Il referendum dimenticato
Sono anni che si sente definire da chi lo osteggia il finanziamento pubblico ai partiti come un abuso, uno scippo, e via dicendo. Questo soprattutto perché nel 1993 abbiamo approvato, a larghissima maggioranza, tramite referendum, l’abolizione della legge che allora lo regolava. Pochi mesi dopo quel referendum il finanziamento pubblico ai partiti fu riintrodotto sotto altra forma: ovvero quello di rimborso elettorale anziché, come avveniva prima, di semplice sovvenzione. Al di là del punto di vista che ognuno può avere sulla materia (ovvero sull’opportunità di una qualsivoglia forma di finanziamento pubblico ai partiti) mi sono sempre trovato a sottolineare, di fronte a queste argomentazioni, un punto: il referendum su base nazionale in Italia, in base a questo previsto dalla Costituzione, è solo abrogativo, e non c’è nessun modo che l’elettore ha di indicare al legislatore, abolita eventualmente la legge in oggetto, come dovrà agire successivamente. Ciò che quindi l’elettorato italiano, in termini strettamente giuridici, ha fatto, è abolire la legge allora in vigore; da nessuna parte sta scritto che questo presupponesse una definitiva cancellazione di qualunque forma di finanziamento pubblico piuttosto che una sua diversa formulazione. Ogni diversa interpretazione del voto referendario non può, a mio avviso, che essere una forzatura, che apre la strada ad ogni possibile altra forzatura dell’esito referendario, questa almeno è la mia visione in merito.
Sono molti però quelli che al referendum danno una connotazione più astratta, più ideale, e quindi considerano sia stato un atto di prevaricazione quello con il quale si è ripristinato nel 1994, sotto diversa forma, il finanziamento pubblico ai partiti. Tra questi c’è certamente Grillo e, credo di poter dire, la stragrande maggioranza dei suoi sostenitori, con alcuni dei quali ho spesso discusso su questo punto.
Che succede però adesso? Succede che il Movimento Cinque Stelle si riunisce virtualmente per decidere quale legge elettorale sia quella che verrà proposta dal suo gruppo parlamentare. Che cosa ne esce? Che la legge elettorale che il gruppo parlamentare M5S proporrà sarà un sistema proporzionale sostanzialmente puro, e quindi molto simile a quello in vigore in Italia dalla Costituente fino al 1993. Che c’è di strano? C’è che nella stessa tornata referendaria che abolì la legge sul finanziamento ai partiti fu abolita quella legge, anche qui con esito quasi bulgaro (82%). Ma com’è quindi che possiamo ripristinare impunemente una legge identica ad una abolita dal voto popolare e con un’altra invece quanto deciso dagli italiani diventa una direttiva perpetuamente vincolante? Da cosa dipende questa differenza? Credo dipenda da quella forzatura dei meccanismi istituzionali che è il pane quotidiano di ogni partito politico, non ultimo proprio il Movimento Cinque Stelle che pure si affanna a marcare una sua differenza. Fare ostruzionismo, legiferare tramite decreto, porre la fiducia, urla, schiamazzi, insulti, ceffoni, rimborsi spesa, lottizzazione, nepotismo: tutte cose giustificabili quando le fai tu, inaccettabili quando li fanno gli altri. E’ una logica strettamente legata al parteggiare, al militare, al sentirsi parte di una fazione, fazione che ci rassicura quando fa le stesse cose che ci inquietano quando le fa un’altra fazione.
Abbiamo visto in questi giorni i parlamentari del Movimento Cinque Stelle assaltare i banchi del governo, tra l’altro per una motivazione, la protesta contro il decreto Bankitalia-IMU, forse esagerata ma certamente non priva di motivazioni fondate. Gli uni lo hanno definito un attacco squadrista, gli altri una missione per salvare la democrazia. Anche qui si tratta di definizioni di parte, che probabilmente si sarebbero invertite se si fossero invertite le parti. Quello che è oggettivo, se si fa lo sforzo di elevarsi sopra le parti. è che ciò che è stato fatto è contrario ai regolamenti parlamentari e quindi va deprecato da tutti indistintamente, senza bisogno di invocare squadrismo o altri riferimenti del passato. Allo stesso modo quando nel 1994 si approvò una nuova legge sul finanziamento pubblico ai partiti non si violò nessuna legge, così come nessuna legge si violerebbe se si riintroducesse la proporzionale pura, ogni altro discorso in merito è un forzatura, un discorso di parte buono solo a rigirare la frittata ogni volta che ci serve, ma che non ci aiuta a capire come trovare delle regole comuni. Regole comuni che nel caso del referendum potrebbero ad esempio affiancare, nella nostra Costituzione, al referendum abrogativo, quello consultivo e quello propositivo. Allora sì che poi l’esito potrebbe essere davvero vincolante, ma anche qui i vincoli vanno scritti sulla carta, non identificati a posteriori sulla base della convenienza.
Mi rendo conto che l’obiettività non esiste e che ogni volta che prendiamo una posizione diventiamo partigiani di quella posizione. Però un piccolo sforzo lo possiamo sempre fare, ovvero di quello di chiederci, di fronte ad una posizione, ad una proposta, ad un comportamento, che ci pare sbagliato perché lo attua qualcuno che non la pensa come noi, se lo considereremmo sbagliato anche se a attuarlo fossimo noi, e se troviamo anche solo una giustificazione per noi stessi, rassegniamoci che quella stessa giustificazione dovrà valere per chiunque altro, fosse anche il nostro peggior nemico.
Quello che i nostri figli ci svelano
La letteratura, non ultima quella delle barzellette, ci ricorda spesso quanto le domande dei nostri figli siano fonte di frequente e grande imbarazzo per i genitori. Finché non ti ci trovi di fronte però non ti rendi conto che si possa andare ben oltre alle domande sul sesso o su altri tabù di poco conto, e non immagini quanto le nostre angosce esistenziali diventino agghiaccianti quando riflesse dal candido sguardo dei nostri figli.
