La palla al piede
In questi giorni una parte dell’opinione pubblica italiana ha riscoperto che la palla al piede italiana sono i sindacalisti o chi comunque difende le pretese (altrimenti detti diritti) di chi lavora, pretese che si ripercuotono negativamente su costo del lavoro e competitività . Altri invece al contrario pensano che la palla al piede siano quegli industriali che considerano ogni vincolo, sotto forma di diritti sindacali, come un lusso che non ci possiamo permettere, generando una continua conflittualità sindacale che riduce la produttività delle imprese. Per altri ancora la palla al piede è costituita dalla politica che media tra le parti sociali in funzione dei propri interessi di bottega e giammai in funzione degli interessi dello Stato. Ho la vaga impressione che ci sia una palla al piede in realtà che le riassume tutte o meglio riassume ciò che genera i comportamenti sopra citati. E’ la palla al piede che ci porta a vedere ogni atto solo alla luce del nostro punto di osservazione della realtà , che ci crea una lente deformante della realtà che ci fa interpretare ogni azione con un filtro che è quello delle nostre idee di riferimento, che alla lunga si fossilizzano in ideologia che è in molti, credo soprattutto in Italia, talmente forte da cancellare ogni altro punto di vista che non sia quello su cui siamo focalizzati. Così se guardiamo la realtà dal punto di vista dell’impresa vediamo i lavoratori solo come degli scansafatiche che non hanno altra ambizione che quella di non lavorare, se guardiamo la realtà del punto di vista dei lavoratori vediamo gli imprenditori come degli aguzzini che godono sadicamente a causare sofferenze, la qual cosa pone le premesse perché la soluzione delle contese diventi quasi sempre un braccio di ferro giocato con le armi solite della politica, ovvero propaganda dall’una e dall’altra parte, piuttosto che una franca discussione alla ricerca di una soluzione che massimizzi la soddisfazione o di un’analisi che ci faccia capire costi e benefici delle diverse soluzioni.
Lo stesso atteggiamento settario porta, rispetto alla politica, gli elettori ad essere straordinariamente indulgenti con i governi della parte politica a cui stabililiscono di appartenere e severissimi con quella opposta. Questo fa sì che i nostri governanti in buona sostanza debbono rendere conto del proprio operato non alla totalità dell’elettorato ma solo a quella piccola parte disponibile a cambiare partito o schieramento di volta in volta. Tutti gli altri li rivoteranno a prescindere, così come continuano a sostenere la loro squadra di calcio indipendentemente dai risultati e da quanto bravi siano i suoi giocatori.
Ho l’impressione che politica e rapporti sociali non siano però gli unici ambiti nei quali domina la tendenza a fossilizzare le proprie posizioni sul proprio personale punto di vista, ciò accade spesso anche su concetti molto più materiali. Tendiamo infatti a far entrare nella sfera dell’ideale anche oggetti prettamente materiali che diventano icone di uno schieramento politico o di un gruppo sociale fino a essere oggetto di preferenza ideologica ben prima che funzionale.
Il problema dell’energia è uno di quegli à mbiti nei quali spesso le tecnologie hanno finito per diventare la bandiera di uno schieramento, sfuggendo completamente ad un ambito scientifico al quale competerebbero. Ricordo perfino il professor Tullio Regge autodenunciarsi involontariamente da questo punto di vista, in un’illuminante intervista in cui ammise come il suo cambiamento di punto di vista sul nucleare, passato da antinuclearista a sostenitore dell’atomo, non fu dovuto a nuove scoperte scientifiche ma a contrasti avuti con esponenti della sinistra durante la sua esperienza politica. Se l’antinuclearismo ha rivestito spesso e riveste ancora una posizione politico-ideologica per converso le energie rinnovabili hanno sempre rappresentato il fiore all’occhiello di una parte politica e quindi hanno da sempre raccolto lo scetticismo della parte opposta. Ancora quando l’europa siglò l’accordo 20-20-20 ci furono molte perplessità e, appena ritornato al governo, Berlusconi si adoperò per limitare l’accordo in omaggio alla convinzione, tutta ideologica, diffusa nella destra italiana che spendere in energie rinnovabili sia un lusso, mentre investire nel nucleare sia invece espressione di lungimiranza. Oggi scopriamo che quell’accordo che sembrava visionario rischia di essere scavalcato da una potenza economica come la Cina, solitamente poco attenta all’ambiente ma evidentemente molto meno condizionata di noi, in un senso o nell’altro, da questioni ideologiche e più propensa a valutare le scelte sulla base di convenienza economica e strategica. Per un paese come il nostro che non ha rilevanti giacimenti di uranio, petrolio, metano ma ha invece cospicue quantità di vento e sole non sarebbe strano puntare su tecnologia che stanno riducendo progressivamente i suoi costi e che potrebbero, tra dieci anni, costituire il modo più economico (in termini complessivi) di produrre energia, per di più (nel caso del fotovoltaico) in buona parte prodotta sul tetto di casa propria. Da noi però l’ideologizzazione delle forme di energia ha dato il destro a chi ci governa per imboccare altre strade come quella del nucleare, più interessanti per i propri affari ma molto meno in proiezione strategica, e l’Italia, contro ogni logica, continua ad essere il maggior freno in Europa per lo sviluppo delle rinnovabili. Insomma ho l’impressione che sia proprio questa la vera palla al piede del nostro paese: il bisogno di vivere di bandiere, di icone, di simboli, anziché capire cosa è davvero preferibile per il nostro futuro. Ne guariremo mai?
