29 Maggio
Una quindicina di anni capitò che io e mia moglie trascorressimo la settimana di Pasqua a Recco e, nel mio spropositato sadismo, la sottoposi al supplizio di andare a vedere insieme Genoa-Juventus allo Stadio Luigi Ferraris. Di quell’occasione ricordo ancora l’emozione che avevo provato, passeggiando il pomeriggio prima della partita nel centro di Genova sotto i portici di Viale XX Settembre, nel vedere una famiglia che ci veniva incontro con due bambini, uno vestito con la maglietta rossoblu e l’altro con quella bianconera. Ho sempre pensato che la passione dovrebbe funzionare così e mi piacque vedere di fronte a me proprio ciò in cui ho sempre creduto. Ebbene quella famiglia, o una famiglia torinese con simili dinamiche in casa, avrebbe rischiato di non potere entrare allo stadio in occasione del recente Torino-Juventus perché, con una comunicazione che definire delirante è un eufemismo, il Torino aveva proibito i colori bianconeri in tutti i settori dello stadio che non fossero quello delle squadre ospiti (dove sarebbe stato evidentemente impossibile) e nella cosiddetta “Tribuna” (corrispondente al settore più costoso, perché a chi paga si consente sempre tutto…). Fortunatamente la questura ha poi smentito e abbiamo potuto vedere allo stadio bambini con colori diversi uno dall’altro ma la cosa più delirante di tutto ciò è che chi ha avuto questa idea dice di averlo fatto non per un incontrollato momento di aggressività da tifoso, magari esecrabile ma tollerabile, ma per una questione di sicurezza. So che chi frequenta lo stadio è consapevole che andare in trasferta con la sciarpetta della squadra del cuore è un rischio, ma tanto quanto salire in metropolitana con il portafoglio nella tasca posteriore dei pantaloni. Qui stiamo parlando di non consentire l’ingresso in metropolitana a chi abbia il portafoglio in quella posizione: una sorta di resa del sistema allo strapotere delle logiche violente da curva. No, non ci siamo…
Non aggiungo altro se non il ricordo di quando quelle logiche quarantuno anni fa hanno ucciso trentanove persone e dei nomi delle vittime.
Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età : apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là , libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà . Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.
In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques Franà§ois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni
La mia Mamma
La mia Mamma era una ragazza ribelle,
con i suoi capelli rossi tipici dei ribelli; una ragazza ribelle che viaggiava in bicicletta con i piedi sul manubrio, che a scuola si faceva beffe dei professori quando non se ne accorgevano, che andava di nascosto a ballare senza dirlo ai suoi genitori, che, divenuta insegnante, si accapigliava con i dirigenti scolastici per quello in cui credeva, che non esitava a alzare la sua voce per gettarsi in ogni battaglia che aveva deciso valesse la pena di combattere. Aveva un carattere orgoglioso e battagliero, però ha saputo essere la mamma che è stata, inflessibile talvolta, ma anche dolce e accogliente quando serviva, la mamma che augurerei ad ogni bambino di avere. Aveva le sue convinzioni, le sue ossessioni, i suoi principi su cui, a parole, sembrava irremovibile, ma sono stati ben pochi i momenti nella sua vita in cui la sua intelligenza non l’ha indotta a mettere da parte tutto ciò per dare la priorità alle persone a cui voleva bene. Nonostante la sua personalità forte e il suo ego tutt’altro che remissivo, sapeva lasciare ai suoi familiari i loro spazi e questo le ha permesso di vivere una vita familiare e matrimoniale serena come poche persone riescono ad avere e a permettere la stessa cosa ai suoi cari. La mia Mamma amava anche molto la vita e amava la sua vita, per come se l’era costruita. Fino a che ha avuto le energie per farlo ha cercato di realizzare i suoi piani, di tenere in esercizio le sue doti enigmistiche, di vivere come ha sempre voluto vivere.
Era combattiva e vulcanica, ma le piaceva stare in mezzo alle persone, e ciò la rendeva, oltre che una splendida mamma e una moglie affettuosa, un’amica sincera per chi ha goduto della sua amicizia. La mia Mamma ha regalato alla sua famiglia una sponda a cui appoggiarsi sempre, a qualunque ora del giorno e della notte, senza sbuffare o lamentarsi, perché lo considerava esattamente ciò che voleva essere. Avrei voluto esserci sempre, allo stesso modo, anch’io per lei, e specialmente in questi ultimi drammatici mesi ho fatto il possibile per tener fede alla mia volontà. Purtroppo non è bastato e adesso ripercorro ossessivamente la memoria di questi mesi per capire dove e quando esattamente è sfuggita all’abbraccio con il quale avrei voluto a tutti i costi strapparla ad un crudele destino. Nel mio animo rimane e rimarrà il rimpianto per quello che ancora si poteva dire o ancora si poteva fare. Tutto quello che posso dire adesso è un enorme grazie alla mia Mamma.
