Estremismo
Forse è lo scorrere del tempo della mia vita che mi rende più preziosa la soluzione dei problemi e mi spinge quindi a soluzioni più facilmente raggiungibili, ma devo dire che con l’andare degli anni tendo sempre più ad allontanarmi da qualunque genere di posizione estremista. Non parlo solo di contesti politici ma anche e soprattutto di quelli nella vita quotidiana.
Alla fine l’estremismo, per come lo vedo io, è semplicemente il non accettare ciò che non ci piace, ciò che non vorremmo, ciò che sostiene o che desidera il nostro interlocutore al quale ci opponiamo. E’ vero che considerare inaccettabili cose che prima erano accettabili è alla base dell’evoluzione della civiltà umana, ma questa evoluzione è andata per gradi, si è arrivati a considerare inaccettabile la pena di morte (in alcuni paesi) attraverso una serie di compromessi tra chi non la voleva e chi la voleva ancora.
Spesso chi si ponga su posizioni estremiste dichiara di preferire ottenere (forse) tutto domani che sicuramente qualcosa oggi, ma mi sono reso conto che nella maggior parte dei casi quando si arriva a domani l’estremista non riesce nemmeno ad ottenere più quel qualcosa che aveva rifiutato il giorno prima.
Però poi mi viene un dubbio: ma se le posizioni estremiste sono quasi sempre perdenti perché sono così comuni? Cosa ci spinge ad escludere ogni compromesso anche quando ci è evidente che il compromesso è l’unico risultato possibile?
Ho l’impressione che spesso l’estremista viva semplicemente in un mondo ideale, nel quale esiste solo ciò che è desiderabile e non può esistere null’altro. E’ un mondo fanciullesco, lo stesso che porta il bambino a fare i capricci se non può avere il leccalecca che aveva desiderato. Intendiamoci, quanti di noi possono dire di non avere mai recitato la parte dell’estremista? A quanti non è capitato almeno una volta di non cedere sul prezzo di acquisto di un motorino facendo fallire l’affare, di non cedere su una cena con i genitori della fidanzata creando un conflitto durato anni, di non cedere sulla scelta della pizzeria nella quale andare a mangiare con gli amici dividendo in due la compagnia? Anche il sottoscritto ci è caduto tante volte. Non c’è niente di male se non le si considera boriosamente dimostrazioni della propria saldezza di carattere, e se le si guarda invece per quello che sono: sfoghi di fanciullesca immaturità .
L’antidipietrismo
In un’epoca nella quale si è parlato e si parla molto dell’antiberlusconismo c’è in realtà un altro crescente fenomeno di personalizzazione dell’opposizione politica molto più marcato e apparentemente meno spiegabile di quello per Berlusconi, quello per Di Pietro. Non c’è copia di un quotidiano dell’area popolista che non rechi almeno un attacco nei confronti di Di Pietro o del suo partito. Che il Tg4 sia un notiziario folcloristico è cosa ammessa anche da chi lo guarda, ma gli interventi di questo telegiornale su Di Pietro assumono spesso i contorni de “I Due Minuti di Odio” orwelliano, con considerazioni quasi lombrosiane sul politico molisano. Non dimentichiamo poi che anche negli ambienti del PD c’è una discreta fronda contro Di Pietro ed il riavvicinamento nei confronti dell’IdV, operato recentemente da parte di Veltroni, è spacciato da molti osservatori politici come una delle ragioni principali della crescente opposizione interna dei dalemiani. Che cosa ha dunque fatto quest’uomo per meritarsi tutto questo? Non ha posizioni di potere economico particolarmente ingombranti, ha avuto raramente cariche di governo, non ha avuto grossi guai con la giustizia e da quelli che ha avuto è uscito più che bene. Certamente non va molto d’accordo con i congiuntivi e spesso ha delle uscite fuori dalle righe ma il fatto che i suoi detrattori siano spesso gli stessi che senza esitazioni minimizzano le uscite dei leghisti, di Gasparri o di Berlusconi stesso dovrebbe togliere ogni dubbio sul fatto che i modi rozzi di Di Pietro non siano la causa del fenomeno.
