Il Deserto dei Tartari

Ho riletto, dopo venticinque anni, il Deserto dei Tartari di Buzzati. L’ho ritrovato il libro splendido che ricordavo nella storia struggente di una vita che scorre via, giorno dopo giorno, leggera e perduta allo stesso tempo.
C’è un passo, in particolare, che ho trovato meraviglioso e che riporto di seguito:


“Disteso sul lettuccio, fuori dell’alone del lume a petrolio, mentre fantasticava sulla propria vita, Giovanni Drogo invece fu preso improvvisamente dal sonno. E intanto, proprio quella notte- oh, se l’avesse saputo, forse non avrebbe avuto voglia di dormire -proprio quella notte cominciava per lui l’irreparabile fuga del tempo.
Fino allora egli era avanzato per la spensierata età  della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità  attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già  arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già  precipita verso il confine dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’ altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà  pur finire.
Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità  fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.
Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà  allora come un risveglio. Si guarderà  attorno incredulo; poi sentirà  un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà  la gente, risvegliatasi prima di lui, che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà  il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà  quanta strada rimane, loro faranno si ancora cenno all’orizzonte, ma senza alcuna bontà  e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all’orizzonte. Dietro quel fiume -dirà  la gente -ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.
Fino a che Drogo rimarrà  completamente solo e all’orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà  stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta.
Giovanni Drogo adesso dorme nell’interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà  un giorno, là  dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno ne una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d’erba, tutto così da immemorabile tempo.”

Devo ammettere che non ricordavo questo passo, ma non è strano perché, se ci penso bene, probabilmente quando, sedicenne, lessi questo libro, la vita non mi aveva ancora dato gli strumenti per comprendere di cosa parlasse davvero.

Dec 24th, 2009

Verità deboli e falsità forti

Questa mattina avevo prenotato la visita periodica in officina per il tagliando della macchina. Mi sono ritrovato perciò, per poter completare il viaggio quotidiano da Torino verso Ivrea, a dover usufruire dei mezzi pubblici. Ho così potuto constatare che mentre il peggio della politica italiana, da Berlusconi a D’Alema, farnetica di odio e inciuci, il paese reale affonda sempre più. Il mio viaggio ha infatti fortuitamente coinciso con uno dei disastri più gravi nella storia dei trasporti italiani di cui vi posso così raccontare il mio vissuto.
La giornata iniziava con un vano tentativo di prendere il metrò in Piazza Bernini: non si sa bene il perché, non ne ho trovato notizia, ma la metropolitana era chiusa da Piazza Bernini a Porta Nuova. Una simpatica addetta GTT mi indicava una navetta sostitutiva, io le chiedevo se la metropolitana fosse chiusa, lei rispondeva “No, non è chiusa, c’è la navetta sostitutiva“, io rimanevo perplesso e le chiedevo ancora: “Quindi la metropolitana non funziona?” e lei insisteva: “Sì che funziona. C’è la navetta sostitutiva“. Mi avviavo perplesso verso la navetta sostitutiva; le ore successive mi avrebbero offerto una interpretazione di quello strano dialogo. La navetta sostitutiva era un autobus che pretendeva di portare gli stessi passeggeri del metrò, alla terza navetta che partiva strapiena senza di me provavo le maniere forti ed, abbandonando ogni bonton, riuscivo a salire ed ad arrivare a Porta Susa. Ero in abbondante ritardo per il treno per Ivrea ma Trenitalia vegliava su di me e scoprivo che il treno per Ivrea era in ritardo di mezzora, che sarebbe poi divenuta un ora e 10 minuti alla partenza e più di un’ora e mezza all’arrivo. Alla fine giungevo in ufficio alle 11 anziché alle 9.20, dopo un viaggio caratterizzato dal freddo polare che regnava negli scompartimenti dove il riscaldamento naturalmente non funzionava.
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Questa sera, alla fine di una lunga giornata, giungevo a casa stanco ma, tutto sommato, lieto di aver concluso un simile tour de force. Mi toccava però ascoltare i commenti dell’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti che vantava il comportamento della rete ferroviaria come un mezzo successo. Diceva che in altri paesi la situazione è ben peggiore e così via, se non avessi viaggiato sulle Ferrovie dello Stato oggi forse penserei che ha ragione, magari mi convincerei anche che invitare i passeggeri a portarsi una coperta sia un buon consiglio, non rimborsare i ritardi legati alle avverse condizioni atmosferiche sia giusto, chi poteva aspettarsi del resto che sarebbe arrivato l’inverno? Trattasi di catastrofe impredicible…
Prima dell’avvento di Internet avrebbe vinto lui, i tanti che oggi hanno usato altri mezzi annuirebbero e magari accuserebbero i soliti vittimisti che non mancano l’occasione per lamentarsi. Oggi però qualcuno può fare una bella foto al tabellone di Porta Susa e metterla su Internet per dimostrare che l’esperienza degli utenti è stata un’altra. Quel qualcuno è ancora minoranza e con lui le verità  su cui cerca di fare luce, mentre i Moretti sono larga maggioranza, ma almeno c’è una piccola speranza che un giorno le proporzioni si ribaltino.
La tarda serata mi portava infine un’ipotesi sul motivo della strana pertinacia dell’addetta GTT nel non ammettere che la metropolitana fosse chiusa: che il Comune, a livello di statistiche, non includa nel tempo di disservizio della metropolitana quello coperto da navetta sostitutiva? Chissà …

