Essere divisivi serve a qualcosa?

Ghali RadioBruno Sanremo 2024
Sentivo nei giorni scorsi parlare ancora dell’appello di Ghali pronunciato al Festival di Sanremo, a proposito della guerra a Gaza e ovviamente ne sentivo parlare per la diatriba che sembra essere diventata più importante della guerra stessa, ovvero se si possa usare o meno la parola “genocidio”. No, no, non voglio dire anch’io la mia sull’argomento. Sono tra quelli che pensano che in effetti con difficoltà la parola “genocidio” si adatta alla circostanza specifica ma non è lì che si concentra la mia attenzione. Mi interrogo invece sul punto di vista di un giovane musicista di successo che magari in buonissima fede vuole far qualcosa contro la guerra nei pochi secondi in cui può maneggiare il microfono attraverso il quale comunica con milioni di italiani. Dice forse una cosa tipo: “Fermiamo la guerra!”, “Viva la pace”, “Make love not war” sulla quale possiamo essere tutti (o quasi) d’accordo? No, dice la cosa che forse più di ogni altra può dividere, può essere oggetto di attacco, può far divergere il dibattito dalla sostanza, ovvero cosa si può fare per fermare la guerra, al solito trito dibattito su chi ha torto e chi ha ragione. Perché l’ha fatto? L’ha fatto perché pensava che potesse funzionare? Perché la cosa importante è che se ne parli? Oppure vogliamo pensare maliziosamente che quello che gli interessava era massimizzare la risonanza del suo appello per rendersi più visibile?
Non lo so ma a me viene un dubbio: ovvero che alla fine la ragione sia un’altra. Ho l’impressione che siamo talmente abituati, dal modello di relazioni sociali in cui siamo immersi, a discutere per il gusto di discutere, senza mai porci il problema di come arrivare ad una composizione del conflitto con il nostro interlocutore, che ogni volta che qualcuno prende la parola sente una sorta di riflesso condizionato che lo spinge a dire, a prescindere da ogni altra considerazione, la cosa che può fare più alterare i propri interlocutori, come se si fosse in quei penosi talkshow nei quali, non appena il conduttore apre la discussione come a suonare un simbolico gong, gli opinionisti cominciano a menare fendenti con la stessa veemenza di due pugili sul ring. Sembra paradossale ma purtroppo succede anche quando si vorrebbe parlare di pace.

Feb 21st, 2024

Di che fascismo ci dobbiamo preoccupare?


Nei giorni scorsi mi è capitato di sbirciare sui social le reazioni alla morte di Aleksej Naval’nyj e, su account che si segnalano per la propria empatia verso il popolo di Gaza o verso i migranti (in altre parole di apparenti simpatie per la sinistra radicale) notavo riferimenti alle posizioni nazionaliste che Naval’nyj ebbe in gioventù come fossero recenti, improbabili paragoni della vicenda con quella di Assange o addirittura con quella di Barghouti, in sostanza un generale rispecchiamento della più becera propaganda del regime di Putin, come d’alta parte ho notato molte volte in passato in contesti simili. Ora, questi sono spesso gli stessi individui che si indignano quando si vedono folle che fanno il saluto romano, quando Larussa fa una delle sue battute ambigue sulla Festa della Liberazione, quando Vannacci si scaglia contro la comunità LGBT. Francamente mi è difficile trovare casi più evidenti di dissonanza cognitiva.
Non mi dimenticherei che quando parliamo del regime instaurato in Russia da Vladimir Putin parliamo di quanto di più vicino al fascismo ci sia nel mondo contemporaneo: un regime autoritario, in cui l’opposizione è repressa con il carcere o con omicidi mirati, la cui retorica si fonda sul militarismo, sull’imperialismo, sul maschilismo, sul razzismo, sulla repressione di tutte le minoranze. E allora che senso ha da una parte indignarsi per il saluto romano mentre si fa da megafono ad un regime fascista? Che senso ha inorridire di fronte a chi difende alcuni aspetti di un’ideologia mentre si sostiene nei fatti chi la pone in essere? Personalmente trovo disturbante e inquietante che ci sia chi utilizza simboli e rituali di regimi autoritari del passato, trovo frustrante che ci sia chi ancora ha dubbi sui principi democratici sanciti dalla nostra Costituzione e dai trattati sui diritti dell’uomo, ma trovo che tutto ciò sia enormemente meno preoccupante e pericoloso di chi si trasforma in propagandista di regimi autoritari contemporanei, ancor più se sono regimi che minacciano ogni giorno in modo diretto la nostra democrazia e il nostro modello di vita.

Aggiornamento: Nelle ultime ore una ragazza italiana che vive in Russia, sconosciuta fino a ieri, è finita al TG1 perché ha dichiarato pubblicamente il proprio amore per la Russia e la propria stima per Putin e quasi contemporaneamente La Repubblica ha dedicato quasi un’intera pagina del numero odierno ad una lettera aperta dell’ambasciatore russo che enumerava frottole tipiche della propaganda putiniana senza una risposta o un factchecking. Sono tutte cose che mi preoccupano di più di qualche esaltato che tiene in casa il busto di Mussolini.

