La rinuncia ai nostri valori
Vi ricorderete di quando, nel lontano 2001, Berlusconi destò scandalo dichiarando che la “La civiltà occidentale è superiore alle altre”. Erano tempi che paiono preistorici oggi, e questo non solo perché la nostra sensibilità a certe sparate si è abbassata al punto che una frase simile pronunciata ora non guadagnerebbe forse nemmeno le prime pagine dei giornali. Riflettendo su quelle parole e sul recente battibecco diplomatico che ha contrapposto i colonnelli della nostra maggioranza di governo con i corrispettivi egiziani, ho trovato interessanti spunti per capire quanto è cambiato da allora nel modo di vedere la cultura occidentale.
Quando nel 2001 queste frasi furono pronunciate molti, come il sottoscritto, ne condannarono soprattutto il richiamo ad un concetto come quello della superiorità che rimanda a classificazioni aberranti, altri furono infastiditi anche dall’idea di attribuire un valore dogmaticamente definito alla civiltà . Nessuno di noi ha degli elementi oggettivi per stabilire quale sia la civiltà migliore, quella superiore, quella più desiderabile. La storia però ci ha detto, ci dice e ci dirà quali sono le civiltà più solide, più attrezzate per imporsi e sicuramente la civiltà occidentale è quella che ha esercitato un ruolo guida negli ultimi secoli,che ha diffuso i suoi valori a gran parte del mondo e noi, che siamo imbevuti di quei valori, non possiamo che vedere tutto ciò con soddisfazione, pur senza dimenticare tutto il sangue che è stato versato. Il fatto che oggi libertà e democrazia siano valori diffusi in gran parte del mondo è un fatto che la stragrande maggioranza di noi considera positivo. C’è certamente una fetta di persone che, ligia ai dettami del relativismo più spinto, è invece indifferente a valori e modelli di convivenza civile ma si trattava senz’altro di una percentuale esigua anche tra chi si indignò per le frasi di Berlusconi.
Ora, come sapete, dopo i fatti di Rosarno il governo egiziano ha criticato il trattamento che in Italia si riserva agli immigrati musulmani. Esponenti della maggioranza hanno replicato scompostamente ricordando episodi di sangue accaduti di recente in Egitto. Come alcuni sapranno all’inizio del mese in Egitto, in un villaggio vicino a Luxor, c’è stata un’incursione di un commando che ha sparato sulla folla che usciva da una chiesa facendo sette morti e pochi giorni dopo c’è stato un’altra incursione in un convento. Al di là del fatto che per molti leghisti deve già esser stata una notizia che, contrariamente a quanto accade a Cologne, dove di accettare la costruzione di moschee non se ne parla, in un paese musulmano come l’Egitto ci siano chiese e conventi cristiani, quello che vorrei approfondire è quello che sta dietro a questa replica, così come a tante altre affermazioni analoghe che comunemente vengono da quello stesso schieramento politico. Quello che sta dietro a queste affermazioni è infatti un arretramento proprio su quel concetto che nella sua goffaggine dialettica Berlusconi aveva enunciato, ovvero il nostro complesso di superiorità , frutto della constatazione che i valori dominanti sono oggi quelli che al mondo ha imposto l’occidente. Quel complesso sta svanendo e svanisce laddove ci si pone dialetticamente in confronto con l’Egitto su un piano simmetrico, come se non fossimo più noi ad essere la guida, ad essere il riferimento di valori. Quel complesso svanisce ogni volta che diciamo “Perché da noi sì ed in Arabia Saudita no?”. La risposta che un tempo avremmo dato è “Perché noi siamo l’Italia, l’Europa, la civiltà occidentale”, risposta pomposa e tronfia ma che segnava una consapevolezza della forza dei valori di cui è stata portatrice la cultura occidentale: libertà , eguaglianza, democrazia. Oggi quella risposta è diversa perché è venuta meno la consapevolezza di quei valori ed anche molti che brandiscono il crocifisso contro l’Islam lo fanno con la stessa consapevolezza con la quale brandirebbero una scure, perché dietro a quel crocifisso c’è solo una naturale aggressività , c’è solo una paura del diverso, c’è solo una difesa del proprio terreno palmo a palmo ma non c’è nessuna traccia dei valori che al simbolo stesso si richiamano ed è un punto che anche la Chiesa sta sempre più prendendo in considerazione.