L’onestà perduta
C’erano una volta i Moratti, famiglia di onest’uomini, impegnati nel calcio ma soprattutto nella raffinazione del petrolio. Dai tempi di Angelo Moratti in Italia si parla di questa famiglia come di personaggi di grande correttezza e onestà . Nel calcio in particolare Massimo Moratti ha significato a lungo onestà , fair play, correttezza e signorilità , perdente naturalmente, perché l’onestà da tempo immemorabile non paga, soprattutto in Italia. Qualcuno ogni tanto faceva presente che l’Inter aveva avuto, negli anni della gestione Moratti, dei casi abbastanza singolari, primo tra tutti quello del passaporto di Recoba acquistato al mercato nero dal dirigente Oriali, tuttora in forza alla squadra di Moratti, che fu condannato per questo della giustizia ordinaria. Altri ricordavano le ripetute azioni finanziarie spericolate per consentire l’iscrizione ai Campionati, pur in presenza di pesanti deficit di bilancio, altri ancora le indiscrezioni circa l’uso massiccio di doping. Ma per i più si trattava solo di dicerie messe in giro a bella posta per colpire l’ultimo dei galantuonimi. Poi il perdente Moratti è diventato il vincente Moratti e lo è diventato in un modo un po’ strano: tramite un processo sportivo i cui giudici sono stati nominati da un suo vecchio sodale, Guido Rossi, che ha decapitato tutte le maggiori concorrenti al primato del calcio italiano. Tutte queste vittorie alla fine hanno cominciato a seminare un po’ di fastidio, e qualcuno in più rispetto a prima ha cominciato a dire che l’Inter in fondo assomigliava a tutte le altre, che Moratti in fondo non era poi quel gran signore: si è cominciato perfino a notare che il Presidente dell’Inter ha l’inelegante abitudine di punteggiare le vittorie della sua squadra con gesti di dileggio nei confronti degli avversari, cosa che certo non configura un reato ma che non è comportamento appropriato per un “gran signore”. Più scalpore ha destato la notizia, emersa recentemente dal processo di Calciopoli, che la società di Moratti e Moratti stesso ricorrevano agli stessi metodi discutibili nel rapporto con la classe arbitrale che usava il nemico pubblico numero uno Moggi. A proposito di rapporti con gli arbitri sono perfino emersi elementi risalenti ai tempi di Angelo Moratti piuttosto curiosi.
Negli ultimi tempi ci si è poi ricordati che Moratti non è solo il Presidente della squadra di calcio più spendacciona del Campionato Italiano ma fa parte anche della famiglia che controlla la raffinazione del petrolio tramite la società Saras e si è scoperto che la Saras non è proprio gestita con i criteri più trasparenti ed etici. Tra le altre cose la Saras è stata a lungo sotto inchiesta per la sua truffaldina collocazione in borsa, anche se alla fine tutta la responsabilità è stata scaricata sulle banche. In un contesto come quello attuale è molto più difficile che nel passato tenere la verità chiusa in cantina e così hanno cominciato ad uscire documenti interessanti sulla Saras. Il documentario Oil di Massimo Mazzotta ha aperto la strada e la reazione dei Moratti, è stata all’insegna dell’arroganza e della poco compostezza, tipica del potere italiano quando si sente smascherato. Lo ha seguito Giorgio Meletti che ha pensato bene di scrivere un libro sul tema. Che cosa mai succede? Che la famiglia Moratti non si accontenta di querelare l’autore ma pensa bene di annunciare querela anche per i mezzi di informazione che daranno “spazio o risalto” al libro. Perfino questo blog potrebbe essere querelato per averne dato notizia.
Insomma i Moratti si ritrovano, da archetipi di onestà a correttezza, scaduti a emuli del poter più arrogante e prevaricatore. Come mai tutto ciò? Forse perché il successo corrompe o forse perché questa immagine era solo il frutto di un lungo lavoro di cesello di una informazione asservita? Mi sento di propendere per la seconda ipotesi. Non dico che i Moratti siano più disonesti o più arroganti di tanti altri uomini di potere italiani, semplicemente condividono gli stessi vizi della classe dirigente del nostro paese ma, un po’ per la loro lontananza dai riflettori, un po’ per la capacità di influenzare i mezzi di informazione, sono riusciti a farsi passare per ciò che non sono.
In fondo siamo fortunati a vivere in un’era nella quale è difficile mentire. Come visto in questa ma anche in tante altre vicende, questa fortuna è spesso insidiata da chi preferirebbe continuare a mentire tranquillamente. Soprattutto per questo il libro io l’ho comprato.
