Un fantasma per nemico

Una parte consistente dell’elettorato europeo manifesta in questo periodo l’intenzione di rivolgersi, nelle elezioni che si svolgeranno a fine Maggio, a movimenti definiti, più o meno propriamente, anti-europeisti. Tra questi ci sono coloro che si battono apertamente contro il progressivo passaggio di poteri dagli Stati Nazionali verso istituzioni transnazionali, e coloro che sembrano più opporsi all’Euro e all’Unione Valutaria che lo sostiene. le-pen-grillo.jpgDetto che non sempre è chiaro il confine tra gli uni e gli altri, sicuramente hanno, tra le altre, una cosa in comune: una generica insofferenza nei confronti dell'”Europa” come concetto astratto. “L’Europa ha fatto questo“, “L’Europa non ha fatto quello“, “E’ colpa dell’Europa“. Nella retorica antieuro/antieuropeista l'”Europa” è tirata in ballo come fosse un apparato istituzionale con poteri e prerogative che ne fanno un’istituzione autonoma, altro dagli Stati nazionali, apparentemente fuori dal nostro controllo. E’ proprio così?
Comincerei col chiedermi cos’è davvero oggi l'”Europa”. Intanto in Europa c’è un Parlamento che è eletto dai cittadini europei con un sistema proporzionale, sistema elettorale considerato sommamente rappresentativo. Cosa sappiamo di questo Parlamento? In effetti sappiamo che il leader del partito italiano più anti-europeista, la Lega, incassa lo stipendio da parlamentare europeo senza dare grossi contributi ai lavori parlamentari (ed è pure recidivo) e forse è diventato così anti-europeista proprio perché si è offeso quando gliel’hanno fatto notare. Ma a parte questo sappiamo poco altro: ogni tanto i nostri notiziari accennano a direttive europee, che però in genere vengono citate soprattutto allorché qualche politico nazionale si sente di spiegarci che qualcosa di molto impopolare viene fatto a causa di una direttiva europea (e spesso è pure falso). Nella realtà  nel Parlamento Europeo sono state negli anni approvate tutta una lunga serie di direttive che hanno imposto alle nazioni europee miglioramenti ai diritti dei consumatori, alla libera competizione sul mercato, alla difesa dell’ambiente. Di recente una direttiva sulle telecomunicazioni ha di fatto vietato le tariffe di roaming per gli utenti di telefonia mobile, cosicché i clienti di ogni operatore dell’UE si potranno spostare all’interno dell’Europa conservando le stesse tariffe di cui usufruiscono a casa loro. Questo sgancerà  sostanzialmente la competizione tra operatori mobili di telecomunicazioni rispetto ai confini nazionali. Ma gli altri esempi sono innumerevoli: contenimento ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni, brevetto europeo, efficienza energetica e così via.
A fronte di questi provvedimenti, che penso possan trovare l’approvazione della stragrande maggioranza dei cittadini, l’antieuropeista ti risponde: “Sì, ma chi è che ha imposto i tagli di spesa al nostro governo, con impatti su sanità , scuole, pensioni?” Qui la risposta non è semplice. Ovviamente il patto di Maastricht, che pure il nostro Parlamento approvò a schiacchiante maggioranza, ci impone delle soglie di “salute finanziaria” per garantire stabilità  all’unione valutaria. Non sono soglie diverse però da quanto la buona amministrazione di un sistema economico consiglierebbe e non c’è nessun vincolo su come queste soglie possano essere raggiunte o mantenute, ovvero se, ad esempio, tagliando le pensioni o tassando i SUV. E’ l’Europa che ci chiede di tagliare le pensioni o precarizzare il lavoro? In generale no, le istituzioni europee ci raccomandano quanto già  citato sopra, niente di più. Ci sono stati Commissari europei che nel passato hanno dato indicazioni in questo senso? Qualche volta, anche se poche, ma ricordiamoci che la Commissione Europea è eletta dal Presidente (oggi il portoghese Barroso) che è incaricato dal Consiglio Europeo, ovvero dai governi degli stati membri, e il Presidente poi sceglie i suoi Commissari in modo che ce ne sia uno per ogni stato. Il Parlamento deve approvare Presidente e Commissione ma non può proporre candidati alternativi. Alle prossime elezioni per la prima volta i principali partiti europei presenteranno dei candidati di bandiera alla Presidenza della Commissione ma, anche in questo scenario, non c’è in effetti nessuna garanzia che il Consiglio di Europa segua le indicazioni degli elettori o che comunque, una volta nominato, il Presidente si sottrarrà  alle logiche del Consiglio (ovvero ancora dei governi nazionali) per seguire le istanze del Parlamento (ovvero dei cittadini europei). Si dirà  ancora: e il Fiscal Compact? Il Fiscal Compact è un accordo tra stati che dal Parlamento Europeo non è nemmeno passato per ratifica. In sostanza la maggior parte delle cose che agli anti-europeisti non piacciono non le ha fatte l'”Europa” ma quei governi nazionali che abbiamo votato e di cui alcune forze anti-europeiste hanno addirittura fatto a lungo parte.

In definitiva quel concetto pressoché mitico di “Europa”, che popola la retorica anti-europeista, e che corrisponde ad un misterioso potere colluso con ogni genere di organizzazione maligna, nella realtà  non esiste. vignetta-european-elections.jpgRiassumendo infatti, l'”Europa” si divide in un organo legislativo, il Parlamento, rappresentativo dei cittadini europei ma decisamente depotenziato e in grado di legiferare solo su argomenti non strategici (anche se spesso giovevoli per noi cittadini), e un organo esecutivo, la Commissione, fantoccio, tramite il Consiglio, dei governi nazionali e in particolare dei più influenti tra di loro (anche per via delle ampie maggioranze richieste per l’approvazione). E quindi chi dice “Europa” dice in realtà  governi nazionali, quegli stessi governi a cui molti sembrano oggi desiderosi di ridare anche quei pochi poteri che la pachidermica lentezza del processo di integrazione europea aveva sottratto loro.
Cosa spinge tanti uomini e donne verso questo autolesionismo di massa? Credo sia quel processo di autoderesponsabilizzazione che in politica è pratica quasi quotidiana. Da una parte deresponsabilizzazione politica da parte di quelle forze politiche che hanno passato decenni al governo e che adesso cercano di riproporsi verginei accusando del nostro declino questa fantomatica Europa, dall’altra parte di deresponsabilizzazione personale da parte di quegli elettori che per anni hanno dato fiducia alle stesse facce, benché impresentabili, e di fronte al loro fallimento oggi, piuttosto che fare autocritica, preferiscono convalidare il feticcio dell'”Europa”. Ridiamo potere a chi ci ha portato fino a qui, pur di non ammettere che forse abbiamo sbagliato a votarli.
Forse un giorno l'”Europa” ci sarà  davvero, forse eleggeremo davvero istituzioni europee con reali poteri di intervento e reali competenze in ambiti quali economia, politica estera, giustizia sociale, immigrazione. Per me e per tanti quello sarà  un gran giorno; per altri magari meno, altri che anche quel giorno si proclameranno anti-europeisti, ma almeno allora costoro saranno contrari a qualcosa di reale e concreto e non ad un fantasma o un sogno ancora irrealizzato.

