La violenza ai tempi della tessera del tifoso
Sabato sera era in programma allo Stadio Olimpico di Torino un incontro di calcio tra Juventus e Fiorentina. Un ragazzo, sostenitore della Fiorentina, andato allo stadio presumibilmente per vedere la partita, ha rischiato di concludere la serata in ospedale ed è tornato a casa con una ferita fortunatamente lieve. E’ successo qualcosa che si ripete troppo spesso all’Olimpico: era successo ad un tifoso genoano tre anni fa, a cinque steward e un agente l’anno passato, succede sempre più frequentemente. Succede perdipiù sempre più spesso nell’indifferenza dei mezzi di informazione che per ricordarsi della violenza negli stadi aspettano evidentemente che ci siano delle vittime, come se vi fosse una gran differenza tra tirare una bomba carta e una coltellata.
Sabato sera, di quest’episodio, non ha parlato la telecronaca in diretta di Sky, non mi risulta che abbia parlato il resoconto della RAI, ne hanno parlato pochissimo i giornali. Pare che ai tempi della tessera del tifoso la violenza sia improvvisamente sparita dai resoconti dei media, anche se nulla purtroppo è cambiato negli stadi. Per chi non lo sappia la tessera del tifoso è uno strumento di identificazione introdotto dal Ministro Maroni per schedare i tifosi di calcio. La cosa singolare è che la tessera del tifoso, così come è concepita oggi, è obbligatoria per accedere al settore squadre ospiti quando una squadra gioca in trasferta, ma non per accedere al resto dello stadio. Questo fa sì che i tifosi della squadra ospite che non vogliono essere identificati e che quindi non hanno sottoscritto la tessera del tifoso, anziché occupare il settore squadre ospiti, entrano nel settore dei tifosi di casa, venendo a contatto con gli stessi. In un mondo normale sedersi accanto a chi abbia simpatia per una squadra diversa dalla propria dovrebbe non essere la miccia per l’esplosione della violenza, ma in uno stadio non di calcio non sempre è così e spesso questo provoca situazioni piuttosto pericolose dal punto di vista dell’ordine pubblico.
L’unica buona notizia e anche la vera novità della giornata di Sabato è che la Juventus ha annunciato, nell’indifferenza generale, che sporgerà denuncia contro ignoti per quanto sopra descritto e per gli altri atti di violenza commessi Sabato sera nello stadio anche se questo non l’ha risparmiata da una multa (la solita prevista in casi come questo di 40mila euro). Non ci dovrebbe essere bisogno di una querela di parte perché si indaghi su un fatto simile accaduto in un luogo pubblico, ma come di consueto ci vuole la buona volontà del privato in un paese dove il pubblico costantemente latita.
Dalla stupidità all’autolesionismo
All’ultima edizione del Festival di Cannes furono assenti i rappresentanti del governo italiano, questo perché il Ministo Bondi aveva deciso di boicottare il Festival, colpevole di avere proposto in programma il film di Sabina Guzzanti Draquila, da censurare semplicemente perché raccontava lo scandalo della Protezione Civile che in Italia fino a quel momento pochi avevano scoperchiato. Fu senza dubbio un atto di miopia, di stupidità , in una visione tanto ristretta e illiberale da pensare che chi dà spazio a chi non la pensa come te sia necessariamente un nemico. Così vide quella scelta assurda anche la stampa estera, peggiorando ulteriormente l’idea che in giro si ha dell’Italia.
Il passo successivo lo ha fatto la giunta regionale guidata da Roberto Cota (quello che nella Lega ha il ruolo di reggitore del portacenere di Bossi) che ha deciso di boicottare addirittura il Torino Film Festival, appena inaugurato a Torino. Il motivo è la presa di posizione a favore delle proteste studentesche da parte del suo direttore Gianni Amelio. Si può non essere d’accordo con le proteste, si può provare fastidio anche per chi lo è e quindi non la pensa come noi, ma cercare di danneggiare una delle manifestazioni culturali più importanti del Piemonte e che porta ogni anno a Torino migliaia di turisti va oltre la miopia, la ristrettezza, la stupidità : siamo al puro autolesionismo.