Cosa è la democrazia e cosa non è
Nei giorni scorsi a Torino è stato organizzato un incontro dal titolo: “Russofobia. Russofilia. Verità”. Un brivido mi corre sempre sulla schiena quando sento intitolare un incontro “Verità” ma, al di là delle questioni simboliche, il parterre degli invitati era costituito da persone che frequentano delle “verità” piuttosto vicine a quelle proposte dal regime di Putin. Si tenga presente che uno degli invitati più attesi era quel Angelo D’Orsi che era salito agli onori della cronaca tempo fa per il suo revisionismo sull’eccidio di Katyn, strage eseguita dall’esercito russo durante l’occupazione della Polonia nella seconda guerra mondiale e a lungo occultata dalla propaganda sovietica, fino al riconoscimento delle reali circostanze del massacro da parte di Gorbacev con relative scuse alla Polonia. Non dimenticherei anche quel Moni Ovadia che ha di recente espresso ammirazione per Vladimir Putin e Vincenzo Lorusso, giornalista freelance, beniamino degli appassionati della propaganda del Cremlino che recentemente ha consegnato a Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, le firme di una petizione di solidarietà al governo russo che il nostro Presidente della Repubblica aveva criticato ingiustamente secondo i firmatari (se vi viene il dubbio, sì, le ingiuste critiche erano per avere invaso l’Ucraina).
In un primo tempo questo incontro avrebbe dovuto svolgersi nel centro culturale comunale “Polo del ‘900” ma, come apparente conseguenza delle polemiche sollevate da alcuni esponenti politici tra i quali Carlo Calenda e Pina Picierno, il Comune ha deciso di negare la disponibilità dei suoi spazi e l’incontro è stato spostato in un Centro Arci. Tutto bene? Assolutamente no. Sui giornali più “sensibili” al punto di vista che l’incontro voleva rappresentare si è scatenata una furiosa polemica, arricchita dei sostantivi “censura” o “divieto” e il cui senso generale era: “Che democrazia è se chi dissente viene zittito?”.
Una delle strategie più ricorrenti nella quotidiana lotta di una parte dell’opinione pubblica europea contro la democrazia (parte che obiettivamente esiste a prescindere da quanto sia foraggiata da potenze straniere) è quella di attaccarsi a singoli episodi di limitazione delle libertà fondamentali per dimostrare che la democrazia alla fine è solo un contenitore vuoto ma non è meno autoritaria dei regimi riconosciuti come tale. Giova probabilmente ricordare, onde contrastare questa strategia, cosa la democrazia sia e soprattutto cosa non sia, nella consapevolezza che quello che non è può non piacere. Cominciamo da quello che non è: la democrazia non è un sistema politico in cui ognuno può fare qello che vuole, quella si chiama anarchia ed è un sistema politico che piace a molti ma che, tranne scoperte recenti delle scienze sociali, non si è mai realizzata e non si è mai realizzata semplicemente perché è molto improbabile che in una società umana, nel fare quello che si vuole, non si vìoli il diritto altrui a fare, a sua volta, ciò che uno vuole e gli inevitabili contrasti portano diritti ad un conflitto per la risoluzione del quale l’involuzione autoritaria è sempre pronta e non è un caso se gli anarchichi finiscono spesso per essere inconsapevoli alleati degli autoritarismi.
E passiamo quindi a capirci su cos’è la democrazia. Come discusso spesso ai tempi del Covid, quando l’esercizio di un diritto fondamentale vìola un diritto fondamentale altrui, la democrazia, quella autentica, quella descritta dalle scienze sociali, prevede dei meccanismi per arrivare a fare una necessaria, seppur dolorosa, scelta. Non c’è alternativa a questa scelta che non sia un vuoto idealismo, perché il mio diritto ad andare al cinema, anche se non mi sono vaccinato, si scontra con il diritto alla salute di quelli che rischiano di contrarre da me il virus, il mio diritto di guidare un auto anche se non ho la patente, si scontra con il diritto alla sicurezza degli altri automobilisti, e quindi si opera una scelta, sempre secondo i principi democratici. Se quindi organizzo una riunione a casa mia di venditori di prodotti per la casa e al momento buono scopro che non sono venditori porta a porta ma un gruppo di terrapiattisti, ho tutto il sacrosanto diritto di chieder loro di andare a raccontare altrove le loro frottole, perché il diritto alla mia integrità morale, che ritengo offesa dal mio accostamento a questi signori, viene prima del diritto di costoro di esprimere la propria opinione dove vogliono. Ovviamente se troveranno qualcuno per il quale invece l’accostamento non risulti problematico avranno tutto il diritto di raccontare ivi le loro balle. Questo è come funziona la democrazia, non c’è un’altra democrazia che garantisca a tutti di poter dire quello che vogliono dappertutto, quella non sarebbe democrazia perché non tutelerebbe il diritto di alcuni di prenderne le distanze.