May 7th, 2014

Svolte autoritarie e appellismo

costituzione2.jpgE’ giunto per me il momento di fare un’ammissione. Il mio è l’outing di uno dei tanti (almeno così credo), che per anni hanno guardato con soddisfazione agli appelli di intellettuali e meno intellettuali che invocavano il rischio di autoritarismo, di fronte alle leggi berlusconiane. In fondo mi compiacevo del fatto che tante firme autorevoli si scagliassero contro qualcosa che neanche a me piaceva. Se devo esser però sincero neanche allora in una legge ad personam o in una pessima riforma istituzionale rintracciavo tutti questi rischi di autoritarismo, semmai di improprio uso della macchina pubblica, di ulteriore peggioramento del funzionamento già  lacunoso delle nostre istituzioni, di perdita di ogni credibilità  da parte della classe politica, ma di autoritarismo proprio di rado. A mio modo vedere l’autoritarismo strisciante che in Italia c’è stato e in parte c’è ancora è quello legato alla concentrazione dei media televisivi in poche mani, una concentrazione di potere che ha garantito per anni una pseudodittatura o comunque una democrazia assai indebolita; ma gli appelli per la legge contro il conflitto di interesse non sono mai stati il piatto forte dell’appellismo. Se penso alla riforma costituzionale leghista-berlusconiana, respinta dal voto popolare nel 2006, penso ad una brutta, confusa ed informe riforma, non alla svolta autoritaria. C’erano sì delle aperture nella direzione di un maggiore potere dell’esecutivo, ma che alla fine ci avrebbero consegnato un ordinamento non dissimile da quello di democrazie di ragguardevole pedigree.
Evidentemente però allora non mi sentivo così portato a criticare chi in fondo stava dalla mia stessa parte. Forse ho fatto male, abbiamo fatto male tutti, forse era meglio dire allora che le riforme, costituzionali e non, di Berlusconi erano semplicemente fatte apposta per rendere ancora più sclerotizzata quella classe politica, la cui sclerosi permetteva di perpetuare quel non ricambio istituzionale che garantiva ad un ceto politico inguardabile di mantenersi in sella. Forse mantenere in esercizio il senso critico fa bene comunque alla salute. In ogni caso, a forza di non dirlo, forse qualcuno ha pensato che bastasse buttar lì un generico appello, pur scritto male e con motivazioni approssimative, per raccogliere plausi e popolarità . Tra i firmatari dell’appello con cui si bolla come autoritaria la riforma che ridimensiona il Senato ci sono persone di cui ho grande stima, eppure lo trovo davvero illeggibile. Per carità , parte della classe politica e il ministro Boschi in particolare, hanno replicato con argomentazioni altrettanto superficiali e irricevibili, ma rimane la pochezza del contenuto di quell’appello.
Partiamo col dire che l’appello inizia sottolineando che il Parlamento attuale è delegittimato, il che è già  tutto da dimostrare, stante soprattutto il fatto che ciò sembra fare i pugni con quanto la Consulta stessa aggiunge alla sentenza con cui definisce incostituzionale il Porcellum: “le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità  di deliberare.” e ancora: “La decisione che si assume […], pertanto, non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate, compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto“. Da profano mi pare si dica che il Parlamento è perfettamente legittimato ad operare come la Costituzione prevede e trovo semmai pericoloso, dal punto di vista della stabilità  delle nostre istituzioni, definire la principale fonte della democrazia delegittimata quando non lo è.
L’appello passa poi a parlare di monocameralismo come del peggiore dei mali e anche qui bisognerebbe ricordarsi che molte tra le più stimate democrazie del mondo sono monocamerali (Svezia, Finlandia, Danimarca, in un certo senso anche il Regno Unito) e in altre altrettanto stimate democrazia la camera alta è eletta indirettamente da entità  locali come nella riforma in discussione.
Si parla poi di “semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo” che immagino corrisponda alla cosiddetta “abolizione delle province”. Visto che l’abolizione delle province corrisponde in realtà  allo spostamento delle competenze sui Comuni (o meglio su assemblee costituite dai sindaci dei Comuni) varrebbe la pena di ricordare che anche i Comuni sono entità  elette democraticamente. L’idea che le province ci garantissero dall’autoritarismo mi pare quantomeno curiosa, o quantomeno da argomentare meglio. Semmai ci si potrebbe chiedere quali rischi a livello di gestione amministrativa si nascondano dietro alla perdita (o al ridimensionamento) di un livello intermedio: è chiaro che pensare che il livello sottostante ad un Presidente di regione che governa magari milioni di cittadini possa essere, in teoria, il sindaco di un paese di poche anime lascia certamente da pensare. Ma, di nuovo, stiamo parlando magari di una brutta riforma, non di autoritarismo.
Perché allora brandire l’autoritarismo? Intanto perché fa audience, perché come il decisionismo anche l’anti-autoritarismo è diventato uno spot, un elemento chiave dal punto di vista comunicativo, riconoscibile, comprensibile, che ha il suo pubblico. E poi perché mette tutti d’accordo, quanti non firmerebbero contro il rischio di autoritarismo? Se argomentassimo nel merito, sulla effettiva qualità  della riforma, riusciremmo poi ad allineare le firme di Zagrebelsky, Rodotà , Spinelli, Gallino a quelle di Grillo e Casaleggio? In sostanza è una forma di marketing quello che porta appelli come questo a trasformarsi in una vuota enunciazione di princìpi generali, senza chiarire il come e il perché quei princìpi rischino di essere violati.
Lo so anch’io che non è per colpa dei “professori” se questo paese è immobile da trent’anni, e non parteciperò all’assalto antiintellettualista di questi giorni, anche perché ci sono poche cose che mi infastidiscono di più dell’antiintellettualismo. Però sarebbe utile chiedersi quanto di quell’aderire acriticamente ad appelli raffazzonati e ultraecumenici sia specchio soprattutto della nostra paura di ogni genere di cambiamento nelle istituzioni, che poi è parente stretta della paura del cambiamento di chi le gestisce, paura che ci ha alla fine consegnato all’infausto destino di tenerci per decenni le stesse facce impresentabili al governo, e queste sì che hanno la responsabilità  diretta (e quindi noi cittadini indiretta) nell’immobilismo del nostro paese.

Apr 11th, 2014

Fare fact checking con Grillo

Fare il fact checking di Grillo non è un’operazione semplice. Questo non perché sia difficile trovare errori in quello che racconta, ma perché è difficile trovare quelle tracce di verità  che ti mettano sulla strada per capire quale possa essere l’equivoco o la forzatura della verità  che lo abbia indotto in errore.euro-grillo.jpg
Nel suo tour nei teatri sembra che uno degli argomenti anti-euro proposti sia che i 10 paesi dell’Unione Europea che non hanno l’Euro sono i più ricchi. Fosse anche vero c’è da chiedersi se sono ricchi perché non hanno l’Euro o si sono potuti permettere di non aderire all’Euro perché sono ricchi. Nel secondo caso non sembrerebbe un buon argomento a favore dell’uscita dell’Italia dall’Euro. Il punto è, ma è poi vero?
Parrebbe proprio di no. Ma non dico che non sia completamente vero, dico che sembrerebbe una frase proprio del tutto campata in aria. Mi sono fidato dei pericolosi sinistrorsi di Wikipedia e ho recuperato la classifica (riportata nella tabella sottostante a sinistra) dei paesi UE per PIL pro capite (che solitamente è l’indicatore usato per definire la ricchezza di un paese) scoprendo che il primo paese non-Euro in classifica è la Svezia, quinta, mentre la Danimarca è ottava, il Regno Unito nono. Tenuto conto che un terzo dei paesi dell’UE non ha l’Euro, non trovare alcun paese senza Euro tra i primi tre, potrebbe addirittura indurre qualcuno a concludere superficialmente che quelli che non hanno l’Euro siano più poveri di quelli che ce l’hanno.