C’è solo da sperare che il morbo che affligge una parte della nostra classe politica che la porta dalla stupidità all’autolesionismo, proceda nel proprio cammino degenerativo verso il passo successivo: l’autodistruzione. Credo sia l’unico auspicio che si può formulare. Nel frattempo vedere che c’è anche a destra chi si indigna di fronte a simili scempi è l’unica buona notizia.
Subdolamente no!
Come molti sapranno il Ministro dello Sviluppo Paolo Romani ha recentemente proposto di collegare il canone RAI alla fornitura di energia elettrica, obbligando chi abbia un contratto di fornitura elettrica a pagare il canone tv, tranne esibizione di una prova del non possesso di un apparecchio televisivo. Il ragionamento che guida questo provvedimento pare essere: “Se uno ha l’elettricità deve avere per forza la televisione”. Sono sicuro che tra i pochi lettori di questo blog c’è chi potrebbe smentire questa affermazione facilmente, ma il fatto che un ministro del governo in carica dica una fesseria è normale, casomai sarebbe una notizia se dicesse una cosa intelligente.
Quello che ha colpito la mia immaginazione è invece il commento del senatore leghista Stiffoni che, pur facendo parte della maggioranza, ha stigmatizzato la proposta dichiarando: “fregare tutti gli italiani così subdolamente è veramente vergognoso“. Forse il senatore Stiffoni non è molto attento a come si esprime, ma l’idea per la quale fregare gli italiani sia vergognoso se fatto subdolamente, mi suggerisce la possibilità che per lo stesso esponente del Carroccio farlo apertamente sia invece accettabile, il che mi spiega molte cose dell’operato del suo partito.
La disfatta degli stupidi
Quando uno stadio fischia, quasi all’unisono, un giocatore né per il modo in cui gioca, né per il suo comportamento disciplinare, ma solo per le sue origini etniche, viene da immaginarselo con la pelle nera o almeno un po’ scura. Non ti aspetteresti invece che il malcapitato disponga di una imprevedibile zazzera bionda. Non ne troverete menzione se non in pochi notiziari, ma Domenica a Genova i tifosi locali hanno riservato al centrocampista juventino Krasic il trattamento che, quando dedicato a Balotelli, suscitò prime pagine dei giornali e dibattiti sul razzismo negli stadi. Capita infatti che Krasic sia serbo, della stessa nazionalità quindi dei tifosi che misero a ferro e fuoco la città poche settimane fa. Questa sua particolarità ha attirato su Milos il risentimento del popolo genovese-genoano come se fosse stato lui quello che bruciava la bandiera albanese sugli spalti del Luigi Ferraris qualche settimana fa. Etichettare chi è riconducibile ad un etnia o una nazionalità a determinati comportamenti è segno di superficialità ed ignoranza e si sa che tra i giornalisti sportivi l’una e l’altra non mancano mai. Così quando qualche settimana fa Krasic si è fatto pinzare in un vizio tra i calciatori molto diffuso, quello di anticipare un probabile impatto con il difensore avversario contando nella concessione di un rigore, qualcuno all’interno del giornalismo sportivo ha pensato bene di enfatizzare il caso sottolineando l’origine serba di Krasic per bollarlo come truffatore matricolato. C’era tra l’altro da eliminare il giocatore di punta della Juve in vista dell’incontro con il Milan e allora i media non hanno parlato d’altro per tre giorni in modo da indurre la commissione disciplinare della Federazione a decretare una squalifica, il cui ultimo precedente risaliva a tre anni fa, che gli ha impedito di disputare l’incontro. All’incontro Milan-Juve partecipava invece il milanista Robinho colpevole di un atto simile durante la stessa giornata, ma graziato dai media e quindi dalla Commissione Disciplinare.
