Il nemico tra noi

L’animo umano è un po’ come un arco, più lo si tende e più è temibile e dirompente ma più lo si tende e più è difficile da maneggiare e più rischia di scoccare la freccia nel momento o nella direzione sbagliata. Chi crede in un mondo migliore e sa battersi per raggiungerlo è chi sente un fuoco ardere dentro di sé, chi vede con indignazione a ciò che non condivide e trova le energie per provare a cambiarlo spesso fatica a contenere la sua emozione, a ricondurla ad un dialogo razionale e pacifico. Per questo, da che anche l’uomo comune ha iniziato a vedere la storia come qualcosa che è in grado di formare e modellare, succede che molti di quelli che la storia cerchino di formare e di modellare, finiscano per cercare di farlo con la forza, con la violenza o con la sopraffazione. Questo esula da quanto buoni siano gli intenti e quanto l’obiettivo finale sia in armonia con i nostri valori, fa semplicemente parte di un aspetto oscuro ma diffuso dell’animo umano. Tutto ciò ha fatto sì che, a dispetto del diffondersi dei valori di libertà  e democrazia, il ventesimo secolo si sia riempito di dittature abiette e aberranti e ancora oggi molte ve ne siano in giro per il mondo.
odissea-nello-spazio-kubrik.jpgTuttavia non solo nella società  ma anche nel nostro intimo ci dibattiamo in questo conflitto, combattiamo con questo nostro nemico nascosto che ci porta ad essere intolleranti, a respingere dialogo e mediazione con chi non la pensa come noi. E’ proprio l’ansia di ottenere ciò che si vuole che porta ognuno di noi ad alzare il tono, ad infervorarsi per quello in cui crede e contro quello che disprezza. I meccanismi sociali fanno però trionfare non quello che è più giusto, anche perché la giustizia è un valore squisitamente soggettivo, ma ciò che è più convincente e si dà  il caso che l’aggressività , la violenza, fisica o verbale, siano solitamente assai poco convincenti. Si finisce con l’assomigliare ai primati di “2001 Odissea nello Spazio” di Kubrick e le persone ti guardano con diffidenza e sfiducia per quanto apprezzabile sia quello che sostieni.
Tutto questo solleticava i miei pensieri guardando su Annozero l’universitario Luca Cafagna battibeccare con La Russa abboccando alla lenza del Ministro come un pesce all’amo. La Russa sarebbe stato in grossa difficoltà  se il ragazzo avesse dato dei pazzi a quelli che spaccavano i bancomat, se avesse sostenuto (che sia vero o no) che il movimento era pacifico ed i violenti erano pochi sciocchi, se avesse chiarito che i lanciatori di sanpietrini andavano condannati e isolati perché non facevano che portare consensi alla Gelmini. E invece no perché il Cafagna è dentro ad uno stato di conflitto, interpreta la parte di uno dei due fronti di uno scontro, scontro in cui, come in tutti gli scontri, la violenza dell’uno giustifica la propria e in cui prendere le distanze dalla propria violenza suona come prendere le distanze dal proprio fronte. Da quindici anni Berlusconi non fa altro che alimentare lo scontro con qualunque cosa si muova in direzione a lui contraria, Luca è cresciuto in questi quindici anni e non è strano che, avendo idee contrarie, si senta già  in guerra e si comporti come uno che sta in guerra e non in democrazia. Quando lo stesso Cafagna dice che il problema non è prender le distanze dai sanpietrini ma è qualcos’altro dimostra di non aver capito nulla, il problema invece sono proprio i sanpietrini perché è proprio sullo scontro che porta dritto al sanpietrino, sulla contrapposizione violenta o aggressiva, che i La Russa della situazione costruiscono il proprio potere. Chi ha costruito il proprio potere sullo scontro non può che essere lieto che qualcuno alimenti quello scontro, sebbene dal fronte opposto, chi ha costruito il proprio potere sulla delegittimazione delle istituzioni (magistratura, Parlamento, presidenza della Repubblica) non può che rallegrarsi che ci sia chi delegittima la Polizia. E’ una trappola in cui gli ingenui cadono e che alimenta il potere dei furbi. Fintanto che ci saranno dei pesci che si fanno prendere all’amo tirando i sanpietrini o difendendo chi lo fa, ci sarà  chi presenta colore che vogliono il cambiamento come sediziosi e pericolosi estremisti e ci sarà  una parte della società  che gli crederà .
L’unico modo per cambiare questo paese e di salvarlo dalla politica dei La Russa è di farlo utilizzando gli strumenti che la democrazia ci offre: il confronto e il dialogo e una buona idea ha avuto chi ha organizzato un incontro tra sindacati di polizia e organizzazioni studentesche. Chi voglia dar libero sfogo alla sua pur comprensibile rabbia con l’aggressività  e la violenza sappia che sarà  altrettanto responsabile dello sfascio di questo paese di quelli che contesta.

Dec 21st, 2010

Esportare la democrazia

Nell’ultimo quindicennio l’idea dell’esportare la democrazia è stata molto ricorrente nel dibattito sulla politica internazionale. Gli uni lo consideravano un necessario sforzo civilizzatore per pacificare il mondo, gli altri una versione di facciata del solito vecchio imperialismo. Tra i primi non si contavano solo movimenti vicini ai partiti conservatori ma anche ampia parte del mondo progressista aderì a questo slogan anche perché, ancor prima dell’Afghanistan il primo esempio di esportazione della democrazia non si può che collocare nelle guerre civili della ex-Jugoslavia. Già  li l’occidente non si accontentò di pacificare ma si preoccupò di mettere le premesse per un’evoluzione democratica dei neonati paesi.
liuxiaobo.jpgC’è sempre il problema però che lo cultura democratica è una pianta che cresce molto lentamente e spesso viene estirpata, per dolo o per incuria, ben prima che inizi a dare i suoi frutti. E allora senza l’evoluzione culturale di un paese il tentativo di esportare la democraziasi si risolve in un fallimento. Ci sono vari segni di questo fallimento, uno sicuramente molto significativo si è avuto in occasione della cerimonia di assegnazione del Premio Nobel per la pace al prigioniero politico cinese Liu Xiaobo. I paesi che hanno aderito al boicottaggio propugnato dalla Cina e sostenuto con pesanti pressioni sono stati tutto sommato pochi, ma tra questi ci sono i due principali destinatari delle “attenzioni democratiche”: Iraq e Afghanistan, questo a dispetto di quanto democratici vogliamo far apparire i rispettivi governi. Per di più la Serbia, altro paese oggetto delle preoccupazioni democratiche dell’occidente, era tra quelli e se ne è sfilata solo all’ultimo momento quando da Bruxelles le hanno fatto sapere che si stava giocando le ultime speranze di entrare nell’UE.
Non incolpiamo di tutto ciò i rispettivi governi ma chiediamoci piuttosto quanti voti hanno perso quei governi per aver aderito all’appello cinese, che aveva sicuramente delle contropartite economiche interessanti, e chiedendocelo e rispondendoci che probabilmente ne hanno persi pochini, ci rendiamo conto che solo un’opinione pubblica che si riconosce nei valori democratici può produrre la democrazia e nessun esercito al mondo potrà  mai inculcare dei valori ad un popolo che ne abbia di diversi.