Sicuramente è molto importante nel fenomeno descritto il ruolo che Di Pietro ha assunto, all’interno della politica italiana, di moralizzatore dei costumi e di difensore strenuo della legalità . In più è anche un ex-magistrato. In un paese allergico ad ogni tipo di regola ed al suo rispetto va da sé che moralizzatori e giudici siano considerati i nemici pubblici numero uno, essere le due cose insieme è davvero troppo.
Vi è però un altro aspetto molto legato ma non completamente a quello precedente che, a mio avviso, fa di Di Pietro un personaggio sul quale si concentra l’odio di una gran parte della politica e del giornalismo, che della politica fa il fedele portavoce. Per capirlo bisogna pensare che esiste una parte numericamente non irrilevante del ceto medio, che è esasperata dall’inefficienza dell’apparato pubblico, dal malaffare imperante nella nostra classe dirigente, dalla mancanza di ricambio della politica, da un sistema giudiziario fatto apposta per garantire l’impunità a chi sappia sfruttarne le scappatoie. Si tratta di una parte del ceto medio che non ha una collocazione politica definita, all’interno della logica sinistra-destra, e che proprio per questo ha una scarsa fidelizzazione partitica e tende ad essere critica con entrambi gli schieramenti, scadendo talvolta in quello che si definisce comunemente qualunquismo, ma senza perciò disinteressarsi del quadro politico. E’ il popolo che applaude Grillo, che disprezza Berlusconi ma diffida anche di D’Alema e che chiede una partecipazione più diretta alla politica riducendo la mediazione di una politica di cui non si fida. E’ lo stesso popolo che nel ’92 sostenne i giudici nell’esperienza di Mani Pulite.
Vi ricordate gli insulti di Aldo Forbice al popolo di Grillo? A mio avviso fanno il paio con quelli di Fede a Di Pietro. Ho l’impressione infatti che questa area dell’elettorato continui a fare molta paura agli apparati di partito e ciò li porta a considerare più urgente isolare questa componente dell’elettorato piuttosto che cercare di farsela amica. Il fatto che Di Pietro si sia candidato a paladino di questa fetta di elettorato è, a mio parere, ciò che davvero ha suscitato più di ogni altra motivazione lo scandalo di molti.
Non so dirvi quanto quest’area dell’opinione pubblica potrà cambiare il nostro paese, anche l’esperienza di Grillo pare avere imboccato la sua parabola discendente. Tuttavia ho l’impressione che questa area sopravviverà anche a Girllo e che chi vorrà cambiare il nostro paese (se c’è qualcuno che vuol farlo) avrà bisogno di trovare il sostegno di costoro.
Pino
In un giorno di primavera del 1954 il fratello di mio nonno piantava, nel bel mezzo del giardino della casa di campagna di famiglia, un alberello, un abete rosso per la precisione, che però sarebbe stato, chissà perché, sempre chiamato “Il Pino”.
Chissà cosa pensava il mio prozio quando piantava l’alberello, chissà se si aspettava che avrebbe avuto una vita così lunga ed un ruolo così importante nella vita di qualcun altro, magari di un suo pronipote che si sarebbe presentato al mondo solo quattordici anni dopo. Sta di fatto che quel pronipote avrebbe ed ha passato sotto il Pino e con il Pino una fetta troppo importante della sua vita per non esservi legato come in un abbraccio senza fine.
E’ stato sotto i rami del Pino che ho giocato a nascondino, che ho corso furiosamente giri su giri fino a prendere la circonferenza del Pino come unità di misura della lunghezza, che ho giocato a pallone fingendomi Bettega o Paolo Rossi. E’ stato sotto i rami del Pino che ho scoperto che stavo crescendo; sotto i rami del Pino ho studiato, sotto i rami del Pino ho amato, sotto i rami del Pino ho pianto ed ho gioito, mi sono illuso, disilluso ed illuso ancora. Sotto i rami del Pino sono cambiato, sono cambiato mille volte e solo i rami del Pino rimanevano sempre quelli.