Siccome lo stupido trova facilmente alleanza nell’altro stupido chi fischiava Krasic per la sua nazionalità si sommava a chi lo fischiava perché vittima della manipolazione mediatica. Sta di fatto che fin dal primo minuto di gioco Milos è stato sommerso da bordate di fischi e insulti ogni volta che prendeva la palla.
Qualche volta però il calcio nella semplicità della sua narrazione ricorda certe sceneggiature hollywoodiane a lieto fine e così il biondo Milos, indifferente agli ululati della folla, ha iniziato a saltare gli avversari come birilli annichilendo il Genoa e soprattutto ricacciando in gola i fischi agli odiatori dei serbi.
La storia si chiudeva poi in modo significativo quando l’attaccante del Genoa Toni tentava la furbata mandando in rete il pallone con un tocco di mano volto ad ingannare l’arbitro. Grazie alla segnalazione dell’assistente il tentativo andava a vuoto ma ovviamente nessuna squalifica era disposta per l’attaccante. Il che mi suggerisce che il vero lieto fine si avrà quando chi giudica certi episodi inizierà ad applicare le regole equamente e non sarà più schiavo delle campagne mediatiche del momento.
L’indecenza senza più remore
Ieri i notiziari hanno riportato con grande enfasi la notizia per la quale la maggioranza è andata sotto alla Camera per ben due volte. In realtà la vera notizia non è l’esito del voto ma ciò per cui si votava. Capita infatti che il trattato di Lisbona abbia modificato la suddivisione del Parlamento Europeo tra i vari stati membri ed all’Italia spetti un seggio in più. Il criterio di assegnazione di seggi vacanti previsto dall’attuale legge elettorale avrebbe premiato l’Udc con il seggio addizionale. Che cosa ha architettato la maggioranza? Una bella normativa che intoducesse un criterio di assegnazione diversa, che di fatto si configurava come retroattiva rispetto ad una tornate elettorale già avvenuta, e che, strano a dirsi, assegnava il seggio vacante al PdL. Che il Parlamento abbia bocciato una simile oscenità sembra più che altro uno scatto d’orgoglio, che la sfrontatezza abbia superato ogni limite è ormai chiaro.
C’è da capire questi signori: vivono da decenni alle spalle di un sistema che ha consentito loro di maramaldeggiare su chiunque si opponesse, senza farsi alcuna remora. Oggi quel sistema scricchiola e quelli che ne fanno parte hanno la sensazione che chi prenderà il loro posto li spazzerà via senza far prigionieri e che riciclarsi nel nuovo sistema sarà più difficile che altre volte. E’ comprensibile quindi che possa succedere di tutto in questo periodo, ne abbiamo già viste parecchie e ne vedremo sicuramente di belle anche nel prossimo futuro.
Ad esempio a me piace il Sud
Quelli che ricordano ancora i tempi nei quali i leader leghisti volevano offrire un modello diverso da quello dell’Italia della Prima Repubblica sono ormai rimasti due o tre (anzi siamo rimasti due o tre). I tempi infatti hanno portato anche i più rivoluzionari a riconsiderare la loro posizione, ed anche in questo caso c’è chi probabilmente ha iniziato a considerare che in fondo non c’è niente di male ad avere un sistema di redistribuzione centralizzato, basta riuscire a gestirlo. In questo momento nel quale i colonnelli leghisti tengono sotto scacco Berlusconi che, senza di loro, sarebbe politicamente (e non solo) finito, essi si sono trovati a tenere improvvisamente in pugno le finanze dello stato. E allora ecco che il modello che i leghisti avevano demonizzato quando andava prevalentemente a vantaggio di altre regioni comincia ad esercitare un fascino irresistibile.