Dec 21st, 2009

Ali

Da quando, in un giorno di Agosto del 1984, percorrendo i cerchi esterni della Torre di Pisa, avvertii una sensazione di forte disagio, le altezze mi provocano una certa ansia; trovarmi a ridosso di un precipizio, di uno strapiombo, mi trasmette una sensazione di paura, di ansia e di disagio. Eppure questo non ha mai allontanato da me lo strano fascino che quella situazione riveste. Sarà  perché il vuoto rimane per me, come per molti di noi, l’unico elemento inesplorato, l’esperienza che all’uccello è permessa ed all’uomo è negata, ma il desiderio di allargare le braccia e librarsi nel cielo ha sempre albergato nei miei sogni notturni e qualche volta anche in quelli diurni. Di fronte all’altezza, ad un cielo limpido, ad un volo d’uccello non riesco a non provare invidia e a non sognare di potermi unire a quel volo.
Chissà  se e come questo desiderio è collegato a quello di volare in senso psicologico, che si prova allorché ci si lancia in grandi imprese, in sfide a sé stessi ed agli altri, che siano sfide materiali o spiritulali. Quando poi quelle imprese riescono, quando si cavalca sul proprio successo, ci si sente come su una nuvola, come se sotto di noi il terreno non ci fosse, ma ci fosse solo aria, solo leggerezza, solo infinite distese da esplorare. Arriva sempre però il momento in cui si torna a terra, in cui si posano di nuovo i piedi e ci si ritrova di nuovo a camminare. Qualche volta l’impatto col terreno è dolorissisimo, qualche altra è lieve, ma in ogni caso, più in alto il volo ci aveva portato, più arduo è riprendere a camminare sulla terra e maggiore ansia ci assale di ritrovare presto i nembi con i quali avevamo giocato, di riportarci di nuovo in quota.
Il cielo però ci offre sempre e solo brevi voli, le ali ci sostengono solo per poco tempo e poi dobbiamo faticosamente riprendere a camminare. Più voliamo e più le nostre ali diventano forti e robuste ma anche goffe ed ingombranti e più ci sostengono nel volo, più ci intralciano nel cammino. Come scriveva Mishima in Ali: “Le ali non sono adatte a camminare sulla terra“. E allora spesse volte mi chiedo se non sarebbe meglio non averle le ali, se non sarebbe più comoda un’esistenza condotta senza mai staccare i piedi da terra. Comoda, sì, lo sarebbe, ma senza ali non si potrebbe volare nemmeno una volta e ci si perderebbe molto di quanto la vita sa offrirci…