Feb 21st, 2024

La straordinaria avventura di un cittadino in cerca di passaporto

1667223625826_ufficio_passaporti__.jpgCome tante famiglie italiane anche la mia ha deciso di regalarsi un bel viaggio in un posto esotico finita (sperabilmente) la parte peggiore della pandemia. Quando mesi fa prendemmo questa decisione non ci aspettavamo che la parte di gran lunga più complessa di questa operazione fosse in realtà  il rinnovo del passaporto di nostra figlia dodicenne. Eppure avevo letto da qualche parte che adesso il passaporto si poteva rinnovare online. Non è così ovviamente, ma sul sito della Polizia è presente uno strumento di prenotazione che dovrebbe consentire di snellire le code agli uffici preposti.
Così una sera dello scorso ottobre mi collegavo al sito di prenotazione per prenotare il mio appuntamento. Scoprivo però una cosa curiosa: fino a febbraio tutte le date prenotabili erano esaurite, da febbraio 2023 in avanti non erano disponibili alla prenotazione. E quindi? Che fare? In assenza di qualunque altra possibilità  cercavo di ricorrere al sistema italiano più collaudato: andare di persona e chiedere. Mi sono recato quindi all’ufficio passaporti di Torino dove una signora molto gentile mi spiegava tutti i segreti della richiesta passaporto. Mi spiegava ad esempio che il sito prevede che le prenotazioni siano gestite solo per i successivi 5 mesi, il che significa che ogni giorno alle 9 vengono abilitate le prenotazioni per un giorno di lì a 5 mesi. Secondo la signora il sito viene preso d’assalto da chi conosce questo processo e entro 5 minuti i posti disponibili vengono esauriti. La stessa signora mi diceva però che ogni giorno, almeno in quell’ufficio, vengono gestite 32 richieste senza prenotazione, ma per farlo ovviamente bisogna presentarsi di fronte all’ufficio in grande anticipo perché spesso all’orario di apertura le persone in coda sono più di 32. Così, qualche settimana dopo, prendendoci ferie noi e prendendo una giornata di assenza da scuola (in un giorno senza verifiche) nostra figlia, ci presentiamo con garibaldina baldanza alle 6 del mattino di fronte all’ufficio passaporti che avrebbe aperto alle 9. Non siamo i primi, ci sono altre tre persone, una delle quali lavora per un’agenzia che svolge eroicamente queste pratiche per conto di altri. Nelle ore successive la coda si riempie, arriva persino un signore che propone di scrivere i nomi delle persone in coda su un foglio, in modo da non sbagliarsi e da permettere a chi abbia bisogno di assentarsi di non perdere il posto in coda. La mozione è approvata dal comitato di gestione improvvisatosi tra gli astanti e avrà  un gran successo, tanto che durante la mattinata verrà  perfino un impiegato dell’ufficio a sincerarsi, controllando sul foglio, se sta servendo le persone nel giusto ordine. Fatto sta che verso le 10.30 riusciamo a espletare le pratiche e a fare la meritata colazione. Non voglio fare il cittadino indignato e rancoroso, è stata un’esperienza costruttiva e tonificante. Certo, quando poi sento elencare i problemi del nostro paese e non trovo la burocrazia cervellotica al primo posto della lista resto sempre un po’ perplesso.
Tutto questo succedeva a novembre: adesso siamo in fiduciosa attesa del passaporto che dovrebbe arrivare a febbraio. Contiamo sulla puntualità  dell’ufficio passaporti, anche se mi chiedo come mai ci vogliano tre mesi per stampare un passaporto. L’unica incogna rimasta è che avevamo lasciato come riferimento per la notifica della disponibilità  del passaporto la mail di mia moglie. Provate un po’ a indovinare su quale provider si trova la sua casella…

Jan 27th, 2023

Va bene l’opossum ma forse un po’ meglio si poteva fare

salvini_berlusconi_meloni_fg.jpgMentre scrivo il nostro paese si avvia a riportare al governo una coalizione di destra. L’ultima volta che la destra aveva chiaramente vinto le elezioni in passato non era andata benissimo. A tre anni dal trionfo elettorale del 2008 Berlusconi si era dimesso, commissariato per la crisi del debito, e il curatore fallimentare Monti era salito a Palazzo Chigi per rimettere ordine nei conti pubblici devastati dalla gestione scellerata del ministro Tremonti. Dopo di allora l’esplosione del M5S aveva un po’ sparigliato il campo bipolare e i governi che si sono succeduti sono stati governi sostenuti da forze politiche che non si erano presentati insieme agli elettori. Ora che il declino del M5S ridà  spazio al confronto bipolare la destra sembra prossima a ritornare al governo con una consistente maggioranza. Cosa ha propiziato questo successo annunciato? Difficile dirlo con chiarezza.
Non si può certo dire che il nostro sia un paese schiacchiato da un’eccessiva ridistribuzione della ricchezza. L’Italia è nelle prime posizioni nella classifica europea dei paesi in cui la ricchezza è peggio distribuita e gli stipendi dei top manager ormai sono più alti di quelli dei campioni di calcio. D’altra parte la destra che si appresta a vincere le elezioni non sembra la classica destra thatcheriana neoliberista, tutta liberalizzazioni e tagli alla spesa; al contrario è una destra che parla di nazionalizzazioni che fa cadere il governo per non toccare i privilegi dei tassisti e le concessioni balneari. In un paese in cui gli unici a prosperare sono proprio le categorie protette pare sorprendente che la maggioranza degli italiani voti per i loro padrini. E allora dove sta il segreto del successo di Meloni e dei suoi alleati? Sicuramente nel fatto che l’Italia è un paese conservatore per tradizione e adesso anche per tendenza anagrafica e che quindi è propenso a conservare anche quando conservare significa dare continuità  ad un lungo processo di declino come quello che l’Italia sta affrontando da trent’anni in qua. Però forse c’è anche un problema di comunicazione: i temi della coalizione sovranista sono chiari: meno poteri possibili all’Unione Europea, meno immigrazione possibile, meno diritti civili possibili alle minoranze etniche o di genere. Non sono cose che cambiano la vita in meglio a nessuno eppure sono messaggi chiari che può riconoscere anche il più distratto. Prendiamo il progetto-manifesto della coalizione sovranista, che è quello della Flat Tax. E’ un progetto che fa acqua da tutte le parti, per molti vorrebbe dire forse pagare più tasse e comunque vorrebbe dire sicuramente aumentare ancora il divario tra più ricchi e più poveri, già  abissale come detto sopra, questo solo per sorvolare le inevitabili ripercussioni su spesa pubblica e bilancio. Eppure la chiarezza del messaggio politico paga molto più dell’efficacia e della popolarità  che può riscuotere. Chi segue questo blog sa che non sono un patito del Movimento Cinque Stelle ma nella parabola di questo partito c’è un’importante lezione che possiamo trarre. Partire con obiettivi chiari e un progetto specifico, che sia la riduzione dei costi della politica o il reddito di cittadinanza, può portare molti consensi, anche a chi ha una scarsa presenza mediatica e anche se poi magari quei consensi si sgonfiano laddove quel progetto è raggiunto e non si riesce a proporne uno successivo altrettanto credibile. Al contrario, sull’altro principale fronte politico, il Partito Democratico è sembrato soprattutto impegnato a trovare alleati e alla fine questi alleati si sono concretizzati nel duo Sinistra Italia e Verdi, ma l’alleanza anti-fronte sovranista sembra appunto l’unica cosa che davvero li accomuni. Per il resto il PD e i suoi alleati sembrano essere poco sintonizzati su questioni come la collocazione internazionale e le liberalizzazioni e non sembrano nemmeno brandire come uno stendardo ciò che forse potrebbe unirli: i diritti civili, la sensibilità  al cambiamento climatico, il reddito minimo, temendo forse che parlarne troppo possa evidenziare ciò che anche su questi temi di fatto li divide (per esempio le strategie nel campo dell’energia). Forse per questo la campagna elettorale di Letta si è giocata più sull’agitare lo spettro dell’involuzione autoritaria che sui programmi. Non che l’involuzione autoritaria sia un rischio inventato: chi difende a spada tratta Orban non può entrare a Palazzo Chigi senza che brividi corrano sulla schiena di chi crede nella democrazia. Tuttavia questo funziona per una minoranza dell’elettorato, gli altri preferiscono avere un’idea di cosa si devono aspettare quando chi parla sarà  al governo, se farà  il reddito minimo, se rifarà  il superbonus, se eliminerà  il reddito di cittadinanza, eccetera. L’involuzione autoritaria ai più sembra qualcosa di meno consistente e realistico.
opossum_10cose.jpgDa tempo la stampa definisce “strategia dell’opossum” la tendenza di Letta e del PD, da lui guidato, a tenersi fuori dalle polemiche, a non assumere posizioni decise su nessun tema, a non esporsi, nella convinzione che in un contesto mediatico intento soprattutto a stroncare e ad attaccare, chi non si espone limiti i danni. Però in campagna elettorale questo forse funziona di meno, temo che in campagna elettorale gli elettori siano più propensi ad ascoltare la politica, a sentire proposte e programmi e forse sarebbe stato preferibile esporsi da quel punto di vista. Di questo basso profilo fa parte anche la silenziosa rinuncia alle primarie, una delle peculiarità  del PD più apprezzate dall’elettorato. Il tempo a disposizione era davvero poco e ci poteva pure stare, ma andava spiegato e comunicato, invece nell’elettorato è rimasta l’impressione che sperassero gli elettori se ne fossero dimenticati. Non diversamente è andata per quanto riguarda la costruzione dell’alleanza, condotta nel retroscena delle segreterie. Forse, anziché condurre una trattativa parallela con Calenda e con Fratoianni, per scoprire che l’uno non voleva saperne dell’altro, sarebbe stato meglio portare sul tavolo due o tre punti concreti (salario minimo, qualche misura concreta per combattere il cambiamento climatico, collocazione chiara in campo internazionale) e arruolare chi ci stava, lasciando al suo destino chi si tirava fuori, anziché prestarsi a conventio ad includendum o ad excludendum varie. E’ una mia impressione ma meglio cominciare a pensarci perché quando la coalizione sovranista dovrà prendere decisioni impopolari (e ne dovrà  prendere molte) andrà probabilmente in pezzi e il PD potrebbe avere una delle tante seconde opportunità che ad oggi non ha pressoché mai sfruttato.

