Fucili russi

Nell’Ottobre del 2006 l’allora Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, in occasione del Consiglio Europeo di Lahti, rimase molto irritato per alcune critiche rivolte alla Russia, in particolare per il ruolo sempre più importante della Mafia in quel paese. Putin reagì piccato ricordando che la “Mafia” è una parola italiana e quindi la culla della Mafia non poteva essere considerata soltanto la Russia.
Questa affermazione, che per alcuni in Italia suonò offensiva, per altri risultò forse la semplice sottolineatura di indubbie affinità  tra il nostro Paese e la Russia, e così la nuova maggioranza di governo ha pensato bene di iniziare questo quinquennio con un vertice proprio con lo “Zar” che nel frattempo ha passato la carica al suo delfino Medvedev. Il vertice è tra l’altro ruotato attorno al possibile rientro nell’affare Alitalia dell’Aeroflot. D’altra parte, quando si parla di assistenzialismo pubblico, chi meglio degli ex-comunisti per dare una mano?
Succede poi che ad una conferenza stampa organizzata nell’ambito del summit una giornalista russa, tale Natalia Melikova, rivolge una domanda imbarazzante a Putin. Nulla di troppo scomodo: una vicenda di gossip, ma il leader della maggioranza che si appresta a governare l’Italia scioglie subito l’imbarazzo del suo amico mimando un fucile che punta verso la giornalista. Il gesto è di per sè di cattivo gusto, ma diventa sinistro se si ricorda che in Russia negli ultimi anni sono stati ammazzati, in circostanze per lo più mai chiarite, ben 21 cronisti, tra i quali la giornalista russa più nota in Occidente, oltre che grande oppositrice di Putin, Anna Politkovskaja. Certo, visto il successo che negli italiani ha riscosso la metafora del fucile, era da prevedere che sarebbe stata riutilizzata diffusamente, ma la circostanza suscita certamente altri dubbi.
Cosa ci vuol suggerire, con questo episodio, la classe politica che si appresta a governare questo Paese? Dobbiamo interpretarlo come un auspicio che anche da noi i giornalisti scomodi possano essere impallinati? Non credo. Fortunamente in Italia il problema è risolto alla radice: giornalisti scomodi non ce ne sono mai stati.

Berlusconi

Apr 21st, 2008

Una serata rilassante

Serata rilassante all’Olimpico per il recupero Juve-Parma che ci spiana la strada verso la qualificazione in Coppa dei Campioni. Dobbiamo molto al Parma che pareva più un gruppetto di vacanzieri richiamati per una serata benefica allo Stadio Comunale di Milano Marittima che una squadra di Calcio professionistica in lotta per la permanenza in Serie A.
La Juve segnalava il rientro di Palladino che dimostrava che nemmeno il lungo riposo ha giovato alla sua causa. Per carità , giocava a tratti anche bene, faceva anche un gol ma il suo modo di stare in campo continua a trasmettere la stessa vigoria ed aggressività  di una partita a ramino tra aristocratici inglesi e la cosa non ne fa propriamente un beniamino del pubblico.
Le prime schermaglie segnalano subito una buona Juve che mette alle corde il Parma che cede già  al 17′ quando il portiere parmense Bucci esce a prendersi un caffè, Chiellini non lo aspetta e indirizza una capocciata verso la porta, Trezeguet gioca un po’ a flipper con il palo mandando il tilt l’assistente che non si accorge del fuorigioco di David e convalida il gol.
Di lì e tutta discesa con Palladino che raddoppia poco dopo e Morrone che, in spregio alle direttive del Pontefice, pratica l’eutanasia agli emiliani indirizzando un geniale spiovente verso la propria porta. Chiude la serata Fernando Couto, che si segnala sempre per la sua estrema correttezza, prima rifilando un bel cazzotto a Chiellini e poi, non contento, se la prende pure con l’arbitro che lo manda sotto la doccia. Il portoghese meriterebbe i fischi del pubblico ben più del portiere Bucci, preso di mira invece tutta la sera dai tifosi juventini che non dimenticano un gesto dell’ombrello rivolto ad essi, durante un Juve-Parma di un paio di anni fa, e la cui foto riporto in calce. La cosa sconcertante è che Bucci è considerato uno dei giocatori più corretti ed intelligenti che siano in circolazione, direi che è tutto dire…
A conclusione della serata la Fiorentina è a 8 punti, il Milan a 12. Il terrore di rimanere per un altro anno fuori dall’Europa è lontano ed il sollievo si sente palpabile nel popolo bianconero.