Dec 20th, 2009

Autarchia

Ieri sera mi è capitato di seguire il telegiornale di Canale 5 e devo dire che è stato interessante. In particolare un’annotazione mi è saltata all’occhio: sono passati più di 25 minuti di telegiornale prima che la prima ed unica notizia proveniente da fuori dei confini nazionali, l’andamento della conferenza sul clima di Copenhagen, venisse alfine diramata. Fino ad allora avevamo saputo tutto sui nuovi denti del Premier, sul delitto di Garlasco e su un altro po’ di omicidi, incidenti e furti con destrezza, tutta roba autoctona, frutto del nostro Bel Paese. Nel resto del mondo accadevano guerre, carestie e terremoti, ma agli spettatori di Canale 5 non gliene deve importare nulla.
In tempi di possibili svolte autoritarie, che qualcuno abbia accelerato i tempi e che siamo già  arrivati all’autarchia, almeno autarchia mediatica? 

Dec 18th, 2009

Lo statino inafferrabile

Da quando due anni fa mi sono riiscritto all’Università  uno dei problemi fondamentali con i quali mi sono scontrato è uno dei più banali all’apparenza: la stampa dello statino. Lo statino è un certificato del fatto che si è abilitati in termini di frequenza e piano di studi a sostenere un certo esame ed è necessario per poter sostenere l’esame stesso. Lo statino ha una scadenza è quindi va prodotto nell’imminenza dell’esame. In preparazione della sessione di esami di Gennaio e Febbraio oggi ho fatto un salto alla sede universitaria di Lungo Dora Siena, quella più vicina a casa mia, per stampare gli statini necessari. Come temevo purtroppo in tutte e quattro le macchine abilitate a farlo non funzionava la stampa e non ho quindi potuto ottenere i miei statini. Un caso sfortunato? Forse no. Si dà  il caso infatti che nei due anni di frequenza universitaria avrò richiesto gli statini almeno una dozzina di volte, alcune in Palazzina Einaudi, altre nel Palazzo Lionello Venturi, altre ancora a Palazzo Nuovo. Ricordo che mi sia capitato solo una volta che tutte le macchinette funzionassero e che questa è almeno la terza volta in cui invece nessuna funzionava e in cui quindi sono dovuto tornare a casa con le pive nel sacco.
Non vorrei tralasciare di accennare al disastro, di cui già  scrissi, che fu prodotto l’anno passato dal rinnovo dei piani carriera con rinvii di mesi e studenti che dovevano scriversi a mano gli statini, né vorrei tralasciare un accenno al fatto che il sito web dell’università  ha una navigazione quantomeno cervellotica.
Non ho idea se tutto ciò accada per i tagli ai finanziamenti alle Università  o per colpa di qualche “barone” responsabile dei servizi informativi. Sicuramente è qualcosa di assolutamente inaccettabile e proprio perché è inaccettabile mi domando perché qualcuno lo accetti, mi domando come faccia chi è responsabile di questo sfacelo, se proprio non è colpa sua, ad accettarlo, a non ribellarsi, a non protestare: capisco l’impotenza, capisco meno l’ignavia.