Un giorno è arrivato un piccolo coleottero di nome Bostrico che chissà perché ama molto l’abete rosso e il Pino era lì, fermo come da 54 anni. Nulla ha potuto fare per difendersi.
In una limpida giornata di autunno, accarezzando per l’ultima volta la corteccia del Pino ho compreso che davvero l’unica cosa che dà continuità alla nostra vita siamo noi stessi.
Da oggi i rami del Pino non ci sono più.
Mi mancherai, Pino, mi mancherai tanto. Ti ricordo così, con un paesaggio che, senza di te, non vedremo mai più.
Sempre la stessa violenza
Un ragazzo con suo padre cammina per strada. Qualcosa nel suo aspetto manifesta le sue preferenze. Un gruppo di delinquenti lo aggrediscono, il padre lo difende. Questi lo aggrediscono e lo prendono a sassate. Rimarrà in coma per un giorno e ad ancora oggi, dopo tre settimane, sembra non si sia ripreso completamente purtroppo.
Un gruppetto di ragazzi camminano per strada, qualcosa nel loro aspetto dimostra le loro preferenze politiche. Un gruppo di delinquenti li aggrediscono, calci, pugni e bastoni. Uno dei ragazzi finisce in ospedale.
La città è la stessa, Bologna, la violenza anche. Cambia solo il tipo di preferenza delle vittime. Sportiva la prima, politica la seconda. Nel secondo caso i delinquenti sono stati identificati e arrestati, nel primo forse lo saranno a breve e questo è positivo: significa che la società riesce ad isolare queste sue scorie, a combattere questi suoi cancri.
Quello che però bisognerebbe capire tutti è che il colore della violenza è sempre lo stesso, ed è quello dell’incapacità di accettare il diverso, è quello di chi non è in grado, per un deficit psichico, di confrontarsi con chi non la pensa come lui.
La società sarebbe migliore se ci rendessimo contro che il mondo prima che tra sinistra e destra, tra juventini e interisti, tra bianchi e neri, si divide tra chi respinge la violenza e chi invece ne è morbosamente dipendente.
Voto di scambio al tempo di Internet
Come già ebbi modo di scrivere in un precedente intervento, alle prossime elezioni regionali abruzzesi uno dei candidati alla Presidenza, Gianni Chiodi, è stato scelto dal suo schieramente nonostante la caratteristica di essere sotto processo per un caso di gestione illecita di rifiuti.
Non contento di questa peculiarità però ha ritenuto opportuno distinguersi anche per altre pratiche. In particolare ha suscitato particolare clamore un’iniziativa che ha dato un tono ancor più surreale a queste elezioni. Sotto l’accattivante titolo di “Tutti i giovani del Presidente” Chiodi ha infatti invitato, tramite un video diffuso anche su youtube, i suoi giovani sostenitori a presentare un proprio curriculum ai gazebi del candidato. Se sarà eletto il candidato Chiodi promette una possibilità di lavoro a chi si sarà iscritto. Apparentemente da nessuna parte sta scritto che per essere assunto si dovrà dichiarare di avere votato per Chiodi, però sarebbe davvero brutto non averlo fatto.
Poi evidentemente qualcuno ha fatto notare al candidato Presidente che questo si configurava come “Voto di scambio” e la campagna è stata sospesa. Però mi fa sorridere pensare all’oscuro consigliere che è andato dal candidato Chiodi a dirgli: “Dottore, guardi che forse rischiamo di essere messi sotto accusa. I maligni, dico i maligni, potrebbero prendere la nostra innovativa e moderna iniziativa, come un voto di scambio in pieno stile Achille Lauro”. E lui indignato: “Sciocchezze! Voto di scambio? Ma scherziamo!”.