Dec 17th, 2010

Le buone e le cattive notizie

Il voto di fiducia alla Camera e la contemporanea guerriglia per le strade di Roma hanno lasciato molti perplessi per non dire smarriti. Ci sono certamente i tifosi della politica che da un parte esultano per una vittoria al 90′ come se il gol l’avesse segnato Krasic anziché Scilipoti e dall’altra si mordono le mani di fronte ai sorrisi di Berlusconi, dopo aver cullato per settimane il sogno di un suo piano dirotto. Ci sono però quelli che si ricordano che in fondo Parlamento e Governo dovrebbero avere una funzione sociale diversa da Juve e Milan e che quindi soprattutto si chiedono con apprensione che cosa attende ora il nostro Paese, in termini di stabilità  politica e sociale. Da questo punto di vista provo a enumerare un paio di buone notizie, iniziando però da una cattiva notizia, o per meglio dire una sgradevole sensazione.
Fino ad un paio di settimane fa il Presidente del Consiglio pareva un morto che cammina, almeno questa è l’immagine che ne trasmettevano le fonti di informazione super-partes (penso a Corriere, La Stampa, TG Sky). Ogni giorno si apprendeva dell’ultimo scandalo, dell’ultima dichiarazione inopportuna, dell’ultimo attacco al governo da parte esponenti della società  civile e dell’impresa, e la discesa in campo di Montezemolo e della sua Lista Civica Nazionale pareva imminente. Ogni giorno usciva un sondaggio dal quale si apprendeva che il PdL aveva perso un punto percentuale rispetto a quello prima o che Berlusconi aveva perso 3 punti di fiducia ed il suo governo ancora di più. Poi la ruota ha iniziato ad invertire la sua marcia: su Sky si sono rivisti giornalisti di area berlusconiana in gran quantità , interviste inginocchiate ad esponenti della maggioranza hanno riempito la programmazione, La Stampa ha iniziato a rivalutare la figura del Premier, hanno ricominciato ad uscire sondaggi che davano il PdL in crescita e Montezemolo si è di nuovo eclissato. Il culmine si è avuto con la prima pagina de La Stampa di ieri che sentenzia a proposito delle accuse di commistione tra manifestanti violenti e polizia: “Nessun Infiltrato” e che poi riporta un paio di articoli della tipologia che non manca mai sui giornali della stampa berlusconiana in questi frangenti: “Complotto: il vecchio vizio della sinistra” (Solo della sinistra? Siamo proprio sicuri?) di Michele Brambilla e “Caro studente del 2010” di Flavia Amabile, ovvero la solita bacchettata a chi pensa ingenuamente di poter fare una manifestazione, senza assumere una squadra di esperti di controllo dell’ordine pubblico. Difficile dire se è solo una sensazione o se davvero c’è stata una svolta, che magari ha a che fare con lo scontro che si vive in questi giorni tra Confindustria e FIAT ma questi sbalzi di temperatura paiono davvero fin troppo sospetti. Se davvero Marchionne e FIAT avessero deciso una Santa Alleanza con Berlusconi per portare avanti la loro battaglia ho l’impressione che si tratterebbe di una decisione davvero infausta: per quanto si possa essere positivi in merito alla battaglia di Marchionne (e io non lo sono affatto) ho dei dubbi che in nome di questa battaglia si possano sostenere un governo e un leader che non garantiscono all’Italia come sistema più nessuna credibilità . I danni sarebbero certamente superiori ai benefici.

foto-rissa-aula-290x181.jpg La prima notizia positiva della giornata di Martedì è invece, dal mio punto di vista, la fiducia a Berlusconi: lo so che parrà  strano ma la fiducia significa allontare, forse non di molto ma allontanare, il momento delle prossime elezioni. Non che il nostro paese esangue non richieda con urgenza un rinnovamento radicale della nostra classe politica, ma le elezioni non lo garantiscono, anzi se fatte oggi rischiano di allungare di altri cinque anni il mandato di una classe politica incapace e parassitaria. Si rischia fortemente una vittoria totale del Premier (maggioranza nella Camera e nel Senato) od una parziale (maggioranza nella Camera e alleanza postelettorale al Senato con qualche stampella centrodestrista) e quindi un azzeramento di quel poco che è rimasto dalla devastazione di questi anni. E’ vero che i sondaggi danno solo un risicato vantaggio a Pdl e Lega rispetto alla sinistra ma di qui alle elezioni vuoi che non spunti un appartamento ad Antibes (a Montecarlo no, quella è roba di destra) del cugino di Bersani o della zia di Vendola? Vuoi che D’Alema non faccia qualche dichiarazione del tipo: “Se vinciamo noi riintroduciamo l’ICI, la tassa patrimoniale e magari anche l’imposta sul macinato”? D’altronde mi pare che le dichiarazioni di ieri di Bersani promettano bene. A parità  di incapacità  di chi governa la sinistra quello che gioca a sfavore della maggioranza è il tempo: ogni giorno che passa c’è qualche giovane che diventa elettore e questo non aiuta il berlusconismo perché i giovani guardano poco la televisione e navigano molto su Internet e questa diavoleria di Internet alla maggioranza ed al suo leader non piace proprio per vari motivi: intanto è l’utente che sceglie cosa vedere, se vuole vedere gli spot pubblicitari, quando e come fruire dei contenuti e poi Internet è difficile da controllare, un vero signor Internet con cui trovare un accordo non c’è e i signori Internet che ci sono sono troppi, parlano in inglese, non capiscono le barzellette e non sembrano apprezzare particolarmente le ville in Sardegna e la disponibilità  di giovani fanciulle. L’ideale sarebbe bloccare la diffusione di Internet ed in parte l’hanno fatto visto che l’Italia è agli ultimi posti in Europa, ma la Rete è comunque un fiume in piena che il nostro non riesce a fermare. Tutto questo mi porta a pensare che lasciare Berlusconi cullarsi sul suo trono ancora per qualche mese non faccia che rendere più traballante il trono stesso e più probabile la sua caduta. Non è molto ma in questa fase dobbiamo accontentarci.