 

Nazione Valuta PIL 2012 pro-capite
 Lussemburgo Euro 77958
 Austria Euro 41908
 Paesi Bassi Euro 41527
 Irlanda Euro 40716
 Svezia Corona 40304
 Germania Euro 38666
 Belgio Euro 37459
 Danimarca Corona danese 37324
 Regno Unito Sterlina 36569
 Finlandia Euro 35771
 Francia Euro 35295
 Spagna Euro 30058
 Italia Euro 29812
 Slovenia Euro 27837
 Rep. Ceca Corona ceca 27000
 Malta Euro 26857
 Cipro Euro 26794
 Grecia Euro 24260
 Slovacchia Euro 24142
 Portogallo Euro 23047
 Estonia Euro 21714
 Lituania Litas 21383
 Polonia Zloty 20562
 Ungheria Fiorino 19497
 Lettonia Euro 18058
 Croazia Kuna 17618
 Bulgaria Lev 14103
 Romania Leu 12722
Fonte http://www.imf.org/  
Nazione Crescita PIL procap. PPP 2013-2001
Svezia 48,88%
Germania 45,56%
Austria 43,53%
Finlandia 40,25%
Regno Unito 39,27%
Lussemburgo 35,41%
Belgio 35,27%
Olanda 34,44%
Francia 32,27%
Irlanda 30,59%
Danimarca 29,43%
Spagna 28,31%
Portogallo 20,55%
Grecia 17,64%
Italia 15,05%
Fonte http://www.imf.org

 

Una possibile interpretazione di quanto dichiarato da Grillo potrebbe invece essere fornita da un’altra classifica (nella tabella di destra), ovvero quanto i paesi europei si siano arricchiti da quando c’è l’Euro. Limitando qui il campo ai paesi che già  erano nell’UE al 1 Gennaio 2002 si scopre che il paese che più ha visto crescere il suo PIL pro capite è la Svezia, mai passata all’Euro. Sarà  forse questo che ha indotto Grillo alla sua temeraria affermazione? Dietro la Svezia ci sono però paesi che hanno aderito all’Euro nel 2002 (Germania, Austria e Finlandia), mentre degli altri paesi non-Euro, il Regno Unito è solo quinto, mentre per la Danimarca la scelta extra-Euro sembra sia stata addirittura una calamità , visto che è soprendentemente in fondo alla classifica, davanti ai soli famigerati PIGS. L’Italia è ultima ma ovviamente immagino la colpa sia tutta dell’Euro, altrimenti saremmo la Svezia, oppure no?
Questo mio post non vuole ovviamente dire una parola sulla diatriba pro-Euro e anti-Euro, anche perché non basterebbero certo due tabelle per dirimere la questione. Vorrei dire qualcosa invece su certi personaggi che racimolano denaro (il biglietto di ingresso più economico per il comizio teatrale di Grillo costava a quanto pare 23 Euro) raccontando fandonie al pubblico. Nel passato sono stato uno di quelli che andava a sentirsi gli spettacoli di Grillo e si beveva pure quello che raccontava, e ci ho messo un po’ a capire che invece andava debitamente soppesato. Sono però contento di notare che attorno a me molti oggi affrontano codesti predicatori con uno spirito critico più sviluppato di quanto mostrato in passato. Magari questo è soprattutto motivato dalla presenza di Grillo in politica, ma se un po’ di questo spirito critico rimanesse anche per altri mistificatori che pure non fondano alcun partito, questo sarebbe uno dei tanti aspetti positivi della nascita del Movimento Cinque Stelle.

Apr 6th, 2014

Un altro “regalo” in bianconero

Questo blog ha già  altre volte affrontato la vicenda della cessione alla Juventus dell’area torinese della Continassa nelle sue varie fasi. La polemica in merito è decennale e si basa fondamentalmente sull’asserzione che, sia l’acquisto del terreno per l’edificazione dello Stadio della Juventus, sia quello successivo della restante area, siano avvenuti ad un prezzo irrisorio. Come tutte le asserzioni su trattative commerciali piuttosto originali, come è quella di compravendita di uno stadio da Serie A, anche questa è difficilmente confermabile ma anche difficilmente smentibile. In Italia sono così pochi i casi di società  calcistiche che acquistano stadi dall’amministrazione pubblica che è difficile fare un raffronto, o almeno lo era fino a pochi mesi fa. stadio-udinese.jpgE’ successo infatti di recente che si sia verificato un altro caso, per certi versi molto simile a quello dello stadio della Juventus, ad Udine. L’Udinese ha infatti concluso un accordo con il Comune di Udine per la concessione del diritto di superficie sull’area dove attualmente sorge lo stadio Friuli per 99 anni, ovvero le stesse identiche condizioni concesse al comune per lo Stadio della Juve ex-Delle Alpi. Il dettaglio è leggermente diverso invero: qui infatti il terreno utilizzabile commercialmente era molto più ampio mentre per il Friuli si tratta del solo terreno antistante lo stadio. E’ vero però che questo valore differenziale è diventato facilmente quantificabile da quando la Juventus ha ceduto alla Conad il diritto stesso per la cifra di 20 milioni. Avendo la Juve speso 25 milioni per l’intera area sarebbe semplice concluderne che quanto la Juve ha effettivamente speso per l’acquisto del terreno ove edificare lo stadio sono 5 milioni. In realtà  il conto non è così semplice perché condizione per la transazione con Conad era la presenza dello stadio, (anche perché nell’area sorgono già  un Auchan e un Carrefour) stadio che ovviamente ha avuto un costo per la società  bianconera : diversamente il Comune avrebbe potuto cedere direttamente a Conad l’area. Teniamo anche presente che il “lodo stadi” è del 2003, l’inflazione non galoppa in questi anni ma in dieci anni un 20 per cento di svalutazione lo possiamo dare per buono quindi 25 milioni del 2003, corrispondono a circa 30 milioni di oggi. Stiamo però sui 5 milioni accettando la grossonalità  del computo: siamo molto distanti da quanto l’Udinese verserà  al Comune di Udine? Assolutamente no: l’Udinese verserà  4,5 milioni. Stiamo parlando certo di uno stadio più piccolo dello Juventus Stadium ma considerando l’approssimazione per difetto con cui abbiamo condotto il calcolo direi che la differenza è accettabile. Teniamo anche presente che nell’area rilevata dall’Udinese è compresa anche una zona commerciale, molto più esigua rispetto a quella della Continassa ma che comunque porta valore. La ricostruzione dell’impianto tra l’altro sarà , come per la Juventus, finanziata dal Credito Sportivo, cosa che fu considerata anch’essa un regalo quando fu la Juventus a beneficiarne.
Cosa concludiamo da questi confronti? Sicuramente che le condizioni di cui ha usufruito la Juventus sono equivalenti a quelle dell’Udinese. E allora? Vogliamo dire che tutti i Comuni sono succubi delle esigenze delle società  calcistiche? O che le uniche formazioni privilegiate sono quelle che si vestono in bianconero? Oppure vogliamo dire che l’un e l’altro Comune hanno grossomodo utilizzato ordini di prezzo ragionevoli, tenendo conto di quelli che si applicano a transazioni simili finalizzate alla costruzione, ad esempio, di centri commerciali, con tutte le specificità  positive che uno stadio può avere per un’amministrazione comunale.
Quello che concludo io da questo raffronto è che in Italia è sempre difficile superare le barriere della diffidenza, dell’essere di parte, del timore pur legittimo che, dietro all’iniziativa di qualcuno, si nascondano trame torbide, pastette, regime, anziché attivismo imprenditoriale. Non che quelle barriere si alzino solo per l’emotività  che la fede calcistica scatena: la commistione spregiudicata tra politica e imprenditoria non è certo una rarità  nella storia del nostro paese. Certo che prima di gridare allo scandalo è sempre bene fare raffronti ragionati e razionali.