Sventolare la bandiera
Da che l’uomo ha iniziato a sentire l’esigenza di organizzare la propria convivenza in società complesse, si è creato un fiosiologico legame tra la conflittualità di una società e la sua organizzazione politica e sociale. Più una società è soggetta a conflitti militari, più l’organizzazione sociale diventa gerarchica e verticistica, più una società vive in pace e più la società tende ad essere piatta ed a distribuire il potere tra i suoi membri. E’ significativo il caso della Repubblica Romana che prevedeva costituzionalmente la modifica provvisoria del suo assetto istituzionale durante i periodi di guerra. Questa tendenza è motivata dall’effettiva necessità di una società in guerra di prendere decisioni velocemente e di fare fronte comune contro il nemico, per l’unico obiettivo del momento, ovvero vincere il conflitto. Una società in pace invece ha come obiettivo quello di massimizzare la propria ricchezza e quindi la propria capacità produttiva e per farlo è essenziale che le decisioni siano condivise, che si valorizzino diversità e competizione piuttosto che omogeneità e unità di intenti. Questa tendenza, ben consolidata anche nell’immaginario collettivo, porta istintivamente le persone a stringersi attorno a chi li governa ogni qualvolta si verifica un conflitto di qualunque genere e livello di violenza. Per questo spesso i conflitti portano popolarità ai governi (talvolta effimera ma chi se ne frega! Carpe diem) e per questo spesso i governi provocano i conflitti per salvarsi da momenti di particolare crisi.
Da settimane è in corso un conflitto diplomatico (più o meno reale) tra l’Italia e il Brasile per l’estradizione di Cesare Battisti. Non entro nel merito dei dubbi da molti espressi sulla sentenza che ha condannato Battisti, sia perché non conosco gli atti processuali, sia perché, anche se può esser stato vittima di un errore giudiziario, Battisti non è comunque una vittima di persecuzione politica visto che faceva conclamatamente parte di un’organizzazione criminale, sia soprattutto per non scimmiottare in modo esattamente speculare quei tristi personaggi di casa nostra che considerano il magistrato Armando Spataro un paladino della giustizia da difendere a spada tratta quando fa condannare Battisti ed un eversore quando fa processare Berlusconi. Mi limito semmai a sottolineare come Battisti sia uno degli innumerevoli terroristi pluriomicidi che non sono in galera, o perché esuli all’estero in paesi che non ci concedono l’estradizione, o ancora perché, pur avendo raccolto una collezione di condanne all’ergastolo, sono già oggi a piede libero.
E allora qual è il motivo per cui la mancata estradizione di Battisti costituisce la scintilla per un conflitto diplomatico che in Italia non si era mai visto prima nemmeno di fronte a fatti luttuosi o a violazioni della nostra sovranità ? Perché era il momento in cui serviva qualcosa che riportasse l’opinione pubblica a fianco del suo governo, che facesse imbracciare la bandiera, che facesse sentire agli italiani che la loro classe politica non si limita a passare il tempo trastullandosi con donne di facili costumi o con litigi da pollaio ma che è impegnatissima a tenere alto il nome del Paese, perché andava stimolato il meccanismo sociale prima descritto. Ingrediente fondamentale per la riuscita dell’effetto è anche la quantità cospiscua di media direttamente manipolabili dalla maggioranza di governo, quantità che garantisce una straordinaria capacità di dettare, se non i contenuti, almeno l’agenda all’intero sistema dell’informazione.
Il risultato è che siamo qui, come tanti automi, a sentire in noi risvegliato improvvisamente un orgoglio nazionale che normalmente teniamo sotto un paio di strati di naftalina, a chiedere giustizia quando l’Italia è piena di criminali a piede libero, a ribellarci quando solitamente incassiamo ogni nefandezza. Certo, c’è chi vorrebbe stravincere e allora Michele Brambilla su La Stampa non ha nascosto il suo dispetto per la scarsa partecipazione popolare alle manifestazioni di piazza e ha accusato di ignavia gli italiani che non sono corsi in piazza e bruciare le bandiere brasiliane. Eh no, Brambilla, distinguiamo: una cosa è sciropparsi le sciocchezze alla televisione e mormorare “Che vergogna!”, una cosa è poi scomodarsi a scendere in piazza. Far vincere agli italiani la loro riluttanza a impegnarsi in una qualsivoglia battaglia è uno sforzo che supera le potenzialità di qualunque sistema mediatico.
Che bello sarebbe se ci fosse la moviola!
Da quando questo blog esiste periodicamente mi ritrovo a scrivere articoli a sostegno dell’introduzione di un mezzo tecnologico che consenta di supportare gli arbitri di calcio nelle loro decisioni, attraverso la consultazione in tempo reale del filmato. Mi rendo conto di essere piuttosto noioso in questo mio ripetere concetti già più volte espressi, ma anche la realtà è discretamente noiosa a fornire di continuo motivi a sostegno di questa tesi.