giubbotto_beige.jpgLa seconda buona notizia nasce da quanto seguìto agli incidenti di Roma. Per una volta in quegli incidenti i violenti, gli idioti, gli ultras romanisti e laziali, gli infiltrati o qualunque cosa siano, sono rimasti ben separati dai manifestanti. Non sempre è facile perché la rabbia è comprensibilmente tanta di fronte agli abusi della politica e talvolta anche delle forze dell’ordine e quando sei arrabbiato tendi ad assomigliare tanto ad un idiota, tra l’altro questa volta non c’era Casarini, non c’erano tute bianche, anche i Centri Sociali erano più tranquilli del solito. E allora gli idioti erano più facili da riconoscere e quando sono più riconoscibili è più facile vedere cosa fanno, se familiarizzano con i poliziotti, se hanno le manette o i manganelli, magari farsi venire perfino il dubbio che tanto idioti non siano, e allora è più difficile, per chi si candidi ad erede delle strategie di Cossiga, pilotare i disordini, convincere l’opinione pubblica che chi protesta è fonte di instabilità  e pericolo. Come brillantemente scritto da Saviano, ogni sanpietrino lanciato è un voto di fiducia in più per Berlusconi ed il fatto che questo lo abbiano capito in tanti e che attorno a chi lancia il sanpietrino, chiunque sia e chi lo piloti, si sia creato il vuoto, è davvero la più bella notizia che potesse arrivare.

Dec 17th, 2010

Ce ne freghiamo

250px-denis_verdini.JPGCi sono coincidenze che trovo abbastanza curiose da assomigliare a segni, ad indizi lasciati qua e là  per mettere sulla giusta traccia chi li noti. Così la notizia della dichiarazione del coordinatore PdL Denis Verdini “Ce ne freghiamo”, riferita alle prerogative del Presidente della Repubblica, è uscita lo stesso giorno in cui il Censis ha pubblicato il rapporto sull’Italia 2010 in cui si parla significativamente di “nirvanizzazione degli interessi”. C’è un filo conduttore che lega le due notizie? Ho l’impressione di sì, perché credo ci sia un rapporto stretto tra chi se ne frega da una parte delle prerogative delle istituzioni e chi se ne frega dall’altra, di tutto, ma proprio tutto. Il funzionamento di una società  umana si basa in realtà  su un rapporto di continua legittimazione reciproca, da un lato i cittadini legittimano le istituzioni concendendo loro l’autorevolezza necessaria per compiere quanto loro spetta, dall’altro le istituzioni si legittimano l’un l’altra dando un senso al comportamento dei cittadini anche nei loro più semplici atti quotidiani (che sono, implicitamente o esplicitamente, in gran parte azioni di legittimazione) che consistono nell’andare al lavoro, nel leggere giornali e ascoltare tv, nel mandare i figli a scuola e all’università , nell’affidarsi al sistema giudiziario quando necessita. Quando in una società  invece si comincia una guerra tra bande come quella che è da anni in corso in Italia, questo circolo virtuoso si spezza; se la politica, oltre a delegittimarsi al proprio interno, attacca la scuola, l’università , l’impresa, la magistratura, i giornali, perfino l’unità  stessa dello Stato, in modo continuato, ossessivo e assoluto, i cittadini si trovano di fronte ad un bivio, o credono agli uni o credono agli altri e se gli uni hanno un forte potere mediatico probabilmente molti cominceranno a non credere più nell’utilità  di leggere i giornali, di lavorare per le imprese, di chiedere giustizia alla magistratura, di mandare i figli a scuola o all’università , non crederanno nemmeno più alla necessità  di un’unità  statuale. Alla fine il tessuto connettivo della nostra società  è andato così in pezzi e una buona parte dei cittadini nel nostro paese non hanno più riferimenti stabili, sprofondando in un’apatia nella quale l’individualismo non ha più una contraltare costituito dai rapporti sociali e diventa puro e squallido tirare a campare, nella quale i cittadini si riconoscono solo in chi, a sua volta, dimostra di non credere in nulla se non nel proprio personale tornaconto. Perché è successo? Di chi è la colpa? Sarebbe lungo e forse superfluo chiederselo. Hanno sbagliato in molti e, come in tutti i processi storici, hanno cooperato molte componenti, quasi tutte inconsapevolmente. Il “ce ne freghiamo” di Verdini può ricordare il dannunziano “Me ne frego” e in effetti anche quella era una società  in profonda crisi di fiducia nelle sue istituzioni, ma era una società  “giovane” che usciva da una guerra mondiale, noi abbiamo vissuto niente più di una crisetta che non conta nulla al confronto: non abbiamo scuse.
Detto tutto ciò non bisogna essere catastrofici: quello che raffigura il Censis è solo un aspetto del paese e quello che rappresenta Verdini è solo una parte dell’elettorato. Dall’altra parte c’è l’Italia che crede ancora nella scuola, nell’università , nel lavoro, nella giustizia e addirittura, strano a dirsi in questi giorni di sua estrema mortificazione, nella politica. L’Italia che crede nell’Italia mi verrebbe da dire. Un’Italia che potrebbe d’improvviso scoprirsi non così minoritaria come oggi si teme. Non sarà  oggi, non sarà  forse domani ma ho l’impressione che il futuro sia di chi guarda al futuro.