Mar 25th, 2014

Morire per l’Europa

ukraine-eu.jpgL’immagine che i media ci hanno trasmesso dei giovani ucraini morti sotto il fuoco dei cecchini per lottare apparentemente per quell’Europa, contro la quale buona parte dell’elettorato occidentale voterà  probabilmente alle proprie libere elezioni europee, non manca di disorientare molti in questi giorni. Anche i meno propensi all’autocritica tra gli anti-europeisti si interrogano forse sulla follìa di questi ucraini che vogliono entrare in un consesso dal quale molti altri (che già  ci sono) vorrebbero uscire. Perfino io che non sono certo assillato da desideri di isolazionismo non posso non manifestare una certa sorpresa per questo appeal che improvvisamente l’Unione Europea scopre di avere. Come spesso accade però uscire dalle formule ed approfondire i temi ci fa scoprire che la maggior parte dei nostri dubbi nascono da un precedente eccesso di semplificazione. Eccesso di semplificazione che porta anche i nostri media a cercare subito buoni e cattivi, per poi magari scoprire che i buoni non sono poi tutti così buoni. La stessa semplificazione porta curiosamente alcune voci apologetiche verso Putin e il suo governo nel campo della sinistra radicale, a sua volta alla ricerca di buoni a cui contrapporre i cattivi euro-americani. Non è forse un caso se la notizia, diffusa in Italia, della presunta fede nazista della crocerossina ferita dai cecchini, sia stata diffusa da un giornalista del Manifesto e solo da lui, mentre altre fonti internazionali smentiscono ogni sua collocazione politica. Ragguardevole anche la diffusione che ha raggiunto sui social network la bufala secondo la quale la moglie dell’ex-Presidente Juščenko (quello della rivoluzione arancione), sarebbe stata una neonazista in gioventù.
Cominciamo col dire che stiamo parlando di un paese, l’Ucraina, che si trova su una linea di confine. Un confine tra mondo europeo vero e proprio, e quella cosa che si chiama Russia. Confine che visse in qualche modo il suo battesimo nel momento in cui l’invasione mongola nel tredicesimo secolo spazzò via il cosiddetto Rus’ di Kiev e creò una contrapposizione chiara tra “Moscovia” cioè la zona che ruotava intorno a Mosca e Novgorod, più legata al Khanato dell’Orda d’oro e la zona di Kiev, che finì progressivamente sotto l’influenza delle potenze che si trovavano ad occidente: Lituania, Polonia in particolare. Nei secoli l’Ucraina divenne terreno di scontro tra i diversi imperi: quello russo, quello turco e quello asburgico. L’essere territorio di confine è un modo di concepire la propria identità  di nazione che noi italiani non conosciamo. Noi non facciamo una grande differenza in fondo tra le nazioni con le quali confiniamo se non forse la Slovenia che è però anche quella alla quale ci legano meno vincoli storici e commerciali. E’ intuitivo che c’è una grande differenza culturale tra l’europa centrale e la Russia, e l’Ucraina vive questa contrapposizione anche in ragione del fatto che la storia recente l’ha vista ben più legata alla Russia che all’opulento occidente.
C’è poi anche una dimensione di carattere economico. La Russia è un paese dall’economia ricca ma prevalentemente estrattiva e dipendere da un paese dall’economia estrattiva non è simpatico, perché la sua economia fluttua sulla base dell’andamento delle materie prime e perché, vista la scarsa presenza di piccole imprese in Russia, non c’è modo di approfittare di quel fenomeno (per noi triste ma per altri felice) della delocalizzazione di cui invece hanno goduto molto i paesi limitrofi all’Ucraina nei confronti dei paesi dell’Europa occidentale. In effetti quando pensiamo alla crisi dell’Unione Europea oggi noi pensiamo alla Grecia ma ci dimentichiamo che vicino all’Ucraina ci sono paesi come Romania, Bulgaria, Slovacchia e Ungheria che trasmettono un’immagine dell’Unione Europea, e di coloro i quali gravitano nella sua area di influenza, tutt’altro che negativa. Nel 1990 l’Ucraina vantava un PIL pro capite equivalente a quello della Romania e appena inferiore a quello della Bulgaria. Ungheria e Slovacchia erano poco sopra. Oggi Bulgaria e Romania hanno un PIL procapite intorno al doppio di quello ucraino, mentre Ungheria e Slovacchia sono arrivate a 4-5 volte il PIL ucraino.

Anno Romania Moldova Ucraina Bulgaria Ungheria Slovacchia Serbia
1990 1754 917 1742 2381 3563 3031 4052
1991 1327 777 1645 869 3279 2265 3949
1992 902 571 1530 994 3666 2445 2893
1993 1207 571 1338 1286 3763 2437 1970
1994 1386 413 1051 1148 4054 2990 2099
1995 1655 415 958 1555 4444 3729 2229
1996 1620 395 885 1076 4451 3909 2493
1997 1585 445 992 1220 4558 3904 2369
1998 1859 403 840 1599 4668 4086 2246
1999 1601 288 646 1612 4682 3713 1459
2000 1653 317 632 1625 4499 3712 1158
2001 1838 371 782 1764 5198 3898 1466
2002 2067 428 871 2033 6490 4454 2000
2003 2657 513 1046 2690 8282 6126 2673
2004 3430 679 1370 3228 10081 7795 3216
2005 4477 796 1825 3775 10895 8904 3360
2006 5574 915 2304 4329 11214 10376 3913
2007 7767 1198 3065 5553 13518 13873 5283
2008 9288 1677 3874 6930 15329 17359 6531
2009 7484 1498 2529 6581 12661 16037 5464
2010 7548 1623 2953 6496 12781 16013 5075
2011 8391 1976 3559 7364 13705 17647 6047
2012 7768 2077 3866 7007 12530 16710 5247

Fonte:Kushnirs.org

E’ appena ovvio che ci sia qualcuno, soprattutto nell’ovest del paese (meno russofono ma anche più agricolo e meno industrializzato) che sogni per l’Ucraina un percorso simile a quello dei paesi vicini.
putin-handsoff.jpgOvviamente la Russia invece non ha nessuna intenzione di perdere un paese satellite, che garantisce alla Russia un mercato di cui la Russia ha tremendo bisogno. In più il potere di Putin, come quello di ogni dittatore, ha bisogno di crearsi nemici esterni e una battaglia per la “russità ” con conseguente accensione della fiamma nazionalista è fortemente funzionale alla difesa del regime di Putin messo in difficoltà  dall’opposizione interna rafforzatasi negli ultimi anni.
Questa vicenda ci aiuta a ricordarci che il declino di paesi come il nostro è anche e soprattutto un riequilibrio storico della ricchezza, rispetto a paesi che non hanno avuto la fortuna di trovarsi dalla parte “fortunata” della cortina di ferro. Non dimentichiamoci inoltre che se noi oggi, come Italia, siamo ridotti al ruolo di ultima ruota del carro dell’occidente c’è chi quel ruolo lo apprezzerebbe assai, e se molti di noi sono convinti che faremmo un affare a uscire da quell’Europa che ci ha relegato al ruolo (pur meritato) di zerbino, c’è qualcuno che sarebbe ben contento di approfittarne per entrare al nostro posto.