Il Campionato di Calcio si sta avviando alla conclusione del girone di andata e, tranne riscosse ormai improbabili da parte dell’Inter, l’esito è già segnato, con il Milan che si accinge a tornare dopo 8 anni Campione d’Italia. Su il Campionato alla Moviola scopriamo invece che se gli arbitri fossero aiutati a non sbagliare da un mezzo tecnico la situazione sarebbe incerta e anche sorprendente, con uno stuolo di squadre quasi appaiate in testa, alcune delle quali non ci si sarebbe aspettati in questa posizione. Perché questo? Sudditanza psicologica? Verdetti predeterminati nelle alte sfere? Probabilmente nulla di tutto questo: sta di fatto però che da quattro anni altrettanti campionati sono stati resi meno incerti, per non dire scontati, dagli errori arbitrali.
La presenza della moviola in campo sarebbe giovevole però, per il pubblico calcistico, anche da un altro punto di vista, la salute epatica. Eh sì perché la maggior parte delle volte che il pubblico contesta l’arbitro ha torto e la moviola in campo spesso stempererebbe i toni anziché esasperarli. Salverebbe probabilmente gli arbitri da molte contestazioni che, nel dubbio, li investono sempre e comunque.
Giovedì scorso l’incontro della Juve contro il Parma è stata una sollecitazione continua per il fegato dei tifosi bianconeri. Prima Krasic, appena entrato in area di rigore in una delle sue azioni devastanti, finisce improvvisamente a terra ed il pubblico scatta in piedi convinto che sia rigore. Poi si si verifica un faccia a faccia da terra tra Melo e Paci apparentemente reciproco, sul quale la folla bianconera rimane indignata di fronte al fatto che l’arbitro espella Melo e non ammonisca nemmeno il parmense. Poi ancora il portiere parmense Mirante perde il pallone che rotola in porta, l’arbitro De Marco convalida e poi annulla e anche qui l’ira dell’Olimpico si accende. Nel secondo tempo Amauri scappa via e Paletta ferma con la mano una chiara occasione da gol: De Marco lo ammonisce solamente e ancora la bile juventina è incontenibile. Infine proprio nel momento in cui la Juve sembra in grado di riaprire la partita, Crespo cade come fulminato in area e De Marco fischia il rigore. L’ovvia conseguenza è che alla fine i tifosi della Gà¶ba vanno a casa ben convinti che De Marco abbia sottratto loro una partita che diversamente forse avrebbero vinto lanciando maledizioni e anatemi contro il direttore di gara.
A casa poi avrebbero scoperto che il rigore su Krasic non c’era (a proposito Milos, datti una regolata con questi tuffi in area!), che la scarpata di Melo, a differenza di quella del suo avversario, era volontaria e che forse tuttalpiù Paci poteva prendersi un’ammonizione, che la palla sfuggita a Mirante non era entrata se non dopo una carica di Chiellini e l’esitazione di De Marco è stata legata ad un malinteso con l’assistente, che la chiara occasione da gol di Amauri non era così chiara e che infine sul rigore Crespo, il giocatore argentino si era ricordato sì di buttarsi a terra qualche secondo dopo essere stato toccato, ma il contatto in effetti c’era. Insomma forse rivedendo le immagini il popolo bianconero avrebbe potuto dare meno colpe all’arbitro e più ai propri paladini, in versione Giovedì così dimessa.
E’ un po’ la dimostrazione che nel calcio, come altrove, avere il coraggio di essere trasparenti, di mostrare al pubblico le cose come accadono forse è la soluzione alla lunga migliore. Però ci vuole un po’ di coraggio e spesso il coraggio è ciò che ci manca e manca sicuramente ai vertici del calcio.
Un cancro nel cuore d’Europa
Visitai per la prima volta l’Ungheria nel 1990, quando il paese si affacciava verso qualcosa che altrove si chiamava democrazia ma che la terra magiara aveva assaporato nella sua storia solo durante la breve primavera della Repubblica Democratica d’Ungheria di Mihà¡ly Kà¡rolyi. Quella breve esperienza fu interrotta nel sangue dalla rivoluzione comunista e dalla successiva controrivoluzione militarista e antisemita che portò il paese prima al disastro della guerra al fianco del nazismo e poi alla dittatura filosovietica, dittatura interrotta solo dalla breve parabola riformista soffocata dai carri armati sovietici nel 1956. Non avrei mai pensato allora, credo come molti, che dopo aver provato sfruttamento, sangue e distruzione di tutti i colori e orientamenti gli ungheresi potessero riprovare il desiderio di andare verso nuove forme di totalitarismo eppure la situazione dell’Ungheria in questi giorni è tale da presagire il peggio. L’ultimo provvedimento del governo in carica, formato da un monocolore del partito di destra Fidesz, è stata l’istituzione di un comitato di censura autorizzato a colpire fonti di informazione che non rispettino un generico e soggettivo equilibrio dal punto di vista politico, qualcosa che solo in un sistema totalitario può essere concepito. Per dare un’idea della situazione del paese, alle ultimi elezioni il partito Fidesz ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti mentre terzo partito, il partito Jobbik, considerato ancora più estremo del Fidesz, a sua volta ha ottenuto il 16 percento.