Mia figlia è da sempre appassionata della serie televisiva “Pippi Calzelunghe”, un vero attentato al tentativo faticoso di abituarla all’esistenza dei più elementari vincoli imposti dalla convivenza sociale. Non è semplicissimo spiegare ad una bambina che mettere i piedi sul tavolo mentre si mangia è un comportamento che la società respinge, nonostante sia per Pippi abituale. Oltre a questo però, si dà il caso che Pippi Calzelunghe ricordi spesso che la sua mamma è “andata in cielo”. Questo cielo, nel quale da tempo si trova la mamma di Pippi Calzelunghe, alla lunga è diventato per mia figlia un luogo fonte di curiosità e quindi di domande, la più spiazzante delle quali è giunta qualche sera fa quando la piccola ha chiesto a me e mia moglie, con aria un po’ sconsolata: “Ma quando io sarò grande, voi andrete in cielo?”.
Si dà inoltre il caso che in questi stessi giorni lei stessa stia abbandonando progressivamente il ciuccio e la cosa le determina un profondo sconcerto. Qualche mattina fa, mentre la vestivo per andare a scuola, mi chiede: “Papà , ma quando sarò di nuovo piccola, potrò avere di nuovo il ciuccio?“. Che fare? Spiegarle che il tempo non si può riavvolgere, che la vita procede sempre e solo in una sola direzione, che in ogni giorno della sua esistenza l’uomo, come diceva Rilke, guarda alla giornata trascorsa come colui che abbandona per l’ultima volta la valle dove è vissuto ed a cui sa che mai ritornerà ? Vogliamo caricarla di queste e altre angosce prima del tempo? Forse non era il caso e infatti ho sorvolato.
Però è curioso come una bambina di tre anni possa scoperchiare così facilmente angosce, da noi adulti rimosse, circa la vita e la morte. Nella nostra condizione di adulti vantiamo la nostra razionalità in confronto con l’istintualità dei nostri figli, eppure i più elementari esercizi di razionalità che riguardano lo scorrere del tempo, la vita e la morte, sono proprio quelli che cerchiamo accuratamente di non fare e che invece i nostri figli sono lì pronti a ricordarci.
Il vero “Sistema Italia”
Domenica scorsa allo Juventus Stadium era in programma lo scontro al vertice della classifica del Campionato di calcio. Da una parte la Roma capace quest’anno di inanellare ben 10 successi nei primi 10 incontri, dall’altra la Juve che arrivava alla sfida avendo vinto 15 dei 17 incontri disputati e che aveva quindi accumulato 5 punti di vantaggio sui rivali. Era una sfida resa ancora più attesa dalla pausa natalizia che aveva concentrato tutti i riflettori da settimane proprio su questo incontro, comprese alcune uscite polemiche che il capitano della Roma Totti non si fa mai mancare.
L’inizio dell’incontro lasciava molti stupiti: la Juve rinunciava alla solita aggressività del suo pressing, difendeva molto “basso”, senza cioè aggredire gli avversari in possesso di palla nella loro metà campo. Non era una novità : questo atteggiamento la Juve l’aveva già mostrato nell’ultima ora del match con il Napoli (con i bianconeri in vantaggio 1-0). E’ probabile che Conte, quando giudica l’avversario più forte sulle ripartenze che nella manovra a difesa schierata, preferisca questo modo di stare in campo e sicuramente la Roma, come il Napoli, è una squadra molto più a suo agio quando l’avversario attacca che quando si difende. I giallorossi cominciavano a fare girare il pallone, a fare possesso palla, a chiudere la Juve nella sua metà campo, ma senza sostanziale esito e nel primo quarto d’ora l’unico pericolo, rimasto poi imprevedibilmente l’unico della partita, Madama lo correva quando Bonucci si intestardiva in un’azione personale insensata che regalava alla Roma proprio quella ripartenza che Conte aveva cercato in tutti i modi di disinnescare. Nel frattempo però era la Juve a ripartire e lo faceva sporadicamente ma in modo micidiale con Tevez che già in due occasioni mancava di un pelo l’appoggio decisivo. Al terzo tentativo però il pallone per Vidal era perfetto e il cileno si limitava a sospingerlo in rete. Era il 17′ del primo tempo e nessuno si sarebbe aspettato che la partita finisse qui e invece succedeva proprio così. Per carità , la Roma continuava a mantenere il possesso palla, ma era la Juve a sfiorare ripetutamente il gol con Llorente, Pogba e Bonucci mentre la Roma si accontentava di due tiri dal limiti telefonatissimi di Pjanic e Dodò. Il secondo tempo poi era notte fonda per i giallorossi. Subito Llorente sfiorava il due a zero che Bonucci centrava poco dopo. Il monologo bianconero continuava, solo in parte arrestato dall’infortunio di Tevez che doveva lasciare il campo. Nel frattempo la Roma cominciava a dare segni di nervosismo, con interventi fallosi frequenti e spesso con vigoria spropositata, mentre Totti sembrava ormai più interessato al suo perenne battibecco con il pubblico di Torino che all’inconto. Quando infine Chiellini si produceva in una sgroppata infinita che lo portava a crossare dal fondo un pallone molto invitante, De Rossi non trovava di meglio che saltare, a palla ormai lontana, dritto dritto sulle caviglie dell’avversario. Era un fallaccio di altri tempi che faceva affondare i miei ricordi al 1981 quando l’Italia perse 2-0 con l’Uruguay a Montevideo nell’ambito della cosiddetta Copa de Oro (alias Mundialito) e negli ultimi minuti Tardelli pensò bene di saltare a piè pari sulle caviglie di un avversario con conseguente espulsione, persino allora che i cartellini rossi venivano usati con molta maggiore parsimonia dai direttori di gara. Passavano pochi attimi e Castan impediva a Vucinic, colpendo con il braccio proteso, di ribadire a rete un pallone vagante lungo la linea di porta. Rigore, espulsione e partita finita, anche perché la Juve sembrava non voler infierire sull’avversario ormai in disarmo.