Mar 17th, 2014

Non c’è quota rosa senza spine

quote-rosa.jpgNegli ultimi giorni la politica italiana è stata scossa dalla discussione sulla cosiddetta parità  di genere. Si voleva approfittare della riforma delle legge elettorale per introdurre un principio di equiparazione forzata di donne e uomini nelle liste elettorali. E’ un principio che francamente non mi entusiasma. Non mi entusiasma, ma non certo perché ritenga normale che le donne siano in Parlamento meno degli uomini. Non è normale ed è anzi un grave problema, ma non perché i cittadini di sesso femminile siano così sottorappresentanti, come ho sentito spesso sostenere in questi giorni. Se devo dirla tutta trovo anzi un po’ sessista la logica per la quale una donna rappresenti una donna più di un uomo e viceversa. Personalmente mi sento rappresentato da chi la pensa come me e non rappresentato da chi non la pensa come me, a prescindere dai suoi caratteri sessuali. Lo squilibrio tra parlamentari uomini e donne è invece per me un problema grave perché specchio del pregiudizio che molti uomini. e anche molte donne, ancora conservano circa la possibilità  di una donna di essere efficace in politica quanto un rappresentante dell’altro sesso, e questo pregiudizio non sarà  certamente scalfito dalle quote rosa, che anzi forse alimenteranno il luogo comune per cui se una donna ce la fa è perché ha avuto qualche “aiuto esterno”.
Ma il problema su cui vorrei concentrarmi non è questo: la legge elettorale che va ad essere approvata ha molti difetti, primo dei quali certamente la persistenza delle liste bloccate e quindi l’impossibilità  per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Il problema che molti fingono di dimenticare è che il nostro paese è in una grave empasse istituzionale; sostanzialmente non esiste una legge che disciplini ciò di cui un sistema democratico non può fare a meno: le elezioni. O meglio la legge esiste ma è incostituzionale, il che significa che fintanto non ce ne sarà  una nuova non si potranno sostanzialmente tenere nuove elezioni. In uno scenario simile l’approvazione immediata di una modifica anche minimale che renda la legge attuale costituzionale non è un atto di responsabilità , è un atto di non-irresponsabilità . Capisco quindi chi voglia approfittare del momento per inserire nella nuova legge elettorale una norma che ritiene, a torto o a ragione, di progresso civile. Esula invece dalle mie capacità  di comprensione la posizione di chi ha annunciato di non votare la legge in quanto non ha contemplato la norma stessa, se non come pretesto per cercare di affondare un tentativo che potrebbe preludere ad uno scioglimento delle camere. Per carità , grazie ad un altro recente coup de theatre potremo tornare a votare solo dopo l’abolizione costituzionale del Senato, visto che la riforma della legge elettorale del Senato è stata cancellata. Ma si saranno detti: perché rischiare?
Mette davvero malinconia che un tema serio come le pari opportunità  e in generale il rapporto tra i sessi, abbia fatto apparentemente ancora una volta da paravento a logiche di tutt’altra natura.

Mar 14th, 2014

L’Italia che piace al mondo

Ho rivisto poche settimane fa, dopo molti anni, “La Dolce Vita” di Fellini. Non è stata una scelta, era per l’esame universitario di Storia del Cinema, anche se da tempo avevo curiosità  di rivedere un film visto molti anni fa, magari senza l’armamentario adatto per capirlo fino in fondo.
ladolcevita.jpgCosì, quando l’altra sera mi sono messo davanti al televisore per vedere “La Grande bellezza” (negli ultimi tre anni al cinema sono riuscito a vedere soltanto “Frozen” e “Monster’s University”), avevo ancora fresca negli occhi la Roma di Marcello Rubini (protagonista del film di Fellini). Sarà  per questo che ho trovato un sacco di analogie tra i due film, diversi i protagonisti, diversi molti personaggi, diversa anche Roma, ma simile il vuoto esistenziale, la difficoltà  nei rapporti, il girovagare incessante alla ricerca di un senso destinato sempre a sfuggire, forse perché il girovagare è appunto l’unico senso rintracciabile. La “Grande bellezza” mi è parso un film godibile, un film che scava in profondità  nell’intimo umano e nella società  italiana di oggi. Mi viene però un terribile dubbio, accostando il successo di Sorrentino al successo di Fellini cinquant’anni fa. Non è che è questa l’Italia che il mondo si aspetta? Non è che un’Italia attiva, risoluta, intraprendente, non abbia la stessa accoglienza, non sollevi lo stesso entusiasmo? L’Italia che si parla addosso nei salotti, l’Italia che potrebbe fare ma non fa e non sa nemmeno perché, l’Italia che se si impegna lo fa solo per blandire amici e conoscenti: è questo quello che il mondo si aspetta da noi? Forse sì e la cosa non mi entusiasma, meno male che almeno questo ci permette di realizzare ancora produzioni cinematografiche di successo.

Mar 6th, 2014

Il controdossier

Visto che, dopo le recenti polemiche arbitrali, girano già  i dossier sugli “aiutini” alla Juventus, questo blog, in uno sforzo controinformativo, elenca tutti gli errori arbitrali a favore e contro la Juventus secondo quanto riportato dalla Gazzetta dello Sport nella sua rubrica sul tema (escludendo gli altri due giornali sportivi, Tuttosport e Corriere dello Sport per evidente conflitto di interessi). Ho evidenziato solo gli errori che hanno impatto diretto sulla partita (rigori, gol annullati o convalidati),  tralasciando quindi ammonizioni, falli fuori area, calci d’angolo o altro. Unico commento personale che aggiungo è che numericamente gli episodi sfavorevoli sono quasi il doppio di quelli favorevoli (18-11). La cosa del resto è anche spiegabile senza ricorrere a teorie complottiste: se si pensa che la Juventus gioca mediamente molto più nell’area di rigore avversaria che nella propria ci si può aspettare che la maggior parte degli episodi che sfuggono all’osservazione dell’arbitro siano falli commessi dai difensori avversari piuttosto che dai difensori juventini.

Episodi contro

1 Giornata: Sampdoria-Juve finale 0-1 episodio sullo 0-0: “Ci potrebbe stare invece nella ripresa un rigore per la Juve: su cross di Asamoah, Pogba viene affondato da Costa (che poi, investito da Lichtsteiner, calpesta involontariamente Pogba: Banti vede il fallo del bianconero).