Il primo ministro Orban ha respinto le accuse dell’opposizione e dei mezzi di informazione locali e stranieri ma le manifestazioni di protesta sono ovunque e anche la rete si è mobilitata. Il quotidiano Népszabadsà¡g è uscito giorni fa, per protesta contro la nuova legge, con una prima pagina che presentava soltanto una scritta ripetuta nelle 23 lingue dell’Unione Europea “La libertà di stampa in Ungheria è giunta alla fine”. Nelle ultime ore anche il Presidente della Commissione Europea Barroso si è mosso per chiedere chiarimenti, anche se una parte dell’ostilità occidentale è sicuramente anche legata a provvedimenti fortemente protezionisti che sono poco in armonia con la presenza del paese nell’Unione Europea.
A proposito di tale vicenda non posso non trovare agghiacciante il silenzio tombale che sulla vicenda osservano la maggior parte dei mezzi di informazione italiani che non mancano mai di riferirci dettagliatamente invece ogni farneticazione dei politici di casa nostra ma si dimenticano degli eventi epocali che avvengono a poche centinaia di chilometri dai nostri confini.
Non saprei proprio come andrà finire, se gli ungheresi scivoleranno un una nuova dittatura, o riusciranno a scrollarsi di dosso chi li governa in questo modo, certamente non è qualcosa che l’Unione Europea si può permettere e può permettere. Il problema è che nella fase critica attuale prendere provvedimenti troppo punitivi, per di più contro il paese che ha appena ereditato la presidenza dell’Unione, rischia di creare attriti e tensioni (anche con governi come quello italiano che probabilmente non disdegnerebbero soluzioni “ungheresi” al rapporto con i media non allineati) che indebolirebbero la già fragile casa europea. Non ci si può però nascondere che in questo come in altri casi, proprio l’assenza di un controllo centrale, di una costituzione che stabilisca principi vincolanti, di un governo europeo forte, è ciò che rischia di far esplodere l’Unione Europea e vanificare lo sforzo che da oltre cinquant’anni facciamo per dare comuni intenti a questo continente. In questo come in altri casi non invidio la posizione di Barroso e dei membri della Commissione: hanno sulle spalle la sorte di un progetto da cui dipende la possibilità dell’Europa di non essere il Terzo Mondo del futuro e hanno pochissime leve e pochissimo potere per portarlo avanti. In bocca al lupo davvero.
Riscrivere la storia di FIAT
Che il vento sia cambiato nella visione che i media ed in particolari alcuni media legati a FIAT ed ai grandi gruppi industriali hanno di Berlusconi mi pare chiaro. Quello che un mese fa era un morto che cammina pare oggi un giovincello di belle speranze. Che questo voltafaccia abbia coinciso con la spallata che Marchionne ha dato al sindacato sulla vicenda Mirafiori mi pare una coincidenza che solletica qualche ipotesi su una possibile alleanza tra settori dell’impresa e Berlusconi per tenerlo in sella nella buriana di questi mesi. Ci si potrebbe domandare però che cosa si aspettano gli industriali e Marchionne in cambio. In fondo non è un grosso sforzo per un partito integralisticamente anti-sindacale come il PdL tenere le parti di Marchionne.
Sbirciando dal giornalaio la prima pagina de Il Giornale del 31 Dicembre ho scoperto quello che la stampa di casa Berlusconi può offrire in più a Marchionne rispetto ad un mero appoggio: una campagna di stampa che induca una rivisitazione storica volta a riscrivere la storia dell’unica industria italiana che è sopravvissuta all’ultimo terribile trentennio, allo scopo di cancellare i dubbi che possono affollare le menti, tra le altre, anche di molti industriali. Ci sono molti in effetti per i quali la fuga in avanti di Marchionne rappresenta un’epocale rivincita contro le pretese di operai e sindacati, ma molti industriali ritengo paventino anche il rischio dell’inizio di un conflitto duro con il sindacato, l’ultima delle cose di cui ha bisogno un’economia in fase di stentata ripresa come quella italiana. Guardandosi indietro non si può negare che il periodo più tribolato dal punto di vista sindacale di FIAT non è coinciso certo con un periodo brillante per l’azienda e se FIAT è stata l’unica grande industria italiana a sopravvivere agli ultimi trent’anni, che hanno annientato il resto del panorama industriale italiano, potrebbe anche esser stato perché i predecessori di Marchionne hanno saputo costruire un modello di rapporto costruttivo con i lavoratori attraverso un rapporto costruttivo con i sindacati. Non ci si può del resto non interrogare sul motivo per il quale il paese forse più sindacalizzato dell’Europa Occidentale, ovvero la Germania, è quello che più rapidamente ha superato la crisi: questo forse perché l’inseguire bassi costi del lavoro non è l’unica soluzione per restare competitivi, ma lo può essere parimenti la produttività che talvolta si raggiunge più efficacemente con maggiori motivazioni e un rapporto più disteso con i lavoratori, piuttosto che con più estesi orari di lavoro.