Sep 25th, 2022

29 maggio

dalglishliverpoolfiori202122heysel460x340.jpgPrima dell’inizio della recente finale di Champions League, tra Liverpool e Real Madrid, alcuni rappresentanti della squadra inglese, tra cui la stella degli anni ’70 Kenny Dalglish, hanno reso omaggio alle vittime dell’Heysel. Però, purtroppo, il seguito della serata ha riportato alla mente gli assurdi eventi di 37 anni fa, proiettandoci indietro di decenni nella lotta contro la violenza negli stadi. E’ andata molto peggio a Tirana nella recente finale di Conference League dove i tifosi delle due squadre si sono resi responsabili di violenze che hanno portato a 72 arresti. Perfino nell’ultima giornata di Serie A ci sono state esplosioni di violenza a La Spezia e perfino a Reggio Emilia, durante i festeggiamenti per lo scudetto del Milan. Quest’ultimo episodio, per quanto minimale perché limitatosi a qualche schiaffone qua e là , mi pare in realtà  più significativo degli altri per la sua dinamica. Pare infatti che solo gli ultrà  milanisti “autorizzati” avessero diritto all’invasione di campo festosa, a partita finita, e quelli che, infischiandosene o non conoscendo questa regola, hanno lo stesso superato le transenne sono stati malmenati. Possiamo inventarci schedature e DASPO, ogni genere di controlli ai tornelli e tutto il resto, ma fintanto che ci sarà  un gruppo di persone, che nella vita di tutti i giorni sono solo dei delinquentelli comuni, ma dentro o attorno lo stadio assumono chissà  perché un ruolo di comando, ci saranno esplosioni di violenza. Ogni contesto in cui si deleghi a chi non è titolato a farlo l’esercizio del potere, diventa un contesto violento. E’ in questo substrato di piccola illegalità  e sopraffazione che germina il seme che produce lo scontro, la violenza, a sua volta pronta a diventare assassina e in questo substrato va combattutta la battaglia, esercitando un maggiore controllo delle istituzioni, una chiara regolamentazione dei rapporti che le società  di calcio possono avere con questi gruppi ed una responsabilizzazione dei gruppi stessi. Non ho ricette magiche per combattere la violenza degli stadi ma ho l’impressione che è da qui che si può iniziare a sradicare ciò che porta poi a tragedie, come quella di 37 anni fa che, anche quest’anno, vorrei qui ricordare.

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là  della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già  strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età : apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
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Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità  di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là  anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà  intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là , libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà  se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà . Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques Franà§ois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

May 29th, 2022

La guerra è brutta, d’accordo, ma quindi che fare?