Dec 17th, 2009

Uno strano referendum

Vi ricordate il Sudan? Se n’era parlato molti mesi fa quando il mandato di cattura internazionale al suo Presidente Omar Al-Bashir aveva diviso l’opinione pubblica internazionale. Poi il silenzio è di nuovo calato sulle guerre infinite che attraversano il paese e così un altro evento probabilmente fondamentale viene ignorato dalle principali fonti di informazione di casa nostra. Per il 2011 è infatti previsto un referendum che potrebbe decretare, se approvato, l’indipendenza del Sudan meridionale.
Chi non abbia dimistichezza con la storia del Sudan può non sapere che la costante dei più di 50 anni di indipendenza del paese è una guerra civile pressoché continua tra il governo centrale di Karthoum di ispirazione islamica (al punto da aver imposto spesso la Sharia) e i ribelli di ispirazione cristiana del Sud del paese. Questa guerra civile non è da confondere con la guerra in Darfur, regione dell’Ovest che non fa parte del Sud cristiano,  e che ha motivato il mandato di cattura contro Al-Bashir.
Poche settimane fa è stato siglato un accordo tra governo e ribelli del Sud circa le modalità  con cui si svolgerà  il referendum del 2011, referendum che è frutto dell’accordo del 2005 tra governo e Movimento Popolare di Liberazione del Sudan. La strada è ancora lunga ma alla fine sembra realistico pensare che il Sudan meridionale andrà  a votare per la propria indipendenza. Siamo abituati ad avere notizia dei tanti conflitti nati in Africa all’interno delle artificiose unità  statali lasciate dietro di sé dagli ex-imperi quando hanno abbandonato il continente (nel caso del Sudan c’è di mezzo anche l’Impero Ottomano); siamo meno abituati a scoprire che uno di questi sarà  forse risolto attraverso uno strumento tipico delle democrazie avanzate come il referendum.
Il punto è quello consueto che vivacizza tutti i dibattiti sulla genesi di una democrazia: è sufficiente lo strumento (in questo caso il referendum) per costruire una realtà  sociale pacificata e democratica, è comunque un importante contributo ad un processo in questa direzione, oppure al contrario uno strumento democratico che venga prima di una pacificazione sociale rischia di essere inutile o addirittura controproducente nel far perdere credibilità  ad una via democratica? E se vale quest’ultima considerazione c’è un modo diverso per accelerare il processo? Non ho la risposta ovviamente però mi viene un dubbio: è davvero così influente una decisione politica, una svolta dall’alto, nell’evoluzione di una società  o non è piuttosto il lento lavorìo del tempo sulle persone, sulle abitudini, sulle idee dei singoli a produrre il risultato? Non che questo renderebbe comunque inutili le svolte politiche, ma sicuramente ci aiuterebbe a capire che il processo di democratizzazione è un cammino lungo ed irto di ostacoli che viene percorso dalla società  nel suo insieme e non solo da quel pugno di personaggi che poi passa alla storia per questo.