Basti pensare a quello che ha risposto Maroni a chi gli sollecitava una presa di posizione sulle violenze di Rosarno: “Troppa tolleranza con gli stranieri“: come se il Ministro degli Interni egiziano avesse commentato le violenze di Luxor: “C’è stata troppa tolleranza nei confronti dei cristiani”. Eppure il degrado valoriale del nostro paese è andato talmente avanti che non ci facciamo neppure più caso, che la barbarie è ormai diventata una nostra consuetudine quotidiana.
Dovremmo ogni tanto provare a ricordare come e perché la civiltà occidentale ha preso un ruolo di guida, ha diffuso i suoi valori, ha costruito la società in cui viviamo ed in cui ci piace vivere. Se lo faremo forse riusciremo a capire che non vale la pena di calpestare quei valori per difendere il nostro orticello, altrimenti il rischio che la civiltà occidentale corre è di soccombere, non per mano di un inesistente nemico, ma per autocastrazione. I valori della nostra cultura hanno resistito ai conflitti più atroci e più laceranti, su mille eroici campi di battaglia, è imperdonabile che poi siano portati alla sconfitta in un campo di pomodori.
Le ragioni del fallimento
Nell’evidenza che, persa Coppa Campioni e Campionato, la prosecuzione del cammino in Coppa Italia e eventuali nobili gesta in Coppa Europa sarebbero solo un magro contentino, si può già a metà Gennaio annunciare il fallimento della stagione juventina, che tuttalpiù si può ormai solo salvare dal disastro che la non qualificazione alla prossima Coppa dei Campioni comporterebbe. Provo a partecipare al dibattito sulle ragioni del fallimento, provando ad evitare l’emotività che sento scorrere torrenziale in questi giorni.
Inizio col dire che in linea generale nel calcio, come in natura, i risultati negativi di un’organizzazione difficilmente sono spiegabili con una sola causa e la Juve di Ferrara non fa eccezione. Provo ad enumerare alcune origini del fallimento che paiono emergere in modo più forte dal ribollire di eventi che hanno condizionato il calcio in bianco e nero.
1. Ristrettezza dell’organico: in fase di campagna acquisti è stato, prima lasciato al suo destino Pavel che avrebbe credo giocato volentieri ancora una stagione facendo molto comodo al centrocampo bianconero, poi sono stati ceduti a prezzi di supersaldo Marchionni e Zanetti, dopodiché Ferrara si è trovato a fare i conti con una rivoluzione continua del centrocampo resa necessaria dagli infortuni. Alla fine siamo giunti a giocarci il Campionato contro il Milan con un centrocampo formato da Salihamidzic e Poulsen, onesti lavoratori della pedata ma nulla più, che a Settembre erano previsti in partenza e che sono rimasti per mancanza di valide offerte, e Marchisio sull’esterno sinistro, duttile ma che non c’è certo nato per quel ruolo. Ancora peggio sarà la situazione domani contro il Napoli visto che anche il danese si è fatto male. Se, come molti pensano, gli infortuni sono eccessivi se ne indaghino le cause che ormai non possono più essere solo sfortuna. Se invece, come la società sostiene, siamo in media con le altre squadre europee, allora le colpe sono di chi ha impoverito l’organico dimenticandosi che non si può ricorrere ogni settimana a soluzioni di emergenza e sperare di essere poi competitivi. Non dimentichiamoci che la Juve oggi, anche a pieni ranghi, non ha un sostituto naturale per Camoranesi che invece Marchionni, che pure non è mai stato un fenomeno, rappresentava indubbiamente.
2. Acquisti sbagliati: negli anni scorsi alla società veniva imputato di non spendere, quest’anno che ha ricominciato a spendere lo ha fatto sicuramente male. Non me la prenderò qui con Melo che non può essersi imbrocchito improvvisamente dopo esser stato protagonista del Brasile che a Giugno aveva ridicolizzato la nostra Nazionale: non è forse nel suo ruolo naturale ed è probabilmente un personaggio fragile che si è fatto travolgere dall’instabilità della Squadra. Non si può comunque negare che sia incredibile che mentre la Juve svuotava il forziere per comprare Melo, l’Inter si garantiva le prestazioni di due centrocampisti eccezionali come Thiago Motta e Sneijder spendendo molto meno. Se capita solo alla Juve di vedersi proporre cifre da capogiro ogni volta che chiede un giocatore (vedi D’Agostino) c’è qualcosa che non va nella capacità negoziale dell’entourage bianconero. Per quanto riguarda Diego non credo valga la pena di impegnarmi in un’apologia del giocatore che mi pare superflua. Se dico che la metà delle reti segnate dalla Juve quest’anno siano frutto di assist o calci piazzati del brasiliano non credo di allontanarmi dalla verità . Non è Maradona, non è Platini, è un ottimo giocatore che in un organico diverso farebbe faville, come ha fatto nelle prime giornate e spesso anche dopo, quando la squadra glielo ha consentito.
