Grillo in poche righe

Il post pubblicato nei giorni scorsi su beppegrillo.it nel quale Grillo e Casaleggio si scagliavano contro i senatori che hanno proposto l’abolizione della Bossi-Fini ha suscitato scalpore per le posizioni ideologiche che i più vi hanno riconosciuto sul tema dell’immigrazione. In realtà  quello che ho trovato interessante in esso è come vi sia distillato, in poche righe, tutto il senso profondo dell’approccio che la “diarchia” ha verso la propria battaglia politica.
Iniziamo dal primo punto, quello metodologico: “Il M5S non è nato per creare dei dottor Stranamore in Parlamento senza controllo.”. Questa frase è un’aperta sfida all’articolo 67 della Costituzione che stabilisce per i parlamentari italiani il cosiddetto “Libero mandato” ovvero che sono liberi di esercitare la loro funzione indipendentemente dalla volontà  degli elettori o dei partiti che hanno propiziato la loro elezione. Niente di male, la Costituzione si può anche cambiare ma perché esiste il libero mandato e perché il contrario, ovvero il vincolo di mandato, esiste solo in pochissimi paesi al mondo e, in Europa, solo in Portogallo?
la-democrazia-diretta-di-grillo.jpgDirei per un paio di buoni motivi: il primo è più ideale, ovvero che l’eletto dovrebbe perseguire gli interessi non solo di chi lo ha votato ma anche di chi non l’ha votato. Da questo punto di vista teniamo presente che la stragrande maggioranza delle leggi elettorali non sono puramente proporzionali e anche quella italiana, che prevede premi di maggioranza e soglie di sbarramento, fa sì che molti che nel Febbraio scorso sono andati a votare non trovino alcuna rappresentanza in Parlamento del partito che avevano indicato. Onde evitare quell’effetto perverso per il quale de Tocqueville intravedeva il rischio che la democrazia diventasse la dittatura della maggioranza, quasi tutte le democrazie del mondo si sono dotate di norme che tutelano la libertà  di mandato. Il secondo motivo è di ordine più pratico e forse anche più calato sulla realtà  italiana, una realtà  che, per nostro costume, tende ad essere spesso piuttosto statica. Essendo il meccanismo elettorale mediato sempre e ovunque dallo strumento del partito politico (di qualunque genere e moralità  esso sia), il vincolo di mandato comporta infatti soprattutto un trasferimento massiccio di potere dal singolo parlamentare all’organizzazione di cui fa parte, alias partito. Visto che, soprattutto in Italia, i partiti politici hanno spesso organizzazioni molto verticistiche, statiche e governate da norme poco trasparenti e democratiche, pare pericoloso trasferire a simili organizzazioni un potere pressoché assoluto sugli eletti. Tra l’altro se oggi, come alcuni propongono, un parlamentare che esca dal suo gruppo fosse destinato a decadere sarebbe semplicemente sostituito dal primo dei non eletti e gli elettori non sarebbero neppure chiamati in causa, quindi il trasferimento di potere sarebbe interamente verso i partiti politici. In sostanza quindi la posizione di Grillo sul tema della libertà  di mandato pare in linea con una visione verticistica del partito, come di un oggetto privato della diarchia Grillo-Casaleggio i quali, senza sporcarsi le mani nell’arena politica, gestiscono il partito da casa loro, brandendo alla bisogna la rete come strumento di legittimazione del proprio potere.
Proseguendo nel post si trova un’altra frase molto significativo: “
Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità , […] il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico“. Qui c’è la quintessenza del pensiero di Grillo circa il proprio rapporto con l’opinione pubblica. Un partito non si deve preoccupare di ciò che sia meglio o peggio per il paese, per la società , per i cittadini, un partito deve agire come un’azienda che deve commercializzare un prodotto, non si chiede cosa la gente dovrebbe preferire, ma cosa preferisce e organizza la propria immagine in funzione di quelle preferenze.
Il secondo punto, così come in fondo anche il primo, richiamano facilmente un’idea aziendalista del partito politico. In nessuna azienda un progettista decide in autonomia come progettare un nuovo prodotto, senza consultarsi con i propri superiori. A differenza della visione berlusconiana di partito aziendalista, la visione di Grillo è di un’azienda moderna, meritocratica e trasparente, ma pur sempre un’azienda. Da questo punto di vista è illuminante il seguente concetto: “
Sostituirsi all’opinione pubblica, alla volontà  popolare è la pratica comune dei partiti che vogliono “educare” i cittadini, ma non è la nostra“. Quindi il M5S si vuole limitare a farsi latore della volontà  dei cittadini, non ad organizzare il consenso attorno ad un sistema di posizioni dall’apparente coerenza, rispondenti ad alcuni valori fondanti, come nella tradizione dei partiti, non solo quelli italiani. L’idea ha in sé una genialità , considera infatti la società  così evoluta da non avere più bisogno che i partiti organizzino il suo pensiero. Si può forse ipotizzare che fosse la società  del novecento, meno evoluta e scolarizzata, che aveva bisogno di riferimenti, di costrutti ideologici, di bandiere a cui riferirsi. Nel mondo della Rete forse non ce n’è più bisogno. E’ proprio così o è solo un’illusione?
Provo a rispondermi, partendo dal domandarmi cos’è davvero la democrazia e cosa la rende il sistema politico di maggior successo. Personalmente non credo alla favola del cittadino medio come il più bravo nel scegliere chi lo dovrà  governare, anzi spesso credo che le scelte della maggioranza dei cittadini siano quanto mai infelici; credo semplicemente che la scelta del cittadino medio, solo perché difficile da controllare, sia l’unico modo (non sempre funzionante) per scardinare un potere che altrimenti si incancrenirebbe in oligarchie conservatrici, in quanto autoreferenziali. Per prendere però singole decisioni ritengo tuttora preferibile la competenza rispetto al consenso popolare, a cosa serve formare eminenti economisti se la politica economica la decide la casalinga di Voghera? A cosa serve avere luminari della medicina se gli investimenti su una metodologia terapeutica li decide chiunque abbia una connessione Internet e clicchi su una piattaforma comune? La democrazia è un delicato equilibrio tra consenso e delega, e delegare in questo caso significa affidare le decisioni a qualcuno che dovrebbe in teoria avere più competenza di noi per prenderle. Per questo ho l’impressione che l’approccio di Grillo non funzioni: funziona se dobbiamo scegliere quale birra o quale biscotti comprare, funziona se dobbiamo scegliere l’auto o magari la casa, ma anche in un mondo molto diverso da quello di oggi continueremo ad andare da un medico per farci prescrivere una cura, da un meccanico per farci aggiustare l’auto, da un riparatore per far funzionare il nostro televisore. La politica è solo in parte rappresentata da scelte di fondo, valoriali. Anche di fronte alla scelta se abolire o meno il reato di clandestinità , per molti squisitamente etica, ci sono un’infinità  di motivazioni tecniche, non ultimo proprio l’affollamento dei carceri, che vanno ben oltre l’empatia che si può provare per il migrante.
Ai partiti politici dobbiamo chiedere di prospettarci un’idea di paese e, se diamo loro fiducia, di provare a realizzarla con la massima chiarezza e trasparenza, ma come cittadino pretendo che siano loro a definire attraverso quali passi si arrivi a realizzare quell’idea.
Giusto quindi prendere gli spunti interessanti che l’approccio di Grillo propone, meno giusto affidare la politica di domani ad una democrazia diretta come quella che sembra proporre. Sarebbe una democrazia dell’incompetenza e lo dice chi ha spesso, da questo blog, accusato di incompetenza esponenti autorevoli della classe politica. Però, come dire, se fai firmare il progetto di casa tua da un ingegnere e la casa crolla puoi lamentarti con l’ingegnere, se lo fai firmare da un muratore ti puoi lamentare solo con te stesso.