Il sorriso però mi abbandona subito quando penso alla preoccupante densità , all’interno della nostra classe politica, di personaggi simili, ai quali daremmo con scetticismo l’amministrazione di un condominio. Temo abbia ragione chi ricorda che i politici della Prima Repubblica avevano, rispetto a questi signori, almeno il decoro di tenere le proprie corrutele nascoste, e anche di fronte all’evidenza negavano. Oggi invece il malcostume si manifesta, si porta a vanto. Questo è il bello della cosiddetta Seconda Repubblica.
Se questo accade però è anche perché il presidio che l’elettorato esercita è ancora più debole di allora. Ah, naturalmente Chiodi è considerato il grande favorito per le elezioni. Dubitavate?
La scomparsa dei falsi amici (parte seconda)
Continuo nel mio de profundis sui falsi amici.
Questa mattina a RAI News ho sentito con le mie orecchie il direttore Corradino Mineo, durante un’intervista, confidare al vicesegretario democratico Franceschini di aver “sentito un rumore” (sic!). Il giornalista non era allarmato da un suono sospetto, magari nel timore che un ladro fosse penetrato negli studi della RAI. Intendeva infatti dire che aveva “sentito una voce” ma ha tradotto l’espressione inglese “rumour” in “rumore“.
Ecco: un altro falso amico che se ne va…
Una favola senza lieto fine
Sembrava la favola del brutto anatroccolo. Quello che nessuno voleva, che la Juve non riusciva a cedere e che improvvisamente rinasceva dal suo torpore e infilava una serie di prestazioni in crescendo fino a conquistarsi la maglia da titolare per la partita di Milano. Una storia molto bella quella di Tiago che finiva però male: non c’era nemmeno il tempo di sporcarsi la suola delle scarpette che la caviglia si girava, il ginocchio si girava, tutto girava attorno al brutto anatroccolo che stava per diventare cigno.
Anche la partita girava, ma non tanto perché Tiago sia insostituibile, ma piuttosto perché Ranieri faceva la scelta che speravamo non facesse. Il Mister infatti sfogliava le sue carte, che includevano un Camoranesi ormai recuperato (almeno secondo Lippi che l’ha fatto giocare Mercoledì) ed un Giovinco sempre in attesa di potersi manifestare, ma alla fine buttava sul tavolo Marchisio, che per la verità non se la cavava male, almeno finché la freschezza della squadra consentiva di tenere alto il ritmo e di compensare con quello alla relativa qualità . Nel secondo tempo però il ragazzo di Andezeno sarebbe sparito, Mauro German sarebbe poi entrato a 20 minuti dalla fine ma al posto di Marchionni, facendo sì la differenza, ma troppo tardi e non dove serviva, ovvero in mezzo al campo. Intendiamoci, forse con un altro approccio alla partita avremmo magari perso più ampiamente, in fondo così abbiamo sfiorato un pareggio. Però rimane il fatto che la Juve non può pensare di vincere uno scudetto (ed infatti non lo pensa) approcciando così un incontro come quello di Sabato.
Dopo la bruttissima botta iniziale la Squadra traballava un po’, ma poi piano piano il nostro gioco iniziava a fluire sebbene l’Inter fosse attentissima a non concederci spazi sulle fasce e soprattutto su quella sinistra, dove Pavel rimaneva quasi inoperoso. A centrocampo si combatteva una battaglia di gladiatori ma, mentre per l’Inter bastava dare palla ad Ibra per far passare un brutto momento a Manninger, noi riuscivamo a renderci pericolosi solo quando riuscivamo a manovrare con rapidità al centro del campo, il che accadeva solo quando il Capitano arretrava a sostegno del centrocampo. La palla stazionava più a lungo nella nostra metà campo che in quella avversaria ma qualche palla gol capitava anche a noi, come quando Marchionni scivolava un attimo di prima di presentarsi davanti a Julio Cesar. Prima della fine del tempo c’era il solito rigore non concesso alla Juve, divenuto un classico degli Juve-Inter da un paio di anni in qua, ma anche un disimpegno sbagliato da Legrottaglie sul quale Ibra scappava via, ma buttava fuori. Era però nel secondo tempo che la lampadina si spegneva: Ranieri continuava a lasciare la squadra immutata in campo ma non riuscivamo più a sfoggiare la mobilità del primo tempo, il nostro centrocampo diventava legnoso ed una condizione eccellente di Momo non bastava. La partita finiva nel più classico dei modi in cui finisce una partita giocata in modo guardingo: un gollonzo di Muntari ed una splendida parata di Julio Cesar su Alex nell’unico momento di ribalta della sua tranquilla serata.