Dec 15th, 2010

All’ultimo minuto

Una delle caratteristiche più sorprendenti del calcio è la fenomenologia degli ultimi minuti. A differenza di quanto accade in altri sport nel calcio gli ultimi minuti sono in genere caratterizzati dal molteplice e difficile rapporto con il momento del fischio finale: talvolta si tratta di una nervosa attesa nella speranza che il risultato non cambi, altre volte si tratta della speranza che invece il risultato cambi, che diventa però sempre più vana di minuto in minuto. Per questo un gol negli ultimi minuti spesso sconvolge lo stato emotivo del tifoso ed in particolare la seconda fenomenologia sopra descritta è la più interessante, perché la frustrazione crescente di chi vede sfumare di minuto in minuto il risultato sperato, viene improvvisamente ribaltata in gioia sconfinata. Per questo una serata che culmini in un gol all’ultimo minuto non può che essere memorabile, a prescindere da quanto possa essere accaduto fino a quel momento.
La serata di Juve-Lazio era iniziata bene per Milos Krasic che dopo pochi minuti era fuggito via al suo custode Cavanda, fermato da Dias con un fallaccio da ammonizione che il pessimo Tagliavento nemmeno vedeva e poco dopo bruciava di nuovo l’avversario per servire un pallone prezioso a Quagliarella che metteva a lato ed era iniziata bene per la Juve che segnava subito con una capocciata di Giorgione Chiellini. Non appena la Juve riprendeva un po’ di fiato però, un calcio d’angolo schiaffeggiato goffamente da Storari generava un mischione da girone dantesco che Zarate risolveva con un gol che rovinava la festa bianca e nera. La Juve reagiva vigorosamente e in pochi minuti prima Aquilani e poi Krasic piallavano la traversa con un paio di conclusioni da fuori. L’ex-romanista non sembrava però in grande serata a differenza del suo sodale di centrocampo Melo che era determinato, continuo e solidissimo nella sua posizione in mezzo al campo dal quale governava splendidamente la circolazione di palla. Il sirenetto Sorensen, contrapposto da Del Neri a Zarate, che gli arrivava più o meno alla spalla, se la cavava splendidamente confermando le sua capacità  interditive davvero ragguardevole, purtroppo la sua timidezza lasciava troppo solo in avanti Milos che progressivamente rimaneva estraneo al gioco. Quagliarella era in serata abbastanza opaca, mentre Iaquinta ritrovava la sua capacità  di un tempo di fare a sportellate con i difensori avversari e diventava un punto di riferimento per la squadra. La Lazio si difendeva con ordine ma con una prudenza che le lasciava ben poco in attacco e che rendeva la partita un lungo assedio, un assedio che la Juve non riusciva però a risolvere ed il passare del tempo limava la velocità  della Squadra. Non aiutava l’ingresso in campo di Del Piero, unico in tante cose, una delle quali è il quanto un giocatore della sua classe immensa riesca ad essere irritante, egoista ed inconcludente nelle sue serate no come quella di Domenica sera. Alla fine la Lazio si svegliava e cominciava a farsi pericolosa, dopo aver lasciato per un’ora Storari a meditare sul suo errore iniziale.
20101212_muslera-krasic.jpgLa partita volgeva al termine e il dispetto per l’ennesima vittoria interna sfumata cominciava a serpeggiare sugli spalti bianchi e neri quando però veniva il momento in cui Momo riscattava una stagione finora disastrosa lanciando in modo splendido Milos. La zazzera bionda cominciava a saettare sulla linea di fondo e puntava dritto verso la porta, Muslera faceva un passo fuori porta per anticipare un probabile passaggio al centro ma Milos cercava invece la porta con un colpo sotto sul quale il portiere uruguagio smanacciava il pallone che beffardamente rimbalzava al di là  della linea. La gioia più pura inondava l’Olimpico di Torino. Tutto il resto era dimenticato, compreso qualche fischio che forse stava per piovere dalle tribune ed i volti all’uscita erano felici, spensierati: alla fine la gioia del calcio è in queste piccole grandi soddisfazioni e, come in altre giornate, è sempre il nostro splendido Milos colui al quale il popolo zebrato deve la sua felicità .

Dec 14th, 2010

Il mondo dopo Wikileaks

hillary_clinton_insane.jpgLa parte più interessante della vicenda Wikileaks, come spesso accade, non è stata l’azione, ma la reazione. Non è stato tanto lo scoprire i segreti contenuti nei documenti pubblicati dal sito di Assange, che poi tanto segreti non erano erano, ma piuttosto lo scoprire la veemenza con cui la politica, anche quella più liberale, è pronta a reagire quando i suoi profondi interessi sono toccati. Wikileaks ed il suo fondatore Assange sono stati accusati da governi sedicenti democratici di essere terroristi, solo per aver esercitato il diritto fondamentale alla libertà  di stampa, in base ad un principio aberrante contro il quale in Italia mezza Italia si è battuta per mesi contro la Legge Bavaglio. Quello che però è sommamente grave è la sistematica violazione piratesca di ogni norma dello stato diritto in corso: conti bancari bloccati, utenze e gruppi bloccati su facebook, non sembra lontano il passo successivo, quello di individuare chi abbia sostenuto materialmente il sito. Tutto fatto senza una formalizzazione giuridica che non sia la farsa del presunto stupro, e d’altronde sarebbe problematico che il governo degli Stati Uniti incriminasse Assange per esercizio della libertà  di stampa.
Quando ci lamentiamo degli abusi della nostra politica facciamo riferimento spesso ai paesi anglosassoni come ad un modello da imitare. Oggi ci ritroviamo con un governo svedese che sostiene la farsesca inchiesta per stupro, un po’ come faceva il governo cubano con i suoi dissidenti politici, il governo americano nella persona di Robert Gates che applaude a questa oscenità  ed il governo inglese che collabora ad un massacro dello stato di diritto che fa rabbrividire. In tutto questo se la ride di gusto Putin che ironizza sulla democrazia così umiliata dai suoi più alti depositari: lui quelli come Assange li liquiderebbe con ben altri metodi ma vedere chi lo critica usare solo altri strumenti per ottenere il suo stesso scopo, ovvero zittire fonti di informazioni scomode, non può non divertirlo.
Il mondo che esce dalla vicenda di Wikileaks è un mondo più insicuro, ma l’insicurezza non viene dal nucleare iraniano né dagli accordi diplomatici sotterranei; l’insicurezza gli viene dalla constatazione che le basi dello stato di diritto che crediamo essere granitici pilastri nelle nostre società  sono in realtà  fuscelli che si spezzano al primo soffio di vento, ogni volta che la reputazione di qualche dinosauro del sistema politico internazionale è in pericolo.

