avrete capito che le critiche allo spot non sono venuti da ambienti ultraconservatori ma da sedicenti movimenti femministi.
Può non essere semplice capire cosa spinga chi pensa di difendere i diritti delle donne a mettere le premesse per un’evidente discriminazione a danno delle donne. In realtà ho l’impressione che il retaggio culturale che permea la nostra società, più di quanto non ci rendiamo conto, porti anche soggetti insospettabili a pensare alla donna come ad un soggetto sessualmente per forza passivo, quindi se c’è una donna che usa il suo corpo e la sua sensualità non può mai essere una sua libera scelta, un suo modo di far fruttare le sue caratteristiche o le sue qualità, come sarebbe per un uomo, ma deve per forza esserci qualcuno che la sfrutta.
Sta di fatto che nelle due ore e mezzo di Povere Creature il corpo di Bella Baxter viene abbondantemente usato dalla legittima proprietaria per esplorare il mondo, senza esitazioni e inibizioni, eppure la sua capacità di costruire il suo percorso antropopoietico in totale autonomia, sfuggendo a chi la vuole imbrigliare e imponendo sempre la sua personalità caratterizza il percorso del film. Non è certo un caso che Lanthimos affidi questo ruolo ad una creatura che accoppia un corpo da adulto ad una mente da bambino e quindi ancora priva di ogni condizionamento culturale, come a dire che solo una mente libera da un percorso di acculturazione tradizionale riesca a interiorizzare schemi simbolici diversi da quelli tradizionali e quindi a superare gli schemi che invece imbrigliano tutti gli altri. C’è moltissimo altro nel film che ricalca con qualche altro spunto originale gli schemi del racconto di formazione, ma il messaggio più forte è questo ed è ciò per cui ne consiglio la visione non solo alle maschiliste latenti ma anche a tutti gli altri.

Apr 19th, 2024

Il sogno di Calvo

Il marketing director della Juventus Francesco Calvo ha recentemente dichiarato che il suo sogno è di vedere la Juventus trasferirsi a Milano, questo per la maggior attrattività commerciale del capoluogo lombardo. Il problema di quello che ha detto Calvo non è che non sia abbastanza vero che a Milano sia decisamente più facile commercializzare un prodotto rispetto a Torino, o almeno non sia quello che pensa la stragrande maggioranza del management delle aziende italiane, ma il problema risiede nel fatto che l’abbia detto un top manager di un’azienda che ha nel suo core business il radicamento sul territorio e per la quale quella dichiarazione equivarrebbe al direttore marketing di Philip Morris (da cui Calvo arriva) che ricorda che il fumo fa male e che dichiara che il suo sogno sarebbe tutti smettessero di fumare.
Escludendo l’autolesionismo l’unica spiegazione è che Calvo non abbia capito quale fondamentale componente rappresenti appunto per il tifo calcistico il radicamento sul territorio. Vendere il calcio non è vendere lo yogurt, e nemmeno vendere automobili, ma è far partecipe una comunità di uno spettacolo che non è fatto solo dell’adrenalina o dell’estetica dell’esibizione in sé, ma di un patrimonio di simboli che dà significato a quello spettacolo. Pensare che una squadra di calcio sia come una franchigia NBA che può trasferirsi da New York a Los Angeles senza sforzo vuol dire averne davvero capito poco. Il problema delle squadre di calcio e in questo momento della Juventus è forse proprio quello di affidarsi spesso ad un management che arriva da altre aree merceologiche e che, pur lavorando come Calvo in campo commerciale, non riesce a comprendere le logiche che il calcio segue. Il fatto che il miglior dirigente sportivo italiano in questo momento sia Beppe Marotta che fa il dirigente sportivo da quando aveva diciannove anni potrebbe essere un buon indizio della strada da seguire.

Apr 19th, 2024

Security dilemma


Vi trovate in un quartiere malfamato di una città malfamata in una via poco illuminata quando vedete un signore dall’aria poco raccomandabile che vi viene incontro. Cosa fate? Guardate avanti a voi con la testa alta e lo sguardo spavaldo, sperando di fargli pensare che siete chissacchi e quindi non è il caso di infastidirvi? Oppure abbassate la testa e assumete un atteggiamento dimesso, onde non rischiare di provocarlo? E’ un esempio molto banale di quello che nella teoria dei giochi è il “dilemma della sicurezza” che, applicato alle relazioni internazionali, diventa: “Se hai un paese confinante potenzialmente pericoloso è meglio armarsi per dimostrare di essere forte e scoraggiare il potenziale nemico dall’attaccare o è meglio non armarsi per evitare di indurlo ad attaccare per primo?”. Non voglio privarvi del piacere di approfondire personalmente il tema, ma vi anticipo che la soluzione del dilemma passa attraverso una miriade di fattori e vi sono pochissime certezze.
Chi di noi in questi mesi non si è trovato a discutere con qualcuno che gli diceva con inflessibile certezza: “Eh, ma certo che con questo allargamento della NATO ad est la Russia si è sentita accerchiata”, oppure “Eh, ma certo che a forza di mandar armi all’Ucraina la guerra non finirà mai”, per non parlare del classico “Costruiamo la pace e non la guerra”, ma anche, al contrario, dell’ancor più classico “Si vis pacem para bellum”. Ebbene sì, come in tanti altri campi delle scienze sociali (e non solo) anche qui è pieno di persone che presuppongono di poter fornire verità fondamentali ignorando che menti molto più fini rispetto alla propria hanno inutilmente studiato certi dilemmi senza trovare una soluzione semplice per risolvere le controversie internazionali e probabilmente non ce l’hanno fatta perché una soluzione semplice non c’è. Quindi, invito tutti gli “abili solutori” a mettersi il cuore in pace, e tutti gli altri a diffidare di chi propone soluzioni ad un conflitto militare che si descrivano con uno slogan.

Mar 10th, 2024
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