2 Giornata: Juve-Lazio finale 4-1 episodio sullo 0-0: “All’8′ potrebbe starci un rigore per la Juventus: Tevez chiede l’uno-due a Vucinic, Cana si disinteressa del pallone e abbatte Tevez andandogli addosso. Tagliavento è molto vicino e fa segno all’argentino della Juve di proseguire, ma il contatto poteva anche essere punito

5 Giornata: Chievo-Juve finale 1-2 episodio sull’1-1: “Entrata molto dura di Bentivoglio su Pirlo: arriva il giallo, ma poteva starci anche il rosso diretto”

6 Giornata: Torino-Juve finale 0-1 episodio sullo 0-0: “Sbaglia Mazzoleni quando nel primo tempo non mostra il rosso diretto a Immobile (ammonito) autore di un’entrataccia sulla caviglia di Tevez: da dietro e senza nessuna possibilità  di prendere la palla. In questo inizio di stagione è forse il tallone d’Achille degli arbitri: troppo permissivi con il gioco duro, servono più rossi.”

6 Giornata: Torino-Juve finale 0-1 episodio sullo 0-1: “Nella ripresa c’è anche un pugno dato da Meggiorini a Marchisio (sulla schiena): meritava il rosso. Se non è stato visto dalla cinquina arbitrale potrebbe scattare la prova tv.

6 Giornata: Torino-Juve finale 0-1 episodio sullo 0-1: “Qualche dubbio anche per la trattenuta subita da Bonucci in area granata.

7 Giornata: Juve-Milan finale 3-2 episodio sullo 1-1: “Rocchi non si accorge del pugno di Mexes a Chiellini in area del Milan: mancano rigore e rosso al francese. Possibile e probabile la prova tv. Tutto questo nella ripresa, sull’1-1, dopo un angolo: Mexes prima strattona l’avversario (e bastava per il rigore…), poi gli rifila un pugno tra schiena e volto.

7 Giornata: Juve-Milan finale 3-2 episodio sullo 1-1: Dubbi in area del Milan sul contrasto Tevez-Costant: all’inizio è spalla-spalla, ma poi il difensore si aiuta con un braccio. .

8 Giornata: Fiorentina-Juve finale 4-2 episodio sullo 0-0: “Al 15′ l’unica decisione «traballante» del fischietto di Bologna (Rizzoli ndr): brutta entrata di Aquilani (che ha anche l’ardire di contestare la punizione) su Bonucci, da dietro e a tenaglia. Il giallo è troppo buonista, più consono il rosso diretto.

10 Giornata: Juve-Catania finale 4-0 episodio sullo 0-0:  “Alla Juve manca un rigore: Tevez è messo giù da Gyomber

11 Giornata: Parma-Juventus finale 0-1, episodio sullo 0-0: “Al 44′ del primo tempo Giovinco riceve il pallone appena dentro l’area e lo controlla con l’esterno spostandolo, poi va giù per la carica da dietro da parte di Lucarelli: il difensore del Parma non tocca il pallone ed è un po’ troppo irruento, soprattutto considerando la differenza di stazza con il bianconero. Celi decide di non fischiare, ma a inizio ripresa assegna una punizione al limite dell’area per la Juve praticamente per lo stesso intervento e sempre di Lucarelli su Giovinco.

13 Giornata: Livorno-Juventus finale 0-2, episodio sullo 0-0: “Massa giudica involontario un mani di Ceccherini dopo un tocco di Llorente: il braccio è molto largo e anche il movimento è sospetto (pare cerchi il pallone). Più giusto dare il rigore, insomma

15 Giornata: Bologna-Juventus finale 0-2, episodio sullo 0-1:  “Al 34′ (della ripresa ndr), su un calcio d’angolo di Tevez, Antonsson trattiene in area Ogbonna: dov’è l’attenzione su queste situazioni chiesta dai vertici arbitrali a inizio stagione?

17 Giornata: Atalanta-Juventus finale 1-4, episodio sullo 1-3: “Ci poteva stare un rigore per la Juventus sul punteggio di 3-1: Stendardo in marcatura su Llorente lo trattiene in modo evidente senza mai tentare l’anticipo sul pallone

23 Giornata Verona-Juve finale 2-2, episodio sullo 0-1: “Irregolari il 2-0 di Tevez e l’1-2 di Toni. Entrambi i gol viziati da fuorigioco non visti dall’assistente Stallone. Parliamo di situazioni non facili, ma gli errori restano. Nel primo caso l’argentino scatta un attimo prima, forse più semplice la seconda azione perché la posizione viziata di Toni nasce dopo una punizione.

24 Giornata Juve-Chievo finale 3-1, episodio sullo 0-0: “manca almeno un rigore alla Juve, quando in avvio Frey colpisce Llorente.”

24 Giornata Juve-Chievo finale 3-1, episodio sull’1-0: “Dubbi anche sulla manata alla pancia rifilata da Radovanovic a Giovinco (forse la caduta plateale non è utile alla causa del bianconero)

25 Giornata: Juventus-Torino finale 1-0, episodio sullo 1-0: “Proteste Juve per la trattenuta su Llorente mentre Padelli rinvia di pugno: dubbi.

Episodi a favore

3 Giornata:  Inter-Juve finale 1-1 episodio sullo 0-0: “Rischia il secondo giallo Lichtsteiner (poi sostituito) dopo un fallo su Taider

5 Giornata: Chievo-Juve finale 1-2 episodio sull’1-1: “A inizio ripresa la frittata di Preti: sul tiro di Bentivoglio c’è la respinta goffa di Buffon, sul pallone si avventa Paloschi e segna. Tutto vano per la bandierina alzata di Preti, ma ci sono tre difensori (Chiellini, Ogbonna e Peluso) a tenerlo in gioco. In posizione ininfluente c’è Thereau e forse l’assistente si confonde, pensando che sia lui ad andare sulla respinta

6 Giornata: Torino-Juve finale 0-1 episodio sullo 0-1: “ll gol della vittoria era da annullare: sull’angolo c’è lo stacco di Bonucci e a quel punto Tevez (che si è liberato dalla marcatura «tentacolare» di Masiello a rischio rigore) è davanti a tutti i difensori. L’assistente La Rocca non si accorge del fuorigioco: così Tevez spedisce la palla sulla traversa e Pogba la ribadisce in rete. Un errore non grave come quello di Verona, ma neppure «comprensibile». Anche il giudice di porta Orsato si gira verso l’assistente (sarà  fermato per qualche settimana) avendo intuito il possibile fuorigioco.

7 Giornata: Juve-Milan finale 3-2 episodio sullo 1-1: Nel primo tempo tanti dubbi sulla punizione che ha generato il pari Juve: De Jong (ammonito) non tocca Tevez che si lascia cadere forse spaventato dal tackle in arrivo.