Dec 13th, 2010

Viva Manolo!

E’ un periodo difficile per José Mourinho: a distanza di pochi giorni prima è stato squalificato dalla UEFA per una furbata fatta durante un incontro di Coppa dei Campioni ad Amsterdam, dove consigliò a due suoi giocatori di farsi espellere per essere squalificati per l’ininfluente ultimo incontro del girone e presentarsi così alla fase finale con la fedina penale pulita; poi è stato massacrato dal suo rivale Guardiola nel cosiddetto El Clasico (l’incontro Barcelona-Real Madrid) dove i catalani hanno trionfato 5-0. Eppure, nonostante le batoste, non solo non ha mai abbassato il capo, né mostrato nessun senso di colpa, ma anzi ha contrattaccato sempre affermando ad esempio che la squalifica è una vergogna e per lui è “come una medaglia”; d’altra parte la stessa sera dell’incontro di Amsterdam e prima che si scoprisse il fattaccio, il portoghese aveva avuto il coraggio di attaccare l’arbitro per le due espulsioni che pure aveva ordinato lui.
Ben ci ricordiamo del resto che i due anni di Mourinho in Italia hanno avuto come principale motivo ricorrente lo scontro continuo con tutto e tutti. Ogni settimana andava in televisione e sparava contro qualcuno, avversari, arbitri, federazione o giornalisti. Da una parte c’era il tentativo spasmodico di guadagnarsi le prime pagine di giornali e notiziari televisivi, dall’altro quello di intimidire e innervosire gli avversari, dall’altro ancora di crearsi attorno un clima di ostilità  che tenesse sotto pressione la squadra. Il tutto sfruttava il palcoscenico che l’orientamento dei mezzi di informazione italiana garantiscono a chi allena una squadra milanese. Quali che fossero le motivazioni l’arroganza con cui attaccava il nemico di turno pareva davvero intollerabile. Eppure in quei due anni mai ci furono risposte che andavano oltre misura. Qualche battuta ironica, qualche accenno polemico subito rientrato, ma alla fine l’unico risultato era che lo Special One aveva passato la settimana su giornali e televisioni per la gioia del suo agente.
500px-preciado.jpgQuando si era ragazzini al bulletto che attaccava sempre tutti, si diceva: “Prima o poi trovi uno che ti gonfia”. Ebbene ci voleva il trasferimento in Spagna, dove evidentemente c’è ancora chi al coraggio di dire quello che pensa, perché qualcuno che lo “gonfiasse”, almeno verbalmente, ci fosse davvero. Il nostro eroe è l’allenatore dello Sporting Gijon Manolo Preciado che finalmente ha detto di lui (“E’ una canaglia”) quello che tanti in Italia avrebbero avuto voglia di dirgli ma hanno sempre richiuso tra i denti il proprio pensiero annacquandolo in una battuta o addirittura nel silenzio. E’ giusto dire ad una canaglia che è una canaglia, o è abbassarsi al suo livello? Non lo so, sicuramente ci vuole un po’ di coraggio per farlo: Mourinho è sempre mediaticamente ben coperto e prendersela con lui significa assumersi non pochi rischi. E’ sempre piacevole perciò scoprire che il coraggio non è una virtù che la società  contemporanea, almeno quella spagnola, abbia del tutto perduto.

Dec 9th, 2010

Che cosa si contesta

universita-proteste-2.jpgIn questi giorni le nostre città  sono piene di giovani universitari che contestano il Decreto Gelmini. Notiziari e quotidiani si aprono con le notizie sulle ultime iniziative a sorpresa degli studenti. Qua e là  si trovano anche interviste ai capi della rivolta, infarcite di slogan e luoghi comuni perché approfondire i temi è difficile anche quando si fa l’Università  e il tempo libero è un po’ di più… Molti provano simpatia per questa protesta, ma ho l’impressione che spesso sia più l’ostilità  nei confronti di questo governo e in particolare del Ministro Gelmini a muovere queste simpatie, rispetto all’effettiva conoscenza di ciò che sta dietro la manovra. Non tutti condividono l’ostilità  verso la riforma, c’è come chi Giavazzi sul Corriere di qualche giorno fa ne parla in toni lusinghieri. Dove sta la verità ? Naturalmente dovunque stia non è facile da trovare. Provo ad elencare i punti della riforma, quello che ne ho compreso e quello che ne penso.

Meritocrazia: allo scopo, almeno ufficialmente, di incentivare gli atenei all’efficacia, in termini di insegnamento e ricerca scientifica, si è un stabilito già  nel 2009 che una parte del finanziamento agli atenei dipenderà  dalla bontà  del funzionamento dell’università  calcolato sulla base di una serie di parametri. L’intento è positivo, c’è tuttavia da capire quanto saranno davvero affidabili i parametri introdotti. E’ difficile ad esempio paragonare un ateneo di orientamento scientifico con uno di orientamento umanistico, sia in termini di pubblicazioni, di progetti, che di capacità  didattiche che consentano ai laureati di trovare lavoro (la peggior facoltà  di ingegneria probabilmente riuscirà  a collocare più facilmente nel mercato del lavoro i laureati rispetto alla miglior facoltà  di filosofia). Si può anche obiettare che le facoltà  dovrebbero essere più o meno selettive (tramite numero chiuso o severità  negli esami) in modo da limitare il numero di laureati che entrano nel mondo lavoro in modo che non eccedano la domanda di quel certo tipo di laureato, ma francamente ho l’impressione che una pianificazione di questo genere esuli dagli scopi di una università . Altrettanto difficile è paragonare realtà  territoriali diverse che offrono certamente possibilità  diverse sia di attrarre finanziamenti privati, sia di consentire ai laureati di accedere rapidamente ed efficacemente ad un posto di lavoro. Su questi parametri lavorerà  la neonata agenzia ANVUR. Vedremo, ma il compito è davvero improbo ed il rischio che se ne esca con risultati farseschi è elevato…