Tornando agli eventi di Torino, il Comune ha esercitato in pieno il proprio diritto di non vedersi accostare a quelli che una buona parte dell’opinione pubblica (me compreso) considera dei propagandisti di un regime autoritario e in ciò ha dimostrato che siamo in democrazia. Se pensate che obbligare un’istituzione pubblica ad ospitare un dibattito apologetico nei confronti di un criminale di guerra sia “democrazia” forse non avete ben chiaro cosa sia la democrazia, o forse la democrazia, quella autentica, non fa per voi…
La presidente surfista
Ho percepito molto stupore attorno alla sparata che, all’indomani dell’assassinio di Charlie Kirk, Meloni ha fatto contro la presunta “violenza politica” delle opposizioni. Anche se qualcuno si sforza di adeguarsi a questa rappresentazione, tutto si può dire dell’opposizione italiana meno che sia “violenta” almeno nella sua componente istituzionale. Inoltre la violenza della politica italiana, anche nelle sue manifestazioni più radicali, si esprime con lancio di oggetti e rottura di vetrine, dagli anni di piombo in poi ogni altra violenza, simile a quella che ha ucciso negli Stati Uniti Kirk, Hortman e altri esponenti politici, da noi risulta fortunamente sconosciuta.
E allora perché Meloni si è lasciata andare a questa eco piuttosto sgangherata della retorica trumpiana? Anche l’originale in realtà non è proprio aderente alla realtà, nemmeno negli Stati Uniti c’è davvero un problema di violenza politica delle opposizioni, semmai c’è un problema generico di violenza più in generale, di cui quella politica bipartisan è solo un di cui. C’è però da dire che Meloni ha di solito un rapporto meno disteso con la menzogna rispetto a Trump e quindi il fatto che si inventi di sana pianta un problema suona insolito. Vi è tuttavia un problema fondamentale, la necessità di “prendere l’onda”.
“Le onde sono il campo da gioco. Il fine ultimo. Sono l’oggetto dei tuoi desideri e della tua ammirazione più profonda” scriveva William Finnegan nel suo “Giorni Selvaggi”. E allora l’onda social che Trump ha sollevato dopo la morte di Kirk non poteva rimanere lì, non cavalcata dalla mostra presidente surfista. Così, come un consumato fuoriclasse della specialità, eccola sulla tavola, in sella all’onda, lanciare strali contro l’opposizione. Non importa che molti strabuzzino gli occhi, non importa che le diano di gomito ricordando che non siamo in America, che da noi dai tempi di Marco Biagi non si ricordano simili delitti. Meloni si può criticare in moltissimi modi, ma mi viene difficile attribuirle una scarsa intelligenza e lo sa quindi sicuramente anche lei che l’accusa di violenza all’opposizione è sciocca e grottesca, però era un’occasione imperdibile per rinserrare le fila dei propri sostenitori, perché l’appello che arrivava dall’America rispetto a quando sono brutti e cattivi quelli che stanno dall’altra parte meritava un’eco. Charlie Kirk non lo conosceva nessuno fino a pochi giorni fa in Italia ed anche questo è ben noto e anche in questo la polemica è grottesca, ma alle curve social pronte a schierarsi con la propria retorica di riferimento questo ormai importa ben poco e Meloni lo sa bene.
Le radici dell’eallorismo
A chi come me ha passato i 50 capita di ragionare su quanto sia cambiato il modo in cui le persone sono solite condurre una discussione in questa epoca rispetto agli anni ’80 e ’90 in cui mi sono affacciato all’età matura. Se dovessi dire dire la prima cosa che mi viene in mente del modo di esprimersi, di discutere, di affrontare una conversazione odierno di cui non trovo riscontro nella mia memoria degli anni che hanno chiuso lo scorso secolo è quello che taluno definisce l'”eallorismo” (altri allorismo, ma preferisco il primo), ovvero la tendenza a replicare a chi esprime un giudizio su fatti o comportamenti con una frase interrogativa con inizia con l’immancabile: “E allora…?” dove i puntini possono identificare un personaggio pubblico, un partito politico, una squadra di calcio, chiunque il cui comportamento possa essere confrontato, a torto o a ragione, con i fatti e comportamenti oggetti del giudizio stesso. Non so, forse è la mia memoria che è troppo corta, ma trovo che nei decenni passati fosse molto più comune che una discussione si sviluppasse sulla contrapposizione di giudizi magari diversi o anche antitetici su uno stesso fatto, ma non sembrasse significativo il paragone con un altro episodio simile, non servisse tirare in ballo chi potrebbe aver adottato simili comportamenti. C’è quindi qualcosa di particolare in questa epoca storica che spinge chi vive in questi anni verso l'”eallorismo”?
Per provare a rispondere a questa domanda me ne pongo un’altra: come nasce l’eallorismo? A mio avviso ci sono un paio di fattori scatenanti. Il primo è la tendenza (piuttosto diffusa), dato qualunque sia l’argomento, a collocare sé stesso e gli altri in uno dei fronti contrapposti che inevitabilemnte si formano da subito. Se scoppia una guerra ci saranno subito quelli che sostengono un contendente o l’altro, se si parla di un personaggio pubblico ci si collocherà subito tra i suoi ammiratori o i suoi detrattori, se si discute di un atto del governo ci si dividerà tra sostenitori della maggioranza o della minoranza. Questa contrapposizione è ciò che crea terreno fertile per lo scatenarsi dell’eallorismo che attacca la presunta incoerenza altrui: “critichi quelli che sostengo io perché hanno fatto qualcosa che non va bene ma quando quelli che sostieni tu hanno fatto qualcosa di simile non sei stato altrettanto critico”. Nascerà un dibattito fatto di “noi” e “voi”, quelli che la pensano come l’eallorista diranno che è vero e apprezzeranno la sua posizione, gli altri diranno che non è vero, ci sarà un cospiscuo profluvio di “like” ma di fatto nessuno scambio di opinioni nel merito della questione perché ci si dilungherà a stabilire se il paragone era corretto e meno, e si perderà di vista il giudizio su quello che è accaduto e cosa fare perché non capiti più.
