2 commenti to 'Chiamata non risposta'
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L’introduzione del concetto di chiamata non risposta e di identificativo del chiamante ha introdotto nelle nostre vite alcuni rilevanti cambiamenti. Quando ci troviamo nel registro delle chiamate non risposte del nostro telefono il numero di qualcuno che conosciamo in genere lo richiamiamo, e spesso richiamiamo anche numeri che ci sono del tutto ignoti, talvolta richiamando addirittura qualcuno che in realtà aveva sbagliato numero.
Come spesso succede ai cambiamenti nelle nostre abitudini, anche questo si riflette nel nostro linguaggio. Ai tempi in cui l’identificativo del chiamante non c’era, non c’era la segreteria telefonica, né c’era altro modo di sapere se qualcuno ti aveva chiamato in tua assenza, “chiamare qualcuno al telefono” era un’espressione che portava con sé ben chiara l’intenzione del soggetto di mettersi in contatto con quel qualcuno, oggi invece questa frase risulta molto più ambigua. Chiamare può significare comporre un numero di telefono e quindi parlare con qualcuno, ma può significare anche solo manifestare l’intenzione di mettersi in contatto con qualcuno indipendentemente da quando la conversazione poi avviene e chi dei due abbia materialmente composto il numero dell’altro. Spesso mi accorgo anch’io di riferire a terzi di una conversazione telefonica avuta, dicendo “Mi ha chiamato tizio”, anche se poi mi accorgo di avere in realtà composto io il suo numero: mi rimane in testa l’idea che mi abbia chiamato lui perché mi ha mandato per primo un sms, non ho potuto rispondere ad una chiamata che ha fatto a me, o comunque è stato lui a manifestarmi l’intenzione di entrare in contatto con me tramite un qualunque canale.
Tutto questo processo sociolinguistico deve essere sfuggito a Massimo Giannini che, alcuni giorni orsono, in un pezzo su La Repubblica riferisce della vicenda della telefonata tra Cancellieri e Ligresti accusando impietosamente il Ministro — “ha mentito“. Giannini si riferisce al fatto che la Cancellieri avrebbe riferito di essere stata “chiamata” da Ligresti, mentre i tabulati ci dicono che è stato il Ministro a comporre il numero dell’imprenditore, anche se a fronte di tentativi di contatto di quest’ultimo non andati a buon fine. Non so voi ma io, se mia moglie mi riferisse: “Ho chiamato il medico” e poi scoprissi che è stato il medico a chiamare lei, a fronte di una chiamata precedente fatta da mia moglie e non risposta dal medico, non mi sentirei di accusarla di avermi mentito.
Non contento di ciò Giannini eccepisce sul lessico della Cancellieri: quest’ultima parla infatti di “contatti” e a Giannini la parola contatti non piace “Il ministro non parla apertamente di telefonate fatte, ma genericamente di ‘contatti’. Una formula lessicale che serve a dissimulare una verità “. Che una formula lessicale serva a dissimulare la verità mi sembra appena grottesco, e che verità dissimulerebbe? Sarebbe così diverso se si fosse trattato di una chiamata, di un sms, o di un instant message?
Giusto per evitare strumentalizzazioni, non voglio difendere il Ministro, le cui dimissioni sarebbero state, a mio avviso, assolutamente ragionevoli né voglio schierarmi al fianco di chi lo ha inopinatamente difeso a spada tratta. Il comportamento di un Ministro deve essere al di sopra di ogni sospetto e non mi pare che in quello della Cancellieri si possano riscontrare questi essenziali requisiti. Non è però tirando per i capelli i fatti, non è aggrappandosi a congetture, sospetti e affermazioni discutibili che si fa giornalismo di inchiesta. Il giornalismo di inchiesta deve essere ricerca della verità , non manipolazione della verità per spingere il lettore verso l’indignazione. E di verità in questa situazione ce n’era abbastanza per non mettersi a puntellarla con affermazioni superficiali e denunce inconsistenti. Fare sensazionalismo anziché giornalismo svuota l’inchiesta, la rende nulla più che un “attacco mediatico”. E’ una modalità che pare fatta apposta per dividere l’opinione pubblica, non tra chi pretende ministri più leali allo Stato di Diritto e chi se ne disinteressa, ma tra chi abbia senso critico e chi no, finendo per arruolare, loro malgrado, i primi tra i difensori della Cancellieri e, personalmente, di difendere il “Ministro ultrà ” non ho proprio nessuna intenzione.
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Mmmm, se però parla con i magistrati durante un interrogatorio e nell’audizione davanti alle Camere (e non informalmente al bar con un amico o amica) e sostiene di non aver chiamato ma di essere stata chiamata e pochissime volte (lei ne cita un paio) quando invece si viene a sapere che le telefonate partite dal suo cellulare e da quello del marito verso i Ligresti sono quasi una decina in un pochi giorni, beh, secondo me, se non di qualche bugia, è colpevole quantomeno di parecchie omissioni.
A maggior ragione perché, come accennavo sopra, ci sono ben altri motivi per cui chiedere le dimissioni del Ministro, mi pare ridicolo e controproducente che un giornalista celebrato come Giannini si dilunghi in requisitorie a sfondo linguistico…