Dec 16th, 2009

L’altra Calciopoli

Ci sono state svariate evoluzioni nel processo su Calciopoli: la testimonianza dell’ex-guardalinee Babini che spiega che la differenza tra Moggi e Moratti era che Moggi veniva a trovarlo sia prima che dopo la partita mentre Moratti solo prima (come dire: almeno Moggi passava a ringraziare…), la testimonianza dell’ex-guardalinee Coppola che mette sotto accusa l’Inter per pressioni ricevute per favorirla, la condanna dell’ex-amministratore Giraudo nel troncone “abbreviato” del processo in oggetto. Non è però di questo che volevo parlare ma di un’altra Calciopoli , per scoprire la quale non servono intercettazioni o testimonianze perché è manifesta, davanti agli occhi di tutti: è quella differenza di trattamento che strutturalmente investe il calcio ricco e quello meno ricco, non per oscure trame intessute tramite telefonate, non per cene clandestine, non per vari “do ut des” sotterranei, ma per decisione presa in modo chiaro a manifesto.
L’unica squadra italiana ad essersi qualificata come prima tra le partecipanti alla Coppa dei Campioni è stata quest’anno la Fiorentina che però, unica a subire questo trattamento, non è stata mai trasmessa in diretta dalla RAI. La cosa ha scatenato dure polemiche da parte dell’ambiente viola nei confronti della rete televisiva nazionale. La stessa cosa si può ben dire di Sky che propone in anticipi e posticipi prevalentemente se non quasi esclusivamente incontri di Milan, Juventus e Inter. Questo ovviamente significa visibilità  per gli sponsor ma anche visibilità Â per la squadra che diventa più appetibile da parte degli appassionati per quanto riguarda il merchandising ed una generale empatia che si trasforma in denaro. La stessa cosa vale naturalmente per tutti i notiziari sportivi che parlano prevalentemente se non quasi esclusivamente delle squadre maggiori. Per un network privato la cosa è comprensibile anche se questo contribuisce a rendere le squadre minori più deboli e quindi il Campionato meno incerto e avvincente, per una televisione che offra un servizio pubblico ritengo che una discriminazione sia del tutto fuoriluogo. C’è poi il tema dei diritti televisivi la cui ripartizione è diventata decisamente più equa dopo l’introduzione del Decreto Melandri ma è comunque tuttora diseguale e che comunque è stato aggiustato solo in base ad un intervento legislativo e non un’autonoma scelta della Lega Calcio.
Un tema molto popolare nel rapporto tra squadre maggiori e minori è quello degli arbitri: in genere lo si affronta accusando gli arbitri di essere tentati dal favorire le grandi squadre. Non sempre questo presunto orientamento è dimostrato dalle analisi fatte in merito, tuttavia è evidente che un errore commesso da un arbitro contro una squadra che goda di una forte copertura mediatica sarà  molto più evidente e più penalizzante per la carriera di un arbitro che un errore compiuto in un contesto meno “visibile” al pubblico. Il fatto che la consapevolezza di questa realtà  condizioni l’arbitro, in caso di dubbio, non è certo, ma è certamente ipotizzabile. C’è poi un fatto semplicissimo a riguardo degli arbitri che è tale da sempre ma che da sempre costituisce una differenza di trattamento tra squadre e squadre, ovvero il fatto che gli arbitri migliori siano designati per le partite delle squadre più forti: anche questo fatto crea una disparità  tra squadra e squadra che hanno magari budget diversi ma che, per poter competere ad armi pari, dovrebbero essere messe nelle condizioni di avere pari trattamento.
In definitiva vi è un sistema che, senza incorrere nei fulmini della Commissione Inchieste, tende a favorire le squadre più grandi ed allargare il divario con le squadre piccole, cosa che rende il Campionato sempre più scontato, e diminuisce l’interesse per il calcio al di fuori delle piazze principali. Non credo che questo sia vantaggioso per il sistema calcio nel suo complesso e sarebbe auspicabile una gestione più illuminata della Lega Calcio, tesa a ristabilire equilibri che purtroppo si sono rotti.