Succede così che una regione come il Veneto, da anni governata dalla Lega, sia stata progressivamente ridotta al dissesto idrogeologico grazie ad una gestione dissennata del territorio (lo dice perfino Bertolaso) così grave che bastano due gocce di pioggia per causare una calamità naturale ed una pioggia più abbondante può causare un alluvione. Succede allora che il danno non venga caricato sulle spalle della regione così mal gestita ma della nazione, cosa che contraddice i dettami del buon leghista “ognuno fa per sé”. L’improvvisa conversione dei leghisti ad un approccio solidaristico sarebbe anche comprensibile se l’intervento fosse commisurato ad altri casi passati. Ed invece arriva l’annuncio roboante del nostro Presidente del Consiglio: 300 milioni di euro andranno a sanare i danni prodotti dall’alluvione, per la gioia del Presidente Zaia. A questo punto proviamo a fare il raffronto con l’alluvione che nel 2000 colpì il Piemonte e la Valle d’Aosta: allora il governo stanziò 150 miliardi (fanno 75 milioni di euro), per un alluvione che colpì circa 700 comuni causando lo sfollamento di oltre 50.000 persone. Questa volta i comuni colpiti sono solo 121 e le persone sfollate meno di 5000 ma i soldi che arriveranno sono ben quattro volte di più.
Un fiume, questa volta di denaro, si prepara insomma a bagnare una classe politica scriteriata che dovrebbe pagare di tasca propria e che invece verrà premiata per la propria irresponsabilità . Siccome però premiare l’irresponsabilità alla lunga rende ancora meno responsabili, questa logica nel lungo periodo tende a produrre un tessuto economico sempre più fragile, entrando in un circolo vizioso che ha mortificato l’economia del mezzogiorno negli ultimi cinquant’anni. A Zaia però tutto ciò probabilmente non dispiace, specie se nel frattempo potrà consolidare la sua posizione di rendita e quella dei suoi amici. Nel frattempo non mi stupirebbe se il Presidente della Regione Veneto, magari sulle note di Rino Gaetano, cominciasse a pensare che tutto sommato il Sud non è poi così male.
Il travaglio di un arbitro
Anche per chi abbia calcato i campi di calcio non è facile capire cosa passa per la testa di un arbitro che diriga un incontro come Juve-Roma. I testi delle intercettazioni di Calciopoli, se non riescono a costituire elementi processuali credibili, se non nella manipolazione che ne fece qualcuno, sono sicuramente uno spaccato interessante nella psicologia dell’arbitro di calcio di Serie A. Raccontano di arbitri spaventati non tanto da questo o quel dirigente ma dal pubblico, dalle proteste dei giocatori, dalle polemiche dei mezzi di informazione. Così forse si spiega come un arbitro tutto sommato buono come Rizzoli diriga un incontro in modo talmente disastroso da rendere entrambe le squadre furiose nei suoi confronti.
Rizzoli ha una particolarità , la pretesa di arbitrare con metro di giudizio britannico ma di essere un arbitro italiano. L’arbitraggio inglese ha di certo molti pregi e personalmente non mi dispiace affatto per il maggior dinamismo nel gioco che tale metodo determina, ma arbitrare all’inglese in italia è un po’ come tenere la sinistra su una strada italiana: si rischia lo scontro frontale.
L’incontro tra Juve e Roma inizia così con un Rizzoli che lascia correre di tutto. La Roma si dimostra subito più portata a tenere palla, la Juve più propensa a giocare in velocità e nonostante la Roma sembri giocare meglio è la Juve ad essere più pericolosa anche se patisce l’assenza di propulsione sulle due fasce visto che da una parte il ragazzino Soerensen è comprensibilmente timido e dall’altra Grosso ha le movenze dell’ex-calciatore. Su questo leit-motif si arriva alla sforbiciata di Iaquinta che porta la Juve in vantaggio. La Roma riprende a fare gioco ma continua a sembrare terribilmente sterile nel suo gioco offensivo. Viene però il momento di Rizzoli allorquando negli ultimi minuti del primo tempo Giorgione decide di prodursi in una scivolata scriteriata. Mexes se lo vede arrivare, non fa bene un Chiellini che ti arriva addosso in scivolata ma se Mexes lo salta sa che il rigore non glielo danno e allora anticipa l’impatto furbamente, come tanti fanno senza che nessuno li accusi di simulazione, in più Chiellini sfiora anche la palla… Rizzoli è coerente, non ha fischiato per tutto il primo tempo falli simili, perché dovrebbe iniziare adesso? Però in area è diverso, se non fischi fuori area