3. Condizione atletica: è curioso che il ritornello che si è riproposto quasi sempre sia quello di una squadra che gioca primi tempi se non entusiasmanti quasi sempre convincenti e poi finisca sulle ginocchia la partita, all’inizio si pensava fosse il rombo ad essere dispendioso, ma anche con altri moduli le ultime mezzore di confusione ed impotenza sono diventate un ritornello talmente costante da richiedere una spiegazione convincente. Il numero elevato degli infortuni muscolari non fa che confermare inoltre i dubbi circa l’efficacia della preparazione atletica.
4. L’allenatore: è stato sicuramente azzardato affidare una squadra in fase di costruzione, sia dal punto di vista tecnico che psicologico, ad un allenatore esordiente. E’ risultato piuttosto evidente che Ferrara, non appena gli infortuni gli hanno sottratto gli elementi del puzzle che aveva in testa, ha iniziato a sperimentare soluzioni più o meno acrobatiche che hanno disorientato i giocatori e creato insicurezza nell’ambiente. Non so se il rombo avrebbe mai potuto funzionare, anche se all’inizio del Campionato ci ha regalato momenti di qualità straordinaria, sicuramente è un sistema di gioco che presuppone un equilibrio che è difficile trovare laddove sia continuamente necessario cambiare uomini e l’aver poi cambiato schemi più volte per risolvere il problema non ha fatto che accentuare la confusione. I dissapori che si sono creati nello spogliatoio dopo le prime delusioni sarebbero stati forse intercettati ed arrestati prima da un tecnico più navigato.
Tutto ciò premesso, adesso che fare?
Il mito che molti inseguono è quello del cambio di allenatore. Un giorno scriverò più estesamente di quello che penso del meccanismo del valzer delle panchine, che considero essere l’amuleto più usato nel mondo del calcio ma poco più di un gesto scaramantico. La costruzione di una squadra di calcio è un processo complicato e faticoso e nessun allenatore al mondo riesce a compierlo in pochi giorni. L’unico vantaggio nel cambio di panchina si ha quando il rapporto umano e psicologico è talmente rovinato da non essere più sostenibile. Fino a poche settimane fa pensavo che questo non fosse il caso della Juve, la sgambata da vecchia gloria del nostro Capitano di Domenica sera mi ha fatto pensare che invece questa sia la situazione, ma questo lo può sapere con certezza solo chi è dentro l’ambiente. Sicuramente la Juve non ha bisogno di traghettatori o meglio di altri traghettatori visto che anche Deschamps e Ranieri hanno dato la franca impressione di aver già ricoperto quel ruolo. La Juve ha bisogno di un timone forte e solido per il futuro: sarà Lippi? Sarà Hiddink? Sarà Gasperini? Chiunque sia non basterà però. Se non si risolveranno i punti 1,2 e 3, il punto 4 diventerà un inutile orpello; se la società non riuscirà a ritrovare l’autorevolezza sul mercato che altre squadre hanno, se non troverà uno staff di preparatori atletici all’altezza, se non potenzierà l’organico, nemmeno il Mago Gandalf potrebbe rendere competitiva Madama.
La resa
La psicologia di un calciatore, come in generale di qualcuno impegnato in una prestazione sportiva, è un dedalo difficilmente indagabile. Quanto c’è di ansia, quanto c’è di paura, quanto c’è di fatica, quanto c’è di mancanza di tecnica in un fallimento sportivo o calcistico? E’ il dubbio che ogni volta che si esce da incontri come quello di ieri sera ci si pone senza risposta.
La serata di Juve-Milan era iniziata in un clima di attesa: ci si sforzava di abbozzare entusiasmo dopo il funereo pomeriggio di Juve-Catania ma prevaleva la paura, la preoccupazione, il clima da ultima spiaggia.