volto-della-guerra.pngDurante il concerto del primo maggio Valerio Lundini e il gruppo VazzaNikki hanno intonato dal palco una canzone curiosa dal titolo “La guerra è brutta”, curiosa perché prendeva in giro la retorica pacifista, che è una cosa piuttosto rara, soprattutto su un palco simile. Suona strano che sia successo ed è stato talmente strano che in pochi hanno capito che si trattava di una presa in giro, di una presa d’atto di quanto vuote e velleitarie spesso sono le parole, gli slogan, i refrain che risuonano in simili manifestazioni a proposito di pace e guerra. E in effetti spesso, non solo nelle manifestazioni pacifiste, ma anche nel dibattito pubblico, si parla di guerra come se fosse un cancro che nasce chissà  dove, come se agire contro la guerra fosse come trovare il farmaco che ne impedisce la diffusione (suggerisco la lettura di un interessante articolo apparso su Valigia Blu sul tema). Anche quando si raccontano conflitti come i tanti che qua e là  si concretizzano nel mondo li si presenta spesso come esplosioni di violenza nate chissà  dove. Si riesce con difficoltà  ad uscire da una dimensione puramente etica (“La guerra è brutta”, “La guerra è sbagliata”, “Dobbiamo volere tutti la pace”, ecc). In realtà  la guerra non è un cancro, non è un virus che si diffonde, di cui ancora non abbiamo trovato il vaccino, è semplicemente la più grande e organizzata forma di violenza e, come succede all’interno delle nostre società , la violenza è sempre pronta ad esplodere nelle forme più imprevedibili. Uno dei grandi interrogativi della guerra in Ucraina è appunto perché sia nata proprio oggi. C’è chi sostiene che sia stata causata dall’espansione della NATO ad oriente, ma si dimentica che negli ultimi 13 anni è entrato nella NATO solo il Montenegro e non credo possa essere stato un elemento decisivo. Altri sostengono che invece Putin ha cercato, come tanti dittatori, di rinsaldare la sua posizione di potere magari messa in pericolo anche delle sue presunte precarie condizioni di salute. Altri ancora vedono nella prospettiva di declino della domanda di combustibili fossili, dovuto al cambiamento climatico, la ragione dell’avventurismo di Putin. Quello che è certo è che la guerra nasce per la decisione di qualcuno, che è la conseguenza di un insieme complesso di fattori che nessuno può controllare e non serve a molto parlare di pace, sventolare la bandiere iridate, fintanto che nel mondo c’è qualcuno che delle nostre parole e delle nostre bandiere se ne infischia, pensa alla guerra come ad un modo per risollevare le proprie fortune e ha potere e risorse economiche per farla. E allora dobbiamo provare a sganciarci dalla logica delle nostre società  moderne e progressiste dove una bandiera o un discorso contano (o almeno siamo convinti che contino) e a pensare con la mente di un dittatore che controlla pienamente l’opinione pubblica del proprio paese (e se qualcuno è fuori controllo finisce in galera). Cosa può indurre un personaggio simile a non fare una guerra? Le manifestazioni? Le bandiere? Il dissenso? Credo proprio di no, L’unica cosa che può dissuaderlo è il concreto rischio di perderla, militarmente o in altro modo. Per questo è importante, vitale, per il nostro mondo, così come lo conosciamo, che ci mettiamo nella situazione in cui un dittatore che voglia fare la guerra, così come accadde a Hitler e Mussolini, abbia buone probabilità  di perderla. Non abbiamo certezze sulla lucidità  di pensiero di un dittatore e non possiamo escludere che una guerra alla fine la faccia lo stesso, prigioniero della propria illusione di onnipotenza, ma non riesco a non pensare che se Putin non avesse previsto divisioni, incertezze, debolezze nella risposta dell’occidente alla sua guerra (che in parte si sono verificate), avrebbe probabilmente desistito dal suo proposito e uomini, donne e bambini morti in Ucraina in queste settimane, sarebbero ancora vivi e in buona salute.
peace-sign.jpgAd oggi l’unico modo però per dissuadere un dittatore (o chiunque altro) dall’iniziare una guerra è appunto comporre una risposta solida della comunità  internazionale. Ma quali certezze possiamo avere circa la solidità  della risposta, se l’unica istituzione che possa comporre questa risposta è l’ONU paralizzata dal diritto di veto? Se quindi vogliamo ragionare seriamente su come prevenire nel futuro una guerra dobbiamo capire che è fondamentale metterci nella condizione di poter reagire in modo forte e unitario, come Italia, come Europa, come Mondo, ad ogni violazione del diritto internazionale (naturalmente non solo a quelle di dittatori sanguinari ma anche di democraticissimi governi o presidenti). Per farlo serve qualcosa che assomigli ad una democrazia sovranazionale (che non è lo strapotere degli Stati Uniti per chiarirci) che si dia delle regole comuni da applicare sia agli altri che a sé stessi, che abbia una forza di deterrenza tale da poter mettere nelle condizioni di non nuocere chi abbia intenzione di farlo, serve un meccanismo di intervento che riceva la più ampia legittimazione e che sia in grado di prevenire i conflitti o comunque farli cessare e serve ovviamente la progressiva riduzione degli arsenali nucleari. In questi giorni l’Unione Europea ha avviato la procedura di revisione dei trattati che dovrà  portare a superare alcuni dei limiti nel processo decisionale delle sue istituzioni (in particolare l’unaminismo), in modo da assomigliare di più ad una democrazia. E’ un passettino, di fronte ad una lunghissima marcia che il mondo deve fare per essere un luogo in cui cose come Bucha non accadono più, ma mi dà  un briciolo di speranza che qualcuno abbia capito che questa è la direzione. E’ un cammino lunghissimo di cui nessuno di noi forse vedrà  la fine, ma se perdessimo un po’ meno tempo a sbandierare il nostro vessillo di atlantisti o anti-americani e lo usassimo per immaginare il mondo del futuro vedremmo che solo alla fine di questo cammino c’è un mondo in cui guerre e conflitti possano diventare solo un brutto ricordo del passato.

May 25th, 2022

Quello che ho capito sul Covid e quello che ho capito dal Covid

coronavirus_social.jpgIl Covid è entrato nelle nostre vite in tanti modi, nelle mascherine, nel modo di salutarci, in tutti i meccanismi prossemici che regolano le nostre interazioni, ma la conversazione è uno di quelli che il Covid ha cambiato in modo più radicale. E’ impressionante la frequenza con il Covid viene trattato in tutte le nostre conversazioni, faccia a faccia o virtuali, orali o scritte. Considerando lo spropositato numero di volte che mi sono trovato a sostenere gli stessi argomenti con persone diverse ho voluto creare questa sorta di FAQ personale che raggruppi tutte le mie considerazioni sul Covid. Le risposte alle domande più diffuse che ho messo insieme facendo collage dalle nozioni apprese in due anni di letture informate sui fatti, ma anche alcune considerazioni personali sugli aspetti sociologicamente più difficili da spiegarsi del Covid.