Gestione dell’università : Da una parte vi è una riduzione del periodo di mandato del Rettore ma soprattutto vi è una sottoposizione del Senato Accademico al CdA, nel quale possono entrare anche entità  esterne, e quando si parla di entità  esterne si pensa alle aziende. Molti salutano questa novità  come l’addio dei baroni ma il punto è un altro: bisogna capire se l’università  è un’istituzione che ha come missione la diffusione del sapere e lo sviluppo scientifico oppure è un laboratorio al servizio delle aziende, industriali finanziarie o culturali che siano. Il Senato Accademico aveva appunto la funzione di dare una certa autonomia al corpo dei docenti nel dettare le linee strategiche dell’università  e quindi di ricondurle ad una ricerca dell’espansione del sapere. Ho l’impressione che ricondurre le università  ad un modello di rimorchio delle aziende sia piuttosto riduttivo anche perché la gran parte delle espansioni del sapere nascono ancora oggi al di fuori del mondo aziendale ed il fatto che le università  siano solo un laboratorio delle aziende condanna le medesime ad uno schiacciarsi sulla ricerca applicata, abbandonando ogni velleità  di innovazione tecnologica radicale.

Concorsi: la riforma introduce un’abilitazione nazionale tramite esame che permetta poi di presentarsi ai concorsi locali. Questo vorrebbe impedire che ai concorsi locali si presentino candidati incapaci ma fedeli al barone locale. L’idea potrebbe anche funzionare ma il rischio è di burocratizzare un’istituzione alla quale contemporaneamente si chiede di funzionare con un’efficienza aziendale. Qui sta un po’ una generale contraddizione della stategia del governo tra il pretendere dall’università  logiche di efficienza che la mettano delle condizioni di essere spronata a competere, e appesantirla però dall’altra con sistemi di controllo di cui un sistema efficiente non avrebbe bisogno. Se davvero si realizzasse la rivoluzione meritocratica di cui al punto uno non ci sarebbe poi bisogno di fare ulteriori controlli che a quel punto diventerebbero solo, per l’appunto, un appesantimento burocratico.

Precarietà  dei ricercatori: Con la riforma i ricercatori smetterebbero di essere assunti a tempo indeterminato, sarebbero infatti assumibili per un tempo di tre anni prorogabili di altri tre anni una volta sola. Al termine dei sei anni o il ricercatore passa il concorso e diventa associato oppure cambia mestiere. Al di là  del fatto che è sempre socialmente negativo il fatto che una certa posizione diventi precaria, bisogna anche interrogarsi su come si deve guardare all’Università  come istituzione. L’università  è un’istituzione che funziona (tra le altre cose) se è in grado di attrarre i cervelli migliori. Quando il sottoscritto, dopo un anno di borsa di studio, se ne andò dall’università  per entrare in azienda, lo fece proprio perché aveva la franca impressione che investire tre anni della propria vita in un dottorato con un elevato rischio di non ottenere né un posizionamento professionale stabile né un’esperienza rivendibile sul mercato del lavoro esterno fosse un rischio troppo grande. L’idea che oggi gli anni di incertezza siano nove anziché tre mi pare davvero tale da sconsigliare, anche chi si contaddistingue per un coraggio che io non ebbi, di rivolgersi alla carriera universitaria. Al di là  del dispiacere che si possa provare per i ricercatori è quest’aspetto, a mio parere, quello più preoccupante. Questo anche perché ho l’impressione che sia proprio questa estrema precarietà  e incertezza che porta, i dottorandi oggi e i ricercatori domani, a cercarsi padrini che diano qualche rassicurazione sul proprio futuro e di conseguenza alimenta un rapporto basato più sulla raccomandazione che sull’effettivo merito.

Borse di studio: il concetto di borsa di studio, ovvero di finanziamento ai più meritevoli che siano anche bisognosi dal punto di vista economico, viene ridimensionato e sostituito dal concetto di fondo di finanziamento. Il fondo concede allo studente una sorta di mutuo per pagarsi gli studi che poi restituirà  alla fine degli studi quando si presume (ma siamo poi sicuri?) guadagnerà  uno stipendio. Questo punto ricorda quanto introdotto da Blair nel Regno Unito con la riforma universitaria del 2004, con una corposa differenza: la riforma di Blair prevedeva che il prestito potesse essere estinto nel caso in cui il titolo di studio non bastasse al laureato per raggiungere un significativo livello di reddito entro 25 anni, qui invece questo genere di assunzione di responsabilità  dello Stato nei confronti dell’interlocutore non c’è, come nello stile della nostra politica. Ovviamente il passaggio dalla borsa al prestito viene fatto con un taglio deciso dei finanziamenti alle borse di studio e senza nessuno stanziamento al momento previsto per i fondi per i prestiti.

Tagli alle università : i tagli alle università  sono in definitiva il primo motivo di contestazione. In realtà  il DDL non varia molto le cose in questo ambito (se non per il punto precedente) e quindi la contestazione è più sulla politica generale del governo che sul DDL specifico. Quello che è certo è che con il DL 133/2008 il governo ha pianificato una progressiva riduzione della quota annuale del Fondo di Finanziamento Ordinario di qui al 2013 che in quel provvedimento ammontava a 1,4 miliardi di Euro. Le varie contestazioni hanno portato a qualche limatura ma il taglio rimane comunque intorno al miliardo. Questi tagli sono stati mitigati da elargizioni una tantum: la prima è la rimanenza di quella che decise l’ex-ministro Mussi con il “Patto sull’università ” di 550 milioni all’anno la cui ultima tranche era prevista appunto per il 2010; l’altra è stata costituita da 400 milioni ricavati nel 2010 dallo scudo fiscale. Venendo a mancare questi complessivi 950 milioni nel 2011 Tremonti ha previsto in finanziaria 800 milioni che comunque andranno solo a ridurre ma non ad annullare il taglio. Di seguito una tabella della progressiona storica dei finanziamenti per l’università  dal 2005 fino a quanto previsto per il 2013. Ovviamente per gli anni 2012 e 2013 ancora non si conoscono eventuali contributi integrativi. La tabella è espressa ovviamente in milioni ed è altamente ufficiosa perché composta da dati raccolti qua e là .