E’ però vero che la tendenza alla creazione di schieramenti contrapposti non è caratteristico di quest’epoca e se è condizione necessaria non è sufficiente allo scatenarsi dell’eallorismo. Certo, forse in quest’epoca è alimentato dalle “bolle di opinioni” (cioè quei contesti sociali digitali in cui tutti ha opinioni simili su certi fatti) e dal meccanismo dei social network che, con la valorizzazione dei “like”, alimenta questo genere di argomenti puramente retorici, ma credo che un sia un altro fattore più specifico della nostra epoca che alimenta l’eallorismo e questo fattore mi pare essere il relativismo oggi sempre più diffuso. In altre parole mi viene il dubbio, di fronte a qualcuno che mi dice “E allora Assange?”, “E allora il PD?”, “E allora Gaza?”, che questo “eallorismo” nasca un po’ da una difficoltà di elaborare giudizi. Sembra proprio che la tendenza al relativismo ci abbia spogliato della capacità di esprimere un giudizio etico o di altro genere che valga una volta per tutte su un fatto o su un comportamento a prescindere da chi l’abbia compiuto, tendiamo sempre a confrontarlo con altri comportamenti, altre condotte, altri fatti, per scrollarci di dosso il peso di un giudizio negativo, concludendo che in fondo non c’è nulla di veramente esecrabile, perché qualunque comportamento è paragonabile a qualcos’altro già accaduto.
Persa la capacità di giudicare un fatto, al di là del nostro posizionamento, dei nostri gusti, della nostra identità, ci ritroviamo a non potere far altro che rivolgerci ai precedenti e qualcosa troviamo sempre, magari aggiustando un po’ la realtà storica alle nostre necessità. Non so dove è successo tutto ciò e perché, non so se i social e il loro linguaggio stringato abbiano contribuito a sviluppare questa modalità dialettica, non so se l’ispirazione arrivi dalle discussioni sportive (“Rigore questo? E allora quello su Ronaldo?”). Ho l’impressione però che non ci sia nulla di positivo in questo fenomeno, sia perché appunto specchio di una difficoltà di avere un pensiero etico, che ritengo in una società civile debba invece avere ancora uno spazio, sia perché spesso abbassa il contenuto di approfondimento della discussione. Se io paragono un evento ad un altro, un fatto ad un altro, quasi sempre il paragone è approssimativo e la discussione che ne segue verterà su dettagli magari irrilevanti, spesso capziosi, senza davvero capire quale visione del mondo giustifica la mia differenza di veduta rispetto all’interlocutore, scadendo a discussione dialettica più che dialogica.
In definitiva quello che io consiglio a chi si trovi davanti ad un eallorista è quindi non cedere alla tentazione di mostrargli magari la debolezza del confronto, l’infondatezza della sua argomentazione, ma più semplicemente chiedergli cosa davvero pensa di quanto accaduto, a prescindere dai confronti con altro. Non sia mai che una presa di coscienza dell’impoverimento etico che sta dietro certi giochi dialettici possa far bene al vostro interlocutore.
29 Maggio

Il quarantennale della strage di Bruxelles non è passato inosservato. Alla Continassa è stata installata un’opera di Luca Vittone, dal titolo “Verso Altrove” in ricordo della strage. Nemmeno a Liverpool si sono scordati della ricorrenza e hanno annunciato un nuovo memoriale dal titolo Forever Bound. Sarebbe un contesto ideale, non fosse che nel frattempo i tifosi di Betis e Chelsea hanno trasformato in una guerriglia la vigilia della finale di Conference League. Sono passati quarant’anni e tante rievocazioni ma della violenza ancora non sappiamo fare a meno a nessun livello…
E allora è proprio il caso di ricordare ancora una volta quello che successe 40 anni e chi non tornò quel giorno a casa.
Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età : apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No… Rimango impietrito, attonito.
Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là , libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come… Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.
In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques Franà§ois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni
Il desiderio di pace che può portarci in guerra
Nelle settimane passate ha avuto un gran successo nella sfera social il video che è stato diffuso da Alessandro Barbero per la manifestazione guidata dal Movimento Cinque Stelle che si è tenuta a Roma il 5 aprile. Barbero nel video tracciava un parallelo tra l’Europa degli anni che precedettero la prima guerra mondiale e quella attuale. Non mi permetto certo di contestare la ricostruzione storica di quegli anni ma in quel video trovo ci fosse una grande omissione: c’è una differenza fondamentale tra quella Europa e quella attuale nel rapporto che l’opinione pubblica europea ha rispetto alla guerra e questo ha implicazioni non banali. Cerco di spiegarla di seguito, prendendola un po’ alla lontana.