Il Covid è stato sopravvalutato? Ho volutamente escluso la domanda se il Covid esiste perché il complottismo sulla non esistenza del Covid lo considero tranquillamente relegabile in un campo patologico nel quale non vorrei addentrarmi. Legittimo invece è chiedersi invece se il Covid è stato sopravvalutato. Molti sono convinti che un gran numero di persone classificate come morti per Covid siano in realtà  morti per altre patologie pregresse. Un argomento convincente sul tema è quello della mortalità , ovvero il fatto che la mortalità  in Italia e negli altri paesi ha subito picchi incrementali, rispetto all’andamento storico, in coincidenza con i vari picchi di diffusione del Covid. Qui potete trovare un buon articolo sul tema.
Quindi sì, il Covid è stata una pandemia terribile e lo è ancora e i numeri sono più errati per difetto che per eccesso, visto che si porta via centinaia di persone solo in Italia ogni giorno. Ci sono molte altre morti per malattie, certo, ma non sono paragonabili al Covid, anche se lo fossero numericamente, perché il fatto che ci sia modo di combattere il Covid evitando il contagio crea un conflitto interno a noi stessi, tra il nostro bisogno di socialità  e di libertà  ed il nostro senso di colpa a causa dei rischi che la socialità  e la libertà  oggettivamente comportano. Ho l’impressione che ciò abbia reso così divisivo il Covid ma ne riparlerò più avanti.

Era meglio investire quanto è stato investito per creare il vaccino per curare più efficacemente il Covid? Investire in un medicinale non dà  garanzie di trovare la cura valida in tutti i casi. In più, come per altre infezioni virali, ciò che nella maggior parte delle persone è curabile in altre è fatale. Sicuramente invece il raggiungimento della cosiddetta “immunità  di gruppo” avrebbe tutelato le persone con sistema immunitario poco resistente e permesso loro di affrontare con maggiore serenità  la propria esistenza. Mi pare fosse ed è tuttora un obiettivo francamente più che sostenibile e non barattabile con un più efficace trattamento farmacologico.

Il vaccino è pericoloso? Iniettarsi in corpo qualcosa, fosse anche acqua fresca, è sempre un’operazione pericolosa. Tuttavia i dati ufficiali e certificati ci dicono che i casi di effetti collaterali sono numericamente minimi e ampiamente inferiori ai rischi di contrarre in forma grave il Covid, quindi il problema è semplicemente di rischi contro benefici, esattamente come per molti altri gesti che compiamo ogni giorno. Un dato che mi ha piuttosto impressionato è quello che spiega che tra dicembre e febbraio tra i non vaccinati abbiamo avuto circa 1 decesso ogni mille abitanti maggiori di 12 anni (vedete qui e qui). Se proiettiamo questo dato sulla popolazione italiana intera vuol dire che dei 54 milioni di italiani che hanno più di 12 anni, se non ci fossero stati i vaccini, sarebbero morte più di 50mila persone al mese, mentre ne sono morte circa 10mila. Quelle 40mila vite salvate non possono lasciarci indifferenti.
Ci dobbiamo fidare dei dati ufficiali? Direi di sì. Quei dati non sono scritti da quattro burocrati in una stanzetta, ma sono costruiti da migliaia di ricercatori che in tutto il mondo studiano l’andamento della campagna vaccinale. Difficile pensare che ognuno di essi si volti dall’altra parte, mentre gli unici che hanno scoperto la verità  siano pochi eletti che, tra l’altro, in genere fanno altri mestieri e della cui competenza mi permetto di fidarmi molto meno.

Sì, ma se fossi proprio tu lo sfortunato a subire gli effetti collaterali del vaccino? Innanzitutto va valutato il rischio comparato a quello conseguente al Covid. Ad esempio il rischio di miocardite da vaccino è valutato in 2,7 casi su 100 mila per i vaccinati, il rischio aumenta a 10 casi su 100 mila per chi contrae il Covid.  Quindi riterrei comunque di aver ridotto il mio rischio.
In ogni caso, ogni volta che mi metto in auto, ho circa una probabilità  su 100mila di rimanere ferito o morto in un incidente. Valuto che il rischio è accettabile e metto in moto. Se poi davvero rimango ferito in un incidente d’auto ne concluderò di essere stato sfortunato, non mi metterò a imprecare contro quelli che “Non ce lo dicono” a parlare di genocidio o altro. Né tantomeno, se decido di non usare l’auto, pretendo di poter accedere gratuitamente ai mezzi pubblici.

E’ stato giusto introdurre il greenpass? Il greenpass è, in sé, la certificazione del fatto che il titolare ha fatto quanto suggerito dal servizio sanitario per minimizzare il proprio rischio di contrarre e quindi diffondere il virus, più o meno come la patente di guida (o altro tipo di licenza) è ciò che dovrebbe dimostrare che siamo in grado di guidare (o svolgere altri compiti), nel rispetto delle regole e delle misure di sicurezza e quindi minimizzando i rischi per sé e gli altri. Non essendo nulla di diverso da altre certificazioni sostenere che sia una schedatura o una ghettizazione è un punto di vista ma che può essere esteso ad innumerevoli altre modalità  di certificazione già  presenti.

E’ giusto che si siano introdotte limitazioni per chi non ha il greenpass? Io non amo nessuna limitazione alla libertà  personale, compreso quella che rende agli accaniti fumatori sostanzialmente impossibile prendere aerei a lunga percorrenza. Si dà  il caso però che ogni volta che il legislatore interviene su simili temi si trova a dover definire una priorità  tra diritti contrapposti, alcuni dei quali fondamentali, quindi anche questo non è nulla di nuovo. Sul fatto che il diritto alla salute venga prima del diritto alla cultura e quindi che ai non dotati di greenpass sia stato vietato l’accesso a cinema e musei personalmente ho pochi dubbi (nel rispetto sempre della soggettività  della scelta). Ho più dubbi sul fatto che sia stato legittimo impedire a chi è privo di Greenpass l’accesso al proprio posto di lavoro però, di nuovo, se provo a confrontarmi con quella che è l’attuale legislazione italiana e dei principali paesi europei, mi risulta evidente che la prevalenza del diritto alla salute sul diritto al lavoro è già  un fatto assodato. Se infatti la legislazione vieta qualunque deliberata azione tendente a nuocere alla salute altrui, qualunque ne sia la ragione se non un pericolo evidente per la propria vita, non vieta un’azienda di privare deliberatamente un lavoratore della sua occupazione e l’Italia è già  uno dei paesi che più tutelano il diritto al lavoro, quindi, anche in questo caso, chi voglia stabilire una priorità  diversa tra diritto al lavoro e altri diritti farebbe bene a cominciare da provvedimenti non emergenziali.