La sconfitta non può essere certo un dramma. E’ chiaro che finché Ibra continuerà ad essere di un altro pianeta come è oggi, giocare contro la sua squadra da pari a pari sarà una sorta di roulette russa per tutti e perdere non può far troppo male. L’impressione però è che questa volta a giocare da pari a pari non ci abbiamo nemmeno provato e questo mette francamente tristezza.
L’uomo che voleva renderci ignoranti
Non è un bel periodo per la Germania. Qualche settimana l’ambasciatore tedesco in Italia ed il governo tedesco avevano dovuto offrire le scuse del paese al Presidente Napolitano per l’articolo apparso sul Frankfurter Allgemeine nel quale si replicava polemicamente alle dichiarazioni fatte ad El Alamein dal Presidente della Repubblica contro il nazismo.
L’episodio del quale vorrei scrivere è però quello che si è verificato qualche giorno fa, quando è stata oscurata per tre giorni interi la wikipedia tedesca. In realtà è stato oscurato il dominio wikipedia.de perché i server di Wikipedia sono negli Stati Uniti e quindi “fuori tiro”. Questo è accaduto perché un politico tedesco di nome Lutz Heilmann (deputato del partito Die Linke) ha scoperto che su wikipedia c’erano delle informazioni a suo dire errate sul suo conto ed in particolare su un suo presunto passato al servizio della Stasi. Dopo una sua denuncia nei confronti wikipedia e l’oscuramento del dominio wikipedia.de deciso dall’autorità giudiziaria, il parlamentare ha ricevuto ovviamente una valanga di espressioni di protesta e resosi conto della situazione ha ritirato la denuncia e si è scusato precisando che non voleva arrecare danno agli altri utenti del portale, promettendo di comprendere meglio in futuro i meccanismi di wikipedia. Rimane davvero curioso il fatto che un deputato possa non sapere che su wikipedia ognuno può contribuire e che quindi sarebbe stato sufficiente correggere le informazioni errate per risolvere il problema. Ogni giorno milioni di persone si collegano a wikipedia e bloccare wikipedia per tre giorni si configura a tutti gli effetti come interruzione di pubblico servizio. Al di là però del caso di Heilmann il problema è più generale: tra l’altro anche due anni fa, sempre in Germania, Wikipedia fu oscurata, questa volta per la denuncia della famiglia di un hacker morto in circostanze mai ben chiarite, a causa della diffusione di informazioni ritenute private.
L’impressione generale è che, non solo in Germania, per molti sia difficile digerire il concetto che sta dietro a wikipedia ed a molte altre risorse web: ovvero di essere una lavagna sulla quale chi vuole scrivere può scrivere. Nessuno pensa, di fronte ad una scritta ingiuriosa scritta contro il muro, di prendersela con chi ha eretto il muro o di abbattere il muro, eppure se qualcuno scrive qualcosa di illegale su Wikipedia ce la prendiamo con l’organizzazione prima che con l’autore di quanto scritto. Questo perché la scritta sul muro la leggeranno solo in pochi, ad un portale web invece possono accedere tutti e dare la possibilità a chicchesia di scrivere dove tutti leggeranno è cosa che fa correre a molti un brivido sulla schiena. Molti di noi sono abituati ad avere un’informazione comunque sotto controllo, tramite una serie di meccanismi come gli albi dei giornalisti, l’accesso ristretto alle risorse televisive, e così via. Tutte cose che permettono una severa selezione di chi può arrivare ad informare e quindi di quale notizie possono essere tenute nascoste, se vi è un consenso sufficientemente ampio a farlo.