Il fisiologo tedesco Hermann von Helmholtz scriveva nel suo “Il pensiero nella medicina“: “I concetti, che l’uomo forma, che la sua lingua materna gli tramanda, si mostrano come elementi ordinatori anche nel mondo oggettivo delle cose, e poiché l’uomo ignora che egli stesso o i suoi progenitori hanno formato tali concetti secondo le cose, il mondo delle cose gli appare dominato da potenze ideali, simili ai concetti“. E’ un po’ il procedimento psicologico per cui millenni di anni orsono l’uomo ha deciso che un cielo sereno al tramonto è bello perché preannuncia una notte senza precipitazioni e magari un clima caldo per il giorno successivo e oggi, dimentichi della valutazione estetica fatta dai nostri avi, guardiamo un cielo sereno al tramonto e ci diciamo che una cosa così bella può solo averla creata un essere soprannaturale che chiamiamo Dio. Questa visione, che con Nietzsche venne poi definita antropomorfismo psicologico, non si limita alla sfera estetica, ma si estende a tutte le attività valutative comprese quelle morali unendo la dimensione del bello a quella del giusto e del buono. Stabiliamo che è una buona idea proibire l’omicidio, un alimento o un comportamento e alla fine ci convinciamo che tutto ciò è un dato di natura, nell’oblio del processo storico che ci ha portati alla visione attuale. Alcune religioni ad esempio vietano alimenti perché nel passato erano pericolosi o la loro produzione era poco sostenibile e oggi tutto ciò è diventato un dettato morale che resiste anche in chi magari è tiepido nei confronti dei dettami di quella stessa religione.
Che c’entra tutto ciò con Barbero? C’entra perché forse non è proprio tutto uguale al 1914. Partiamo col dire che oggi una rilevante percentuale delle persone con cui parliamo di guerra ne parlano come uno spettro da allontanare, un’opzione a cui rinunciare sempre e comunque, anche quando qualcuno ti attacca, ti invade, fa razzia dei tuoi beni materiali e morali e nella mente di queste persone sembra che questa sia una scelta assoluta, definitiva e sia moralmente intollerabile una qualunque posizione differente, come se fosse un dato di natura. Nel momento in cui vengano posti di fronte ad un possibile rischio di attacco militare altrui, costoro ne parlano come un’ipotesi remota, fantasiosa, che certamente eviteremmo con un atteggiamento meno minaccioso e più conciliante: insomma ogni pretesto è buono per evitare di confrontarsi con la realtà del rischio cogente di un attacco militare che comprometta la nostra sicurezza e il nostro stile di vita. Ho provato a chiedermi se è sempre stato così e ho scoperto che effettivamente non è sempre stato così e che per trovare una società italiana (e europea) che non la pensava così non serve tornare indietro di millenni ma di poco più di un secolo.
Basta quindi tornare proprio allo scenario che ha preceduto la prima guerra mondiale per scoprire che nell’Italia che nel 1914 si interrogava se entrare o meno in guerra solo una esigua minoranza era decisamente contraria all’ingresso in guerra per ragioni etiche. Per quello che ho letto di quell’Italia la maggior parte delle persone pensava che entrare in guerra fosse una buona idea e non per aiutare un alleato sotto attacco, nella preoccupazione che poi potesse toccare a noi, ma in vista di un allargamento dei confini, di un’espansione dell’influenza e della potenza del paese che appariva ai più un buon motivo per rischiare e magari perdere la propria vita o quella dei propri figli. Anche la maggior parte dei neutralisti spiegavano la loro posizione con la necessità di evitare una spesa ingente di risorse o con lo scetticismo circa i guadagni che ne sarebbero venuti, non certo con una questione etica. Nella sempiterna competizione con gli altri stati, le altre regioni, gli altri gruppi socioeconomici, che caratterizza la vita dell’uomo dai suoi albori, la competizione militare era semplicemente una di quelle possibili. E non c’è da stupirsi che fosse così nel 1914, perché così era stato dalla nascita della società umana e cosi sarebbe stato anche trent’anni dopo, con la Seconda Guerra Mondiale. Poi è successa una cosa strana, quasi miracolosa, ovvero che improvvisamente i paesi e i popoli che si erano fatti guerra per millenni decisero di intraprendere un percoso unitario, prima sul piano dell’economia e del commercio, poi anche sul piano politico. Difficile individuare un solo motivo per cui questo è successo: i motivi sono tanti diversi e servirebbe un trattato per provare anche solo a sviscerarlo, però ha sicuramente a che fare con questo il fatto che, con i mezzi militari attuali, la guerra sia diventata un gioco a somma negativa, ovvero perde anche chi militarmente la vince. Magari può centrare anche il fatto che all’Europa, in quanto continente piuttosto povero di materie prime rispetto ad altri, conviene molto di più affinare la sua propensione produttiva e commerciale che appropriarsi di territori altrui a caro prezzo. Sia come sia, in questo contesto la guerra ha iniziato a diventare un tabù: nel momento in cui l’homo europeus ha scoperto che gli stati, le regioni, i popoli potevano competere su un piano diverso da quello militare l’opzione militare è scaduta a condotta infame e immorale e la pace è divenuto un dato di natura, rimuovendo completamente la visuale che era così diffusa solo pochi decenni prima. Questa rimozione, questo pensare al pacifismo come ad un dato di natura, ha portato molti a pensare che sia sempre stato così e non possa essere che così ovunque ed è terribilmente difficile tornare indietro da questa dimensione di pensiero. Il problema è che ai confini dell’Europa pacificata ci sono paesi (non solo la Russia) in cui la guerra è considerata ancora un’opzione più che accettabile. Molti russi (non tutti sia chiaro ma molti) appoggiano Putin non perché spaventati dalla repressione poliziesca ma perché davvero convinti che staranno meglio se l’Ucraina sarà russa e, se anche un milione di persone ci lasceranno la pelle, pazienza (prima di esprimere riprovazione verso i russi, pensiamo a quanti tra i nostri nonni o bisnonni nel 1914 erano ansiosi di poter combattere per Trento e Trieste).