Ma perché non concedere il Greenpass anche a chi ha fatto di recente un tampone?
Nelle statistiche, e anche nella mia esperienza personale, il tasso di errore di un tampone rapido è molto alto (si parla del 30-50%) e, anche se non fosse, un tampone non ci dice nulla su cosa è successo dopo che il tampone stesso è stato effettuato. Un non vaccinato che abbia fatto un tampone con esito negativo nelle ultime 48 ore può quindi benissimo avere il Covid o perché l’esito è in realtà  un falso negativo o perché lo ha contratto dopo l’esecuzione del tampone. Un rapido calcolo porta a dire che, assumendo un efficacia del vaccino contro il contagio del 90%, è più probabile che abbia il Covid un non vaccinato con un tampone rapido negativo nelle ultime 48 ore che un vaccinato. Per carità , poi è arrivato Omicron a scompigliare un po’ i conti, ma non stiamo parlando di decisioni prive di senso come molti le hanno raffigurate in questi mesi.

novax-cartoon.jpgPerché, a partire dal negazionismo del Covid fino al novaxismo, tutto ciò è diventato così “divisivo” nelle nostre conversazioni quotidiane?
Immagino che molti, come me, si siano accorti, fin dai primi tempi della pandemia, che c’era qualcosa di strano nel modo in cui alcune persone, anche persone che conoscevamo da anni, si ponevano nei confronti del tema. Abbiamo scoperto in molti, con sorpresa, la diffusione dei primi negazionisti (“Il Covid è un’invenzione”), i primi nomask, poi i novax per finire con i nogreenpass, tutti accomunati spesso da un’agressività  dialettica insospettata. Perché tutto ciò? Alcuni degli argomenti portati potevano essere anche plausibili ma spesso, discutendo di Covid, ho avuto l’impressione di trovarmi più di fronte a persone che si sforzavano solo di portare argomenti che avvalorassero una propria convinzione profonda che a persone che si sforzavano di costruirsi un’opinione sull’argomento. Se questo atteggiamento è normale su temi che hanno forte caratterizzazione identitaria: appartenenza religiosa, politica perfino sportiva, sembra più sorprendente che si manifestino in ambiti come le misure sanitarie, in cui sembra più importante la ricerca di ciò che è vero e falso rispetto alla difesa delle nostre convinzioni profonde. Eppure pare proprio che il problema non sia l’ambito, ciò che è in gioco, ma la visibilità  della diversità  che inseguiamo assumendo una posizione “contro”, sembra essere l’esposizione mediatica di un argomento a renderci così desiderosi di assumere una posizione “contro”. Nei miei vent’anni sono stato uno di quei giovani a cui piaceva mostrarsi interessato a gruppi musicali alternativi, a cinematografie d’essai, a cose che alla maggioranza delle persone non interessavano. Di sicuro in questa mia tendenza anticonformista c’era una componente identitaria, un bisogno di alimentare la mia autostima presentandomi come qualcuno che sapeva andare oltre la massa. Poi ho capito che non c’è nulla di male ad ascoltare musica commerciale e a vedere blockbuster, almeno quando non è l’assenza di conoscenza di ciò che è alternativo che ti spinge ad apprezzare il mainstream. E’ probabile che però questo non valga per tutti e che ci siano persone che anche in età  più mature possano sentirsi realizzate nel sostenere opinioni “fuori dal coro”, a rischio che siano semplicemente opinioni errate. Il problema è che tale opinioni, quando si applicano a gusti artistici o culturali possono essere considerati sufficientemente inoffensive ma che, in casi come il Covid, diventano un bastone tra le ruote di una comunità  che sta cercando di combattere una pandemia. Non possiamo fare molto contro il rischio che una persona incorra in questo problema, di certo possiamo provare a costruire una società  dell’informazione nella quale un’etica della comunicazione più sviluppata limiti lo spazio di azione di chi assecondi costoro, alimentando con notizie false o tendenziose le loro aspettative.

Apr 16th, 2022

La maturità  su un campo da calcio

zaniolo-mourinho-abisso-roma-genoa-768x432.jpgHo sentito con qualche giorno di ritardo quanto l’allenatore della Roma Mourinho ha dichiarato alla conclusione di Roma-Genoa all’indirizzo dell’arbitro Abisso, accusandolo di “immaturità ” per avere espulso il giocatore Zaniolo che lo aveva inseguito rivolgendogli tre volte la frase “Che caxxo fischi, arbitro?” (lo trovate qui a partire dal minuto 7). L’uso dell’espressione “maturità ” è stato ciò che mi ha più colpito delle dichiarazioni di Mourinho. Sarà  forse perché ai primi posti della classifica delle cose che mi hanno più aiutato, in vita mia, a maturare, è stata proprio l’esperienza che ho fatto nel ruolo di arbitro. Forse la visuale che si ha del calcio quando lo si vede dal punto di vista di chi gioca può indurre a sottostimare questo aspetto, ma vi assicuro che aiuta molto a maturare dover tenere a bada per un’ora e mezza da solo ventidue ragazzotti in perfetta forma fisica e con quoziente intellettivo medio piuttosto basso che non hanno poi tutte queste buone ragioni di non spaccarti la faccia se decidi quello che loro non vogliono. Anche a me è capitato tante volte di essere rincorso da ragazzotti con la stessa muscolatura e lo stesso sguardo arrogante di Zaniolo che mi urlavano “Che caxxo fischi” e il mio sguardo fermo e i maledetti cartellini che avevo in tasca erano le uniche due cose che mi facevano sperare non mi avrebbero tirato un cazzotto. Probabilmente anche ad Abisso è capitato quello che è capitato a me quando arbitrava sui campi di provincia e come me ha imparato ad usare e a dosare le due armi che ha a disposizione. Magari si aspettava però, arrivato in serie A e trovandosi di fronte a superprofessionisti che aspirano a diventare dei modelli per milioni di persone che seguono il calcio, di essersi lasciato queste situazioni alle spalle. E invece no, e invece, ecco che, proprio come nei campetti fangosi di periferia, anche negli stadi di Serie A Abisso si è trovato di fronte agli stessi isterismi, alla stessa arroganza e ha fatto quello che ha imparato a fare ed è giusto fare, perché il regolamento è lo stesso ed è giusto sia lo stesso dalla Terza Categoria alla Serie A.
capri-proteste-arbitro.jpgQuando penso all’immaturità  penso a professionisti milionari che reagiscono alle decisioni dell’arbitro come bambini a cui hanno sottratto un giocattolo, penso ad altri professionisti altrettanto milionari, con l’aggravante di avere pure i capelli bianchi, che difendono i primi con la stessa protervia con cui i genitori, convocati perché il figlio è stato sospeso per aver insultato un insegnante, dichiarano: “Eh, beh? Non ha mica dato fuoco alla scuola”. Trovo invece molto maturo quello che la controparte arbitrale fa, ovvero tirare dritto per la propria strada, senza degnare di replica gli uni e gli altri.