Con Internet ciò è sempre meno possibile e saranno sempre di più le persone che avranno la possibilità di dare notizie o informazioni ad altri. Questo comporta certamente il rischio della bufala, ma ci permette anche di rendere sempre più difficile mettere qualcosa sotto silenzio. L’alternativa è cercare di uccidere Internet ma fortunatamente la Rete ormai è abbastanza correlata alla vita economica del pianeta, da rendere improbabile questa possibilità .
Psicologia della banderuola
La vicenda del senatore Riccardo Villari, fieramente aggrappato alla seggiola assegnatagli da un colpo di mano della PdL, mi ha suscitato non pochi interrogativi. Lascerei alle consuete gazzarre da pollaio, nate in una politica che ha sempre più perso il contatto con la realtà , le polemiche circa la fondatezza delle accuse mosse da di Di Pietro a Berlusconi. Chiunque sia nato prima di ieri può immaginare da solo che la vicenda non sia stato il frutto del caso e di un improvviso moto di delirio di onnipotenza del personaggio, dopodiché che il mandante dell’okkupazione della RAI da parte di Villari sia questo o quello non saprei sinceramente dire e non mi interessa più di tanto. Che ci siano all’interno della classe politica molti personaggi che non sembrano desiderare altro che lo sfascio del nostro paese e delle sue istituzioni mi è ben chiaro e li conosco per tutti per nome.
Quello che io mi chiedo invece è: perché un senatore che probabilmente ha fatto una discreta fatica per arrivare dove è arrivato si rassegna a non poter diventare famoso per una legge di riforma o comunque per un’impresa politica che giustifichi la grande fatica fatta in riunioni politiche, dibattiti, comizi? Perché decide che la sua notorietà da oggi sarà affidata ad una vicenda nella quale è proprio difficile vedere alcunché di positivo? Cerco di mettermi nei panni di questo signore ma faccio fatica. Fino a ieri Villari era un illustre sconosciuto, da oggi chi lo conosce sa che è quello che non si è voluto dimettere, che tutti ma proprio tutti da Rifondazione Comunista alla Fiamma Tricolore considerano un venduto, un farabutto, una marionetta. Fino a ieri Villari si siedeva al proprio posto in aereo ed il suo vicino continuava a leggere il giornale senza riconoscerlo, da oggi si siederà in aereo, il suo vicino lo riconoscerà ed avrà un moto di disgusto. Fino a ieri i suoi figli (se ne ha) a scuola rispondevano con orgoglio alla domanda della maestra: “Cosa fa tuo padre?!”, da oggi il bambino della fila davanti risponderà per loro: “Il venduto! La marionetta! Ahahah”. Ne valeva la pena?
Certo, avrà avuto dei vantaggi nel farlo. Non voglio fare ipotesi per evitare denunce, però non credo l’abbia fatto solo per un capriccio. Ma i vantaggi erano così grandi da farsi bollare come farabutto? Quanto dovrebbero darmi per accettare una cosa simile? Disinteressarsi dell’opinione altrui è certo sintomo di forza d’animo, ma a tutto c’è un limite.
Magari la situazione gli è sfuggita. Magari sperava di fare come De Gregorio, ex-senatore dell’Italia dei Valori che è passato dall’altra parte in cambio di una Presidenza di una Commissione e adesso, diventato popolista, ci rappresenta degnamente all’assemblea della NATO. Però è andata così… Insomma, sinceramente rinuncio a capire cosa stia dietro al desiderio perverso che lo ha portato fin qui.