Il dopo-partita però offriva uno spunto forse ancora più interessante della partita stessa, grazie al portiere romanista De Sanctis che vaneggiava sul fatto che la forza della Juve sarebbe stata da attribuirsi al “Sistema Italia” che la favoriva. Il portiere romanista accennava allo stadio di proprietà ma la cosa rimaneva nel vago e forse è meglio così; mi sento però di dar ragione a De Sanctis da un certo punto di vista. In Italia esiste un “Sistema” che le parole di De Sanctis rivelano, ed è quel sistema di pensiero in cui non esiste la sconfitta, con le sue varie conseguenze. Nel “Sistema Italia” nessuno perde mai, o almeno non perde mai per la maggior bravura, capacità , dedizione dell’avversario. Se si perde si perde per colpa di qualcuno o qualcosa di esterno: la malasorte, l’arbitro, Moggi, il Sistema. Non vale solo per il calcio, anche in altri ambiti se le cose vanno male la colpa è dei “politici”, dell’Euro, dei banchieri, della Germania, sempre qualcun altro o qualcos’altro, l’importante è che non siano mai colpe, demeriti o manchevolezze da parte nostra. Questo sistema è quello che inchioda chi ne fa parte, come De Sanctis, a vivere nella convinzione che chi vince sia solo e sempre il più raccomandato, quello favorito e aiutato, mai semplicemente il più bravo; è un sistema malato come tutti i sistemi che focalizzano chi ne fa parte su un locus of control esterno, che lo esenta da ogni tentativo di autocritica. Non è forse un caso che in Italia spesso, nel calcio e non solo, sia chi vive fuori dai giochi, ai margini politici e geografici del “Sistema Italia” a compiere i più grandi miracoli (Udinese e Verona ne sono un fulgido esempio).
L’equilibrio dell’orrore
Negli anni settanta e ottanta si utilizzava spesso l’espressione “equilibrio del terrore”, riferita al mostruoso apparato militare di cui erano dotati NATO e Patto di Varsavia ed al paradossale meccanismo per il quale la terrificante capacità stessa di questi armamenti di porre fine alla civiltà umana li rendeva inusabili e determinava un sostanziale immobilismo nei rapporti tra le due grandi potenze. Con un facile calembour chiamerei invece “equilibrio del’orrore” la situazione politica attuale, caratterizzata, com’è da mesi, da un totale immobilismo delle tre principali forze politiche, due delle quali (Forza Italia e M5S) tutto sommato soddisfatte che non succeda nulla, la terza, il PD, come di consueto divisa. Anche i meno avveduti si rendono conto che andare a votare con l’attuale legge elettorale avrebbe determinato scenari non dissimili da quelli attuali, quindi sarebbe stato un inutile spreco di denaro pubblico, in più il pronunciamento della Corte Costituzionale ha reso questa possibilità comunque impraticabile. Stante quindi il fatto che per andare a votare è necessaria una nuova legge elettorale, rimane il fatto che Forza Italia e Movimento Cinque Stelle non sembrano ansiosi di trovarne e approvarne una. Da una parte Berlusconi è riuscito a sganciarsi dalla scomodo appoggio al Governo Letta e conta di recuperare consensi, facendo un’opposizione aggressiva; in più conta di riorganizzare il partito per renderlo pronto in un paio d’anni a competere per il governo del paese. Dall’altra Grillo è in un circolo vizioso: da una parte è abbastanza evidente che una legge elettorale che spinga al bipolarismo lo vedrebbe penalizzato, d’altronde non è semplice concepire una legge elettorale che garantisca governabilità anche in uno scenario di consensi come quello attuale, non spinga al bipolarismo senza ricadere in una fotocopia dell’aborrito Porcellum. In altre parole il Porcellum era la legge che faceva comodo più di ogni altra al M5S. In più il Movimento Cinque Stelle è al momento un gigante con i piedi d’argilla. Ha un diffuso consenso ma pochissimi rappresentanti nei vari livelli istituzionali, non è strano quindi che a Grillo possa non dispiacere aumentare la propria rappresentanza locale e quindi allargare il proprio personale politico prima di andare a nuove elezioni politiche. E il PD che fa? Come sempre ci sono tendenze diverse. Al suo interno c’è chi è un sostenitore del detto “Il potere logora chi non ce l’ha” e preferisce stare dentro ad un Governo traballante come quello attuale piuttosto che affrontare le insidie delle elezioni. C’è chi invece pensa che il tempo non giochi a favore del PD, un po’ perché il Governo Letta appare sempre meno come un atto di responsabilità e sempre più come un atto di potere, un po’ per non dare il tempo alla destra di riorganizzarsi e magari di abbandonare finalmente al loro destino i vecchi dinosauri, per proporsi credibilmente come riferimento dell’area forconista. Renzi pare essere tra i secondi ma il suo tentativo di mettere le carte sul tavolo non sembra avere indotto il duo Grillo-Berlusconi a grandi giravolte.
L’avrete notato: sono tutti tatticismi, visioni personali, a livello di partito, se non di singola personalità politica. C’è un’esigenza che nessuno sembra considerare, quella del nostro Paese di avere un governo credibile, che non sia scosso da schizofrenie come quelle che vediamo in questi giorni, su temi nemmeno particolarmente esiziali per le sorti della Nazione, come gli scatti di anzianità degli insegnanti, le nozze gay, il caso Shalabayeva, eccetera. Potrà essere anche un governo che faccia cose che non mi piacciano, ma almeno saprò chi non votare alle elezioni successive. Invece questo tatticismo sulle spalle del paese mi fa orrore e mi fa orrore e di qui la definizione di cui sopra.
In ultima analisi però, di fronte a questo “equilibrio dell’orrore”, non me la prendo tanto con i partiti citati: in fondo loro non fanno altro che annusare ciò che si muove nel loro elettorato ed agire di conseguenza. Me la prendo con chi trova più interessante discorrere oziosamente sull’elezione di Napolitano, sulla caduta di Bersani o sull’incarico a Letta, sulla decadenza di Berlusconi, sulla legge sul finanziamento ai partiti piuttosto che sull’ordine degli F-35, anziché chiedere tutti in coro chiarezza ai tre partiti sopracitati, ovvero una legge elettorale che consenta in modo indiscutibile a chi vince le elezioni di governare e consenta agli elettori di scegliere chi vogliono li rappresenti, esigenze che mi sembrano condivisibili da destra come da sinistra. Fatto questo andiamo a votare e vinca il migliore. In fondo non sarebbe così difficile, ma evidentemente noi elettori ad essere un po’ più razionali non ce la facciamo proprio…
Uno vale l’altro
‘E poi ti dicono “Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera”. Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera’.