Dec 14th, 2009

Dove stiamo andando

Qualche giorno fa su La Stampa online avevo scorto una notizia circa i risultati di un sondaggio il cui titolo diceva: “Il 70% degli italiani non crede a Spatuzza“. Non sono riuscito a trovare maggiori dettagli sui risultati del sondaggio ma il problema è che la notizia non è quella del titolo ma la sua diretta conseguenza, ovvero che il 30% degli italiani considerano ipotizzabile il fatto che il nostro capo del governo abbia collaborato con Cosa Nostra. Tendo a pensare che ancora più alta sarebbe la percentuale di quelli che magari non credono alla pista mafiosa ma che ritengono comunque il capo del governo responsabile di almeno qualcuno dei molti reati per i quali è stato processato e lo considerano quindi un malfattore.
I risultati concreti sono visibili a tutti: non solo basta Facebook per radunare 300.000 persone in piazza pronte a manifestare contro di lui, ma ormai ogni esibizione pubblica del Premier in Italia è oggetto di contestazioni. Contestazione c’è stata a Torino la settimana scorsa, nonostante la poca pubblicità  fatta alla sua presenza per l’inagurazione della TAV, contestazione c’è stata oggi a Milano, a cui il Premier ha reagito come non avrebbe osato fare il peggior Balotelli, e questa volta la contestazione è sfociata nel gesto violento di uno squilibrato.
Più forte è la sensazione di accerchiamento che Berlusconi ha e più violentemente reagisce, più violenti verso chi non la pensa come lui sono i suoi attacchi e maggiore tensione si crea. Fino a che punto vogliamo arrivare in questa spirale di tensione, fino a che punto vogliamo tirare la corda?
Mi ripeterò ma una democrazia non può sopravvivere quando il 30% dei suoi elettori pensa che chi lo governa sia un malfattore. Tocqueville evidenziava come principale rischio della democrazia quello di sfociare in una dittatura della maggioranza e questo è quello che sta succedendo. Da un lato c’è un 40-50% degli italiani che continua a sostenere Berlusconi, nonostante l’ondata di opposizione civile e istituzionale, dall’altra c’è un 30-40% degli italiani che prova una crescente ostitilità  nei suoi confronti, tale da considerarlo un concreto pericolo per il paese e la democrazia. Non è tanto importante stabilire chi ha ragione, è importante stabilire quali sono le alternative che il paese ha di fronte. Da una parte c’è la possibilità  che i rappresentanti della maggioranza degli italiani continuino ad ignorare tutto ciò che la minoranza esprime, con la conseguenza di una progressiva delegittimazione da parte della minoranza del governo del paese, in un circolo vizioso che è un perfetto viatico verso un regime autoritario, come situazioni come quella iraniana ci insegnano; dall’altra parte c’è la possibilità  che si riconosca dall’alto e dal basso l’inadeguatezza dell’attuale leadership a governare un paese e che venga presa la decisione di una svolta che può anche essere quella che Casini ha disegnato ieri, ma che deve avere un sostegno nell’opinione pubblica per essere vincente.
Non c’è più tempo per indugiare, è il momento che chi ha ancora la lucidità  per farlo prenda finalmente una decisione, l’aria sta diventando davvero irrespirabile.

Dec 14th, 2009

Mafioso o non mafioso?