La strategia che Il Giornale offre a Marchionne è quindi l’attacco alla vecchia gestione della FIAT incarnata da Giovanni Agnelli e così il vice-direttore Porro attacca duro, dipingendo l’Avvocato come un intrallazzatore dedito più al mantenere rapporti buoni con la politica e i sindacati che al fare profitti. Difficile non stupirsi di un attacco dal cuore della destra alla storia dell’industria italiana di maggior peso nel mondo, attacco che sicuramente ferirà una parte consistente dell’opinione pubblica conservatrice, ma la caratteristica della classe politica che ci governa, e quindi della stampa che sta al suo codazzo, è di vivere alla giornata e la caratteristica di chi vive alla giornata è di non badare molto a passato e futuro se non in funzione della convenienza del presente. La posizione è sicuramente acrobatica, intanto perché la mia memoria mi lascia qualche dubbio sul fatto che Gianni Agnelli fosse un amico dei sindacati e, a proposito di intrallazzi tra impresa e politica, direi che il giornale di Berlusconi ha poche lezioni da dare. E’ vero che la FIAT, come altre aziende italiane e non, ha avuto nel passato aiuti abbondanti dallo Stato ma è anche vero che lo stesso Marchionne non ha certo rifiutato l’ultimo giro di incentivi alla rottamazione che anche il governo Berlusconi ha elargito. Ma al di là della fondatezza dell’affondo, quello che mi interessa è lo scopo di questa posizione. L’idea è, ancora una volta, quella di attaccare un modello di convivenza sociale, basato sull’idea che il miglior modo per governare un paese come un’azienda sia di prendere decisioni che godano di un accettabile livello generale consenso, di assumere missioni che abbiano un mandato ampio, condiviso.
Da anni il modello politico che va per la maggiore è costituito dallo scontro tra fronti che si delegittimano vicendevolmente e oggi i due punti di vista maggioritari tra gli italiani verso il loro capo del governo sono costituiti da chi lo considera un grand’uomo e chi lo considera un farabutto. Nonostante questo modello abbia paralizzato la politica italiana c’è chi lo ritiene vincente e che lo vuole trasferire all’impresa e in Marchionne si vede probabilmente l’uomo che ha la capacità per portare a termine il compito.
Ci sarà o meno l’alleanza, sarà o meno quello da me descritto un disegno condiviso o solamente un progetto di Porro, sta di fatto che è sempre triste vedere la storia violentata e distorta, indipendentemente da quale sia la storia di cui si parli.
Il Premio “Colore del Grano” 2010
E’ una sera di Ottobre e il buio è già calato sul Canavese. Io sto viaggiando sulla strada provinciale da Caluso a Castellamonte e ho una certa fretta di arrivare, ma ecco che sulla mia strada mi ritrovo un trattore. Trovo singolare che un trattore viaggi quando è buio ma avrà avuto le sue buone ragioni, in fondo, mi dico, sta probabilmente lavorando e quindi mi accodo in buon ordine procedendo a passo d’uomo e attendendo il momento buono per sorpassarlo, momento che arriva di lì a poco. Altre auto lo sorpassano dopo di me e il trattore sparisce alle mia spalle, finché non arriviamo ad uno dei semafori in corrispondenza con l’abitato di San Giorgio. Il semaforo mostra il rosso e io mi fermo, così come fanno le auto alle mie spalle. Sto attendendo il verde con un minimo di impazienza quando nello specchietto laterale sinistro vedo un lucetta avanzare: è il trattore che ha bellamente deciso di sorpassare tutta la fila e proseguire la sua corsa sfidando il semaforo rosso che oltrepassa senza nemmeno un prudenziale rallentamento. Rimango stupefatto, a bocca aperta, non me l’aspettavo proprio. Non aveva accelerato improvvisamente, non aveva installato un motore nuovo sul suo mezzo agricolo, stava andando a passo d’uomo come prima e avrebbe obbligato il sottoscritto e tutti gli altri dietro a sorpassarlo di nuovo di lì a poco, oltre a rischiare un incidente e violare comunque pesantemente il codice della strada.
Vedendo sfrecciare il trattore nell’indifferenza a code e semafori ho trovato questa scena così inusuale da decidere di istuire un premio associato a questo blog: il Premio Colore del Grano che ogni anno premierà l’automobista più stronzo.
Caro guidatore del trattore, per quest’anno hai vinto tu. Non so chi tu sia e quindi forse non potrò consegnarti il premio ma nell’albo d’oro ci sei di diritto.
Nel frattempo, buon anno a tutti!
La militanza del Corriere della Sera
Ci sono limiti, travalicati i quali il giornalismo, da mite e servile, si trasforma in militante. Succede quando non ci si limita più ad omettere verità scomode o ad invitare a mandar giù bocconi indigesti in nome della ragion di stato, della stabilità o altri simili concetti astratti. Succede quando l’esigenza non è più solo quella di non schiacciare i piedi sbagliati ma è quella di tenere in sella chi governa e quindi di affossare chi vi si oppone. Succede quando la verità non è più solo omessa ma è stravolta in modo che potrebbe apparire quasi ingenuo se non contasse sull’ingenuità di chi legge. Succede quando il boccone indigesto viene presentato come un piatto da superbo gourmet. Il segnale si ha evidente quando contenuti ed argomentazioni, per quanto discutibili, spariscono e vi si sostituiscono affermazioni dogmatiche, slogan e luoghi comuni che restino rigorosamente sulla superficie e altrettanto rigorosamente distanti da ogni ragionamento ed approdofondimento.