Questa frase di Francesco De Gregori, inserita nel testo di “La storia“, è forse il frammento di testo di una canzone che mi sono trovato a ripetere più volte in vita mia, parlando di politica. Sono passati ventotto anni da quando il cantautore romano le ha scritte, probabilmente non ci crede neanche più lui, però la mia esperienza personale mi dice che non esistono due persone, due gruppi, due organizzazioni uguali sulla faccia della terra. Ciononostante, ancora oggi l’idea che “uno vale l’altro” è una delle analisi più diffuse non solo della politica, ma della società tutta.
Era il ’92, Mani Pulite imperversava e molti dal parrucchiere cercavano di spiegarmi che “tanto rubano tutti“, anche quelli che la magistratura non riesce a “beccare“. E io mi affannavo a distinguere ladri da ladri, partiti coinvolti e meno coinvolti. Poi arrivò Berlusconi e io mi misi a parlare con i compagni di viaggio in treno, dicendo che Berlusconi non andava bene qui, che Berlusconi non andava bene là e tutti a dirmi che “tanto uno valeva l’altro” almeno lui “aveva tanti soldi e quindi non aveva bisogno di rubare“. Poi passarono gli anni, e Berlusconi continuava a governare e io spiegavo al tizio che beveva il caffé al bar accanto a me che non si poteva andare avanti così, che ci voleva il ricambio, che non si poteva rivotare gli stessi e mi sentivo ancora dire che “tanto non sarebbe cambiato nulla, perché anche loro non sono meglio…“. Ma io non mi rassegnavo e quando Berlusconi imboccò la sua china discendente rieccomi a dire alla cassiera del supermercato che chi era stato all’opposizione poteva finalmente far svoltare il paese, ed ecco spuntare i grillini a dirmi che chi era stato all’opposizione aveva le stesse responsabilità di chi era stato all’opposizione, che PD=PDL e quanto altro. Quando poi il M5S è andato in Parlamento ecco spuntare i forconi a raccontarmi che i politici sono tutti uguali (compresi i grillini) e che non ci si deve fidare e che, abbattutti i politici, bisogna affidare il paese alla polizia o, in alternativa, ai pompieri.
Alla fine di questo percorso esistenziale mi chiedo perché siamo sempre vittime di quelli del “Tanto sono tutti uguali“. Forse perché è più comodo, è più facile, non richiede grande sforzo. L'”uno vale l’altro” ti tranquillizza quando le cose vanno bene e dà libero sfogo alla tua rabbia quando le cose vanno male. Nei periodi di vacche grasse basta dire a sé stessi: “Uno vale l’altro” per sentirsi sollevato dall’onere della scelta, nei periodi cupi “Sono tutti uguali” ti permette di dirigere la tua rabbia contro il primo che passa, senza che troppi distinguo annacquino la tua furia.
E noi che “Non sono tutti uguali” che possiamo fare? Solitamente ci sono due linee di tendenza, ben evidenti anche in questi giorni di protesta forconista. La prima è quella snob che dice “Poveri scemi! Non capiscono nulla.“, spesso condita di un pò di autofobia: “Siamo un paese di m…“, come se invece l’elettore francese che vota Le Pen lo facesse al termine di un percorso di fine analisi sociopolitica. Oppure c’è la linea del dialogo, quella che invita al confronto, a capirli, ad ascoltarli, come se la sbornia di luoghi comuni che ascolti sull’autobus o leggi nei commenti su Facebook, non ti fosse ancora bastata. Delle due sicuramente la seconda è più costruttiva ma nessuna delle due ha grosse speranza di successo nel ricondurre all’ovile razionale gli adoratori dell'”Uno vale l’altro“. Temo che anche in una società molto migliore di questa ci sarà sempre una vasta massa di persone che non hanno voglia di informarsi, di sottilizzare, di costruire mattoncino su mattoncino un mondo migliore. Persone che pensano alla propria vita, ai propri interessi, alla proprio orticello, fino a che quell’orticello non esplode e quando esplode è troppo tardi per andargli a spiegare che c’è il debito pubblico, lo spread, la concorrenza dei paesi in via di sviluppo. Perché è incazzato e quando uno è incazzato non ti ascolta più e non è nemmeno molto utile ascoltarlo, con buona pace dei dialoghisti di cui sopra, come tutti quelli che sono un po’ incazzati, meglio lasciarlo stare nella speranza che la sua rabbia sbollisca senza fare troppi danni nel frattempo.
E allora forse la cosa migliore è che noi, noi che ci crediamo più costruttivi, più riflessivi, più informati, noi che siamo convinti di sapere scegliere fiore a fiore, noi che ci consideriamo la parte della società che traina tutto il resto, che lo indirizza, che fa le scelte, non aspettiamo che la gente scenda in piazza con i forconi (veri o metaforici). Dobbiamo pensarci noi, prima che la pancia si svuoti (la nostra e la loro), dobbiamo trainarla davvero questa società , senza perder tempo a discutere se i forconi siano più fascisti o più anarchici (fascismo o anarchismo sono solo due possibili reazioni alla stessa frustrazione), senza gite al mare, senza alibi e senza pigrizia. La protesta dei forconi, che appare già in fase in calante, probabilmente si sgonfierà , lasciando in chi vi ha partecipato null’altro che qualche denuncia e qualche vetro rotto, ma dovrà rimanere come monito a chi non vi ha partecipato ma che ha delle idee, ha delle convinzioni, ha una sua idea di mondo: un monito a mettere sul tavolo quelle idee, onde evitare che in futuro il livello di rabbia superi di nuovo la soglia e che questa volta i libri comincino a bruciarli davvero. Pensiamoci adesso: incolpare a posteriori quella classe politica che abbiamo consapevolmente scelto noi è un po’ da vigliacchi.