Feb 14th, 2022

Calcio contro arbitri: perché il VAR ha peggiorato le cose

Negli anni precedenti all’introduzione del Var, quando ci si divideva tra favorevoli e contrari, chi scrive si è sempre dichiarato entusiasta della sua introduzione perché, da appassionato di calcio e ex-arbitro, ero ben contento che gli errori evidenti fossero banditi dal calcio. A nessuno credo piaccia che una finale di Coppa del Mondo sia decisa da un errore arbitrale e che magari l’arbitro sia l’unico tra milioni di persone che seguono l’evento a non essersene accorto e che il meritato successo sul campo sia oscurato da una simile ombra. Sono però sempre rimasto molto scettico sul fatto che il Var avrebbe migliorato il rapporto del mondo del calcio con gli arbitri e questo perché il cattivo rapporto è strutturale al modo di concepire il calcio dell’ambiente calcistico (sia quello interno alle società  che quello del tifo) che alimenta la sua narrazione autocelebrativa attribuendo a sé le vittorie e all’arbitro, quando può, le sconfitte, quindi pensavo che l’introduzione del VAR avrebbe solo spostato avanti il livello di intolleranza verso gli errori arbitrali o presunti tali, trasformando in errori fatali quelli che una volta erano solo valutazioni discutibili. Quello che non avevo previsto è che il rapporto tra mondo del calcio e arbitri sarebbe addirittura peggiorato, perché non esiste più la giustificazione “Non l’ha visto”. Il tifoso ha una sua visione distorta e non riesce a concepire che le stesse immagini che per lui dicono una cosa chiara per l’arbitro, non affetto dalla stessa visione parziale, ne dicano una diversa. La VAR, mettendo l’arbitro nelle stesse condizioni di giudizio del tifoso a casa sul divano, ha reso evidente questa dissonanza che però i tifosi non accettano e che attribuiscono a scarsa capacità  di giudizio da parte dell’arbitro, non più giustificata, come in passato, dalla scarsità  di mezzi a disposizione.
Fuori da questo meccanismo psicologico e dall’immancabile “Ah, che belli i miei tempi!”, io trovo che l’attuale classe arbitrale abbia un livello medio molto alto. Se penso ai tempi in cui il miglior arbitro italiano era considerato un arbitro inguardabile come Lanese o più indietro quando i due migliori arbitri italiani erano Casarin e Agnolin che interpretavano la partita in modo completamente diverso, come fossero due sport diversi, trovo che siano stati fatti passi avanti enormi, a prescindere dal VAR.

