La mano tesa che manca sempre in Palestina

Giorni fa mi è capitato di ascoltare un’intervista rilasciata dal giornalista palestinese Sami al-Ajrami al podcast de Il Post “Globo” (qui c’è anche la versione tradotta in italiano). Per chi non lo conosca, Al-Ajrami è stato a lungo ed è tuttora collaboratore di Repubblica e di altre testate giornalistiche europee ed è stato a lungo testimone diretto della distruzione di Gaza prima di rifugiarsi all’estero. L’intervista è straziante, a tratti Al Ajrami smette di parlare vinto dalla commozione e non si può non condividere umamanamente il dolore di uomo che ha visto la sua casa distrutta, la sua famiglia dispersa, i suoi concittadini massacrati. Nel massimo rispetto per i sentimenti espressi però, da un osservatore di questa statura, mi aspettavo un’analisi del conflitto, delle sue cause, una prospettiva di pacificazione. Non vorrei sembrare cinico ma tutto ciò mancava, come manca nella stragrande maggioranza dei discorsi che si fanno su questo conflitto. Nell’intervista non c’è nulla che sfugga ad un ineluttabile destino di conflitto e di distruzione, le colpe di tutto stanno dall’altra parte, sempre denominata “Israele” come se fosse un’entità pensante e monolitica, come se non fosse un popolo fatto di tante persone, alcune aggressive, altre impaurite, altre pronte a parlare di pace, senza farsi mancare l’immancabile riferimento agli Stati Uniti e al silenzio dell’Occidente. Non c’è mai una mano tesa, un “proviamoci”, un “Abbiamo sbagliato tutti, adesso proviamo a ricominciare da zero”. Questo, da entrambe la parti, è quello che continua a mancare.
Nello storico discorso che tenne nel 1974 al palazzo dell’ONU Arafat disse più o meno: “In una mano tengo un ramoscello d’ulivo, nell’altra il fodero del fucile. Non lasciate che il ramoscello d’ulivo cada dalla mia mano”. Il ramoscello d’ulivo purtroppo è caduto da tempo e sembra non esserci nessuno in grado di riprenderlo in mano e tendere la mano all’altro e questo è il problema di fondo del conflitto. Capisco sia davvero difficile avere la forza di tendere una mano a chi ti sta bombardando o a chi ha trucidato i tuoi cari, ma senza una mano tesa, senza un gesto, senza una parola, senza una prospettiva di riconciliazione possiamo solo aspettare che le bombe finiscano di svolgere il loro macabro compito.

Oct 20th, 2024

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