Quando anche i bimbi furono multati
Â
Che la giustizia sportiva non brillasse per acume non mi era sfuggito, che fosse un sistema la cui unica giurisprudenza di riferimento è costituita da rapporti clientelari, da gerarchie di potere e da esigenze mediatiche era fin troppo chiaro. In fondo è anche comprensibile che una federazione sportiva fatichi a dotarsi di un apparato giudiziario così complesso e strutturato da potersi difendere dalla pressione che in Italia viene esercitata su chi deve decidere sulle vicende calcistiche. Ogni tanto però ci sono decisioni che travalicano ogni possibile interpretazione analitica e di fronte alle quali si tende a ripiegare su un’interpretazione psicopatologica. E’ il caso della multa ai bimbi delle curve della Juve per espressioni irriguardose verso il portiere dell’Udinese (l’espressione per la cronaca era il popolare “Merda”).
Per chi non conosca la vicenda premetto che essa nasce dalla decisione presa ad inizio campionato, non so bene in quale sede, di essere più severi con i cori delle curve inneggianti alla cosiddetta “discriminazione territoriale”, ovvero ad attaccare qualcuno a causa della sua appartenenza regionale. Visto che i napoletani sono spesso stati oggetto di cori riferiti alla presunta scarsa igiene, sono subito fioccate sanzioni e diffide legate a questi cori a carico delle formazioni rivali (Milan, Inter, Juve, Roma). Nel recente Juve-Napoli i tifosi della Juve, pure in diffida, non si sono fatti mancare cori di questo tenore, mettendoci pure in mezzo un appello al risveglio del Vesuvio. Il risultato è stata la chiusura per due turni della Curva Scirea, quella degli ultras bianconeri.
A questo punto giova interrompere la ricostruzione per fare una precisazione. Le dinamiche tra squadre di calcio e ultras non sono quanto di più sano, e quanto accaduto recentemente a Nocera non è che l’esasperazione di un rapporto difficile anche a livello di Serie A. Gli ultras danno colore e calore al tifo ma, in cambio, si arrogano diritti diversi da quelli di qualunque altro spettatore. In curva le regole che valgono per il resto dello stadio non valgono, questo genera tensioni sia tra società e ultras che tra spettatori normali e ultras. Questo per dire che dietro all’apparente banalità della vicenda c’è una lotta muscolare tra ultras e sistema. Il sistema dice non si può fare, gli ultras lo fanno subito come il bambino che sfida fanciullesca al potere, il sistema li sanziona. Il coro in sé non è altro che uno dei mille cori di cattivo gusto (Superga, Heysel, terremoti e alluvioni) che si sentono allo stadio, o anche fuori dallo stadio e l’idea di una campagna moralizzatrice che voglia sradicare il costume (o malcostume) di insultare in tutti i modi l’avversario, per quanto possa essere condivisibile, è certamente un’impresa titanica, che parte per di più col piede sbagliato se seleziona arbitrariamente coro e coro, cattivo gusto e cattivo gusto. C’erano tutte le premesse perché Juventus e sostenitori bianconeri gridassero ai due pesi e due misure, ma ciò non è successo, non solo perché la Juve è ormai abituata a fare giurisprudenza, ma soprattutto perché la vicenda è stata talmente annunciata e talmente evidente l’intento autosabotatore degli ultras, che il pubblico non ultras l’ha vista come l’ennesima esecrabile bravata e la chiusura della curva come punizione, non tanto per il coro in sé, quanto per l’arroganza dei ragazzi della curva.
Così si è arrivati a Juve-Udinese, alle curve chiuse agli spettatori normali frequentatori, ed alla richiesta della Juventus di ospitarvi i ragazzini delle scuole calcio. I ragazzini delle scuole calcio non sono dei teneri frugolotti, sono ragazzini che fanno le elementari e medie, non parlano come educande, conoscono i cori da stadio e li ripetono a scuola, figuriamoci allo stadio stesso. Così arrivati allo stadio, non si sono fatti mancare qualche coro di dileggio verso il portiere avversario come di moda in Serie A. Cosa viene in mente di fare al Giudice Sportivo? Una bella multa alla Juventus per cori come quelli che si sentono in ogni stadio da almeno quarant’anni, senza che mai a nessuno prima fosse venuto in mente di punirli. Si dirà , si deve sempre iniziare da qualche parte, ma perché iniziare proprio penalizzando un’iniziativa che andava nella direzione di far respirare un’aria nuova a chi frequenta gli stadi? Il risultato è di ribaltare di nuovo i ruoli, di riallontanare il pubblico non ultras dal sistema, giudice arcigno ed iniquo, e di riavvicinarlo agli ultrà , vittime di un intollerabile abuso, i quali, grazie al provvidenziale assist di Tosel, potranno più agevolmente uscire dal loro isolamento.
Perché tutto questo è accaduto allora? Una persecuzione nei confronti della Juve? Non credo. Forse va così solo perché dietro all’operato del Giudice Sportivo non ci sono analisi psicologiche, ancorché superficiali, e non ci sono quindi strategie conseguenti, ma una mera reattività al caso del giorno. I bambini che urlano parolacce fanno più notizia di un tizio con la testa fracassata e allora ecco la notizia ripresa anche da Gramellini ed ecco la reazione del giudice con la multa. C’è il coro sul Vesuvio in Juve-Napoli? I giornali stigmatizzano subito la notizia? Multa. C’è lo striscione che invita a bruciare uno juventino a Natale? Non ne parla nessuno e quindi niente multa. E’ un refrain abbastanza comune che gli interessati possono approfondire qui.
In sintesi quello di Tosel è il comportamento tipico di chi non tiene altro che alla propria seggiola e spera che, allineandosi al “sentimento popolare”, nessuno lo scalzerà . Molto italiano, molto miope. Attendiamoci quindi un abbandono rapido di ogni istanza rinnovatrice, di un ritorno degli ultras della Juve nella curva, del ritorno a prepotenza ed arroganza. Il sistema calcio non ha nessuna seria intenzione di espellere gli ultras, forse anche perché, come ci dicono i fatti di questi giorni, meglio che stiano allo stadio piuttosto che in piazza.