Prima dell’inizio si segnalava una pioggia di razzi inviati dal settore milanista verso la vicina Curva Nord juventina ed una salve di bombe carta: continuo a pensare che iniziative simili non siano normali manifestazioni di tifo ma azioni delinquenziali ma tant’è…
L’incontro iniziava con un’azione personale di Diego che saltava l’uomo, resisteva al fallo e accelerava verso una possibile conclusione a rete quando l’arbitro Damato, davvero inguardabile, lo fermava fischiando il fallo e non concedendo la norma del vantaggio come avrebbe saputo fare anche un qualsiasi arbitro panciuto di CSI. Poco dopo lo stesso Damato graziava Ronaldinho per un fallo da dietro che sarebbe valsa l’ammonizione su qualunque campo del mondo e chiariva di non essere adeguato a dirigere né in serie A né in qualunque serie professionistica.
La Juve comunque partiva bene, Diego si insinuava con efficacia e velocità tra le linee avversarie e riusciva a dimostrare l’esplosività che solo a tratti gli avevamo visto in maglia bianconera e che si esprimeva in una magia che accarezzava il palo alla sinistra di Dida. In teoria tutto funzionava compresa un’apparente buona condizione fisica; il problema era che il centrocampo juventino era per l’occasione formato da Brazzo, Melo, Poulsen e Claudietto Marchisio, e se Felipe non è il fenomeno di tecnica individuale che il suo prezzo lasciava presagire, figuriamoci gli altri tre. L’assenza di Martin Caceres ci ricordava inoltre quale salto di qualità avesse fatto la fascia destra con l’uruguagio…
Così il solidissimo e ben disposto centrocampo bianconero svettava su ogni pallone, travolgeva gli stantii avversari rossoneri, ma ogni manovra corale veniva vanificata da errori di misura da oratorio. Il passare dei minuti vedevano Dida sempre inoperoso ed il furore iniziale dei Nostri stemperarsi nella solita impotenza, ma il Milan rimaneva alla finestra, sembrava rifiutare un’iniziativa che la Juve ormai stava cedendo. Sembrava già profilarsi uno zeroazero segnato ed invece ci metteva lo zampino Felipe che ha la straordinaria capacità di essere sempre decisivo, quando sbaglia. Il brasiliano, con una svirgola straordinaria, forniva un passaggio geniale a Nesta che mandava il Milan in vantaggio. Era metà primo tempo, c’era tutto il tempo per recuperare, ma non per questa Juve: i ragazzi di Ciro si fermavano qui, venivano colti da quel torpore, misto a rassegnazione e frenesia, che è il ritornello di quasi ogni seconda parte di partita da tre mesi in qua. Il resto della partita era solo un’attesa che il Milan si levasse di dosso la paura di una reazione juventina e decidesse di maramaldeggiare, cosa che i rossoneri facevano negli ultimi minuti raggiungendo un 3-0 che da sconfitta diventa disfatta storica. Gli unici eventi degni di nota erano: da un parte l’ennesimo infortunio, questa volta di Poulsen, che si procurava una frattura al perone, su un pestone nemmeno sanzionato con un fallo dall’arbitro; dall’altra l’ingresso in campo di Del Piero che sgambettava per una mezzora con l’intensità di una partitella di allenamento limitandosi a sporcare al ’93 la tuta di Dida, costringendolo ad una parata che ci ricordava quanto decisivo il Capitano sappia essere anche quando non gioca.
Ormai la realtà va guardata in faccia: la Coppa dei Campioni è andata, i primi due posti in Campionato anche, il fallimento è ormai certo, la squadra non ha più fiducia nella sua direzione tecnica ed il rischio di un disastro è altissimo. A parte scriverò cosa penso in merito: qui mi limito a dire che la tristezza è grande per una stagione da cui non ci aspettavamo magari grandi trionfi, ma almeno che le speranze non morissero così giovani e in circostanze così tragiche.
Kafka sempre attuale
Il nome di Kafka è indissolubilmente associato, anche in chi non ha mai letto nulla dell’autore boemo, alla sensazione in cui spesso l’uomo moderno ricade: di essere cioè incastrato tra ingranaggi più grandi di lui di cui non comprende l’origine a dai quali non sa come districarsi. L’uomo di oggi, forse ancor più di quello dei tempi di Kafka, si ritrova spesso in una simile situazione e negli ultimi giorni ho sentito tre storie che dipingono molto bene questo quadro.