Ho scritto altre volte sulla differenza tra equidistanza e indipendenza e su quanto una posizione equidistante sia impraticabile in un contesto come quello italiano all’insegna del “O con me o contro di me”. La progressiva trasformazione del Corriere della Sera da equidistante (almeno negli intenti dichiarai dal direttore De Bortoli) a testata militante a fianco del governo rafforza questa mia convinzione e trovo che questa trasformazione abbia avuto la sua apoteosi in un paio di editoriali pubblicati sul Corriere di Mercoledì 29 che sembrano fatti apposta per dare un colpo al cerchio (il governo) ed uno alla botte (FIAT) in un’alleanza Berlusconi-Marchionne mai siglata ma evidente nei fatti.
Inizia Panebianco che scrive un lungo editoriale nel quale attacca la sinistra per la sua opposizione alle riforme del governo ed in particolare a quella dell’Università , attribuendo questa opposizione ad una volontà di conservazione dello status quo e attribuendo a questo presunto conservatorismo le sue sconfitte elettorali. L’articolo è infarcito di luoghi comuni, affermazioni non giustificate e conclusioni senza un nesso apparente con le premesse. Si basa sostanzialmente sull’assunto che se non si condivide una riforma introdotta dal governo si è conservatori, il che equivale a dire che se non ti piace il vino del discount sei astemio. Panebianco afferma che dalla sinistra non viene mai alcuna controproposta, affermazione del tutto opinabile, visto che proprio sull’università il PD ha pubblicato un documento di riforma alternativa a quella della Gelmini. Ovviamente il documento è stato ignorato dall’informazione che va per la maggiore ma almeno Panebianco dovrebbe essere al corrente… Partendo da queste premesse Panebianco si dilunga in una dissertazione dalle basi non ben chiare sul legame tra la sinistra, gli anni ’70 e il vecchio PCI. Purtroppo si dimentica probabilmente che l’università che la Gelmini ha stravolto non era affatto quella degli anni ’70 ma quella prodotta dalla riforma del ’99, introdotta dai governi di centro-sinistra, mentre ignora forse che l’Università che esce dalla riforma Gelmini assomiglia molto più a quella degli anni ’70 che a quella attuale, visto il deciso ridimensionamento del ventaglio dell’offerta formativa e visto l’indebolimento dei meccanismi di difesa del diritto allo studio. Ho spesso manifestato riserve sulla politica del PD ma non posso negare che, su una riforma più condivisibile, come quella federale, abbia dimostrato uno spirito di collaborazione raro nella storia democratica italiana. Non dimenticherei, per contro, quanto la coalizione di centro-destra cavalcò la rivolta dei tassisti o dei notai contro le liberalizzazioni di Bersani, quale opposizione strenua portò anni prima alla finanziaria necessaria per l’ingresso nell’Euro o come votò contro l’accordo di Schengen. Con questo non voglio ribaltare la frittata ma semplicemente affermare che la contrapposizione muro contro muro è un dato della politica dell’era berlusconiana e un trattato non basterebbe a chiarire chi ha iniziato prima. A prescindere dall’eventuale specificità italiana è chiaro comunque che Panebianco usa strumentalmente una dialettica caratteristica di ogni democrazia, ovvero il fatto che la maggioranza propone e l’opposizione critica, come elemento per attaccare l’opposizione attuale. Sarei curioso di trovare qualcuno che formuli simili accuse ai repubblicani americani per essersi opposti alla riforma sanitaria di Obama o ai socialisti francesi per l’opposizione alla riforma delle leggi sull’immigrazione introdotta da Sarkozy.
Ti riprendi dalla lettura di Panebianco ed arriva Pierluigi Battista che bacchetta chi, a sinistra, ha utilizzato l’aggettivo “fascista” per qualificare l’accordo per Mirafiori, sulla base di alcune analogie con il Patto di Palazzo Vidoni; patto con il quale il fascismo esautorò i sindacati confederali di allora CGL e CIL dalla negoziazione sindacale, riconoscendo come unico sindacato quello fascista, prima della successiva messa al bando delle confederazioni sindacali stesse. Si possono fare tanti distinguo su questa analogia ma Battista non le fa e si limita a condannare l’uso a suo dire troppo disinvolto che a sinistra si fa del termine fascista, come se il fascismo fosse un concetto astratto e non un riferimento storico chiaro di cosa sia nel contesto italiano l’autoritarismo e l’accentramento dei poteri e come se la cultura che pose le premesse all’avvento del fascismo fosse un ricordo di un lontano passato e non un germe ancora presente nella società italiana.