Dire una cosa di sinistra
La celeberrima battuta di Nanni Moretti “Dì una cosa di sinistra” da anni rimbomba nelle orecchie di chi parla di politica a sinistra. Per chi non abbia dimistichezza con la cinematografia di Moretti la battuta era rivolta a D’Alema, durante il film Aprile, dal protagonista (che poi è Moretti stesso che nel film si autointerpreta), mentre stava assistendo in televisione ad un confronto con Berlusconi a Porta a Porta, alla vigilia delle elezioni del 1996. La battuta mi sembrò allora essere una sferzante satira sulla tendenza della sinistra con ambizioni di governo ad appiattirsi su posizioni centriste. La frase di Moretti e il successo che ha avuto sottolineano però anche, più o meno consapevolmente, la tendenza diffusa tra chi si riconosce nel concetto di “sinistra” (come forse in qualunque altro schieramento politico ricco dal punto di vista simbolico), di onorare una determinata liturgia lessicale.
Quando ero studente ed avevo tempo e voglia, in campagna elettorale, di farmi il giro dei comizi, ricordo di aver assistito ad un comizio di Ugo Pecchioli, a Torino in Piazza San Carlo, nel Marzo del 1992. Ricordo di esser stato stupito del lungo richiamo iniziale ai valori della Resistenza, ed alla ripetizione continua di riferimenti generici, e molto astratti, al mondo del lavoro. Comprendevo le origini partigiane di Pecchioli e la sua appartenenza ad un partito che aveva fatto dei lavoratori un bacino elettorale preferenziale, ma trovavo già allora strano quel linguaggio che sembrava attraversare ritmicamente certe parole chiave per suscitare ad arte l’emozione della piazza, parole che per me non erano così urgenti e chiare quanto lo sarebbero state rassicurazioni circa l’operato che il suo partito avrebbe adottato in termini di stato sociale, scuola, Sanità , mercato del lavoro e così via.
A distanza di ventuno anni, ancora oggi l’esigenza di stimolare l’immaginario del popolo di sinistra con alcune parole chiave resiste, o meglio resiste per una parte del popolo della sinistra. Così deve aver pensato Cuperlo affrontando la serata del confronto su Sky; o almeno lo si direbbe notando come abbia sottolineato ed enfatizzato alcune parole chiave.
La più roboante è stata “patrimoniale“, una di quelle parole che fa parte della tradizione della sinistra. Da quando ero bambino sento parlare di “patrimoniale”, da una parte come mantra liberatorio della politica di sinistra, dall’altra come spauracchio dal ceto medio. In effetti nell’immaginario di sinistra la patrimoniale è una sorta di esproprio proletario moderato, un riequilibrio forzoso e arbitrario della ricchezza. Nella realtà la storia delle patrimoniali in Italia non è proprio una storia di equità sociale: il prelievo forzoso del 1992 e la tassa sulla casa, in tutte le sue innumerevoli denominazioni, hanno avuto entrambe la caratteristica della non progressività (a parte alcune soglie di esenzione) ed hanno quindi penalizzato soprattutto la piccola borghesia, l’esercito dei 100 metri quadri, classe tutt’altro che insensibile al richiamo del PD ma che è stata in questi anni fortemente penalizzata dalle politiche sociali e fiscali dei diversi governi e vorrebbe interrompere questa tradizione. Quando si dice patrimoniale l’impiegato da millecinquecento euro al mese non pensa ai grandi patrimoni, non pensa alle villone, non pensa agli yacht ormeggiati a Montecarlo, ma pensa al proprio appartamento, al proprio conto in banca, ai propri risparmi investiti in Buoni del Tesoro. E allora dire patrimoniale senza mille precisazioni è un suicidio, o forse è il progetto di chi sta lì per blandire l’elettorato del “Dì una cosa di sinistra” che c’è e voterà Domenica per Cuperlo, anche se allontana il resto dell’elettorato che alle prossime elezioni potrà sancire la vittoria o la sconfitta del PD e della sua eventuale coalizione. Così mi spiego come Cuperlo sia saltato in groppa della domanda del conduttore sulla patrimoniale con un entusiasmo quasi fanciullesco, rimproverando addirittura la prudenza dei suoi rivali.
Anche la parola lavoro non è meno ambigua, se non specificata. Cosa vuol dire “puntare sul lavoro”? Meno flessibilità contrattuale? Ma così spaventiamo gli imprenditori senza rassicurare i dipendenti. Riduzioni fiscali sul lavoro dipendente? Ma per chi? Sotto quale soglia? Finanziamenti alle imprese? Con soldi presi dove? Il risultato è che l’esercito dei 100 metri quadri teme di ritrovarsi di nuovo a pagare. Eppure Cuperlo ha citato il lavoro appena ha potuto, senza bisogno di dare maggiori dettagli, come se la sola parola potesse essere taumaturgica. Insomma, anche qui il canovaccio linguistico di Cuperlo sembra fatto apposta per puntare sul nocciolo duro della sinistra e per voltare le spalle agli altri.
Intendiamoci: questo non significa che Renzi, che questo errore non fa, sia il mio modello. Il sindaco di Firenze accoglie diversamente l’obiezione di Moretti e la risolve non dicendo nulla, né di sinistra né di altro orientamento. Si spinge così all’estremo opposto rimanendo talmente nel vago, nel cerchiobottismo più sottile e metodico, da non riuscire sgradevole a nessuno, tranne che forse a chi prenda atto del vuoto spinto dei contenuti che esprime.
Chi dei tre generali democratici sembra avere il coraggio di dire cosa farebbe se diventasse lui il leader è Civati e ovviamente, forse anche per questo, destinato alla subalternità . Ad esempio è l’unico dei tre che al coraggio di dire quello che la stragrande maggioranza dell’elettorato di riferimento pensa, ovvero che la coalizione con il PdL è una brutta pagina della storia del PD, giustificabile solo con l’assenza di alternative praticabili, e che la cosa più urgente è approvare una nuove legge elettorale che consenta di sbloccare la situazione, dopodiché si vada ad elezioni e vinca il migliore. Tra l’altro è anche un ottimo modo per mettere a nudo l’ambiguità sul tema del duo Berlusconi/Grillo. Eppure è una strategia troppo lineare, che potrebbe scontentare quella parte della base che chiede stabilità , così come i parlamentari appena eletti che non sono felicissimi di rimettere in moto dopo solo un anno la macchina elettorale. Ecco quindi che si spiega la prudenza di Renzi e di Cuperlo.