La prima è del signor K., proprio come il protagonista de “Il processo” di Kafka. K però sta qui per Khadim, immigrato clandestino senegalese, vissuto per anni a Napoli, che al momento di far ritorno in Senegal è stato arrestato dalla polizia che gli ha contestato il non aver ottemperato ad un precedente decreto di espulsione. Khadim è stato quindi condannato a 7 mesi di reclusione che dovrà scontare in Italia, a spese della collettività , nonostante sarebbe stato ben contento di tornare in Senegal. Insomma, se fosse rimasto tranquillamente a Napoli nella clandestinità non gli sarebbe successo nulla, ma avendo cercato di tornare in Senegal si è ritrovato ad essere condannato per non averlo fatto prima. Chissà cosa farà , una volta scontata la pena, chissà se riuscirà a racimolare di nuovi i soldi per comprarsi un biglietto aereo, oppure dovrà di nuovo racimolare i soldi per ritornare, o ancora sarà lo stato a pagargli il volo. Mi pare tutto molto curioso, no?
La seconda storia è del signor F. F qui sta per Fabrizio, pianista quarantunenne di Chieti, malato di sindrome fibromialgica. L’unico rimedio al suo male è la cannabis: sì proprio quella sostanza che per molti è il male assoluto sotto sembianze vegetali e che invece per Fabrizio è l’unico modo per trovare sollievo dal suo dolore e dalla sua immobilità . I medicinali a base di cannabis in Italia sono molto costosi e non sono passati che da pochissime ASL, quindi Fabrizio è costretto a produrre in casa la cannabis, cosa ovviamente illegale in Italia, con la conseguenza che è fatto periodicamente oggetto di visita dalla Polizia che oltre ad arrestarlo, gli sequestra anche il prezioso medicinale consegnandolo ad un dolore atroce che può esaurirsi solo quando riesce a venire in possesso di nuovo della salvifica, ma peccaminosa, erba.
L’ultima storia è quella del signor S. Qui S sta per Stefan, elettricista slovacco residente a Dublino da tre anni, che ha portato inconsapevolmente con sé di ritorno da un viaggio nel paese d’origine una quantità cospicua di esplosivo al plastico. La polizia di frontiera slovacca ha infatti ammesso di avere svolto un test dei servizi di sicurezza degli aeroporti di Bratislava e Poprad-Trary che ha dell’incredibile: ha infatti infilato in 8 bagagli scelti a caso altrettante cariche esplosive per verificare che le stesse venissero correttamente individuate dai controlli. Delle otto cariche quella contenuta nel bagaglio di Stefan è misteriosamente sfuggita ai controlli, dopodiché le autorità slovacche non hanno né hanno bloccato la partenza del volo, né hanno avvertito quelle irlandesi di bloccare i bagagli all’arrivo, lasciando che il Signor Stefan tornasse a casa sua a Dublino con il suo esplosivo. Solo il giorno dopo il Signor Stefan è stato avvertito e solo il giorno ancora successivo sono state avvertite anche le autorità irlandesi che, in una sfida a chi è più cretino, hanno pensato bene di arrestare il Signor Stefan come un sospetto terrorista. Alla fine il mistero si è svelato, il Signor Stefan è stato liberato, ha ricevuto le scuse sia del Governo slovacco che di quello irlandese ma si ricorderà senz’altro di questa esperienza…
Perle televisive natalizie
Nel periodo natalizio ho passato più tempo del solito davanti alla televisione ed ho potuto perciò meglio apprezzare quale sublime qualità ed imparzialità abbia l’informazione televisiva. Le tre gemme più preziose sono state:
Al terzo posto: Il giorno di Santo Stefano il TG5 ha mandato in onda un servizio sulle misure di sicurezza negli aeroporti, dopo il fallito attentato di Natale. A corredo del servizio c’erano una serie di interviste a passeggeri a cui era richiesto un parere su tali misure. Stranamente i soliti mugugni ed il solito scetticismo, che si sentono al metal detector ogni volta che ci si imbarca, erano svaniti e tutti ma proprio tutti gli intervistati, guardando fisso nella telecamera come dei perfetti uomini di spettacolo, spiegavano che le misure prese erano il massimo della vita e che finalmente si sentivano completamente e splendidamente sicuri. Casualmente scopro oggi che abbiamo appena comprato una dozzina di Body Scanner, i sistemi per “spogliare” i passeggeri individuando ad una prima passata cosa abbiano sotto i vestiti. Ci sarà un nesso? Chissà …
Al secondo posto: il 29 Dicembre pomeriggio, a pochi giorni dall’ufficializzazione della candidatura, a Rai Due sono già riusciti a fare un po’ di campagna elettorale alla sindacalista Polverini, candidata per il PdL nel Lazio, con una sua lunga intervista durante la trasmissione “Il fatto del giorno”. Che tempismo… Questo mi suggerisce in quale spot continuo si trasformerebbe la televisione italiana se non ci fosse la provvidenziale legge sulla par condicio.