Al di là dell’ormai chiara militanza del giornale milanese al fianco della compagine governativa, quello che trovo emerga dai due editoriali è un fatto che contraddistingue, questo sì, il nostro paese nel suo complesso dal punto di vista culturale e quando dico “nel suo complesso” intendo al di là e a prescindere da sinistra e destra politica, categorie meno importanti di quanto non lo sia la caratterizzazione della cultura nel suo complesso. Mi riferisco all’insofferenza per l’opposizione, per la critica, per la contrapposizione, mi riferisco al fatto che per molti la pluralità di voci è un fastidio non una ricchezza, mi riferisco al fatto che molti sognano un paese in cui la politica è una messa cantata in cui l’opposizione si limita a fare tappezzeria. Costoro dimenticano che la forza della democrazia è la possibilità di confrontare posizioni diverse, anche diametralmente, nella continua sfida a chi governa portata dall’opposizione, dalla continua competizione che caratterizza la politica. I sistemi politici nei quali tutti suonano la stessa canzone, in cui tutti vogliono le stesse riforme ed elegiano chi le propone hanno un solo nome: totalitarismo. Non dobbiamo quindi stupirci se in un paese in cui due editorialisti del quotidiano italiano più diffuso auspicano l’avvento di un sistema simile il termine fascista, usato propriamente o meno, sia ancora così in auge.
Le bombe provvidenziali
Era il Luglio del 2001 e un pacco bomba recapitato alla caserma di San Fruttuoso di Genova arrivava a pochi giorni dal G8 svoltosi nel capoluogo ligure e proprio nel momento in cui gli avvenimenti che lo avevano contornato avevano scosso l’opinione pubblica al punto da farle dubitare delle istituzioni democratiche. Quelle bombe furono sfruttate ottimamente da governo e polizia per ricompattare l’opinione pubblica attorno a sé.
Nell’autunno del 2003 ci furono ondate di scioperi ed il Social Forum a Roma diede la sensazione di poter disegnare davvero un modello di società alternativa, ma puntuale arrivò anche allora l’ondata di bombe anarchiche.
Nell’inverno del 2004 le piazze si riempiono di nuovo, prima per contestare la riforma Moratti, poi per contestare il sostegno italiano alla guerra in Iraq. Il malumore nell’opinione pubblica venne subito sanata dalla provvidenziale sequenza di bombe anarchiche.
Nel Dicembre del 2009 il governo è fiaccato dagli scandali e cala nei sondaggi, prima della provvidenziale statuetta di Tartaglia arriva la solita bomba anarchica.
Oggi siamo di fronte al crollo di consensi del governo, alla rabbia degli studenti contro la riforma Gelmini e l’esasperazione dei cittadini contro la paralisi della politica. Che succede? Ovviamente arrivano le bombe, prima contro le ambasciate e poi contro la Lega Nord.
Sono casuali queste straordinarie coincidenze storiche o fanno parte di una versione moderna, per così dire dolce, della strategia della tensione? Ovviamente non lo sappiamo e non lo sapremo mai, va detto che i bombaroli anarchichi non sono certo un’invenzione dei servizi segreti e che è possibile che in momenti di particolare tensione sociale e politica qualche povero di spirito pensi di potere abbattere il sistema mettendo bombe qua e là .
In definitiva vale per le bombe quanto già detto per i violenti alle manifestazioni di piazza. Non sappiamo se sono idioti genuini o se sono pilotati da qualcuno, sappiamo per certo che per chi è al governo violenti e bombe sono una benedizione e, se non ci fossero, bisognerebbe inventarseli.
La secessione dei vegani
Come forse saprete dopo gli scontri avvenuti a Roma il 14 Dicembre tra comitati studenteschi e polizia, Saviano aveva su Repubblica condannato le violenze, sottolineando significativamente che ogni sanpietrino tirato è un voto in più a Berlusconi. Siccome il mondo è bello perché è vario scopro su Il Fatto Quotidiano del 23 Dicembre che c’è chi, all’interno del movimento, ha deciso di ribellarsi contro queste logiche freddamente razionalistiche che ingabbiano la giovanile fantasia e che sono fatte apposta per irregimentare il movimento all’interno di uno schematismo di causa-effetto, probabile retaggio di una cultura di destra. Così un’ala del movimento studentesco torinese che si riconosce nel Collettivo Universitario Autonomo ha deciso di contestare il popolare scrittore-giornalista al grido di: “Saviano fatti i fatti tuoi, che a come stare in piazza ci pensiamo noi” (sic!). Anche sulla base di questa posizione il CUA ha preso le distanze dal resto del movimento ed ha intrapreso una serie di azioni di illuminante contenuto politico, tra le quali il lancio di uova contro la sede del PdL e contro una filiale Mediolanum.
Fino a qui il racconto del quotidiano: quello che su Il Fatto non era scritto, ma che ho saputo da fonti certe è che alcuni esponenti del Collettivo, di credo vegano, hanno a loro volta preso le distanze dalle iniziative, considerate “l’ennesimo atto strumentale ad una cultura dello sfruttamento” (questo a causa dell’uso di uova di galline di allevamento), decidendo infine per la scissione e per la costituzione del Collettivo Universitario Vegano. La prima azione del neonato comitato è stato quello che di assaltare, con un lancio questa volta di ortaggi, la sede degli Allevatori della Libertà , un’associazione di allevatori di area berlusconiana, e la facoltà di Agraria.
Nel frattempo la riforma Gelmini è stata approvata, la maggioranza resiste al suo posto e il PdL riguadagna consensi nei sondaggi. Ma strano…