Oct 17th, 2013

Il fatidico sculaccione

diritti-delluomo.jpgSolo la parola “sculaccione”, contenuta nel titolo, avrà  suscitato in molti, dei sommovimenti interiori. Immagino che già  qualcuno dei pochi lettori di questo blog abbia imbracciato la tastiera pronto a scatenarsi con pistolotti sull’aggressività  repressa che i genitori sfogano sui bambini, l’illusorietà  dell’educazione tramite metodi coercitivi e così via… Il punto è che, come genitore, anch’io mi sono trovato a vivere il conflitto interiore tra la convinzione culturalmente radicata che anche le forme più leggere di violenza siano deprecabili e la triste constatazione, in taluni momenti della propria vita di genitore, dell’assenza di altre risorse per riuscire ad essere convincenti. Specifico che anch’io come tanti mi sono abbeverato a testi di pedagogia che spiegavano che con i figli bisogna sempre e comunque dialogare e ho sempre considerato opzioni diverse come ultima ratio, ma poi accade che l’ultima ratio diventi tale ed ecco che, come sospinti verso un baratro, ci si senta proiettati ineluttabilmente verso il fatidico sculaccione…
Si dà  il caso che nel giardino di casa nostra ci sia la ghiaia. Si sa che i bambini hanno una grossa predisposizione a esplorare il mondo attraverso la bocca e la superficie liscia e fresca di una pietruzza è senz’altro una conoscenza molto interessante. E’ quindi capitato a me e mia moglie di sorprendere a più riprese nostra figlia, di due anni e mezzo, mentre si trastullava con una pietra in bocca. Le abbiamo spiegato che quel gioco era molto pericoloso, che avrebbe potuto inghiottirla e farsi molto male. Però quello che non sempre ti spiegano i testi di cui sopra è che una bambina di quell’età  ha ancora un rapporto piuttosto labile con il concetto di causa-effetto: non dico che non serva spiegare che un’azione ha delle conseguenze, non dico che non serva dialogare, metterla di fronte alle sue responsabilità , ai rischi che corre e così via, anzi credo serva proprio a costruirlo quel rapporto. Dico che finché tutto questo spiegare non ha prodotto i suoi frutti (e non accade subito) ciò non ti garantisce affatto che la prossima volta non la troverai di nuovo con una pietra in bocca, perché le piace e le piace anche ripetere sequenze di eventi che diventano allettanti rituali, come ad esempio il Papà  o la Mamma che si arrabbiano, e che con piglio deciso si piegano su di lei e la ammoniscono a non farlo più.
Così un giorno, come vinto dall’ineluttabilità  di una scelta fino ad allora posticipata, all’ennesima esibizione di una pietra in bocca il sottoscritto si lasciò andare a proferire un “La prossima volta che ti trovo con una pietra in bocca ti prendi un bello sculaccione“. Non so se, di nuovo per poca dimistichezza con il rapporto causa-effetto, o perché in fondo questo concetto di sculaccione, per quanto non si annunciasse come un’esperienza piacevole, la incuriosisse, sta di fatto che nostra figlia ha lasciato passare davvero poco tempo prima di sfidarmi a mantenere la mia promessa. Non più tardi del giorno seguente si presentava infatti da me e mia moglie, esibendo una bella pietruzza liscia e levigata sulla lingua. La inducevamo con le buone ad espellere la pietra, dopodiché alle mie parole: “Sai che Papà  mantiene quello che promette” intuiva che l’aria stava diventando pesante e cercava di scappare, ma ero più veloce, la poggiavo sulle mie ginocchia e facevo scendere la mia mano sul suo sedere.
Da quel giorno non ci è mai più capitato di sorprendere nostra figlia con una pietra in bocca. Quello sculaccione non è stata un’esperienza che ho gradito, non ho appagato alcun mio desiderio di rivalsa nei confronti di alcuno e alcunché, anzi mi è sinceramente dispiaciuto, non credo di avere contribuito nemmeno in minima parte a educarla o a darle strumenti per affrontare meglio la vita, forse ho perfino leggerissimamente incrinato la fiducia in sé stessa, ho però cercato di evitare che mia figlia facesse più qualcosa che ritengo molto pericoloso e credo di esserci riuscito. E se ciò non è avvenuto per intima convinzione, ma solo per collegamento pavloviano tra l’azione di mettere la pietra in bocca e il dolore sul sedere, beh pazienza…
sculaccione.jpgQuesto mi ha aperto gli occhi sulla necessità  di prendere i modelli di comportamento che ci vengono suggeriti per quello che sono, dei riferimenti generali senza eccessi moralistici e senza regole assolute. Un bambino che cresce senza una spiegazione, circondato da regole apparentemente dogmatiche, fatte rispettare con la coercizione probabilmente crescerà  con una visione un po’ troppo fatalistica del mondo che lo circonda; per contro dei genitori che crescono un bambino limitandosi a proporre delle regole e spiegandole adeguatamente, ma senza imporre alcun costo per il loro mancato rispetto, potrebbero avere un bambino che semplicemente non le rispetta e se fortunatamente non inghiotte mai una pietra, non si prende mai un malanno serio per essere uscito sotto la pioggia, non si prende mai una zampata dal gatto per avergli tirato i baffi, in altre parole se sarà  abbastanza fortunato da schivare i rischi da cui quelle regole lo proteggono, penserà  comunque che i genitori tutte queste norme se le sono inventate per loro sfizio e potrebbero rimanergli delle difficoltà  ad accettare qualunque limite alla propria libertà , che magari si porterà  dietro anche quando le regole sarà  in grado di comprenderle e non gliele imporranno più Mamma e Papà  ma la società  che lo circonda.
Ho proprio l’impressione che una giusta via di mezzo, fatta di molte spiegazioni ma anche di punizioni ed, in casi estremi, anche di sculaccioni, sia quella preferibile. In fondo è uno dei tanti volti di quel compromesso tra individualismo e comunitarismo, tra disciplina e ribellione, tra autonomia e interdipendenza, indispensabile per vivere in modo sano con sé stessi e con la società  che ci circonda.