tutti ti dicono: “Bravo”, “Lascia giocare”, “Arbitraggio all’inglese” e altre amenità ma se non fischi in area gli stessi identici falli allora è “scandalo”, “il contatto c’era”, “era rigore” e cose simili. Rizzoli ci pensa, lo sa, la scivolata c’era, il contatto forse lo ha cercato Mexes ma Chiellini mica passava di lì per caso. E allora Rizzoli comincia a vacillare. Prima non fischia una punizione a favore della Juve ma sul rovesciamento di fronte c’è un contatto su Greco, come tanti che non ha fischiato, ma i romanisti sono nervosi, Rizzoli già pensa alle polemiche, ai tromboni della RAI, ai titoli del Corriere dello Sport, a quella volta che regalò il pareggio all’Inter contro la stessa Roma premiando un tuffo olimpico di Balotelli e allora fischia. Il tempo sta scadendo, non c’è tempo di battere la punizione, ha dato un minuto di recupero e non ci sono state interruzioni. Ma cosa direbbero mai i romanisti se Rizzoli gli fischiasse la fine sotto il naso, con una punizione da battere? E allora Rizzoli corre il rischio, faranno mica gol proprio adesso? Non fanno gol ma succede di peggio: Pepe devia il tiro con un braccio, è un braccio posto a protezione del viso, ma sporge un po’ dal viso e allora che fare? Rizzoli rimane un po’ incerto, prende tempo e alla fine fischia il rigore alla Roma. Il risultato è: romanisti furiosi per il rigore non dato, juventini ultrafuriosi per la punizione battuta a tempo scaduto ed il rigore concesso. Ci si mette pure Totti che, trasformato il rigore, sbeffeggia il pubblico, non guadagnandosi una ammonizione che invece si prese per analoga esibizione Iaquinta ad Udine solo perché è Totti.
Il secondo tempo di Rizzoli è un altalena di errori, incertezze, applicazione incerta del regolamento, ammonizioni esagerate, falli lasciati correre con il siparietto finale della litigata con Chiellini, obbligato a rifarsi il bendaggio proprio al momento dell’ultimo calcio di punizione che poi Del Piero calcerà malamente. Il resto è la riproposizione del primo tempo con una Roma elegante e leziosa ma inconsistene ed una Juve più timida ma anche più pericolosa con un Quagliarella impeccabile che spesso sa da solo impaurire la retroguardia giallorossa.
Alla fine è 1 a 1 che conferma che la Juve è una squadra davvero solida nel suo impianto di gioco, ma che per poter primeggiare deve recuperare sicuramente la pienezza del suo organico che oggi è più che altro un lazzaretto. Per Rizzoli invece una serata da dimenticare, comincerà forse a pensare che l’unico modo per arbitrare all’inglese è andare a vivere in Inghilterra, e forse è proprio così.
La responsabilità ambigua
Ho scritto recentemente di quanto la lingua e la cultura siano due sistemi strettamente correlati. Sarà anche per questo che in italiano non esiste sostanzialmente una parola equivalente dell’inglese “accountable”. Accountable è in inglese chi “deve rendere conto” di qualcosa, non perché abbia direttamente svolto un compito, ma perché ha appunto il compito di vigilare sul lavoro altrui e quindi renderà conto e pagherà di persona anche per gli errori altrui. Il significato si avvicina certo all’italiano “responsabile” ma i significati non si sovrappongono perché “responsabile” è un termine abbastanza ambiguo e ciò lascia non pochi alibi a chi venga così definito. Responsabile è infatti, secondo il significato letterale, colui che risponde ed il suo significato può essere assoggettato ad una diversa sfumatura semantica, che corrisponde ad un’altra parola inglese: “responsible“. Responsible è infatti colui che svolge un compito, che è in grado quindi di rispondere per quanto da lui fatto ma non per quanto fatto da altri. Questa ambiguità linguistica è in stretta relazione con l’ambiguità culturale per la quale in Italia nessuno è mai responsabile, c’è sempre qualcun altro a cui addossare le colpe, è sempre anche colpa di qualcun altro e quindi non è mai colpa di nessuno e nessuno mai paga. Se succede un guaio io posso sempre dire che la colpa del disastro non è solo mia che ho non ho fatto questo ma anche di quell’altro che non ha fatto quello che doveva fare e come tutte le condivisioni di colpa collettive ciò produce l’assenza di colpa. L’assenza di qualcuno che deve rendere conto complessivamente del risultato del risultato prodotto fa sì che anche a fronte del peggiore dei disastri tutti siano incolpevoli e quindi rimangano sorprendentemente al loro posto.