Al primo posto: il 27 Dicembre il TG5 delle 13 sfoderava un lungo intervento di un astrologo che spiegava che questo sarebbe stato l’anno della bilancia (guardacaso il segno di Berlusconi) e che la congiunzione di non so bene quali pianeti avrebbe favorito l’armonia e l’intesa, come ad esempio quella che riguardava le riforme condivise. Siamo finalmente tornati al tempo in cui prima di andare in battaglia i generali consultavano gli astri? Forse no, ma a molti piacerebbe…
I berlinesi ed il turismo
Ricordavo dai miei precedenti viaggi gli abitanti della capitale tedesca come non particolarmente cordiali ma in questi giorni ne ho avuto svariate riprove.
Sicuramente il tedesco è una lingua dai suoni duri che forse non suona come particolarmente accogliente, ma è la stessa lingua che parlano i tirolesi che invece trovo straordinariamente cordiali e ospitali.
Non aiuta a suscitare simpatia nei turisti stranieri nemmeno la propensione tedesca ad introdurre mille norme di comportamento che devono essere poi scrupolosamente rispettate e che comportano severi rimproveri in caso di violazione, tra le quali: sedersi su uno dei primi due scalini sulla scalinata che ricostruisce l’altare di Pergamo (dal terzo in poi si poteva chissà come mai), mangiare un pezzo di cioccolato nel Neues Museum per far tacere i morsi della fame, appoggiarsi al muro dello stesso museo per curare un improvviso crampo, portare la borsa dietro anziché davanti nel palazzo di Charlottenburg. Nonostante mi ritrovi spesso a lamentarmi dell’allergia italica per le regole, devo dire che anch’io mi sono trovato spesso a sbuffare per i continui rimproveri a cui eravamo sottoposti.
Al di là di queste peculiarità  dei locali c’è però la generale sensazione che l’esercente berlinese medio di negozi, ristoranti o alberghi, veda il turista come un gran seccatore e faccia ben poco per nascondere questo sentimento. A partire dalle tenebrose inservienti del nostro albergo, passando per la custode del Deutsches Historische Museum che ci ha spinto fuori dal museo nonostante mancassero 10 minuti alla chiusura, per finire alla cameriera del locale Deponie che ci ha, senza alcuna spiegazione, portato via un menu dal tavolo nonostante non avessimo ancora ordinato e nonostante avesse una dozzina di altri menu accatastati sul bancone.
Anche nella semplice esperienza di fare la spesa in un supermercato la sufficienza con cui si veniva trattati dalla cassiera era paragonabile a quella con la quale le cassiere nostrane più leghiste accolgono una famiglia Rom.
Se per la cordialità i berlinesi non sono comunque rinomati ed un suo difetto non desta grandissima sorpresa più sorprendente è invece la relativa disorganizzazione dell’apparato turistico. La metropolitana di Berlino non ha né l’efficienza né la chiarezza nelle informazioni di quelle di Londra o di Parigi. Spesso ci siamo ritrovati a brancolare nel buio rincorrendo linee chiuse, coincidenze inesistenti o direzioni improvvisamente venute meno. Non migliore sensazione circa l’efficienza dell’apparato turistico l’abbiamo avuta dalle lunghe code all’aperto, con una temperatura che andava dai cinque ai dieci gradi sottozero, fatte per entrare prima al Museo di Pergamo (tre quarti d’ora) e poi al palazzo del Reichstag (un’ora e mezza). Distribuire biglietti a fascia oraria è un’operazione che, specialmente in climi così freddi, è quasi d’obbligo; stupisce che a Berlino non ci abbiano pensato.
In definitiva i tedeschi adesso la capitale ce l’hanno, grande e bella, adesso devono capire che i turisti non sono solo dei goffi seccatori ma anche una risorsa e forse andare a Berlino potrà diventare ancora più piacevole.
San Silvestro alla Porta di Brandenburgo
Trovandoci a Berlino per la notte di San Silvestro, non si poteva mancare all’appuntamento con la mezzanotte di fronte alla Porta di Brandeburgo, dove si annunciava un concerto e spettacolari intrattenimenti.