Oct 11th, 2013

La terra che piatta non era

Ho passato le estati della mia infanzia nella casa dei nonni a Mombasiglio, paesino situato vicino a Ceva in provincia di Cuneo. Una delle mete più frequenti delle nostre escursioni erano le zone alle pendici del Bric Mindino, una delle cime più alte della zona. Dalla cima del Bric Mindino nelle giornate limpide si vede distintamente la Corsica. Da quando lo spirito critico ha cominciato ad accompagnare i miei giorni, ho iniziato a chiedermi come mai, nella lunga storia dell’umanità , a  nessuno è mai venuto da chiedersi come mai da lì si veda, mentre dal litorale ligure, molto più vicino alla Corsica, non la si veda mai. Non c’era bisogno di conoscenze scientifiche particolari, nemmeno di particolare cultura, solo una mera osservazione del mondo che ci circonda avrebbe portato una persona di discreta intelligenza a chiedersi che forma dovesse avere il mondo perché una cosa simile potesse capitare. E’ mai possibile – mi sono spesso domandato – che prima di Cristoforo Colombo, con tutte le scoperte che l’uomo aveva già  fatto, nessuno avesse mai fatto questa riflessione e il mondo credesse fermamente al fatto che la terra fosse piatta. Ho trovato finalmente risposta a questa domanda nelle parole di Alessandro Barbero che ha ricordato che la terra piatta era una sorta di versione ufficiale a cui si contrapponeva la convinzione dei più sul fatto che la terra avesse una forma ricurva. Pare non sia un caso che il globo, come simbolo di dominio sulla terra, fosse spesso presente negli stemmi regali ben prima che la visione galieiana venisse “sdoganata” dalla Chiesa.
20110626-caravelle.jpgIn sostanza abbiamo sempre confuso quella che era la versione ufficiale sponsorizzata dalla Chiesa, per trovare coerenza con le Sacre Scritture, con le credenze diffuse. Non è del resto strano che in un’epoca in cui il passaparola era la principale fonte di informazione, e in cui la vera cultura diffusa era il risultato di questo passaparola, la versione ufficiale che la storia ci tramanda potesse essere totalmente dissonante con ciò che era convinzione dell’uomo comune. Solo successivamente è arrivata la diffusione della cultura tramite i mezzi di comunicazione e la sua conseguente massificazione. E’ proprio il modello della cultura di massa che ci fa sentire così strana questa contrapposizione: siamo talmente addentro ad una cultura veicolata dai giornali, della televisione, dal cinema, che ci pare irreale la possibilità  che l’opinione pubblica abbia una visione delle cose così diversa da ciò che alla storia tramanderemo. C’è da dire che l’evoluzione che l’informazione ha avuto negli ultimi anni, con la diffusione delle reti sociali, ci sta portando lontano da quel modello, verso un modello in cui non necessariamente la versione ufficiale e quella popolare coincidono, anzi forse in futuro una versione ufficiale non esisterà  nemmeno o sarà  comunque estremamente impalpabile. Sarà  forse un futuro libero e democratico, ma nel quale scrivere libri di storia sarà  diventato estremamente difficile.

Oct 4th, 2013

Le solite assurde priorità

Pochi giorni fa il Giudice Sportivo ha duramente sanzionato l’Inter e i tifosi più accesi del tifo interista, obbligando la società  nerazzurra a chiudere la curva che ospita solitamente i suoi sostenitori. La colpa dei tifosi interisti è stata principalmente l’indirizzare nei confronti dei giocatori di colore della Juventus, durante il recente incontro, invettive a sfondo razzista.
Non sarò certo qui a difendere i tifosi razzisti; giusto e doveroso estirpare manifestazione di inciviltà  dagli stadi, ma sarebbe bene mantenere sempre le giuste proporzioni tra colpe e colpe, reati e reati, responsabilità  e responsabilità . Non parlo solo della frequente iniquità  con cui queste manifestazioni vengono punite o meno, si pensi alle pesanti sanzioni verso Sassuolo e Juventus dopo il triangolare estivo contro il Milan, per presunti cori razzisti dei suoi tifosi, ricostruzione smentita poi da un rapporto della Digos (pare che i presunti insulti razzisti fossero stati “salame” e “rifatti il naso”). Dico invece che, per quanto ributtanti possano essere manifestazioni di odio nei confronti di chi abbia diverso colore della pelle, credo sia giusto considerare che ci sia una scala di gravità  nei comportamenti riprovevoli, scala che fa riferimento alle minime regole della convivenza civile, secondo la quale un signore che finisce in ospedale con un polmone perforato è un fatto ben più grave del verso della scimmia fatto all’indirizzo di un calciatore di colore e quindi che la responsabilità  da parte della società  ospitante per non aver difeso l’incolumità  di uno spettatore sia più grave rispetto alla mancata difesa della sensibilità  verso la discriminazione razziale.