Feb 9th, 2022

Il ripasso di storia che servirebbe forse ad Andrea Agnelli

giampiero_boniperti_-_juventus_football_club.jpgEra il 1969, la Juventus veniva da un decennio di subalternità  alle milanesi, seguìto all’addio al calcio di Giampiero Boniperti e all’addio alla Juventus di Omar Sivori, ed interrotto dal solo scudetto del 1967, l’unico scudetto bianconero del dopoguerra rimasto isolato e che sembrò più un regalo del destino e di un’Inter distratta dalla Coppa dei Campioni che il segno di una ritrovata grandezza. In quegli anni, mentre le milanesi mietevano successi in Europa e nel mondo, la Juve si doveva accontentare di una finale di Coppa delle Fiere persa a Torino contro il Ferencvaros, stregata come sarebbe stata la gran parte della storia delle finali europee di Madama. Dal punto di vista societario, la Juventus aveva sempre, fino ad allora, seguìto il modello patronale, diffuso in Italia non solo nel calcio e ancora ben presente nel calcio attuale, per il quale le decisioni importanti le prende chi ci mette i soldi. Negli anni, alla conduzione della società , si erano alternati i rampolli di casa Agnelli (Giovanni e Umberto) e figure vicine alla famiglia ma non al calcio (Piero Dusio e Vittore Catella). In quel 1969 l’ingresso al vertice della società  di Giampiero Boniperti, l’uomo simbolo ancora oggi della Juventus, fu una novità , sia nel ruolo di amministratore delegato che in quello successivo di presidente. E fu una novità  che ebbe un impatto devastante. Solo tre anni dopo la Juventus sarebbe tornata al vertice del calcio italiano, con il primo di una sequenza di nove scudetti in quattordici anni che è stata al momento solo eguagliata dalla Juventus attuale dei nove scudetti consecutivi. E da quel vertice la Juventus si sarebbe allontanata solo sporadicamente nei cinquant’anni successivi dando quasi sempre continuità  ad una linea societaria nella quale la proprietà  metteva i soldi ma li amministravano persone interne al mondo del calcio che di calcio capivano. L’unica incursione della proprietà  nella Juventus fu la breve ed ingloriosa stagione di Luca Montezemolo iniziata e finita all’inizio degli anni ’90. E così, mentre altre proprietà  più desiderose di manovrare il proprio giocattolo, buttavano nel calcio fiumi di soldi per seguire la propria pancia, come un frequentatore compulsivo del Casinò, la Juventus si affidava invece alla competenza, mietendo successi su successi.
Questa separazione tra società  e proprietà  ha fatto per tutti questi decenni la differenza, segnando un gap incolmabile (o colmabile al prezzo di investimenti economici insostenibili nel medio-lungo periodo) con le altre realtà  del nostro calcio, troppo legate alle isterie dei propri presidenti, convinti di capirci di calcio per aver scaldato i sedili della tribuna d’onore e al massimo aver tirato quattro calci all’oratorio in gioventù. Anche la rinascita del 2010 avvenne così, affidando la società  ad un personaggio come Marotta che vive nel calcio fin da ragazzo e che lo conosce come pochi.
Quando però nel 2018 c’è stata la rottura tra la Juve e Marotta una discontinuità  in questa linea si è creata. La scarsa personalità  della dirigenza juventina nel post-Marotta ha lasciato spazio al Presidente Andrea Agnelli che ha dato l’impressione di prendere la scena e di trasformarsi nel presidente-padrone di cui sopra con risultati (negativi) che non hanno tardato a manifestarsi.
L’affare Ronaldo nella sua interezza è sembrata la classica scelta di chi il calcio non lo conosce e che pensa che un fuoriclasse possa cambiare da solo una squadra. Le Juventus che furono campioni d’Europa e del Mondo nel passato, con Platini nel 1985 e Del Piero nel 1996, erano squadroni, non un insieme di comprimari del leader. E’ vero, c’è stata la pandemia e i mancati benefici sul marketing che la società  si attendeva potrebbero avere a che fare con questo, però è chiaro che i 150 milioni di perdite che l’affare Ronaldo ha determinato nel suo insieme non si possono solo addebitare al Covid e d’altra parte pagare un giocatore quasi quattro volte tanto rispetto al più pregiato dei suoi compagni è qualcosa di non compatibile con lo spirito di uno sport di squadra. Le difficoltà  nella gestione della squadra e dello spogliatoio e la presenza dell’asso portoghese ingombrante per chi voleva costuire un nuovo ciclo sono altri elementi che probabilmente non sono stati valutati. E’ vero che quando CR7 è sbarcato alla Juventus l’amministratore delegato era Marotta, ma il dirigente varesino era ai titoli di coda e sembra chiaro, da quanto è venuto dopo, che la decisione non sia stata sua ma di chi è rimasto oltre.
pirlo-allegri-sarri.jpgSe sbagliare un business case è però comprensile, la gestione del ruolo di allenatore sembra essere l’ambito in cui la società  ha mostrato maggiormente la sua incertezza e debolezza. Quando nel 2019 la collaborazione con Massimiliano Allegri si interruppe, la linea appariva chiara: Allegri aveva tenuto saldo il timone della Juventus nel post-Conte, aveva dato continuità  alla supremazia della Juve in Italia ed era perfino riuscito ad andare vicino due volte alla conquista della Champions, però aveva una concezione di calcio utilitaristica e storicamente superata, lontana da quanto si faceva in Europa e le sberle prese dall’Ajax, nella primavera del 2019, dopo aver miracolosamente superato l’Atletico Madrid, sembravano testimoniarlo. Già  allora parve però strano che al posto del tecnico livornese arrivasse Sarri, personaggio con un passato di polemiche con la Juventus e il cui locus of control esterno sembrava poco sintonizzato sulle lunghezze d’onda bianconere, ma se la decisione di prenderlo sembrò poco comprensibile, apparve ancor meno fondata la decisione di allontanarlo dopo un anno magari non esaltante, ma che aveva pur portato in bacheca il nono scudetto consecutivo. La scelta di prendere, a quel punto, un tecnico come Pirlo, che non aveva mai allenato prima, a nessun livello, sembrava quasi follìa, specie per un organico che un vecchio volpone come Sarri aveva faticato a tenere insieme. Tuttavia alla fine, considerando l’azzardo di avere fatto fare esperienza a Pirlo allenando la Juventus, una Coppa Italia e una Supercoppa avrebbero potuto essere traguardi sufficienti per una conferma, ma a questo punto la società  faceva quello che meno era ragionevole aspettarsi, non solo allontanava Pirlo ma si riprendeva Allegri, come a dire: “Scusate, abbiamo sbagliato tutto e ingaggiato inutilmente due allenatori, spendendo fior di quattrini per niente, ma in realtà  andava bene Allegri”. Non è un caso che l’ambiente sia rimasto quantomeno perplesso dalla scelta, specie in quanto accompagnata da un contratto principesco, che forse poteva essere semmai riservato ad un potenziamento dell’organico. I risultati erano prevedibili e sono quelli che vediamo: una squadra che naviga molto lontano dai primi posti, un calcio noioso e sterile, un ambiente piuttosto sconcertato. Lo sconcerto è certamente legato ad una scelta infelice, un allenatore che non ha mai nascosto di non gradire il calcio aggressivo e spettacolare che si gioca in Europa e a cui la Juve si deve adeguare se vuole vincere fuori dai confini nazionali (e forse ormai anche in Italia). Lo sconcerto maggiore è però nella percezione che la società  non abbia capito che se la Juve vuole rilanciarsi deve affidarsi ad un progetto chiaro ed a lungo termine e non ad una sequenza di balbettii e mosse contradditorie, di cui l’ingaggio di Allegri è solo l’ultimo atto. Anche qui la storia della Juventus, una storia di pochi avvicendamenti sulla panchina e di allenatori che hanno avuto il tempo di dare continuità  al proprio progetto, sembra essere stata dimenticata.
andrea_agnelli_2017.jpgHo lasciato per ultima la questione della Supercoppa perché qui c’è poco da argomentare. La sovraesposizione che Agnelli ha scelto di avere in questa vicenda, porta ad escludere che in questa triste storia ci sia lo zampino di altri dirigenti juventini che non siano lui. Ancora oggi stento a pensare che qualcuno potesse immaginare che lo strappo proposto, con i tempi e con le modalità  scelte, potesse andar a segno. Il calcio è uno sport che ha un radicamento sociale troppo forte per poter strappare dal mattino alla sera società  come Juventus, Inter o Milan dalla loro storia e trasferirle in una Superlega in cui giochino tra di loro per tutto l’anno facendo a meno di 120 anni più o meno di tradizione; e questo non è un segreto, è una verità  alla portata di tutti. Chi non lo ha capito dovrebbe fare una riflessione profonda su quanto accaduto e di quale capacità  manageriali è dotato.
Detto tutto ciò, e confermata l’impressione che la poca conoscenza del calcio sia alla base del declino della Juventus, ciò che mi sentirei di consigliare ad Andrea Agnelli è di ripensare a quello che suo padre e suo zio avevano imparato a fare, ovvero a cercare qualcuno che di calcio ci capisse davvero, il migliore possibilmente, e chiamarlo a dirigere la società . Lo faccia, ricordandosi di Boniperti, di Allodi, di Marotta, anche di Moggi (con tutto quello che se ne può dire di male) e rendendosi conto che quello che Andrea, di suo, può dare alla Juventus non è la competenza calcistica o le sue doti manageriali, ma è il suo cognome e quello che ne consegue per la solidità  delle prospettive future della società  (e non è assolutamente poco).

Nov 26th, 2021
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