Rimane un fatto. Ci sono molti, moltissimi, come Villari e tanti altri, per i quali la politica, o anche semplicemente il mestiere che fanno, includendovi qualunque altro di professione, è solo ed esclusivamente tornaconto personale ed eventualmente ricerca del potere. L’idea di fare un “buon lavoro” sembra del tutto aliena da costoro. Il problema è che nel mestiere del politico, come in tanti altri mestieri, la presenza di personaggi simili è legata alla carenza di controllo sul lavoro svolto e chi dovrebbe esercitare un’attività di controllo sul lavoro svolto politici siamo noi elettori che, anche questa volta, abbiamo fatto un pessimo lavoro.
Sudditanza psicologica
La Juve si è riaffacciata alle prime posizioni della classifica ed ecco che immediatamente tre episodi in Chievo-Juve (calcetto di Sissoko non sanzionato, rigore per fallo di mani di Mantovani concesso, rigore per fallo di mani di Legrottaglie non concesso), sui quali l’arbitro ha deciso sempre a favore della Juve, hanno provocato le seguenti reazioni: durissime dichiarazioni di Di Carlo (fresco allenatore del Chievo) che attribuiva lo sconfitta all’operato dell’arbitro; riferimenti immediati a La Domenica Sportiva al ritorno della sudditanza psicologica; il seguente sarcastico commento de La Repubblica del Lunedì successivo di Emanuele Gamba: “Dirige con coerenza: nel dubbio, pro Juve”. Ovviamente nessuno dei teorici della “sudditanza psicologica” si ricordava più di quanto “sudditi” del Palermo e del Catania erano stati in precedenti incontri contro i bianconeri gli arbitri Tagliavento e Pierpaoli. Né Di Carlo si ricorda che l’anno passato strappò un pareggio contro la Juve a Parma grazie ad un rigore piuttosto dubbio concesso agli emiliani e soprattutto ad un gol al 91′ annullato a Iaquinta per motivi mai scoperti.
Per uno di quei simpatici casi del destino nella stessa Domenica c’era stato Inter-Udinese; qui l’arbitro sbagliava addirittura quattro volte, sempre a favore dell’Inter, annullando anche un gol segnato sullo 0-0 da Quagliarella. Stesse reazioni indignate, stesse polemiche, stessi riferimenti a “sudditanze”? Assolutamente no. Vi riporto il commento de La Repubblica sull’arbitro Morganti: “Sbaglia totalmente la valutazione del fallo di Cordoba che era da rosso diretto, nel quadro di una partita facile e senza grattacapi. Qualche sbavatura anche nel fuorigioco, ma qui la colpa è degli assistenti.”, quindi l’arbitro è quasi assolto e comunque la polarizzazione degli “sbagli” a favore dell’Inter appare del tutto casuale.
Quattro giorni dopo c’è Juve-Genoa: i nostri vincono 4 a 1 ma ci sono due fuorigiochi sbagliati nel primo tempo a danno del Genoa (il primo sull’1 a 0, il secondo sul 2 a 0). Il commento riferitomi della pay per view Mediaset è durissimo sull’operato dell’arbitro nonostante l’incontro sia finito in goleada.
Si arriva infine a Milan-Chievo. Il Milan vince 1-0 grazie ad un rigore concesso dall’arbitro De Marco per un fallo avvenuto ben fuori area. Ti aspetti che questa volta di Di Carlo esploda? Ed invece no, eccolo armarsi di sportività e simpatia sfoggiando il miglior repertorio della serie: “Gli arbitri possono sbagliare”. Commenti ironici a La Domenica Sportiva? Assolutamente no: Anzi, tutti gli intervenuti non si stancano di ricordarci che le decisioni arbitrali vanno rispettate e così via. E La Repubblica? Ricorda appena che il fallo era fuoriarea, non fa nessuna ironia, né riferimenti a possibili orientamenti dell’arbitro.
In definitiva non so bene se sopravviva o se sia mai esistita la sudditanza psicologica degli arbitri (anche se qualche studio in merito tende ad escluderlo). Di certo c’è sempre ed è anche sempre molto accentuata la sudditanza psicologica di media, giornalisti e addetti ai lavori.