Mi riferisco a quanto accaduto durante lo stesso incontro allorquando un gruppetto di tifosi juventini seduto in tribuna aveva l’ardire di esultare al gol della Juve. Accadeva a quel punto, secondo i racconti di alcuni testimoni suffragati dal video qui sopra, che un gruppo di scimmioni partiva allora dalla curva interista per una spedizione punitiva, uno di questi scavalcava la barriera in plexiglas e si lanciava contro i tifosi avversari, difesi però da alcuni tifosi interisti (fortunatamente ci sono ancora persone che vivono in modo sano il proprio essere appassionato di calcio) che lo immobilizzavano e probabilmente “maltrattavano”. A quel punto gli altri scimmioni, visto il proprio simile a mal partito, scavalcavano a loro volta la barriera per scagliarsi non tanto contro i “nemici”, quanto contro i “traditori” che avevano difeso il nemico, mandandone all’ospedale un paio. La gravità  della vicenda, dal mio punto di vista, non sta solo nel solito emergere della cloaca umana che popola le curve calcistiche (N.B. tutte le curve calcistiche compresa quella della mia squadra del cuore. Capisco che per i non calciofili questa è una precisazione inutile e apparentemente anche ingenua ma vi assicuro che non lo è affatto), ma sta soprattutto nel fatto che la cosa si verifichi all’interno dello stadio, in un contesto protetto nel quale c’è un servizio d’ordine composto da diecine di steward che, come il video denuncia, rimangono a guardare, giungendo, a pestaggio finito, a raccogliere cocci di bottiglia e denti rotti.
no-violenza.jpgHo la sensazione che il fatto che il giudice sportivo abbia poi sanzionato l’Inter per i cori razzisti e non per l’ignavia dei suoi steward rientri in quel modo patologico con cui funziona la giustizia sportiva. L’impressione è infatti che la giustizia sportiva non sanzioni la violazione in sé, ma la ricaduta mediatica che ha. Il coro razzista è grave perché lo si sente in televisione, la gente poi ne discute, e la cosa ha una ricaduta di immagine sul calcio come sistema. Quello che accade sugli spalti, o addirittura fuori dallo stadio, lontano dalle telecamere non ha invece nessuna importanza, perché relegato in genere alla cronaca nera. Questa volta il video agghiacciante messo su youtube da uno spettatore presente ha cambiato un po’ la prospettiva, altrimenti l’evento sarebbe stato affogato nell’anonimato come altre volte. Durante il derby di Torino del Dicembre scorso un signore fu malmenato da alcuni tifosi della squadra avversaria, con danni pesantissimi che hanno obbligato il malcapitato a ripetuti interventi chirurgici, ma il canovaccio mediatico per giorni e giorni è stato riempito dalle diatribe sugli striscioni di cattivo gusto, inneggianti ad eventi tragici, sfoggiati dalle tifoserie e al poveretto fu dedicato appena qualche trafiletto.
Però è anche colpa nostra, a maggiore ragione oggi che l’opinione pubblica ha un ruolo più centrale nella strutturazione dell’agenda dei media. Se riporto su facebook la notizia di uno striscione che inneggia all’Heysel o a Superga lo condividono in cento, se riporto la notizia di un tizio malmenato non se la fila nessuno, queste sono le priorità  diffuse e non è strano che i media prima, e la giustizia poi, si adeguino. Forse varrebbe la pena di ripensarci anche perché tra pochi giorni sarà  di nuovo derby della Mole e sarebbe auspicabile che certe scene non si ripetessero.

Sep 26th, 2013

Con Silvio il tempo non passa mai

Devo ammettere che il video non l’ho guardato. Un po’ il poco tempo a disposizione, un po’ soprattutto non mi interessava proprio, anche perché ero convinto che avrebbe detto le stesse cose sempre e infatti da quello che sento è andata così. Ho però letto con molta curiosità  i commenti successivi perché dal mio punto di vista non è Berlusconi ma l’Italia di Berlusconi l’oggetto di interesse. Il commento più ricorrente che ho sentito riguarda l’accusa quasi unanime di aver ripetuto concetti e slogan che sentiamo da vent’anni. E’ un’accusa quasi ingenua, come accusare Trapattoni di essere difensivista. Il tormentone, la ripetizione infinita è la prima strategia mediatica di Berlusconi su cui ha costruito il suo successo e il suo potere: in lui tutto ma proprio tutto si ripete da vent’anni, anche e soprattutto quello che non riguarda la politica.
mike-buongiorno_silvio-berlusconi.jpgLe sue televisioni dall’inizio degli anni ’80 ci raccontano un mondo sempre uguale a sé stesso. Vianello e Mondaini, Mike Bongiorno, Emilio Fede, Rita Dalla Chiesa, Iva Zanicchi hanno attraversato le vite di milioni di telespettatori dando loro l’impressione che il tempo non passasse mai, che fossimo ancora in quei scintillanti anni ’80. Tutta la grande malìa di Berlusconi è sempre stata lì, nel rassicurare il telespettatore che in un mondo in cui tutto cambiava: Internet, l’immigrazione, la globalizzazione, la precarizzazione del mercato del lavoro, c’era sempre un focolare sicuro in cui tutto era sempre uguale a sé stesso.
Il problema non è quindi l’aver confermato una strategia a lungo vincente, ma che noi cittadini siamo invecchiati, quelli per cui certi modelli hanno un significato sono sempre di meno, e una generazione di giovani a cui certi modelli non dicono nulla è cresciuta. La sinistra illiberale, il comunismo, sono concetti che a qualcuno ricorderanno con nostalgia le campagne elettorale degli anni ’70, le ansie della classe media di allora per lo spettro dei comunisti al governo. Ad altri, che quegli anni non hanno vissuto, sono incomprensibili. Oggi la classe media capisce parole come corruzione, tasse, sprechi ma Berlusconi è stato troppe volte al governo perché le possa pronunciare oggi senza suscitare sorrisetti ironici.
Semplicemente non funziona più, la strategia allora vincente ha esaurito fisiologicamente la sua forza. E’ come uno di quei comici di cabaret che da vent’anni ripetono lo stesso tormentone, grande successo un tempo, ora in grado di far ridere solo più gli attempati clienti di un club. E’ vecchio lui, siamo più vecchi noi, è la vita.