[TABLE=5]
Al di là  del gioco delle cifre l’idea di ridurre progressivamente gli investimenti pubblici nelle università  è comunque chiara ed il fatto che la riduzione del finanziamento sia già  oggi pianificato lo conferma. Siccome l’università  è il luogo principale in cui si determina la competitività  del mercato del lavoro di un paese e siccome questa competitività  è fondamentale per la competitività  generale di un paese, soprattutto in questi anni di mercato del lavoro sempre più aperto, pianificare un ridimensionamento dell’università  ha conseguenze quantomeno disastrose sul paese. Non a caso, nonostante la crisi, in Francia e Germania i governi, di destra anche quelli, hanno aumentato anziché limitare i finanziamenti all’università .

Detto tutto ciò c’è una domanda che dobbiamo farci prima di esaminare questi punti ovvero: che cosa dovrebbe migliorare nell’università  italiana? Quali punti dovrebbe affrontate una buona riforma dell’Università ?
Si dice da decenni che l’Italia è un paese a bassa scolarizzazione universitaria e questo pare ancora oggi essere il problema fondamentale nonostante l’introduzione della laurea breve e il decentramento universitario abbia giovato (anche se ci sono voci contrarie anche su questo). Mi risulta difficile pensare che ridurre il numero di sedi universitarie, ridurre il numero di borse di studio, ridurre i finanziamenti agli atenei possa indurre più studenti ad affrontare un corso di laurea o a completarlo più rapidamente e questo indica sicuramente che la riforma di tutto si occupa meno che del problema fondamentale che non solo non risolve ma forse accentua.
Altro problema centrale è poi quello di fermare la fuga di cervelli che costa ogni anno all’Italia una fortuna: anche qui la riforma non migliora le cose ma le peggiora, peggiorando notevolmente la condizione dei ricercatori.
Infine credo ci si debba interrogare su quanto il tramonto del concetto di diritto allo studio legato sia al ridimensionamento dell’istituto delle borse di studio, sia al probabile aumento delle tasse universitarie che gli atenei disporranno per compensare i tagli. E’ vero che rimane la possibilità  per i più meritevoli di studiare ma è anche vero che l’esclusione sociale dalla laurea dei meno abbienti è legata proprio al fatto che tra i meno abbienti solo i meritevoli riescono a laurearsi mentre tra i più abbienti ci riescono anche quelli che non sono proprio dei geni. Un sistema economico deve la sua forza non solo ai più meritevoli ma anche alla gran massa delle persone normali, quelli che non sono delle menti elette e che solo se aiutati riescono a raggiungere una formazione universitaria , diversamente si limitano ad una formazione secondaria. Un sistema che riesca ad includere questa gran massa all’interno della formazione universitaria è innegabilmente più competitivo di un sistema che la escluda ed anche da questo punto di vista la riforma Gelmini temo vada esattamente nella direzione sbagliata.
Complessivamente c’è da chiedersi seriamente perché una riforma così criticabile e sicuramente penalizzante per l’università  viene introdotta in un paese ed in un momento in cui rilanciare la formazione universitaria dovrebbe essere una delle principali priorità . Mi viene in mente il fatto che tutte le analisi postelettorali hanno sempre evidenziato quale poco appeal esercita percentualmente il berlusconismo sui laureati. Ipotizzare che questa sia alla fine la ragione dell’attacco del governo alla scuola in tutte le sue forme mi sembrerebbe folle ma, vista l’assoluta degenerazione in cui versa la classe politica, anche la follia comincia a diventare tristemente realistica.