Non stupisce quindi che il Ministro Bondi a proposito del crollo della Casa dei Gladiatori di Pompei possa dichiarare che “Se fossi responsabile di quanto accaduto mi dimetterei“. Gioca appunto il ministro sull’ambiguità del termine. E’ evidente che tra i compiti di un ministro dei Beni Culturali non c’è quello di fasi rilievi strutturali sulle strutture degli scavi di Pompei. E’ altrettanto evidente che un Ministro dei Beni Culturali è colui che deve render conto della conservazione dei beni culturali e che è colui che deve pagare di persona se tale conservazione non si attua. E’ opinabile che il crollo di un edificio negli scavi di Pompei sia da considerarsi un evento che richieda le dimissioni di un Ministro dei Beni Culturali: si tratta di valutare se Pompei, in quanto simbolo forte del patrimonio culturale italiano, abbia una tale visibilità che un suo danneggiamento sia un simbolo del fallimento di una politica dei beni culturali. Quello però su cui dubbi non ce ne sono è che chi deve rendere conto di quello accade negli scavi di Pompei è il Ministro dei Beni Culturali ed è lui che deve pagare.
Newsweek, nel pistolotto pubblicato ieri contro l’Italia di Berlusconi cita le dichiarazioni del Ministro Bondi, come esempio dello sfacelo della politica italiana. Dovrebbero spiegare all’articolista del Newsweek che la colpa, per una volta, non è solo di Berlusconi ma di un pezzo della cultura italiana e quindi anche della sua lingua.
Ambasciatore furfante cercasi
Da anni la Grecia reclama la restituzione dei marmi del Partenone che dagli inizi del 1800 sono a Londra e dal 1816 al British Museum. L’inaugurazione del Museo dell’Acropoli di Atene ha, pochi anni fa, rinfocolato le polemiche che durano tutt’oggi. I marmi furono trafugati nel 1804, quando la Grecia era parte dell’Impero Ottomano, dall’ambasciatore britannico ad Atene, il quale aveva avuto il permesso del sultano di fare alcuni rilevamenti sul Partenone ed aveva interpretato in modo un po’ troppo ampio il mandato ricevuto. Si trattò di un furto vero e proprio e non ci sono dubbi sul fatto che è più che legittima la richiesta della Grecia di riavere il maltolto. Non si può però negare che la tiepidezza con cui le parti non direttamente coinvolte trattano l’argomento sia legata anche alla convinzione, più o meno rimossa nelle dichiarazioni ufficilali, che per la conservazione degli insostituibili reperti è sicuramente preferibile che essi stiano al sicuro nel British Museum di Londra che nel Museo dell’Acropoli di Atene. Lo so, è pregiudizio, è sfiducia nelle possibilità di un popolo mediterraneo di essere rigoroso nel preservare il proprio patriomonio ma, dovendo scegliere, chi affiderebbe qualcosa di prezioso ai greci piuttosto che agli inglesi?