Sep 22nd, 2013

Pacifisti vs guerrafondai ed altri miti

pace-e-guerra.jpgNon posso non notare che da quando Obama ha iniziato a manifestare voglia di intervento in Siria, si è scatenato ovunque il confronto serrato tra pacificisti e guerrafondai, filoamericani e antiamericani, filoisraeliani e antiisraeliani (perché Israele c’entra sempre). Ciò che questi confronti hanno in comune è l’approccio tendenzialmente generalizzante e spesso ideologico – La guerra non si deve mai fare/Si vis pacem para bellum – L’America fa sempre i suoi interessi/la Russia fa sempre i suoi – Sotto la rivolta ci sono le mire imperialiste di Israele/non è vero, a Israele fa comodo ci sia Assad.
Sono dibattiti interessanti e talora coinvolgenti, ma la domanda che poi mi faccio io è: “Ma qual è l’elemento di questa vicenda che più di ogni altro mi interessa? Che cada Assad? Che vinca Obama? Che perda Putin? Che alla fine trionfi la democrazia?” La risposta che mi do è che, almeno personalmente, ciò che mi interessa non è né il trionfo delle mie convinzioni in campo di guerra e pace, né la conferma di pregiudizi nei confronti di questo o quel governo, di questa o quella popolazione, e nemmeno le speranze di vedere la democrazia avanzare anche in Medio Oriente, ma è invece la speranza di veder cessare al più presto il conflitto e evitare ulteriori vittime, in sintesi minimizzare i danni. Di fronte a questa constatazione mi chiedo ancora: “Non fare nulla è la miglior soluzione?” Non ho una risposta certa, ci sono contesti in cui un intervento esterno ha posto fine al conflitto (esempio la Bosnia), ci sono contesti in cui l’intervento è fallito (vedi Somalia) e ci si può arrovellare finché si vuole sulle motivazioni e su cosa potrebbe succedere in Siria, ma stranamente è un dilemma che sembra si pongano in pochi. I più preferiscono indagare doppi fini, retroscena, mire dell’uno o dell’altro. Non che abbiano sempre torto. Personalmente non ho dubbi che le preoccupazioni di Obama non siano focalizzate sulle stragi di civili, ma sul rischio di instabilità  della regione, sulla nascita di un regime islamico magari incontrollabile, il tutto ai confini con Israele. Non ho nemmeno dubbi che la resistenza di Putin ad avallare l’attacco sia una strenua difesa di uno dei suoi pochi alleati nel mondo arabo e il tentativo di scongiurare una crescita di influenza occidentale nel Medio Oriente. Ognuno degli attori sta perseguendo i propri interessi, spesso molto bassi, come sempre fa, ma da cittadino, a cui non preme altro che veder sconfitta la barbarie della guerra civile, tra le ipotesi sul tavolo prendo quella che mi si presenta, in modo convincente, come la migliore al fine di far cessare il conflitto appena possibile, indipendentemente dalle scelte di che ho campo fatto in passato. Non mi sentirei incoerente se, dopo esser andato in piazza contro la guerra in Iraq, mi dicessi favorevole ad un intervento in un altro contesto, ammesso che valga quanto sopra. Non dico che tutti gli altri non siano elementi rilevanti (il mercato delle armi, l’espansionismo americano, il ruolo di Israele, eccetera), ma nella mia scala etica essi vengono dopo la preoccupazione per chi muore sotto le bombe. Concludendo: non sono certo che un intervento occidentale porrebbe fine al conflitto ma appoggerei senza esitazione l’intervento se lo fossi, perché ciò è in linea con i miei auspici.
Non voglio dilungarmi oltre sul tema che non prelude purtroppo ad una mia approfondita analisi sullo scenario siriano, ma che mi serve invece solo per sottolineare la strana abitudine che molti hanno, di fronte ad una scelta, di propendere non per quella che ha le conseguenze più in linea con i propri valori, ma per quella che dà  continuità  alle scelte di campo fatte. Ci si dimentica così che le scelte di campo le facciamo per scegliere il campo che meglio difenda i nostri valori e non vale il viceversa, non è che una volta scelto un campo dobbiamo stare da quella parte per sempre “senza se e senza ma”, altrimenti tanto valeva scegliere il campo tirando una monetina. Sto parlando di quelli che votano per trent’anni per lo stesso partito anche se ha cambiato completamente programma, sono quelli che vanno sempre a comprare nello stesso negozio anche se ha cambiato dieci volte gestione, sono quelli che comprano sempre lo stesso giornale anche se ha cambiato completamente taglio. Lo so che è umano, lo so che anch’io ogni volta che sento qualcuno esprimere un parere non riesco a non ricordarmi per quale partito politico vota o qual è la sua opinione su un certo argomento, lo so che anch’io tendo a consultare più frequentemente le fonti di informazioni che sono più in linea con le mie convinzioni e quindi mi alimento di idee affini alle mie. Però è sempre bene ricordarsi che la fazione, il partito, lo schieramento è uno strumento per sostenere le nostre idee e i nostri valori, non deve essere un serbatoio a cui attingere per decidere che posizione prendere nelle discussioni al bar o su Facebook, altrimenti diventiamo noi dei soldatini dell’intelletto e specialmente per un sedicente pacifista sarebbe davvero il colmo.

Sep 19th, 2013

Vacanze in Salento

dscn3470.jpgHo sempre trovato che, quando passi le vacanze lontano dai luoghi a te consueti, l’emozione nel raccontare ciò che hai visto sia una degli aspetti più gioiosi della vacanza stessa. Forse per questo faccio fatica a privarmi di un viaggio durante le ferie. Quest’anno la mèta del viaggio è stato il Salento dove abbiamo trascorso, insieme alla mia famiglia, una diecina di giorni. E’ una terra affascinante e ci sono molto cose che val la pena di raccontare.
Parto con una curiosità , per noi norditalici abbastanza insolita. All’arrivo all’aeroporto di Bari mi sono ritrovato le mani doloranti, come quando ti si infilano le schegge di legno nei polpastrelli. Veniva in mio soccorso mia moglie che mi spiegava essere l’effetto del vento, abbondante in quel momento, che trascina con sé le minuscole spine dei fichi d’india che si depositano dappertutto e vengono quindi facilmente raccolti dalle mani di qualche malcapitato come il sottoscritto.
I primi quattro giorni pernottavamo a Torre Vado, in un albergo denominato Centro Turistico Alberghiero delle Rose. Un posto davvero bello, accogliente e moderno. Da non perdere soprattutto le torte servite a colazione, ogn mattina una mezza dozzina di torte sempre diverse, il nirvana degli amanti del genere (tra cui mi annovero). Torre Vado è molto vicino alla Marina di Pescoluse, molto apprezzata dalle guide turistiche ed effettivamente dotata di spiagge ragguardevoli anche se più affollate di quanto non ti aspetteresti.
Dopo quattro giorni ci siamo poi spostati in un residence (sistemazione solitamente disponibile solo sulla settimana) a Torre San Giovanni, quindi leggermente più a occidente. Qui la costa era varia ed alle spiagge sabbiose con litorale basso, adattissimo al bagno dei bambini, si alternavano scogliere più adatte ai nuotatori più esperti.
dscn3528_small.jpgIn entrambe le località  le spiagge erano apprezzabilmente pulite anche se forse più affollate di quanto avevamo previsto. Gli stabilimenti attrezzati erano confortevoli, con l’unica pecca dell’assenza generalizzata di spazi-gioco dedicati ai bimbi.
Da non amante della vita di spiaggia ho spesso trascinato la mia famiglia in visita alle cittadine della zona e va detto che quelle che abbiamo visto erano tutte degne di una visita. Bella Santa Maria di Leuca, molto bella Gallipoli, splendide Otranto e Lecce. Consiglio caldamente l’aperitivo a base di frutti di mare e vino bianco al mercato del pesce di Gallipoli: una simpatica esperienza enogastronomica.
Come commento generale, la cosa che saltava all’occhio era la composizione quasi esclusivamente italiana dei non pochi turisti presenti in zona. Credo non sia un problema di strutture turistiche, visto che quelle che abbiamo visto erano pulite e curate, anche perché ospitate in edifici moderni e attrezzati. Il problema che tiene lontano i turisti stranieri temo sia la scarsità  di servizi: pochi negozi e spesso poco forniti (trovare del latte fresco era un impresa), pochi distributori di benzina, pochi sportelli bancomat, pochi distributori di carburante, poche edicole. Non ho idea se il problema sia una carenza di spirito imprenditoriale o se sia il tessuto sociale locale a respingere nuove iniziative (qualche spunto interessante l’ho raccolto da alcune notizie trovate in Rete), ma certamente per un turista che arrivi da lontano le carenze di cui sopra costituiscono un notevole freno. Un peccato, considerando che dietro a molti dei lati positivi della vacanza sopra enumerati c’è sicuramente un notevole sforzo individuale da parte di esercenti e amministratori locali.