Ciò detto, non mi incoraggia all’ottimismo notare come il candidato che si presenta ai miei occhi come il più credibile e solido, ovvero Civati, sia stato trattato dall’establishment come un outsider inconsistente. Questo non fa che confermare la mia orgogliosa vocazione all’essere minoranza. Certo ogni tanto diventare imprevedibilmente maggioranza non mi spiacerebbe…
Chiamata non risposta
L’introduzione del concetto di chiamata non risposta e di identificativo del chiamante ha introdotto nelle nostre vite alcuni rilevanti cambiamenti. Quando ci troviamo nel registro delle chiamate non risposte del nostro telefono il numero di qualcuno che conosciamo in genere lo richiamiamo, e spesso richiamiamo anche numeri che ci sono del tutto ignoti, talvolta richiamando addirittura qualcuno che in realtà aveva sbagliato numero.
Come spesso succede ai cambiamenti nelle nostre abitudini, anche questo si riflette nel nostro linguaggio. Ai tempi in cui l’identificativo del chiamante non c’era, non c’era la segreteria telefonica, né c’era altro modo di sapere se qualcuno ti aveva chiamato in tua assenza, “chiamare qualcuno al telefono” era un’espressione che portava con sé ben chiara l’intenzione del soggetto di mettersi in contatto con quel qualcuno, oggi invece questa frase risulta molto più ambigua. Chiamare può significare comporre un numero di telefono e quindi parlare con qualcuno, ma può significare anche solo manifestare l’intenzione di mettersi in contatto con qualcuno indipendentemente da quando la conversazione poi avviene e chi dei due abbia materialmente composto il numero dell’altro. Spesso mi accorgo anch’io di riferire a terzi di una conversazione telefonica avuta, dicendo “Mi ha chiamato tizio”, anche se poi mi accorgo di avere in realtà composto io il suo numero: mi rimane in testa l’idea che mi abbia chiamato lui perché mi ha mandato per primo un sms, non ho potuto rispondere ad una chiamata che ha fatto a me, o comunque è stato lui a manifestarmi l’intenzione di entrare in contatto con me tramite un qualunque canale.
Tutto questo processo sociolinguistico deve essere sfuggito a Massimo Giannini che, alcuni giorni orsono, in un pezzo su La Repubblica riferisce della vicenda della telefonata tra Cancellieri e Ligresti accusando impietosamente il Ministro — “ha mentito“. Giannini si riferisce al fatto che la Cancellieri avrebbe riferito di essere stata “chiamata” da Ligresti, mentre i tabulati ci dicono che è stato il Ministro a comporre il numero dell’imprenditore, anche se a fronte di tentativi di contatto di quest’ultimo non andati a buon fine. Non so voi ma io, se mia moglie mi riferisse: “Ho chiamato il medico” e poi scoprissi che è stato il medico a chiamare lei, a fronte di una chiamata precedente fatta da mia moglie e non risposta dal medico, non mi sentirei di accusarla di avermi mentito.
Non contento di ciò Giannini eccepisce sul lessico della Cancellieri: quest’ultima parla infatti di “contatti” e a Giannini la parola contatti non piace “Il ministro non parla apertamente di telefonate fatte, ma genericamente di ‘contatti’. Una formula lessicale che serve a dissimulare una verità “. Che una formula lessicale serva a dissimulare la verità mi sembra appena grottesco, e che verità dissimulerebbe? Sarebbe così diverso se si fosse trattato di una chiamata, di un sms, o di un instant message?
Giusto per evitare strumentalizzazioni, non voglio difendere il Ministro, le cui dimissioni sarebbero state, a mio avviso, assolutamente ragionevoli né voglio schierarmi al fianco di chi lo ha inopinatamente difeso a spada tratta. Il comportamento di un Ministro deve essere al di sopra di ogni sospetto e non mi pare che in quello della Cancellieri si possano riscontrare questi essenziali requisiti. Non è però tirando per i capelli i fatti, non è aggrappandosi a congetture, sospetti e affermazioni discutibili che si fa giornalismo di inchiesta. Il giornalismo di inchiesta deve essere ricerca della verità , non manipolazione della verità per spingere il lettore verso l’indignazione. E di verità in questa situazione ce n’era abbastanza per non mettersi a puntellarla con affermazioni superficiali e denunce inconsistenti. Fare sensazionalismo anziché giornalismo svuota l’inchiesta, la rende nulla più che un “attacco mediatico”. E’ una modalità che pare fatta apposta per dividere l’opinione pubblica, non tra chi pretende ministri più leali allo Stato di Diritto e chi se ne disinteressa, ma tra chi abbia senso critico e chi no, finendo per arruolare, loro malgrado, i primi tra i difensori della Cancellieri e, personalmente, di difendere il “Ministro ultrà ” non ho proprio nessuna intenzione.
La demeritocrazia
In risposta ad un post sul sito di Grillo e a qualche articolo correlato uscito sulla stampa, il Presidente del Consiglio Letta ha pensato bene di alzarsi a difesa del Bonus Giovani. Il Bonus Giovani è un provvedimento proposto ad Ottobre dal Governo che prevedeva di facilitare il datore di lavoro che avesse assunto un giovane non diplomato invece di uno diplomato e che, tra il generale stupore, misto a indignazione, è entrato in vigore ad Ottobre. Avevo già espresso il mio pensiero sul tema (considero il Bonus paradossale, degno dello Stato Libero di Bananas) ma speravo allora che fosse una svista, uno dei tanti provvedimenti strampalati che spessono escono dai consiglieri ministeriali e a cui si pone pronto rimedio.
Non solo non vi si è posto rimedio ma oggi addirittura il Presidente del Consiglio Letta si gonfia il petto dichiarando con orgoglio che questo abominio ha consentito ben 14.000 nuove assunzioni. Detto che in realtà 14mila sono le domande per accedere ai benefici del Bonus ma non sappiamo quante sarebbero state le assunzioni di persone nelle medesime condizioni se il Bonus non ci fosse stato, la domanda più importante è ancora un’altra. In quanti di questi 14mila casi il posto è andato ad un non diplomato in luogo di un diplomato? In quanti casi chi si è spaccato la schiena sui libri nella speranza, evidentemente illusoria, che servisse a garantirgli qualche chance in più di trovare in futuro un lavoro, ha scoperto che in realtà il posto a cui ambiva gli è stato soffiato da chi invece di studiare non ne aveva proprio voglia, caratteristica considerata evidentemente un merito per il nostro governo e per il Presidente Letta in particolare? Quante saranno le famiglie che, preso atto di questo, rinunceranno a fare i sacrifici necessari a far studiare i figli o quanti sono gli studenti che rinunceranno per questo a farlo? Siamo sicuri che i danni non superino abbondantemente i benefici?