La porta era racchiusa da una serie di transenne che obbligava ad avvicinarvisi dalla direzione Ovest, attraverso una specie di piccolo Luna Park sistemato sul Viale 17 Giugno, quello che porta alla Vittoria Alata. Il risultato era una lunghissima camminata dal metro di Haupt Bahnhof, per poi procedere faticosamente verso la porta affrontando una calca impressionante. Dopo lunga sofferenza arrivavamo nelle vicinanze della porta proprio nelle imminenze della mezzanotte. Festeggiavamo l’anno nuovo senza lo spumante di rito perché avevamo scoperto, al momento di comprarne una bottiglia, che a Berlino alle 14 del 31 chiudeva praticamente qualunque esercizio pubblico. Ricordavo le chiusure molto comode (per loro) degli esercizi pubblici come una caratteristica di Berlino ai tempi della mia visita del ’90: pensavo ad un contagio del socialismo reale, ma mi viene il dubbio che sia invece una caratteristica della gente di qui.
Era il momento dei botti di Capodanno: ci aspettavamo uno spettacolo indimenticabile ma quello che ci trovavamo di fronte era una salva di fuochi che sarebbero stati deludenti alla festa del santo patrono di San Mauro. La parte bella invece era quella dei tanti razzi e petardi fai da te che riempivano la Piazza davanti al Reichstag di fuochi e rumori che davano un tocco di partenopeo al caratteristico ordine e rigore teutonico e rendevano divertente l’insieme.
Poco teutonica era anche la lentezza con cui i resti della nottata sarebbero stati rimossi. Il 3 mattina gran parte dei rifiuti si trovava ancora di fronte alla sede del Parlamento tedesco.
Finivamo la nottata davanti ad un gluhwein (vin bruleè) allungato con ruhm, familiarizzando con un gruppo di tedeschi di origine persiana. L’alcool ed un po’ di adrenalina allontanavano brillantemente il gelo della notte berlinese.
Buon anno a tutti!
La mia terza Berlino
Visitai Berlino nel 1990, ci tornai nel 2000 e, per una coincidenza numerica non prevista, ci siamo venuti per il Capodanno 2010. Le due precedenti visite erano state storicamente molto significative: la prima per scoprire cosa fosse la città all’indomani della caduta del muro, la seconda per rendersi conto di quanto fosse cambiata nei fondamentali 10 anni successivi. Nel ’90 avevo visto una città occidentale moderna, ma un po’ chiusa nel suo microcosmo, ed una città orientale travolta dall’improvvisa rivoluzione. Nel 2000 mi aveva impressionato la grandiosità con la quale era stata modernizzata Berlino, la sensazione di un popolo orgoglioso di essere di nuovo unito e di avere di nuovo la sua grande capitale.
Il 30 pomeriggio sono giunto a Berlino pronto perciò a confrontare questa visita con le precedenti. Il primo impatto è stato con la stazione dell’aeroporto di Schà¶nefeld che per sommarietà degli allestimenti, nonostante sembri piuttosto recente, ricorda, per chi la conosca, la stazione di Torino-Madonna di Campagna. La rete di trasporti metropolitani di Berlino è composta dall’U-bahn, metropolitana classica, e l’S-bahn, una metropolitana parzialmente superficiale.
L’albergo dove siamo alloggiati è il Mark Meineke Hotel situato in zona Giardino Zoologico. Appare un po’ datato e la moquette, presente ovunque, non migliora l’impressione ma è elegante e pulito ed ha un accettabile rapporto qualità -prezzo.
Roma ladrona la Lega ti fa un dono
Ve lo ricordate il vecchio slogan leghista: “Roma ladrona, la Lega non perdona“? Nella sua rozzezza lo slogan riassumeva uno dei motivi di successo della Lega delle origini: l’indignazione contro lo spreco e la spinta ad una moralizzazione della vita pubblica italiana, indignazione che trovò sponda in Mani Pulite e portò simpatie e consensi alla Lega nello stesso momento in cui la portava ai giudici di Mani Pulite. Io stesso guardai a quella Lega con una certa simpatia proprio perché condividevo quella spinta moralizzatrice anche se mi lasciavano perplesso il linguaggio ed i toni usati.
Poi venne l’alleanza con Berlusconi, restò la rozzezza del linguaggio, nonostante le cariche istituzionali, ma dell’iniziale spinta moralizzatrice non restò più nulla ed anzi la Lega si fece vessillifera di Berlusconi nella sua guerra contro la magistratura.