Dec 8th, 2010

Pacione ed altre storie

Siamo a metà  degli anni 80 e la Juve di Platini, campione d’Europa, affronta nei quarti di finale di Coppa dei Campioni il Barcelona che aveva appena ceduto Maradona al Napoli ma che era pur sempre una grandissima squadra. All’andata la Juve aveva fatto la solita partita catenacciara che Trapattoni prediligeva nelle coppe europee, beccandosi un gol a dieci minuti dalla fine. Al ritorno a Torino alla Juve manca il suo centroavanti Serena, oggi telecronista Mediaset ma allora implacabile ariete offensiva. Gli subentra il giovane Marco Pacione, ventiduenne attaccante all’esordio in Europa. La partita inizia con una fuga del laterale offensivo danese Laudrup, oggi selezionatore della Danimarca, che offre a Pacione un pallone solo da adagiare in porta. La palla probabilmente rimbalza male, del resto è un gol che anche il sottoscritto probabilmente riuscirebbe a realizzare, fatto sta che il pallone fila via e Pacione inizia una sequenza di gol sbagliati in quella serata per la quale ancora oggi il popolo juventino ha le convulsioni nel sentir citare il suo nome. Sarebbe bastato che quel pallone corresse liscio sul campo che Pacione lo appoggiasse in rete perché il suo nome si trasformasse in quello di una delle tante meteore protagoniste di una serata, eppure lo sbagliò. C’è qualcosa forse che orienta quei palloni dell’esordio? Quando Del Piero si trovò davanti al portiere della Reggiana il 19 Settembre del 1993 era entrato in campo da un minuto per la sua seconda presenza in Campionato, avendo giocato solo gli ultimi 16 minuti nella prima. Anche lì avrebbe potuto esserci un rimbalzo fasullo, una zolla, un refolo di vento ed invece Del Piero segnò il suo promettente primo gol in Serie A (come sottolinea profeticamente La Stampa dell’epoca). Di come il destino di un giocatore possa essere legato ad un episodio parla anche Nick Hornby in “Febbre a 90” quando parla di Guc Caesar, difensore dell’Arsenal degli anni 80 che compromise con un suo errore la finale della Coppa di Lega che l’Arsenal cedette al Luton.
libertazzi_2009.jpgMercoledì sera la Juve ha affrontato il Lech Poznan sotto una bufera di neve polacca. In una partita in cui tutto è andato storto, i polacchi segnavano alla prima azione offensiva, di lì in poi era un monologo della Juve che sprecava tutto quello che umanamente si può sprecare e forse anche di più, nonostante un Krasic devastante che arava il campo seminando gli avversari come se si fosse in un episodio di Holly e Benji. A pochi minuti dalla fine Iaquinta su assist del magico serbo pareggiava e la Juve si buttava disperatamente sotto per acciuffare il successo che l’avrebbe salvata dall’eliminazione. Era qui che entrava in campo Libertazzi, giovanotto di belle speranze che i sostenitori bianchi e neri più attenti ricordano per un gol impossibile segnato nell’amichevole estiva di Villar Perosa Juve A contro Juve B. C’era un pallone che vagava in mezzo alla tormenta e finiva proprio sulla testa di Libertazzi che miracolosamente si ritrovava senza nessun difensore avversario tra sé e la porta, cercava di colpire il pallone ma la tormenta gli intirizziva il collo, forse il berrettino non lo aiutava e forse nemmeno la neve negli occhi, e conseguentemente il suo colpo di testa diventava appena uno schiaffetto per il pallone rosso che si accoccolava tra i guantoni del portiere polacco. Ecco, un’altra vittima sacrificale, un altro uomo che se non diventerà  un campione sarà  ricordato per questo.
Se Libertazzi avesse segnato un gol impossibile Mercoledì e ne avesse sbagliato uno facile in un’amichevole estiva il suo destino sarebbe stato forse diverso, ma forse il calcio sceglie quando concedere un pò di fortuna ai suoi figli prediletti e quando negarla ai suoi figliastri e questo forse ha determinato il destino di Pacione. Per quello di Libertazzi c’è ancora tempo di recuperare, ma di sicuro chi ha palpitato per la Juve Mercoledì sera, comunque vada, non scorderà  il suo nome.

Dec 3rd, 2010

Wikileaks e la doppia verità

237px-wikileaks_logo.pngL’uscita delle rivelazioni di Wikileaks ha lasciato delusi molti di noi. Come ben sottolineava Gramellini la stragrande maggioranza di quanto uscito corrispondeva all’intimo convincimento della maggior parte di chi segue le vicende di attualità  e non aveva nulla di segreto. Come mai allora tanta preoccupazione? E’ vero che gli esponenti del nostro governo fanno dichiarazioni pubbliche con la leggerezza con cui si parla ad una serata conviviale e dopo parecchi bicchieri di vino, ma possibile che quello che Frattini aveva (con gusto tra l’altro veramente pessimo) definito: “L’11 Settembre della diplomazia” fosse invece un evento del tutto irrilevante?
In realtà  da sempre la verità  della politica, così come della diplomazia, è fatta di due aspetti, quello ufficiale e quello reale. La verità  ufficiale è l’unica mai negata né smentita, quella che fa dire che il paese tale è nostro amico, che il talaltro è una canaglia, che il tal capo di governo è un autorevole interlocutore e il talaltro è esecrabile. Quella reale è fatta di siluri, di critiche feroci, di colpi bassi agli alleati, di accordi con i nemici di intrallazzi e patti scellerati. Succede però che nella società  dell’informazione la verità  “reale” divenga talmente difficile da contenere da diventare per molti l’unica verità , almeno per una parte della popolazione, per la quale la verità  ufficiale è solo una foglia di fico con il quale i governi coprono le loro vergogne. C’è però in realtà  una vasta parte della popolazione per la quale la verità  ufficiale ha ancora un senso, sono probabilmente persone disinformate, magari poco digitalizzate, ma soprattutto sono persone che continuano a pensare che l’unica verità  sia quella che ci piace ascoltare, sia quella che ci fa stare tranquilli, che struttura la nostra visione del mondo, schematizzandolo in buoni e cattivi, in modo tale che quelli con cui andiamo d’accordo siano i bravi e quelli con cui litighiamo siano i cattivi. Sono le persone che possono pensare ogni bene o ogni male di Gheddafi o Putin a seconda della verità  ufficiale del giorno. Per queste persone è un trauma leggere che il potere di Putin si regge sull’alleanza con la mafia russa, che Gheddafi è un brigante tossicomane, che Berlusconi è un incapace che passa il suo tempo tra festini e sesso sfrenato; è un trauma leggere queste opinioni quando proferite da esponenti degli Stati Uniti d’America, anche se le stesse cose le si trovano da anni su giornali e siti Internet. Le precisazioni di Hillary Clinton, che possono sembrare per alcuni un imbarazzante arrampicarsi sugli specchi, per altri non sono che il ristabilimento della verità . Qui sta l’interrogativo principale che mi suscita la vicenda di Wikileaks. E’ solo una beffa che genera imbarazzo ma che cesserà  di far sentire i propri effetti non appena i servizi segreti dei paesi interessati avranno messo le mani su Assange, oppure è il segno di una crisi irreversibile del sistema di doppia verità ? In un mondo futuro in cui diverrà  sempre più difficile mantenere la verità  ufficiale in una camera stagna, sarà  in grado l’opinione pubblica di chiudere occhi e orecchie sciroppandosi verità  sempre più apertamente fasulle? E se non ci riuscirà , può sopravvivere una società  totalmente privata della retorica del governante buono, dei fidi alleati e degli infidi nemici?
Credo che stia qui alla fine la sfida al mondo che Assange propone. Personalmente io credo che il mondo ce la farà , saprà  sopravvivere anche senza le bugie tranquillizzanti che chi ci governa ci propone. Non sarà  così facile, la perdita di certezze ha effetti spesso devastanti sugli essere umani che però hanno anche una straordinaria capacità  di adattamento e che penso ce la faranno anche stavolta.

Dec 2nd, 2010
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