Lo spaccone e la Signora

Correva l’estate dell’anno 2014. La Juve guidata da Antonio Conte era reduce da un campionato forse irripetibile con 102 punti (33 vittorie su 38 partite), sporcato da una eliminazione ai gironi di Champions nel convulso finale di una surreale partita giocata a mezzogiorno del giovedì in uno stadio di Istanbul innevato e da una Europa League sfumata in una semifinale con il Benfica giocata allo Stadium sotto un nubifragio. Improvvisamente il ritiro estivo veniva sconvolto dalle inattese dimissioni di Conte, motivate apparentemente da dissidi circa il mercato della Juve. Tra lo sconcerto diffuso al posto di Conte la Juventus richiamava Massimiliano Allegri, allenatore che, alla guida del Milan, aveva conteso due anni prima il primo scudetto della lunga sequenza che la Juve inanellò tra il 2011 e il 2020. Era una scelta curiosa, visto che la filosofia di Allegri era completamente diversa da quella di Conte e la conseguente virata dell’indirizzo tecnico della squadra poteva sembrare troppo audace. Il seguito però furono cinque anni di trionfi, certamente motivati anche da un organico fortissimo, rinforzato senza badare a spese ad ogni estate da quanto di meglio offriva il mercato, come Higuain, Pjanic, perfino Cristiano Ronaldo. Nonostante i trionfi, non è che Allegri facesse scaldare i cuori dei suoi sostenitori, un po’ perché che pareva sempre che i successi arrivassero per il rotto della cuffia, rischiando il minimo indispensabile, un po’ per il carattere di Allegri, istrionico, fuori dalle righe, sempre graffiante e aggressivo nella comunicazione, non proprio adatto ad un pubblico sabaudo come quello juventino. E tuttavia per un po’ i successi avevano fatto mettere da parte i dubbi. Fu però dopo la deludente Champions del 2019, caratterizzata agli ottavi da una qualificazione miracolosa e ai quarti da un’eliminazione piuttosto rovinosa contro l’Ajax (tutto ciò nonostante 5 gol in 4 partite di CR7) che si arrivò all’annuncio dell’addio di Allegri, che la tifoseria, anche quella meno ostile ad Allegri, accolse con rassegnazione, come se fosse scontato che, dopo averle tentate tutte per rinforzare la squadra, si cercasse di puntare su un allenatore più coraggioso di Allegri per tentare la scalata all’Europa. Era un addio strano, in una conferenza stampa in cui Allegri e Agnelli sembravano due vecchi amici che si scambiavano confidenze e complimenti. I retroscenisti raccontarono di una scelta della direzione tecnica apertamente osteggiata da Agnelli che sfociò nell’altrettanto strano ingaggio di Sarri, uomo che aveva costruito il suo personaggio a Napoli come anti-Juve per eccellenza e che improvvisamente della Juve diventava la guida. Sarri, come poi Pirlo, diventò la vittima designata delle lotte tra Agnelli e i suoi collaboratori, e nonostante la vittoria di uno scudetto, una Coppa Italia e una Supercoppa, sia Sarri prima che Pirlo poi dovettero fare le valigie a fine anno.
Come a voler finalmente raccogliere l’alloro del proprio trionfo personale sul resto della dirigenza, nell’estate del 2021 Agnelli riaccolse alla Juventus Allegri con una scelta sbagliata da tutti i punti di vista possibili (e l’avevo pure scritto): quello tecnico perché portatore di un calcio magari ancora efficace ma poco popolare nel mondo di oggi, quello relazionale visto che già nella precedente gestione aveva mostrato poca predisposizione a gestire i giocatori con molta personalità (vedi Bonucci e Dani Alves), quello ambientale visto che non era comunque adorato dal pubblico, quello economico visto che gli veniva concesso un contratto principesco a fronte di un bilancio finanziario ancora incerottato dai danni che la pandemia aveva inferto alle casse societarie. Il risultato fu un vero disastro: mai in lotta per lo scudetto, eliminazioni catastrofiche in Champions, a fronte di investimenti economici non indifferenti. Il processo sulle plusvalenze gli portò un controintuitivo aiuto, visto che spostò l’attenzione dei sostenitori dagli insuccessi della squadra alla tempesta mediatica che la Juve subì. Tuttavia, passata la buriana, anche la terza stagione è finita in modo deludente, salvata solo da un’imprevista Coppa Italia che però ha anche rappresentato, nel teatrino finale di Allegri, il momento in cui le conseguenze di tutti gli errori commessi in questi anni sono esplosi insieme con uno show in diretta televisiva che poco ha a che fare con il contegno sabaudo che la Juventus vanta come suo biglietto da visita.
E’ come se nella notte di Roma, in cui la Juve ha vinto la Coppa Italia, la distanza abissale tra Allegri e la Juventus fosse esplosa improvvisamente: la distanza tra le ambizioni dell’ambiente e la prospettiva minimalista di Allegri, tra l’amore sabaudo per la moderazione e il carattere strabordante di Allegri, tra le critiche inevitabili a Torino quando non si vince e l’allergia di Allegri per chi lo mette in discussione.
Comunque sia quella sera la storia tra Juventus e Allegri è finalmente finita. Oggi gli juventini sembrano chi è uscito da un lungo e tormentato rapporto sentimentale tenuto a lungo artificialmente in vita, solo in nome dei trionfi passati, a dispetto di una evidente e totale incompatibilità di carattere e, come sempre in questi casi, il sollievo convive con il rimpianto. E come spesso succede non sarà facile per chi subentra, ma il profilo compassato ma ambizioso di Thiago Motta sembra il più adeguato per far superare al mondo bianconero il contraccolpo. Benvenuto!

Jun 13th, 2024

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