La situazione quindi in cui si trova oggi l’Europa è simile a quella che precedette la prima guerra mondiale solo relativamente alla tendenza generale al riarmo, ma gli equilibri strategici sono molto diversi perché i due fronti che si contrappongono non sono coalizioni composite che sostanzialmente si equilibrano, ma sono essenzialmente due entità politiche: Unione Europea da un lato e Russia dall’altro, totalmente squilibrati dal punto di vista economico ma molto più in equilibrio da quello militare. Il PIL dell’Unione Europea è 9 volte quello della Russia, la spesa militare dell’UE è superiore solo del 20% a quella della Russia. Quello che crea, nella testa di Putin. una competizione, esponendoci al rischio di guerra diretta è proprio che la Russia è un paese compatto e pronto a difendere i propri interessi in una guerra, l’Unione Europea assolutamente no. Siamo come il proprietario di una villetta che è talmente spaventato dall’idea che la sua casa venga svaligiata che si è autoconvinto che è impossibile che ciò avvenga e per dimostrarlo a sé stesso lascia la porta di casa aperta quando esce, in ciò però esponendosi ancor di più al rischio che vorrebbe scongiurare. In definitiva è proprio la nostra scarsa propensione a fare la guerra che ci mette a rischio di doverla fare, nostro malgrado.
La differenza fondamentale quindi tra l’Europa del 2025 e quella del 1914 è che in quella Europa c’erano una serie di potenze approssimativamente di pari forza con opinioni pubbliche disposte a farsi la guerra pur di averne dei presunti vantaggi e ogni mossa dell’una poteva legittimamente mettere in allarme l’altra in una spirale di riarmo che innescò il conflitto, come il dilemma della sicurezza ben illustra. Oggi invece ci sono due potenze di cui una più forte, ma riluttante a fare la guerra ed una più debole ed in declino, ma estremamente bellicosa. Di questo è ben cosciente anche chi governa la Russia che sa perfettamente che mai e poi mai l’Unione Europea inizierebbe una guerra e che probabilmente reagirebbe con poca compattezzo perfino ad una guerra di aggressione altrui. Quindi oggi una guerra non potrebbe nascere dalla sfiducia reciproca, come nel 1914, ma semmai dalla convinzione del più debole che il più forte è battibile su quel piano e se la guerra la vogliamo evitare ho l’impressione che l’unico modo sia proprio di convincere Putin e i suoi che non è così. La sfida è riuscirci, inziando col superare, tra le altre cose, l’idea di vivere un mondo che ha gettato alle sue spalle la guerra, come fosse la carrozza a cavalli. In realtà il mondo di oggi è ancora pieno di guerre e vivere nella falsa convinzione che a noi non può toccare potrebbe essere il miglior modo perché invece succeda esattamente qui in Europa.
La bacchetta magica della diplomazia
Da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, soprattutto in Italia, si fa un gran parlare di quella cosa che si chiama “diplomazia”. Il termine è usato spesso con la stessa speranza assoluta che si ripone nell’intercessione di forze soprannaturali, senza apparentemente chiedersi come e in che condizioni la diplomazia può porre fine ad una guerra. Provo a chiedermelo io, iniziando col chiedermi cos’è la diplomazia. Wikipedia dice: “La diplomazia è la conduzione di negoziati e riconoscimenti diplomatici tra individui, gruppi o nazioni al fine di raggiungere un accordo, ad esempio per risolvere un conflitto senza violenza.”. Quindi si parla essenzialmente della risoluzione di una guerra tramite negoziato. Come funziona un negoziato? Sfodero qualche nozione dai miei studi di comunicazione mettendo sul tavolo la strategia di Zeuthen. Questa teoria presuppone che in un negoziato i diversi attori siano disposti a fare concessioni laddove percepiscano che il rischio (o il costo) del conflitto (o della sua prosecuzione) sia più alto per sé che per la controparte. A fronte di un costo maggiore io concederò più cose della controparte in modo da riequilibrare questo costo. E l’accordo si dovrebbe trovare quando la differenza tra costi delle concessioni e costi del conflitto si equlibra perfettamente.