Ho seguito, a dir la verità  un po’ distrattamente, la puntata di Giovedì scorso di Annozero, tutta incentrata sullo stabilire quali reali elementi abbiano i giudici per stabilire se Berlusconi abbia concorso o meno alle sorti dell’organizzazione Cosa Nostra e può per questo essere legittimamente o meno definito mafioso. Ben altro esame, che quello possibile durante una trasmissione televisiva, dovrebbe esser fatto delle testimonianze e degli elementi processuali per potersi pronunciare con un giudizio che potrebbe essere comunque dubitativo e questo mi porta ad essere piuttosto freddo rispetto a queste trasmissioni pur di indubbia utilità  e interesse. Questa volta però, durante il dibattito, l’avvocato difensore del Premier non era il solito folcloristico avvocato Ghedini ma il sottosegretario Alfredo Mantovano che con ben diversa efficacia e credibilità  ha difeso Berlusconi.
Al di là  del dibattito sulla colpevolezza di Berlusconi c’è però un problema di fondo che probabilmente sfugge a Mantovano, ed a molti come lui, e cioè che non si è mafioso solo quando si incontra la Mafia, si tratta con la Mafia, si compiono atti concreti a favore della Mafia: questo ha rilevanza penale e può portare un’incriminazione, ma essere mafioso non si riduce a questo. Per me, e  per molti credo, essere mafioso significa condividere un approccio, una dimensione culturale, che porta a pensare che è meglio non sapere, è meglio non chiedere, è meglio non aprire il proprio sguardo là  dove quello che scoprirai potrebbe scoperchiare un vaso di Pandora, potrebbe sconvolgere le tue tranquillizzanti convinzioni.
Mentre la trasmissione si trascinava tra testimonianze, ricostruzioni e tentativi di smontare le accuse ad un certo punto Mantovano ha detto una cosa che ha attratto la mia attenzione e che mi ha fornito l’unico fatto certo della serata. La discussione aveva appena toccato il processo di Palermo contro Andreotti, quello che ha accertato i legami del sette volte Presidente del Consiglio con Cosa Nostra, quello che ha chiarito a quella parte del paese che non vuole mettere la testa sottoterra come uno struzzo che l’uomo politico più importante dei primi 50 anni di Repubblica operava con il consenso e sotto l’egida di Cosa Nostra. Ebbene, Mantovano ha affermato di considerare questo processo uno spreco di risorse della giustizia che si sarebbero potute utilizzare in modo ben più utile. Probabilmente è stato sì uno spreco per quelli che, nonostante quello che la sentenza ha messo nero su bianco, continuano a fare gli struzzi, a non voler guardare, continuano a tenersi una benda davanti agli occhi, a pensare che la Mafia, se esiste, siano quattro ragazzotti dalla pistola facile. Per chi abbia il coraggio di pretendere un paese migliore, non ci può essere nulla di più importante per la giustizia italiana che sapere che chi ha governato l’Italia tanto a lungo operava d’accordo con la Mafia.
In conclusione della serata ho ancora molti dubbi su cosa Dell’Utri abbia detto ai fratelli Graviano e se Berlusconi abbia fatto o no gli interessi di Cosa Nostra, non ho invece più dubbi sul fatto che il modo di ragionare di Alfredo Mantovano rientri in quella dimensione mentale che sono solito definire mafiosa. La cosa non ha certamente rilevanza penale e i tanti che in Italia la vedono come Mantovano lo voteranno ancora per chissà  quanto, sospingendo l’Italia sempre più indietro. Tuttavia ho la certezza che l’Italia sarà  un paese migliore quando quelli come Mantovano saranno nel posto più adatto a loro: un bel baretto dove giocando a tresette dal mattino alla sera possano fare meno danno possibile alla collettività .

