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Sentivo nei giorni scorsi parlare ancora dell’appello di Ghali pronunciato al Festival di Sanremo, a proposito della guerra a Gaza e ovviamente ne sentivo parlare per la diatriba che sembra essere diventata più importante della guerra stessa, ovvero se si possa usare o meno la parola “genocidio”. No, no, non voglio dire anch’io la mia sull’argomento. Sono tra quelli che pensano che in effetti con difficoltà la parola “genocidio” si adatta alla circostanza specifica ma non è lì che si concentra la mia attenzione. Mi interrogo invece sul punto di vista di un giovane musicista di successo che magari in buonissima fede vuole far qualcosa contro la guerra nei pochi secondi in cui può maneggiare il microfono attraverso il quale comunica con milioni di italiani. Dice forse una cosa tipo: “Fermiamo la guerra!”, “Viva la pace”, “Make love not war” sulla quale possiamo essere tutti (o quasi) d’accordo? No, dice la cosa che forse più di ogni altra può dividere, può essere oggetto di attacco, può far divergere il dibattito dalla sostanza, ovvero cosa si può fare per fermare la guerra, al solito trito dibattito su chi ha torto e chi ha ragione. Perché l’ha fatto? L’ha fatto perché pensava che potesse funzionare? Perché la cosa importante è che se ne parli? Oppure vogliamo pensare maliziosamente che quello che gli interessava era massimizzare la risonanza del suo appello per rendersi più visibile?
Non lo so ma a me viene un dubbio: ovvero che alla fine la ragione sia un’altra. Ho l’impressione che siamo talmente abituati, dal modello di relazioni sociali in cui siamo immersi, a discutere per il gusto di discutere, senza mai porci il problema di come arrivare ad una composizione del conflitto con il nostro interlocutore, che ogni volta che qualcuno prende la parola sente una sorta di riflesso condizionato che lo spinge a dire, a prescindere da ogni altra considerazione, la cosa che può fare più alterare i propri interlocutori, come se si fosse in quei penosi talkshow nei quali, non appena il conduttore apre la discussione come a suonare un simbolico gong, gli opinionisti cominciano a menare fendenti con la stessa veemenza di due pugili sul ring. Sembra paradossale ma purtroppo succede anche quando si vorrebbe parlare di pace.
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