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L’arrivo di Settembre e la ripresa della scuola portano sempre, dalle nostre parti, all’immancabile incendiarsi del dibattito in merito al nostro sistema educativo e una delle discussioni più frequenti è tra coloro che puntano il dito sulle colpe dell’istituzione scolastica e quelli che invece colpevolizzano i suoi utenti, ovvero studenti e relative famiglie. Finché non ho avuto figli ho avuto il privilegio di rivolgermi alla scuola solo per quello che era la sua simbologia e l’importanza che riveste nello sviluppo e nella costruzione della nostra società e nell’idea che ne ho io. Anche per questo mi sono sempre schierato decisamente a difesa della scuola e della sua struttura, pur nelle sue indubbie aree di inefficienza. Ho visto sempre con un po’ di simpatia quelli che, magari con eccesso di idealismo ma con prìncipi solidi alle spalle, si battevano per la libertà della scuola dal giogo dell’efficienza e del merito e con un po’ di diffidenza quelli che invece criticavano gli insegnanti e il sistema scolastico.
Poi però sono diventato papà e ho cominciato a vedere la scuola come semplice utente, come cliente dell'”azienda” scuola, come colui che porta i propri figli a scuola perché ne escano pronti ad affrontare la vita, almeno dal punto di vista delle competenze culturali, se non da quelle sociali e psicologiche. A quel punto ecco che improvvisamente l’idealismo di chi respingeva merito e efficienza in nome di un ideale e libero fluire delle nozioni ha iniziato ad apparirmi solo ingenuamente illusorio e colpevole di una volontaria o involontaria complicità nel difendere corporativismi e rendite di posizione. Ho capito che la scuola è popolata da persone che compiono la loro professione con passione ed entusiasmo fino all’ultimo giorno prima della pensione ma anche da persone per cui è solo un luogo dove trascorrere nel modo meno faticoso possibile quelle ore della giornata strettamente necessarie a portarsi a casa il proprio stipendio, o ancora da altre persone per cui la scuola è una palestra in cui sentirsi liberi di realizzare i propri desideri o sfogare le proprie frustrazioni. Quest’ultimo fenotipo è quello che usa le proprie ore di lezioni per fare altro rispetto al proprio programma scolastico o che usa la scuola come serbatoio di sfogo del proprio nervosismo, utilizzando studenti o genitori come un ideale punching ball. Purtroppo il sistema scolastico non ha gli anticorpi per difendersi dal secondo tipo di persone, per allontanarli o indurli a rientrare in carreggiata. E’ chiaro quindi che le mie aspettative di genitore mi hanno fatto rimpiangere amaramente che la scuola non sia come un’azienda nella quale chi usi il proprio orario di lavoro per svolgere proprie attività ricreative o che si comporti in modo inappropriato con l’utenza sia gentilmente invitato a rientrare nei ranghi o trovarsi un’occupazione più in linea con le proprie caratteristiche. E invece in questa scuola ci è capitato di dover rispiegare a casa cose che a scuola non erano state spiegate o non in modo comprensibile, ci è capitato di essere aggrediti verbalmente da docenti poco inclini al dialogo, ci è capitato di dover segnalare situazioni ormai diventate insostenibili e inaccettabili senza generare alcuna reazione o provvedimento. Siamo sicuri che la possibilità di offrire un insegnamento libero dai condizionamenti di efficienza e di risultato che altre realtà impongono sia un prezzo che vogliamo continuare a pagare, e soprattutto se lo vogliamo far pagare ai nostri figli? Non dimentichiamoci che i nostri figli non saranno altrettanto protetti, quanto lo sono i loro insegnanti, quando il mondo del lavoro esigerà da loro quelle competenze che la scuola gli ha negato. Vorrei che i tanti che ciclicamente si esprimono su questi temi brandendo ideali e astratte aspirazioni provassero almeno a farsi questo genere di domande.
Non posso concludere questo pezzo senza manifestare la mia ammirazione per quelle persone che ho incontrato nella scuola (e anche per tutte le altre che non ho incontrato e non ho mai conosciuto, ma che sicuramente ci sono) che vivono la scuola come una missione, che affrontano la loro professione con un entusiasmo e una passione che i ragazzi riconoscono e apprezzano e dalla quale spesso si sentono permeare. Sono persone che rimarranno nel cuore e nella memoria dei nostri figli per tutta la loro vita e alle quali va la mia più grande gratitudine di genitore. E tuttavia credo che una scuola che possa costruire il futuro dei nostri figli non può basarsi solo sulla passione e l’entusiasmo di pochi ma deve basarsi sul lavoro e sulla professionalità di tutti.
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