Provo a questo punto a chiedermi che costi ha per le controparti il conflitto attuale e in particolare per la Russia. Il problema in cui incorrono molti osservatori occidentali è di valutare la situazione come se la Russia non fosse la Russia, ma un paese occidentale in cui l’opinione pubblica, dopo tre anni di inutili attacchi, si sentisse esasperata dai costi del conflitto e fosse libera di esprimere la sua esasperazione, come se fosse un paese dotato di un tessuto industriale messo in ginocchio dai costi della produzione bellica e dalle sanzioni della comunità internazionale. La Russia è invece un paese oggi sostanzialmente privo di un’opinione pubblica, quindi di persone che possono contestare e indebolire chi la governa, pur stanchi delle privazioni e delle vittime della guerra. E’ vero che il sistema economico è oberato da tassi di interesse insostenibili ma è anche vero che il potere economico è talmente strettamente legato a quello politico che è difficile che qualcuno inizi a mostrare insofferenza verso la guida di Putin. La filiera di petrolio e idrocarburi è tra l’altro quella che è stata meno danneggiata dalle sanzioni occidentali quindi meno insofferente per le privazioni che il conflitto ha inferto al paese.
In queste condizioni il costo della prosecuzione del conflitto è minimo, anzi autorevoli pareri sostengono che interromperlo potrebbe avere ripercussioni negative sulla solidità del potere di Putin, indipendentemente dalle condizioni imposte, perché oggi il consenso plebiscitario per Putin è anche legato allo spirito di mobilitazione che la guerra crea nella popolazione. È chiaro che laddove la prosecuzione del conflitto non abbia sostanziali oneri per Putin qualunque cosa che non assomigli ad una resa incondizionata è del tutto insufficiente ad indurlo a fermarsi. Non è un caso se l’“offerta finale” fatta da Trump per uscire dall’angolo in cui la sua promessa irrealizzabile fatta a suo tempo di “far finire la guerra in 24 ore” è appunto una sostanziale resa incondizionata dell’Ucraina. Avendo raggiunto (tardi) la consapevolezza sull’impossibilità di far finire la guerra, Trump ha scelto su chi far cadere la colpa, e ovviamente ha scelto l’Ucraina e, in quanto suo primo alleato, l’Unione Europea.
Chiarito tutto ciò e ricordando che la diplomazia non ha nulla di magico ma è anzi il trionfo della razionalità, non resta che concludere che sul tavolo ci sono ancora solo due semplici alternative. Una sconfitta militare completa della Russia, con arretramento fino ai suoi confini che è l’unico scenario che può indurre Putin a fare cessare le ostilità, oppure una vittoria militare completa della Russia, con raggiungimento degli obiettivi, ovvero annessione di una parte dell’Ucraina e bielorussizzazione del resto (quello in sostanza che ha proposto Trump). La diplomazia può permettere di arrivare a trattare minimi dettagli di questi possibili esiti, ma la distanza tra i due scenari è tale che qualunque agente razionale non può pensare di poterla colmare.
Il trumpismo che c’è in tutti noi mentre stiamo seduti sgomenti sul balcone
Sei seduto sul balcone e guardi in lontananza. E’ stata una brutta serata: hai avuto una discussione con il tuo partner o la tua partner e adesso sei lì che cerchi di pensare alle cose che ti sei sentito dire, che ti hanno ferito, che hanno minato l’idea che tu avevi di te stesso, che ti fanno sentire distante anni luce dalle aspettative per il vostro rapporto che tu avevi una volta. Allora ti cresce la rabbia, ti viene voglia di mandare tutto a quel paese, di distruggere quello che avete costruito insieme. Il vostro percorso comune, i momenti felici, quanto sia migliore questa relazione rispetto alle precedenti, sono tutti aspetti che stai mettendo da parte. Ti consumi nella tua rabbia, ti laceri tra opposte tensioni e tentazioni distruttive o autodistruttive. Poi però non fai niente, lasci sbollire la rabbia, ti fumi una sigaretta o ti bevi una tisana o un digestivo, magari ti fai una chiaccherata con l’amico giusto, quello che pensa al tuo bene, al tuo futuro, e tutto ritorna nella luce giusta. Ti rendi conto che la relazione perfetta non esiste e che questa è di gran la lunga persona migliore con cui stare insieme e alla fine elabori, e magari inizi a pensare a come riallacciare, a come leccare le ferite che si sono aperte. Ma supponi invece di non fumare, di non avere una tisana o un buon digestivo, di non avere amici che sanno essere d’aiuto o al contrario di averne che ti dicono: “Asseconda il tuo istinto, manda affanculo tutto! Chi se ne frega? Non può mica andare peggio di così, no?”. E allora il rischio di mandare tutto a rotoli prendendo la decisione più sbagliata e irrazionale che tu possa prendere, esiste.