Riflessioni non troppo dissimili le stimola la vicenda del crollo della Schola Armaturarum Juventis Pompeiani a Pompei. Il fatto che la zona degli scavi sia stata terreno di conquista del clan Bertolaso era già un elemento abbastanza preoccupante per la integrità della zona archeologica. Il fatto che il Ministro dei Beni Culturali sia Sandro Bondi è un elemento preoccupante per l’interezza del nostro patrimonio culturale ed artistico. Se questi però sono generali berlusconiani che auspicabilmente spariranno dopo la sua caduta non migliori sono le prospettive del dopo Berlusconi, visto che un uomo emergente della politica come il Presidente del Veneto Luca Zaia dichiara “250 milioni per quattro rovinassi (termine che in dialetto veneto significa detriti e naturalmente pensare che un Presidente di Regione ed ex-ministro della Repubblica sappia parlare in italiano è tuttora chimera n.d.r). Conviene che non ci pensino nemmeno a darli, sennò altro che rivolta fiscale… E’ una vergogna“.
Alla fine mi viene da auspicare che anche a Pompei salti fuori un ambasciatore, inglese oppure svedese o magari canadese, che travisando un incarico ricevuto dal sultano (o dal suo equivalente Presidente del Consiglio) smonti pezzo pezzo la città di Pompei e la trasferisca in un museo di Londra, Stoccolma o Ottawa, o in qualunque altro posto in cui i cialtroni siano considerati cialtroni e non uomini di governo.
Se salvare l’Italia dalla sua classe politica pare essere un’impresa destinata al fallimento, forse siamo ancora in tempo a salvare il suo patrimonio culturale ma bisogna far in fretta. Ambasciatore furfante fatti avanti: è il tuo momento!
C’era una volta
Era Marzo 2009 e la Juve, al ritorno in Coppa Campioni dopo l’esilio in Serie B, dopo aver sbaragliato addirittura il Real nel turno a gironi, si ritrovava negli ottavi contrapposto nientemeno che al Chelsea. Dopo la sconfitta 1-0 dell’andata la Juve si giocava tutto nel ritorno ma senza Momo Sissoko, infortunatosi nel derby di tre giorni prima in modo estramamente grave, e senza Amauri, lasciato fuori da Ranieri tra non poche polemiche. Molti allora attribuirono all’assenza dei due l’eliminazione, tanta era la considerazione che si aveva dei due giocatori. Sembrano oggi lontanissimi quei tempi, vedendo i due annaspare contro i modesti austriaci del Red Bull Salisburgo.
L’incontro non ha avuto molto da dire. Di fronte ad una Juve che, persi i suoi equilibri a causa di infortuni e tesseramenti ritardati, risultava del tutto abulica, gli austriaci si limitavano a difendere, avventurandosi in qualche sortita offensiva solo quando, nel secondo tempo, la girandola di sostituzioni operata da Del Neri con i ragazzini della Primavera faceva scadere il confronto di Coppa Europa a partitella estiva. In questo contesto tattico Krasic non riusciva quasi mai a trovare spazi per le sue percussioni e Del Piero non centrava un’azione personale in tutta la serata. E allora i due grandi malati, Amauri e Sissoko, ci inabissavano nella nostalgia per i tempi andati. Il primo faceva a sportellate per tutta la gara con i difensori finendo quasi sempre fuori strada lui, il secondo portava palla con aria compassata ma sbagliava tutto ogni qual volta provava ad aumentare il ritmo: pensare alle cavalcate trionfali di un tempo fa veramente impressione. Non sono vecchi, non hanno subìto apparenti traumi, certamente giocano in una squadra diversa dalla Juve di Ranieri ma questo non basta a disimparare a giocare al calcio. Non ci rimane che il c’era una volta, come il c’era una volta di una Juve che un tempo attraversava l’Europa da protagonista mentre oggi fatica a portare in porto un pareggio casalingo con il Salisburgo. Se il primo tempo vedeva infatti una certa iniziativa bianconera, seppur sterile, nel secondo con l’uscita di Milos per l’ennesimo infortunio, l’incontro diventava una lunga agonia verso lo zero a zero finale, nel rischio concreto che gli austriaci riuscire a fare anche il bottino pieno che mancavano solo per propri evidenti limiti.
Siamo quasi fuori dalla Coppa Europa, nonostante avessimo un girone scandalosamente facile. Per il momento le uniche emozioni che ci restano vengono dalla nostalgia.