Sep 13th, 2013

La casa ai tempi dell’IMU

monopoli.jpgPer parlare di IMU vi parlerò un po’ di me stesso. Sono infatti proprietario di un’autorimessa a Settimo Torinese, ricordo dei tempi in cui abitavo là  e mai venduta quando mi sono trasferito altrove, nella convinzione che un’autorimessa sia facile da affittare e sia quindi un “capitale da far fruttare”, come si diceva un tempo. Da una diecina d’anni quindi la affitto e per i primi anni ho avuto un affittuario preciso e puntuale dei pagamenti che mi ha convinto di aver avuto una buona idea a tenerla. Una volta però che il primo affittuario non ha avuto più bisogno del garage è subentrata una signora che, dopo un paio di anni di pagamenti regolari ha iniziato a diventare sempre più latitante. La dinamica è: non ti pago più, non rispondo al telefono, poi dopo un po’ di solleciti pago un po’ di arretrati e poi smetto di nuovo. Sono così andato avanti per paio di anni, non solo ritardando le entrate, ma anche pagando le tasse su un reddito ancora non percepito; infatti al fisco non interessa che tu abbia effettivamente ricevuto l’affitto, gli basta sapere che c’è un contratto che lo prevede. Se quel contratto non è rispettato sarà  il locatore, cioè io, a fare denuncia appoggiandosi ad uno stimato professionista (che vuole essere ovviamente pagato) e chiedere lo sfratto, richiesta che però viene poi cancellata se l’inquilino moroso paga. Tutto questo ovviamente non ha senso per le poche decine di euro di affitto che rende un’autorimessa. Conseguentemente mi ritengo fortunato del fatto che la signora in oggetto abbia concordato ad un certo punto di rescindere consensualmente il contratto, concedendomi quindi finalmente la possibilità  di riaffittare l’autorimessa.
Mi resi conto da subito che il mercato non era più quello di qualche anno prima e per quasi un anno l’autorimessa rimase sfitta. Pochissimi erano gli interessati, quasi sempre messi in fuga dall’affitto che chiedevo, che pure avevo già  ridotto rispetto a quanto chiesto in passato. Finalmente nel Marzo scorso, dopo ulteriore abbassamento della mia richiesta, trovo un affittuario, blocco l’autorimessa, firmiamo il contratto, lui mi versa il primo mese di affitto in anticipo, e faccio la registrazione. Sono passati da allora cinque mesi e il signore mi deve ancora pagare il secondo mese di affitto.
Nella sostanza da anni ho un capitale che ha entrate incerte e da un anno e mezzo nulle e su quel bene pago, oltre alle spese condominiali, l’IMU, dopo aver pagato in passato l’ICI, e questo per il solo fatto di averlo, benché non produca alcun reddito. Il prossimo anno tra l’altro, se il locatore moroso non se ne va prima, pagherò anche l’IRPEF su un reddito che non ho mai percepito.
Una casa non è un’autorimessa, certo, ma chi affitta case mi dice che le vicende di “conduttore” di casa non sono meno complesse e spesso costose delle mie, con la differenza che dare lo sfratto all’affittuario di un’abitazione può essere meno sfavorevole in termini di costi/benefici ma è un’azione che tendi comunque a non fare, per ovvi motivi etico-morali.
Tutto questo per dire che tassare la casa è una misura che può avere senso in tempi di vacche grasse, ma che può diventare vessatoria e odiosa laddove, come oggi, la casa smette di essere un reddito ma è solo un peso. Per questo introdurre l’IMU, come fu fatto a suo tempo, è stata una scelta inopportuna. Meglio semmai sarebbe stato aumentare l’IRPEF, almeno quella è calcolata su un reddito percepito (tranne i casi di cui sopra) e non sul reddito aleatorio di un immobile.
L’unico senso che poteva avere era quello di una malintesa tassa su un presunto bene di lusso, tenendo in considerazione che c’era comunque una soglia di esenzione al di sotto della quale non si pagava. Ma in questo caso la soglia di esenzione avrebbe dovuto essere ben più alta: dire ad una famiglia di quattro persone che vive in una casa di 100 metri quadri che vive nel lusso può sembrare una presa in giro.
In definitiva se il senso della tassa era quella di penalizzare il lusso eccessivo allora non ha senso adesso abolirla per tutti, equiparando un modesto appartamento ad un villone; se il senso invece era tassare un presunto potenziale reddito allora è una fesseria come già  spiegato sopra. E qui viene il punto fondamentale, perché le forze politiche (PD, PdL e montiani tra tutti) che oggi aboliscono l’IMU sulla prima casa sono le stesse che la approvarono così com’era un anno fa. Un po’ come il muratore che fa per sbaglio un buco nel muro e poi ti fa passare come un favore personale il fatto di ripararlo.
C’è di più: le risorse necessarie per l’abolizione dell’IMU sulla prima casa sono state individuate in una serie di tassazioni una tantum e dall’esito, in termine di riscossione, tutt’altro che certo. Non è quindi escluso che tra pochi mesi ci sia bisogno di una manovra correttiva, dopodiché arriverà  la Service Tax per i comuni e apparentemente ripagheremo tutti. Con tutto ciò rimane invece l’IMU sulla seconda casa inopportuna, per i motivi sopra esposti, esattamente come quella sulla prima.
In definitiva quello sull’IMU è stato un balletto penoso che dimostra solo l’incapacità  progettuale di una classe politica che sa solo vivere alla giornata promettendo prima l’impossibile per vincere le elezioni, per poi cercare di mantenerlo a spese di qualunque criterio di buon governo. Spiace constatare che, con lo stesso spirito incentrato sul vivere “alla giornata”, molti contribuenti si stiano spellando le mani per applaudire i fautori di questa danza macabra.