Letta e altri esponenti del centro-sinistra si sono riempiti per anni la bocca di critiche alla politica, distruttiva nei confronti della scuola, messa in atto dai vari governi berlusconiani, in nome di una riscossa dell’importanza della formazione, della cultura, del merito e delle competenze. Cosa fanno ora, arrivati al governo? Un bel premio per gli studenti sfaccendati, un bel segnale che nell’Italia delle larghe intese studiare sarà considerata una perdita di tempo, un bello schiaffo a chi pensa che impegnarsi possa dare dei frutti, una doccia fredda a chi pensa che sulle competenze si gioca la speranza di competitività per il nostro Paese. Questo è qualcosa di cui andar fiero secondo il nostro Presidente Letta? A mio avviso è qualcosa di cui vergognarsi.
Mia figlia ha appena iniziato a frequentare la scuola materna e ancora ci va senza farci troppe domande. Forse tra qualche anno inizierà a coltivare una coscienza critica e mi interrogherà sul motivo per cui va a scuola. Spero per allora di potergli dire che ci va perché la nostra società premia chi ha più competenze, più voglia di impegnarsi, più desiderio di sapere. Temo che per poterlo fare con sincerità dovrà essersi verificato nel frattempo un rinnovamento profondo della nostra classe politica, al termine della quale mi auguro che qualcuno chiederà scusa agli italiani di aberrazioni come il Bonus Giovani.
C’è un folle ai comandi!
Quest’estate, tornato dalle vacanze, ho provato a collegarmi con il sito della facoltà di lettere dell’Università degli Studi di Torino, alla quale sono iscritto per il corso di Scienze della Comunicazione. Disgraziatamente ho scoperto che il sito era stato dismesso, non a favore di un sito più performante e più moderno (cosa che in effetti ci poteva stare) ma proprio perché era sparita la facoltà di Lettere e Filosofia per essere soppiantata dalla “Scuola di Scienze Umanistiche”. Sono andato subito a cercare sul sito della nuova Facoltà e con sollievo ho scoperto che c’era ancora un Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione (quello a cui sono iscritto), peccato che fossero sparite tutte le info presenti sul vecchio sito, compreso il programma dei corsi che avevo seguito e di cui avrei dovuto ancora sostenere l’esame. Ovviamente mi sono detto: “Fesso che sei! Da quanto tempo non guardi la mail di facoltà ? Sicuramente c’erano tonnellate di avvisi“. Vado sulla mail di unito, ma di qualunque avviso di dismissione del sito web (e tra l’altro anche della Facoltà ) non trovo neanche l’ombra. Fortunatamente mi ero scaricato in tempo i programmi degli esami per altri motivi e il danno è stato minimo, ma il disagio c’è stato e avrebbe potuto essere ben peggiore, per cui trovo incredibile che nessun avviso sia stato fatto circolare in merito.
Il problema però non finisce qui, interessanti infatti sono anche le motivazioni per le quali mi ero scaricato tutti gli altri programmi. Essendo infatti arrivato in prossimimità della conclusione del percorso universitario, mi sono ritrovato a dover sostenere gli esami più specialistici. Sarà perché sono specialistici, ma mi sono reso conto che molti di questi esami sono stati eliminati dal Corso di Laurea, per altri esami invece se ne è andato il docente, in qualche altro caso infine si sommano le due casistiche precedenti. Che fare allora? Ho iniziato una metodica ricerca delle modalità per dare ogni esame rimasto e per far questo ho provato a contattare il tutor di Scienza delle Comunicazioni, persona molto gentile e garbata che mi ha addirittura telefonato sul cellulare per spiegarmi la situazione a voce. L’impressione che mi ha fatto però è di una persona che semplicemente cerca vanamente di districarsi da un groviglio burocratico inestricabile. Alla fine lei stessa ha rinunciato a darmi indicazioni ufficiali e mi sono rassegnato ad andare avanti a tentoni chiedendo di volta in volta a dei professori volenterosi di farmi sostenere l’esame e sperando nella loro misericordia.
All’ultimo esame che ho sostenuto a Settembre il docente è arrivato in aula confessando che non sapeva come avrebbe dovuto registrare gli esami, visto che il sistema di registrazione stava cambiando ma nessuno gli aveva detto come, e ci ha chiesto di apporre su un foglio bianco i nostri nome e cognome, le nostre firme ed il voto conseguito non so per quale scrupolo burocratico.
Altrove mi dicono che la situazione non è migliore: scomparsa dei punti informativi, statini indisponibili, orari dei corsi sovrapposti. Mi è stato riferito l’episodio emblematico di una facoltà umanistica del Centro Italia in cui un docente, di fronte alle lamentele degli studenti che si trovavano gli orari di due corsi obbligatori quasi completamente sovrapposti, replicava con cialtroneria emblematica: “Beh, ormai siete delle persone adulte ed i problemi dovete risolververli da soli“.
Sembra persino incredibile che una così sistematica e metodica disorganizzazione sia il frutto di errori umani, di incapacità , di mancanze; visto dall’esterno si direbbe quasi che ai comandi delle facoltà universitarie italiane ci siano dei folli sabotatori, dei Dottori Stranamore che contemplano soddisfatti la distruzione del nostro sistema didattico.
Il problema è centrale perché l’università è il luogo dove si forma la componente differenziante dell’apparato produttivo di un paese e se quel luogo è un emblema di pressapochismo e disorganizzazione non ci si può stupire se l’apparato produttivo che ne deriva non è dei più competitivi. Se entraste nella cucina di un ristorante e vi trovaste sporcizia, posate atturiginite e ragnatele alle pareti, forse non andreste più a mangiare in quel ristorante per quanto gli ingredienti siano i più prelibati, o no?