9 Giornata: Juve-Genoa finale 2-0 episodio sullo 0-0: “Il rigore è concesso (alla Juve ndr) poco dopo per il fallo di Biondini su Asamoah: lo sgambetto c’è tutto, ma avviene pochi centimetri fuori area. Difficile da vedere a velocità  normale anche se Doveri non è distante

12 Giornata”: Juventus-Napoli finale 3-0, episodio sullo 0-0: “Il gol che sblocca la partita era irregolare: sul tocco di Tevez c’è la posizione di fuorigioco di Llorente. Nulla di clamoroso (15-20 centimetri) e anche non facile da decifrare per l’assistente Cariolato, ma il replay mostra la gamba dello spagnolo al di là  dei difensori

15 Giornata: Bologna-Juventus finale 0-2, episodio sullo 0-1: “Al 21′ della ripresa rischia grosso Peluso che, già  ammonito, va dritto sul piede di Diamanti: meritava il secondo giallo, Conte decide di toglierlo subito”

23 Giornata Verona-Juve finale 2-2, episodio sullo 0-1: “Irregolari il 2-0 di Tevez e l’1-2 di Toni. Entrambi i gol viziati da fuorigioco non visti dall’assistente Stallone. Parliamo di situazioni non facili, ma gli errori restano. Nel primo caso l’argentino scatta un attimo prima, forse più semplice la seconda azione perché la posizione viziata di Toni nasce dopo una punizione.

25 Giornata: Juventus-Torino finale 1-0, episodio sull’1-0: “Un paio di lunghissimi secondi: tanto è durata l’attesa di Rizzoli (fermo nella sua posizione infelice: aveva la visuale coperta) dopo il tocco galeotto di Pirlo su El Kaddouri in area della Juve. Per dare il rigore aspettava un suggerimento del giudice di porta Calvarese, meglio piazzato per vedere l’irregolarità . L’auricolare resta «muto» e allora l’arbitro lascia giocare, sbagliando. A parziale scusante c’è la caduta innaturale di El Kaddouri, quasi in ritardo rispetto al contatto, ma anche perché il granata sbilanciato si autocalcia sulla gamba

25 Giornata: Juventus-Torino finale 1-0, episodio sull’1-0: “C’è un’altra situazione particolare: Vidal già  ammonito rischia per due volte il secondo giallo. Nel primo caso Rizzoli gli fischia un mani al limite dell’area sul tentativo di aggirarlo di Cerci. Per le direttive Fifa è cartellino automatico se si ha certezza che il pallone torni nella disponibilità  del calciatore autore della giocata (in questo caso Cerci), altrimenti no. Rizzoli sceglie la seconda opzione: molti dubbi.

25 Giornata: Juventus-Torino finale 1-0, episodio sull’1-0: “Così come ci poteva stare l’ammonizione nel secondo tempo per l’entrata su Darmian (sempre di Vidal ndr)”

Mar 2nd, 2014

Il mito dell’arbitro suddito

festa-109-allo-stadio-olimpico.jpgCorreva il 2006, la Juve vinceva e stravinceva in Italia e il pubblico juventino era un po’ stanco. Così l’enorme Stadio delle Alpi rimaneva quasi sempre semivuoto anche in partite di cartello. Poi arrivò improvvisamente Calciopoli, sembrava il colpo di grazia per una piazza che non appariva più adatta ad una squadra che primeggiasse in Europa: lo scandalo, la retrocessione in Serie B, lo spostamento nel piccolo Olimpico, i successi in Italia e in Europa delle rivali milanesi che sembravano spostare definitivamente il baricentro del calcio italiano. Ed invece succedeva l’imprevedibile, ovvero l’esatto contrario di quanto ipotizzabile: la Juventus riempiva l’Olimpico in Serie B più di quanto non avesse riempito il Delle Alpi in Champions. Il Frosinone raccoglieva più spettatori di quanti ne aveva attratti un anno prima il Bayern Monaco. Adesso, a distanza di otto anni, con il nuovo stadio, siamo arrivati alla Juve che riempie il suo “Stadium” anche per la Coppa Italia. Perché? Quale strano motore ha costuito questo miracolo? Ho la vaga impressione che una delle componenti fondamentali del miracolo sia stata quella sensazione di profonda ingiustizia e doppiopesismo che Calciopoli ha lasciato nel mondo biancoenero, sensazione che ha lasciato ai tifosi l’aspirazione ad un ritorno al vertice, il sogno di poter tornare a dominare in Italia ed essere competitivi in Europa come accadeva un tempo, alla faccia delle sentenze, considerate inique dalla piazza. E’ sempre vero che il successo diventa emotivamente più coinvolgente se ottenuto a dispetto di ingiustizie o storture, vere o presunte che siano. Quello che ho citato non è affatto un caso isolato, credo anzi sia la norma del tifo calcistico. Non tutte le decisioni ovviamente sono così ecclatanti come la retrocessione della squadra bicampione, ma ogni volta che un arbitro fischia un rigore, o annulla un gol, anche per le ragioni più evidenti, c’è qualcuno che grida all’ingiustizia e che trova motivazione alla sua passione calcistica con la speranza in un mondo calcistico migliore in cui l’ingiustizia che impedisce alla sua squadra di vincere abbia fine e i suoi colori possano finalmente conquistare la meritata vittoria. Così si spiega il carrozzone che ruota attorno alle moviole calcistiche, fatto di opinionisti schierati, di moviolisti lottizzati, di un esercito al lavoro per far salire la rabbia dei tifosi danneggiati. La furia del tifoso ferito, così alimentata, si sfoga poi ovunque, meglio se con i suoi compagni di fede, anche perché chi tende a proporre visioni più moderate li mette a disagio. Inutile proporre paragoni concettuali o numerici tra episodi a favore e contro, inutile spiegare la difficoltà  della decisione arbitrale, un’ingiustizia è stata fatta e nulla la potrà  sanare. la-strana-caduta-di-el-kaddouri.jpg Nei giorni scorsi il derby di Torino ha sollevato tali furiose polemiche, soprattutto per un rigore non concesso ai granata che, come il non certo juventino Fabrizio Bocca ha scritto su Repubblica, l’arbitroavrebbe (forse) dato se El Kaddouri non avesse malamente accentuato la caduta convincendo l’arbitro della simulazione. Niente di clamoroso quindi, ma il mix di rivendicazioni storiche dei tifosi granata nei confronti della Juve padrona, e la concomitante concorrenza della piazza di Roma, particolarmente avvezza alle polemiche arbitrali e mediaticamente molto forte, ha reso il livello di polemica particolarmente elevata, con immancabile protesta di piazza davanti alla federazione da una parte, e altrettanto immancabile tentativo di qualcuno di approfittarne per propiziare un ricambio ai vertici probabilmente interessato. E’ da notare che nella polemica arbitrale un approccio razionale abbia in genere scarsa cittadinanza. Tabelle, statistiche o analisi su basi razionali hanno in genere scarso successo, e non solo perché in genere danno risultati deludenti rispetto alla teoria del complotto, ma anche perché non risolvono il problema del tifoso che rimane furioso lo stesso. E’ altresì significativo che non ci sia nella protesta arbitrale una prospettiva risolutiva, né quella di abbandono individuale (“Basta. Smetto di seguire il calcio”), anzi, come già  sottolineato, il tifoso manifesta accresciuto entusiasmo, ma nemmeno di proposta di miglioramento della situazione del sistema: arbitri selezionati diversamente, aiuti tecnologici, nulla di tutto ciò interessa il tifoso. L’arbitro di porta ha sicuramente ridotto il numero o almeno la gravità  degli errori, ma il tifoso non se n’è nemmeno accorto, perché nel frattempo le moviole hanno preso a scrutare sempre più ossessivamente i campi verdi e ogni maglietta tirata diventa oggetto di furia vendicatrice. Non ci dobbiamo quindi aspettare che nemmeno la “moviola in campo” possa cambiare alcunché e non a caso scalda i cuori di ben pochi tra gli addetti ai lavori. Solo il tempo può riparare al torto, facendo sbollire la rabbia, e alimentando la convinzione profonda che prima o poi il bene e la giustizia trionferanno. Il tutto mi porta a concludere che la polemica sugli arbitri sia una specie di elemento di motivazione per i tifosi delle squadre che non vincono, alle quale la recriminazione offre un percorso consolatorio e anche una speranza di riscatto. Una sorta di “stamina” per chi è affetto da tifo calcistico che lo motiva a sperare in un futuro migliore a dispetto delle sconfitte del presente. Come la maggior parte dei miti anche questo ha quindi una funzione strutturale, fondante, forse più forte da noi in Italia, dove la cultura decoubertiana della partecipazione riscuote meno fascino che altrove.
Chiudo con un episodio significativo del funzionamento delle dinamiche sopradescritte, occorso nei primi minuti del derby Juve-Toro di andata dello scorso campionato (filmato qui sotto o qui in dimensione più ampia). Su un cross del giocatore della Juve De Ceglie, il portiere del Toro Gillet cerca di recuperare la palla in uscita. Si scontra però con il suo compagno di squadra Ogbonna e perde il pallone su cui si avventa il bianconero Pogba, che la passa lateralmente a Vucinic pronto a mettere in gol a porta vuota.  L’arbitro Rocchi tra lo stupore generale fischia un fallo inspiegabile. Qui non ci sono attenuanti, possibili diverse interpretazioni regolamentari, la simulazione, l’arbitro coperto. Rocchi fischia un fallo che non c’è e che non può aver visto, non essendoci nessun giocatore juventino vicino a Gillet. Alla fine la Juve vincerà  3-0 e l’episodio finirà  nell’oblìo. Forse se il risultato e i contendenti fossero stati diversi se ne parlerebbe ancora adesso, ed invece a distanza di poco più di un anno non se ne ricordano nemmeno la maggior parte degli juventini.