Sep 3rd, 2013

L’Italia del parco giochi

Quest’estate, durante un breve periodo di villeggiatura nella costa ligure di Ponente, mi è capitato un episodio spiacevole ma tanto significativo, rispetto a molte cose che ho raccontato nel passato su questo blog, che ho pensato valesse la pena di farne parte ai lettori de “Il Colore del Grano”.
arma_taggia_lungomare.jpgEro con mia moglie e mia figlia al parco giochi di Arma di Taggia che frequentiamo assiduamente quando siamo da quelle parti e Matilde, che compie a Ottobre 3 anni, era intenta ad una vorticosa full immersion di scivolo (nel parco giochi in oggetto ce ne sono due uno davanti all’altro). Mi capitava ad un certo punto di notare un bambino tra i 4 e i 5 anni che si muoveva in modo piuttosto brusco e prepotente tra scivoli ed altalene, non rispettando la coda, spingengo via gli altri bimbi e così via… Capirete che un bambino di 5 anni si arrampica su uno scivolo molto più velocemente di un bambino più piccolo ed è quindi normale che, se non moderato dai genitori, possa dimostrare insofferenza nel momento in cui se lo ritrova davanti sulla scaletta. Succedeva proprio così infatti quando poco dopo il bambino prepotente trovava davanti a sé Matilde che stava lentamente affrontando il primo scalino dello scivolo più grande. Il bambino non aveva nessuna intenzione di rallentare il suo gioco e quindi allungava la mano davanti a quella di mia figlia per cercare di passarle davanti. Visto che, insieme a mia moglie, insegniamo sempre a mia figlia a rispettare gli altri, mi sentivo in dovere di dimostrarle che il comportamento del bambino era sbagliato; così, in tono pacato ma deciso, dicevo al prepotente: “Bambino, non tocca a te, tocca alla bimba!”. Il bambino si fermava guardandomi con un’espressione interrogativa e mia figlia, rincuorata dall’intervento paterno, completava il primo gradino. Ripresosi dallo stupore per un intervento inatteso e evidentemente non compreso, il bambino però ripartiva alla carica facendo a sua volta il primo gradino e allungando il braccio verso Matilde, come a volerla spinger giù. Percepivo la situazione di pericolo e quasi guidato meccanicamente dall’istinto di protezione genitoriale, infilavo le braccia sotto le ascelle del bimbo prepotente bloccandone la salita e scongiurando conseguenze peggiori.
Ho poi ripensato spesso a quel momento e mi sono chiesto se altre azioni non sarebbero state più sagge e avvedute, ad esempio proteggere piuttosto mia figlia da un’eventuale caduta ma, sia perché mi era più facile nella posizione in cui ero, sia perché instintivamente in una situazione di pericolo si cerca di fermare la causa del pericolo prima che la possibile vittima, sono portato a ritenere che l’azione che ho compiuto sia stata quella che qualunque genitore premuroso avrebbe fatto al posto mio. Capisco che a nessun genitore fa piacere che un estraneo tocchi, sebbene in modo innocuo, suo figlio, ma ci sono situazioni in cui può succedere di essere costretti a farlo.
Risolta la situazione mi volgevo verso un signore, alto a palestrato, che era accorso nel frattempo e che immaginavo essere il padre del bambino, con espressione di garbato rimprovero; ma la sua reazione non era certo quella di porgere le sue scuse. Mi metteva un dito sotto il naso e mi diceva digrignando i denti: “Tu però le mani addosso a mio figlio non le metti”. Ne nasceva una discussione animata in cui il tizio mi minacciava di ritorsioni fisiche, trattenuto da una signora che capivo poi essere la madre del bambino, la quale più pacatamente chiedeva spiegazioni su quello che era successo. La ricostruzione che ne facevo sembrava averla tranquillizzata e si allontava con il marito, che pure mi guardava ancora con occhi rancorosi. Passava qualche decina di secondi, durante i quali la situazione pareva tranquillizzata e avevamo quindi ripreso a seguire nostra figlia nelle sue evoluzioni, quando era questa volta la madre del bimbo ad avvicinarsi a me. Non so se il marito o il figlio le avevano nel frattempo raccontato una versione diversa dei fatti. Sta di fatto che il suo volto era adesso completamente trasformato in un’espressione rabbiosa e mi urlava in faccia, con la voce rotta dall’emozione: “Guarda che se metti ancora le mani addosso a mio figlio chiamo i carabinieri!” e poi aggiungeva di conoscere il comandante dei Carabinieri di non ho capito dove e che mi avrebbe fatto mandare in galera.
L’episodio si concludeva così senza ulteriori ripercussioni: la mia faccia ne usciva intera così come la mia fedina penale, ma ho trovato molte cose su cui riflettere degli eventi di quei pochi minuti.
Il primo è indubbiamente il malinteso senso di protezione che anima molti genitori, che è lo stesso per cui il genitore, pur ignorante, si sente autorizzato a contestare l’insegnante che ha dato un brutto voto al figlio. Il signore palestrato non era vicino a me, non ha visto la scena e non poteva giudicare se il mio intervento fosse stato provvidenziale, appropriato o fuori luogo, ma ha comunque deciso che non dovevo toccare suo figlio, così come il genitore dello studente si sente in grado di stabilire che l’insegnante di letteratura che ha dato un brutto voto a suo figlio si sbaglia anche se non sa nemmeno chi sia Montale. Questo comportamento è parente stretto di quello che Banfield chiamava familismo amorale, ovvero quel fenomeno tipico del nostro paese per il quale tendiamo a creare attorno al nostro recinto familiare una barriera, attraverso la quale non valgono o valgono debolmente le regole minime di convivenza e cooperazione civile e le categorie di bene e male, che invece vengono applicate all’interno del recinto. C’è uno steccato che è quello della nostra famiglia che queste persone proteggono indipendentemente dagli eventi e rispetto al quale impediscono qualunque invasione. Nessuno di quei due genitori ha negato che il comportamento del loro figlio fosse oggettivamente biasimevole in base alle regole socialmente condivise, ma hanno considerato questo fatto irrilevante rispetto all’invasione di campo che avevo compiuto nel fermare il loro figlio.
Il secondo elemento è il rapporto con l’istituzione sociale. Il padre che, una volta precisato che avevo violato il suo recinto e quindi meritavo una reazione, non si appellava ad un’autorità  esterna ma a sé stesso e alla sua possanza fisica per riaffermare il suo potere sul “recinto”. Anche qui c’è il disconoscimento di qualunque autorità  esterna, non solo il genitore dell’altro bambino, ma anche di un’autorità  terza. C’è lui, il difensore del recinto, e io, l’invasore da allontanare, eventualmente con la forza, nessun altro è preso in considerazione. Quando poi l’autorità  terza entra in gioco, nelle minacce della madre di denunce ai Carabinieri, non è un’autorità  super partes che applica in modo imparziale una legge dello Stato che tutela i bambini. E’ un amico, un conoscente, uno che non sta propriamente dentro al recinto ma che può essere reclutato per difenderlo in nome di un idea di “clan” ovvero di una sorta di recinto allargato. Uno che dall’alto del suo potere può permettersi di punirmi senza che il marito si sporchi le mani.
Se ripercorro questi punti noto che di molti dei vizi descritti ho già  parlato su questo blog e che sono tra quelli che più contribuiscono a dare un’immagine ignorante e arrogante degli abitanti del nostro paese. Inutile dire inoltre che in tutto questo la prima vittima di questi comportamenti è proprio il bambino che, dalla reazione di padre e madre certamente non ha capito di avere sbagliato, ma di essere semmai stato assolutamente nel giusto a volersi far largo sullo scivolo, e la prossima volta gestirà  ancora peggio la sua impazienza e esiterà  ancora di meno a spingere un bambino lento giù dalla scaletta.
Anch’io qualche volta mi chiedo perché passo del tempo a scrivere di comportamenti come questi in questo blog. In fondo spesso mi riferisco a fatti lontani di cui, a pensarci bene, senza l’altoparlante mediatico, non avrei forse mai avuto notizia. Poi capita di finire in mezzo a prepotenza, maleducazione e arroganza e di correre il rischio che una serata di vacanza finisca malamente. Allora capisco perché lo faccio: per poter sperare un giorno di poter passare una tranquilla serata estiva al parco giochi con la mia famiglia.