Quando pensate a chi vota Trump, a chi vota AfD, a chi vota RN, ma anche a chi vota M5S, BSW e altri, pensateli su quel balcone, pensateli stanchi, depressi, delusi, feriti nella loro autostima. Pensate che hanno un lavoro faticoso che rende poco, meno di quel che guadagnavano, in proporzione, i loro genitori che però avevano fatto la scuola dell’obbligo mentre loro hanno studiato per anni. Pensate che vanno al bar per fare due chiacchiere e vi trovano gente che parla una lingua che non è la loro e con cui faticano a scambiare due parole. Pensate che ogni giorno leggono sui giornali, su Internet, sentono alla televisione, di una nuova rapina, di un nuovo atto criminale, e si sentono impotenti.
Pensate che c’è chi dice loro che il clima sta cambiando e quindi devono comprare un’auto elettrica che però costa molto di più di quella che hanno attualmente. Pensate che loro forse non hanno un amico che gli mette una mano sulla spalla e gli spiega magari che loro hanno l’impressione che i loro genitori guadagnassero di più, ma solo perché cose come la lavastoviglie, lo smartphone, la televisione 42 pollici, la macchina con la guida assistita che i loro genitori non avevano, oggi li diamo per scontati; che anche i loro genitori andavano al bar e facevano fatica a parlare con persone che parlavano in un dialetto diverso dal loro; che anche nell’epoca dei loro genitori c’erano furti e rapine ma i media non ci martellavano in modo così ossessivo; che è vero che il clima sta cambiando e, se non facciamo qualcosa, prima o poi ne pagheremo anche noi le conseguenze. Insomma pensate che loro, rispetto a voi sul balcone, non hanno niente e nessuno che li calmi che spieghi loro che non è colpa di qualcuno in particolare, che è semplicemente che il mondo di oggi funziona così e il mondo di ieri che piaceva loro così tanto semplicemente non esiste più e non tornerà ed è meglio adattarsi al mondo di oggi che schiumare ogni giorno di rabbia. Pensate poi che si trovano magari ad essere investiti dell’altro tipo di amico, quello insidioso e subdolo che asseconda i loro istinti autodistruttivi. Se ci pensate inizierete a capire chi vota Trump o qualcuno dei suoi mille parenti o emuli distribuiti in giro per il mondo.
Gli alti e bassi dell’economia internazionale, il trasferimento di lavoro verso i paesi emergenti, la pressione identitaria esercitata dell’immigrazione, gli effetti diretti e indiretti del cambiamento climatico, sono fattori concorrenti che hanno determinato uno stress simile a quello che provavate sul balcone e il declino della centralità delle agenzie di acculturazione tradizionali (scuola, sindacati, associazionismo, mass media) ha determinato la sparizione o almeno il diradarsi degli amici che ti mettevano una mano sulla spalla e ti aiutavano a capire che il mondo non è poi così male come la tua pancia ti suggerisce. Non so se ce la faremo, se il nostro rapporto con la società di oggi supererà la nottata, se riusciremo a ricomporre la relazione con la modernità o se prevarrà la rabbiosa forza autodistruttiva che vediamo ogni giorno scatenarsi attorno a noi. Penso però che la speranza che abbiamo stia nella capacità di ognuno di noi di essere quell’amico che ti mette la mano sulla spalla e ti dice: “Dai pensaci bene. Non distruggere quello che hai costruito in anni (in secoli se parliamo della nostra società democratica) solo perché adesso sei dannatamente incazzato!”
Un giorno particolare
Oggi è una giornata particolare, assomiglia sì a tante altre, ma per voi che vi ritenete gentili, cortesi, pervasi da un profondo senso civico, non è come le altre. Oggi, come ogni giorno, vi capiterà di uscire di casa e incontrare: quello (o quella) che si fionda con la sua auto in rotonda senza darvi la precedenza e, alle vostre rimostranze, vi fa pure il dito medio, quello (o quella) che dopo aver visto che state andando alla stessa cassa del supermercato vi sorpassa anche se ha due carrelli di spesa e voi solo un tubetto di dentifricio, quello (o quella) che accende la sigaretta dove è vietato fumare, quello (o quella) che vi spintona per salire sull’autobus, quello (o quella) che, sopraggiungendo alle vostre spalle in auto, vi lampeggia ripetutamente anche se state andando esattamente al limite di velocità e più avanti c’è pure un autovelox, quello (o quella) che accende la musica a tutto volume alle 2 di notte,
quello (o quella) che parcheggia in doppia fila per andare a prendere il caffè al bar bloccando tutta la via (e fa pure di mestiere il vigile!), quello (o quella) che lascia che il suo cane faccia liberamente i suoi bisogni sul marciapiede e lancia occhiate di sfida a chi lo guardi male.
Incontrerete costoro, come ogni giorno. Oggi però sarà diverso, perché voi non siete come loro, e non siete come loro nemmeno nella sconfitta, nei giorni bui. E allora, anziché mandarli a quel paese, anziché sbottare, anziché sbuffare, anziché alzare gli occhi al cielo, oggi guardateli con un sorriso e dite loro: “Complimenti per la vittoria!”. E semmai, se proprio volete essere un po’ polemici, potreste aggiungere: “Adesso che il mondo è vostro, per favore, non fategli troppi danni!”
