Il Deserto dei Tartari

Ho riletto, dopo venticinque anni, il Deserto dei Tartari di Buzzati. L’ho ritrovato il libro splendido che ricordavo nella storia struggente di una vita che scorre via, giorno dopo giorno, leggera e perduta allo stesso tempo.
C’è un passo, in particolare, che ho trovato meraviglioso e che riporto di seguito:


“Disteso sul lettuccio, fuori dell’alone del lume a petrolio, mentre fantasticava sulla propria vita, Giovanni Drogo invece fu preso improvvisamente dal sonno. E intanto, proprio quella notte- oh, se l’avesse saputo, forse non avrebbe avuto voglia di dormire -proprio quella notte cominciava per lui l’irreparabile fuga del tempo.
Fino allora egli era avanzato per la spensierata età  della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità  attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già  arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già  precipita verso il confine dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’ altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà  pur finire.
Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità  fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.
Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà  allora come un risveglio. Si guarderà  attorno incredulo; poi sentirà  un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà  la gente, risvegliatasi prima di lui, che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà  il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà  quanta strada rimane, loro faranno si ancora cenno all’orizzonte, ma senza alcuna bontà  e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all’orizzonte. Dietro quel fiume -dirà  la gente -ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.
Fino a che Drogo rimarrà  completamente solo e all’orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà  stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta.
Giovanni Drogo adesso dorme nell’interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà  un giorno, là  dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno ne una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d’erba, tutto così da immemorabile tempo.”

Devo ammettere che non ricordavo questo passo, ma non è strano perché, se ci penso bene, probabilmente quando, sedicenne, lessi questo libro, la vita non mi aveva ancora dato gli strumenti per comprendere di cosa parlasse davvero.

Dec 24th, 2009

4 commenti to 'Il Deserto dei Tartari'

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  1. Bruno said,

    Molto vero, ma anche molto deprimente. Preferisco ancora Enrico La Talpa: “La vita è come una fetta d’anguria…”

  2. Coloregrano said,

    Credo sia:
    “la vita è come una fetta di anguria e c’è solo un modo per gustarla.
    Infilarci il grugno dentro sporcandosi da un orecchio all’altro.
    Poi sputi i semini, getti la buccia e l’anima vola in cielo..”

    Comunque, tornando al Deserto dei Tartari, io non lo trovo deprimente ma è questione di punti di vista…

  3. Bruno said,

    Forse il termine corretto è ‘angosciante’.

  4. Coloregrano said,

    Io trovo molto consolante il finale. Il riscatto dell’uomo che trova nella sua stessa morte fonte di soddisfazione.
    “Nel buio, benché nessuno lo veda, sorride”

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