Aug 28th, 2013

A carte scoperte

Dopo lunga agonia alla fine è successo. E’ successo quel che sarebbe potuto succedere già  molte volte ed è stato scongiurato altrettante volte da leggi ad hoc, prescrizioni un po’ tirate per i capelli e altre scappatoie. E’ successo che il conflitto ventennale tra gli interessi del Paese e quelli personali di un uomo sia arrivato ad un punto probabilmente di non ritorno. Sia arrivato con le conseguenze prevedibili. E’ bastata infatti la conferma in Cassazione della sentenza di condanna per Berlusconi sulla vicenda dei diritti Mediaset per far scattare come un perfetto meccanismo tutto l’armamentario mediatico che ben conosciamo. La tv Mediaset a fare da palco per la difesa, i notiziari e i quotidiani all’attacco su tutto, giudici, avversari politici, Napolitano. Si passa con disinvoltura dalla richiesta piagnona della grazia alle minacce più o meno velate di escalation di piazza, di siluramento del governo, del Parlamento, di tutto, purché si salvi Silvio. Si parla già  di un governo PD-M5S, ma mi pare più probabile un ritorno alle urne, cosa che in una situazione economica come quella attuale sarebbe davvero deleteria soprattutto perché verosimilmente non risolverebbe il problema.
esercito-di-silvio.jpgDirei che oggi più che mai scontiamo l’insensatezza di chi ha permesso che un’organizzazione come quella che sostiene Berlusconi occupasse uno dei due tradizionali schieramenti, quello di destra, e ne facesse il quartier generale di un sistema il cui unico vero obiettivo era consentire al capo di potersi permettere il suo stile di vita, fatto di furbate ed eccessi, senza fare passi indietro rispetto al proprio impegno politico. Oggi che l’intero schieramento di destra in modo così sfacciato mette da parte qualunque istanza politica per utilizzare il proprio peso istituzionale ai fini degli interessi di una persona, che per di più non ha nemmeno un ruolo istituzionale, anche i meno avveduti si rendono conto che tutto un sistema di potere è stato messo in piedi al solo scopo di giungere pronti per questo giorno. Giornali, tv, un esercito di giornalisti, molti dei quali in passato hanno manifestato idee profondanemente contrarie, sono state negli anni arruolate nell’esercito di Silvio. In questi giorni li vediamo tutti all’opera: chi scrive cerebrali articoli di fondo, chi sfodera tutti gli scheletri nell’armadio degli avversari politici, dei magistrati, di chiunque ostacoli i piani del capo. Oggi che giungiamo al redde rationem, oggi che il braccio politico di questa organizzazione pare sul punto di abbandonare il paese al suo destino per salvare il suo capo, tutto ciò acquista un senso ancora più chiaro e se si vuole sorprendente. Un sistema politico costruito solo ed esclusivamente per gli interessi di un uomo e che con la caduta di quell’uomo rischia di disfarsi è un fatto forse senza precedenti nella storia della democrazia moderna. Ben lungi dal gloriarci di questo primato sarebbe bene che chi ha continuato a dirci che non era Berlusconi il problema ci spieghi come conta di uscire adesso da questo tunnel istituzionale, che chi ci ha raccontato che “Pd=Pdl” ammetta di averci detto la più dannosa delle fesserie e cerchi di rimediare.
Oggi che l’organizzazione berlusconiana ha messo le sue carte sul tavolo, ha sfoderato le sue armi e le sta usando o si prepara a farlo è il caso che chi di quell’organizzazione non fa parte, chi voglia difendere gli interessi del paese in questo oscuro frangente, si faccia un bell’esame di coscienza e si chieda se non sia il caso di unire le forze del paese a cui semplicemente di Berlusconi non importa più che di qualunque altro cittadino, per ridare un minimo di speranza a una nazione in ginocchio.

Aug 5th, 2013
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