Dec 13th, 2009

Il crollo

Ci era andato proprio tutto bene finora nella maledetta Coppa. Le vittorie stentate contro il Maccabi, le sconfitte imprevedibili del Bayern, perfino un gol irripetibile di David in apertura di un incontro in cui sarebbe bastato un pari. Eppure non è bastato. Perché? Da dove nasce il crollo che ha portato la Juve alla sconfitta più cocente degli ultimi sessant’anni? Negli occhi vitrei che a fine gara osservavano gli attaccanti bavaresi prendere a pallate Gigi la domanda si rincorreva come in un Mantra.

Una nutrita e chiassosa rappresentanza bavarese nel settore ospiti aveva caratterizzato il prepartita, segnalando che i tedeschi non erano affatto rassegnati all’eliminazione. L’inizio era buono, Diego pareva in ottima serata e anche Trezeguet si mostrava in gran forma. Il gioco fluiva all’interno del rombo e la manovra si sviluppava bene sia a destra che a sinistra dove Grosso e Caceres non facevano mancare il loro contributo. Dietro semmai le folate del Bayern creavano improvvise falle in una difesa orfana del gladiatorio Giorgione e faceva paura che Olic si issasse miracolosamente tra Caceres e Melo e colpisse il palo alla sinistra di Buffon senza che nessuno dei due centrali lo contrastasse, non tanto per il palo in sé ma per la latitanza del reparto. Accadeva però subito dopo che Diego recuperava un pallone in pressing, Marchisio vedeva David, lo serviva ed il franco-argentino colpiva al volo in modo regale bucando la porta tedesca. Nell’esultanza di Trezeguet c’era il sollievo per una qualificazione che sembrava già  afferrata.
Ma le falle non venivano colmate dal vantaggio e diventavano anzi voragini. La stanchezza di Marchisio e la scarsa vena di Mauro German lasciavano troppo isolato Melo in mezzo al campo. Non appena il Bayern riusciva a saltare il brasiliano si aprivano ai tedeschi praterie in mezzo al campo in un dissesto tattico davvero improponibile. La confusione crescente portava Legrottaglie ad un improvvido tackle a centrocampo che faceva ripartire il contropiede avversario, e portava Caceres a gettarsi in scivolata su Olic con la stessa ingenuità  già  vista contro Milito Sabato sera. Questa volta il contatto c’era ed il rigore indiscutibile: peccato per Martin, unico a salvarsi in questa serata terribile, forse perché non ha fatto la preparazione estiva con Neri. Butt trasformava e si ricominciava da capo ma il Bayern non si fermava, la Juve sì. Felipe e Claudio parevano non reggersi più in piedi, Del Piero era sempre in ritardo e l’incomprensibile arbitraggio del pessimo Busacca non aiutava a capire l’incontro. Ben due volte, di lì alla fine del tempo, la Juve lasciava tirare dal limite Schweinsteiger nel dubbio su chi tra i difensori dovesse uscire per contrarne la folata centrale, cosa che denunciava uno spaesamento ormai patologico.
Nell’intervallo Ferrara faceva la cosa più scontata ma anche più ragionevole, ovvero riportare con Poulsen in campo il 4-4-2 che superasse gli imbarazzi della fase centrale del nostro centrocampo, rilevando l’ininfluente Del Piero. Il cambio di Ferrara mandava però Diego, brillante e intraprendente nel primo tempo, ad illanguidirsi in una posizione piuttosto ambigua tra attacco e centrocampo, e se la fase difensiva sembrava irrobustita dal cambio quella offensiva ne usciva completamente decapitata. Diego iniziava a vagare per il campo alla ricerca di una posizione ed in questo vagabondare perdeva un pallone davanti alla difesa sul quale prima Pranjic rischiava di far gol e lo faceva invece subito dopo Olic dal calcio d’angolo successivo sull’ennesimo sonno collettivo della difesa bianchenera. La Juve cercava di reagire e l’impegno di Diego era commovente ma anche lui pareva stanco e sfibrato come tutta la squadra. Guardando la freschezza del Bayern pareva di essere ad inizio partita, guardando la pesantezza della Juve pareva di essere nel finale dei tempi supplementari. Ferrara a quel punto estraeva dal cilindro la soluzione più strana per risolvere l’incertezza tattica di Diego: lo toglieva dal campo mettendoci Amauri. Era la fine per la Juve, che smarriva quelle poche idee che aveva e che di lì alla fine si limiterà  a buttare palloni in avanti come una squadra impotente nella sua sterilità . L’unico che non arretrava di un palmo era Martin Caceres che cercaca da solo di cambiare il corso della partita e ci riusciva quasi quando si travestiva da Messi e al termine di un’azione pazzesca metteva sul piede di David il pallone che avrebbe potuto renderlo santo. Di miracolo però ce n’era già  stato uno e questa volta il fendente andava alto. Gli ultimi venti minuti erano solo una triste agonia di una squadra che pareva essere in 10 o forse in 9 per la sua incapacità  cronica a costruire gioco. Il Bayern dilagava e nessuna reazione di orgoglio scuoteva una squadra al tappeto.
Nel dopo partita provavo ad ascoltare con speranza analisi e commenti che potessero spiegarmi cosa era successo, ma tutto ciò che sentivo erano lucidissime analisi sul valore di Diego e sulla campagna acquisti della Juventus, come se fosse colpa fosse del fantasista di Ribeirà£o Preto se la Juve, nell’incontro più importante dell’anno, ha concesso una dozzina di palle gol agli avversari e se si è presentata a quell’esiziale confronto nelle condizioni atletiche di una squadra di vecchie glorie. Quello che Juventus-Bayern ha detto è che la conduzione tecnica della squadra ha delle falle pazzesche, non so se la colpa è di Ferrara, di Neri, di Gaudino, ma la realtà  è questa e se il mio cuore mi dice che la colpa fondamentale è di chi ha pensato che sostituire Nedved senza sostituirlo fosse una strada praticabile, la ragione mi dice che questo organico, così com’è, può ottenere ottimi risultati e se sta andando incontro ad un fallimento totale non può essere solo perché non c’è più Pavelino nostro.

Dec 11th, 2009
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