Nonostante ciò lo slogan è ancora spesso presente ai raduni leghisti e fa parte un po’ della storia del movimento. Ho trovato sommamente ridicolo perciò che la Lega non abbia avuto nulla da ridire circa il fatto che la manovra finanziaria appena approvata, che ha negato ogni espansione degli ammortizzatori sociali, pur nella crisi occupazionale attuale, che non ha invertito la china dello sfoltimento di servizi essenziali come scuola e università , che ha negato i finanziamenti previsti per la rete a larga banda, non ha fatto mancare un bel 600 milioni di euro a vantaggio di “Roma capitale”. Non c’è male in effetti per una finanziaria di crisi, considerando che altri 100 arriveranno in seguito. Non è una novità , anche il governo Prodi aveva stanziato fondi per la capitale, ma non si era in un momento di crisi come questo e in una situazione di bilancio a rischio default.
Alla fine mi viene un dubbio: quando i leghisti di allora raffiguravano il potere romano come la massaia che raccoglie le uova d’oro della Padania qualche ingenuo pensava che volessero modificare quel rapporto, in realtà probabilmente volevano semplicemente diventare massaia anche loro.
Anteo Zamboni oggi
Per chi non lo sappia, Anteo Zamboni era un ragazzo bolognese che la storia ci tramanda come anarchico e che il 31 Ottobre del 1926 sparò un colpo di pistola a Mussolini, mancandolo e venendo poi pestato a morte dagli squadristi di Arpinati. Il regime se la prese anche con la sua famiglia, incarcerando il padre e la zia con l’accusa di averlo male influenzato. Rimase non chiarito il sospetto che l’attentato fosse stato in realtà architettato dall’ala più estrema del fascismo, caduta in disgrazia presso il Duce. In ogni caso la reazione politica immediata del regime fu di far decadere i deputati dell’opposizione e sciogliere partiti politici e giornali non allineati, ponendo fine anche a quel simulacro di democrazia liberale che era rimasto dopo le vicende che seguirono l’omicidio Matteotti e l’introduzione delle Leggi Fascistissime.
Anche la “Notte dei Cristalli“, il primo grande pogrom che in Germania aprì la stagione dello sterminio degli ebrei, nacque con il pretesto di vendicare l’uccisione del diplomatico tedesco Ernst vom Rath da parte dell’ebreo franco-polacco Herschel Grynszpan, omicidio che in seguito venne attribuito non a questioni politiche ma ad una liaison sentimentale tra i due.
Nella sostanza comunque i regimi dittatoriali hanno sempre sfruttato le aggressioni di singoli per dare giri di vite alle libertà civili; la dittatura si legittima presso i cittadini come difesa dal disordine o da qualche più o meno generico nemico: quale miglior dimostrazione che questa difesa è necessaria che quando qualcuno attacca l’autorità costituita sulla pubblica piazza?
L’Italia di oggi non è governata da una dittatura ma da una classe politica che di cultura democratica ha ben poco e lo ha dimostrato reagendo all’aggressione a Berlusconi di Milano così come reagiscono le dittature, ovvero promettendo limitazioni delle libertà civili: limitazione del diritto a manifestare e limitazione sull’uso di Internet. E’ passata una settimana e mezza, un po’ di proteste e sollevazioni varie e non sappiamo quante pressioni internazionali: sta di fatto che Maroni ha prima annacquato e poi abbandonato i suoi propositi di svolta. Tutto questo mi fa pensare che quello che è cambiato in Italia, rispetto ai tempi di Anteo Zamboni, non sia tanto il modo di pensare dei singoli, la cultura della libertà  di espressione, la ripugnanza che certi metodi suscitano in governanti e governati, ma sia piuttosto il tessuto sociale che rende difficile certe svolte, perché da un lato facilita la mobilitazione contro simili provvedimenti, dall’altro prevede una serie di legami talmente forti con la comunità internazionale che rende difficilmente praticabili svolte illiberali. Quando Schifani ha dichiarato che Facebook è peggio dei gruppi degli anni ’70 ha dimostrato solo la sua incompetenza. Probabilmente qualcuno poi gli ha spiegato che Facebook è un’azienda che fa 300 milioni di dollari di fatturato all’anno e lui si è taciuto fortunatamente.
Non so se questo ci mette al riparo da rischi per la democrazia, ma almeno ci dice che se tornerà la dittatura non corriamo il rischio che ciò accade senza che ce ne accorgiamo. Se ad esempio non ci fosse Annozero e non avessi visto l’ottimo servizio realizzato nel comune bresciano di Cologne, non mi sarei reso conto che nel bresciano ormai gli slogan leghisti assomigliano sempre di più a quelli nazisti. Non credo che arriveremo ai pogrom e ai campi di concentramento per musulmani, ma se dovesse capitare non potremmo dire che non ne avevamo avuto le avvisaglie.