Feb 27th, 2014

L’ennesimo uomo della provvidenza

matteorenzi.jpgSapete che stavolta ci stavo per cascare anch’io? Non dico che Renzi mi sia mai piaciuto e i frequentatori di questo blog immagino l’abbiano notato. Più che altro perché lo trovo quanto di più antipatico la terra toscana abbia mai saputo generare. Non posso nemmeno dire che non condivida la sua visione politica, perché per farlo dovrei aver chiaro qual è la sua visione e francamente io non l’ho mai capito. Rinnovamento, nuovo, riforme, sì sì, ma quali? Mah… Però in tutto questo ultimamente avevo notato uno squarcio. In quella politica italiana che storicamente fa di ogni scelta, anche la più ovvia, l’oggetto di una finissima strategia degna di una sfida a scacchi Karpov-Kasparov, con il piccolo effetto collaterale di paralizzare un paese, e preso atto che anche le new entry della politica hanno sùbito preso questo approccio a modello, diventando rapidamente più bravi dei maestri, il pragmatismo di Renzi sembrava un imprevisto raggio di sole. Approviamo una legge elettorale che possa dare una maggioranza al Parlamento e poi andiamo a votare. Sembrava sensato, entro l’estate avremmo finalmente avuto un governo con un chiaro mandato e delle chiare responsabilità . Sarebbe finita l’amministrazione controllata del paese e avremmo di nuovo avuto qualcuno da appendere al muro se la ripresa non fosse arrivata,. Lo so: gli italiani non appendono mai al muro nessuno, anzi più le cose vanno male e più lo rivotano perché in fondo è sempre colpa di qualcun altro, ma illudersi è comunque sempre bello. Lo so: c’era il concreto rischio che il nostro paese fosse esposto all’umiliazione di vedere le elezioni politiche vinte da una coalizione capeggiata da un pregiudicato, ma perché davvero una condanna definitiva aggiunge qualche dettaglio in più su un personaggio che ben conosciamo da almeno vent’anni, se non quaranta? A quel punto però c’è qualcuno che però suggerisce: “Beh, però pensa che figo: senza rischiare un passaggio elettorale che potrebbe riservare delle sorprese si può andare direttamente al governo mandando a casa Letta”. Ma Renzi no, non è mica D’Alema: “Ma chi ce lo fa fare?” si chiede. E però poi lo fa. Perché? E le elezioni? Mah, se ne parla nel 2018… Cosa è mai successo che ha cambiato così radicalmente la prospettiva? Cosa ha visto Renzi sulla strada di Damasco? Forse solo sé stesso?
Escludendo infatti che Renzi preveda un afflusso di parlamentari di altri gruppi nel PD la maggioranza con la quale Renzi conta di arrivare al 2018 è quella attuale, il PD, Scelta Civica, NCD e qualche altro reclutato. Qual è la novità  rispetto al governo Letta? Apparentemente nessuna. I veti incrociati resteranno gli stessi, la divergenza di obiettivi e di idea di paese tra gli uni e gli altri rimarrà  intatta. E allora da dove verrà  l’accelerazione che tanti in questi giorni prefigurano? Cosa cambierà ? Cambierà  la guida, il carisma, il pragmatismo, l’entusiasmo, la spigliatezza, la gioventù di Renzi. Non trovate siano sostantivi che abbiamo già  sentito tante altre volte? Non parlo solo dei momenti più bui della nostra storia unitaria. Parlo di tanti momenti di apparente snodo della storia stessa. Il punto è che nel nostro paese ogni qual volta ci rendiamo conto che è necessaria una svolta, anziché guardare noi stessi e capire come possiamo cambiare, ci guardiamo attorno alla ricerca di una faccia, di un volto che trasmetta alcune delle cose di cui sopra. Come se bastasse una faccia, un uomo per cambiare un paese, un po’ come quando una squadra di calcio in crisi cambia l’allenatore. E il bello che poi sono anche convinti di aver avuto ragione, così come i presidenti di calcio, che siccome dopo dieci sconfitte consecutive, con il nuovo allenatore vincono una partita e pareggiano la seconda sono convinti di aver trovato la quadratura del cerchio e invece è solo la legge dei grandi numeri e le schiappe rimangono schiappe. E il nostro paese oggi è una schiappa che continua a passare di errore in errore senza nemmeno accorgersene e dando la colpa a chi ci governa. E’ un modo rilassante di vivere la vita, ti esonera dagli onori ma soprattutto dagli oneri di decisioni e rinunce coraggiose, ma temo non funzioni. Gli uomini della provvidenza non funzionano, e non funzionerà  nemmeno Renzi, voglio essere apertamente pessimista. Perché se nulla cambierà  al di fuori, non sarà  Renzi a far svoltare il paese.
Nel frattempo uno dei nomi che girano per la compagine di governo è quello di Mauro Moretti, l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, che non è solo quello rinviato a giudizio per la strage di Viareggio ma è anche l’amministratore di una società  che è stata condannata dall’Antitrust per pratiche scorrette nella torbida vicenda Arenaways. Insomma sembrerebbe che il rottamatore stia imbarcando rottami, a che gli serviranno? A sentirsi ancora più giovane e innovativo? Mah…

Feb 18th, 2014
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