Bucci fa il gesto dell'ombrello

Apr 18th, 2008

Cominciamo bene

Non c’è stato nemmeno il tempo di commentare i risultati elettorali e la novella maggioranza elettorale, nella persona del suo leader, ha già  messo il suo marchio su questa legislatura con il primo incidente diplomatico. Commentando la numerosa presenza femminile nel nuovo governo Zapatero il nostro imminente nuovo Presidente del Consiglio non ha perso occasione di tirare in ballo qualche luogo comune sulle donne, suscitando l’unanime condanna del mondo politico spagnolo (sia di destra che di sinistra perché da quelle parti su questioni di educazione e serietà  non ci si divide in schieramenti).
Intendiamoci: chi di noi ogni tanto non cede all’impulso di essere becero, volgare e sboccato? Solo che esistono delle convenzioni sociali della cui necessità  siamo consapevoli e allora quando ci scappa un’affermazione del genere ci guardiamo intorno sperando che non ci abbia sentito nessuno che possa nutrire dubbi sul fatto che scherzassimo, cerchiamo complicità  in chi ci ha ascoltato, cerchiamo in altre parole di nascondere quel nostro aspetto e di presentare un volto socialmente accettabile e questo non per conformismo, ma per la consapevolezza che esistono dei vincoli sociali che ognuno di noi deve rispettare per poter vivere in un contesto civile.
Oggi che in Italia questo contesto civile sta progressivamente andando in pezzi non ci si deve stupire che una vasta parte dell’opinione pubblica consideri benevolmente un politico che gigioneggia, che mette alla berlina tutto e tutti come si farebbe in una serata conviviale.
In un paese civile le istituzioni, tra cui la politica, dovrebbero avere tra le altre cose un ruolo esemplare. Oggi l’esempio lo consideriamo solo una fastidiosa forma di condizionamento e quindi preferiamo l’istituzione che è come la parte peggiore di noi, piuttosto che quella che ci spiega come dovremmo essere, perché non ci crea fastidiosi sensi di colpa e di inadeguatezza. Come ci ha ricordato Fini poco tempo addietro la classe politica attuale per stilare la sua agenda non fa analisi e progetti, semplicemente entra in un bar e sente di cosa parla la gente ed il risultato è l’Italia di oggi.

Apr 17th, 2008

Ci va bene così

Provate ad immaginare che qualcuno vi dica che in paese generico, tipo il Kenesostan, si siano svolte le elezioni. Supponiamo che vi dicano che uno dei candidati (non importa se di destra o sinistra) è un uomo che si candidava per la quinta volta a guidare il paese e che nel passato già  per due volte aveva governato, l’ultima tra l’altro in anni recenti, dal 2001 al 2006. Supponiamo infine che vi annuncino che questo signore ha avuto ieri un nettissimo successo elettorale. Che immagine avreste di un paese così? Forse di un paese in crisi? Forse di un paese in declino? Forse di un paese insoddisfatto della sua classe politica? Direi proprio di no. Per quanto mi riguarda l’impressione che ne avrei è di un paese che gode di un benessere sufficiente o, tuttalpiù, che non chiede granché più di quello che ha.
Per questo continuo a pensare che alla fine l’Italia ci va bene così, perché è come siamo noi, perché ci riconosciamo di più nell’Italia così com’è che in quei modelli mitteleuropei o anglosassoni che qualcuno ci vorrebbe propinare. Questo vuol dire declino? Pazienza, sarà  un declino fisiologico. Preferiamo illuderci di una “italian way” al ventunesimo secolo piuttosto che rincorrere modelli altrui che cozzano contro le nostre abitudini consolidate. Certo magari mugugniamo, ci lamentiamo ma preferiamo la via già  nota, piuttosto che l’incerto, l’azzardo.
Io credo che molti di quelli della mia generazione, che hanno vissuto Tangentopoli durante una fase di giovanile entusiasmo della propria vita, erano intimamente convinti che con la fine del monopolio politico della Democrazia Cristiana saremmo diventati un paese nuovo, con una classe politica efficiente ed in continuo ricambio, che avrebbe trainato il paese verso modelli che sapevano di modernità . Abbiamo continuato a pensarlo ancora per molto, nonostante tante cose ci invitassero a vederla diversamente. Forse oggi è caduta anche l’ultima illusione.

Apr 15th, 2008

Calcio elettorale

A corollario di Juve-Milan devo aggiungere che, dopo l’incontro, la trasmissione televisiva serale di RAIDue che offre le immagini degli anticipi del Sabato, ci spiegava che l’intervento di Maldini su Grygera era spalla contro spalla dando un’interpretazione interessante dell’anatomia del ceco; inoltre a tarda ora sentivo il Giornale Radio di Radiouno annunciare nei titoli della pagina sul Campionato di Calcio che la Juve ha vinto l’incontro grazie ad una punizione che non c’era.
Probabilmente qualcuno in RAI si stava già  posizionando in vista del previsto esito elettorale.

Apr 15th, 2008

La caviglia di Momo

E’ stata la serata del Capitano che ha incantato la platea quanto da anni non succedeva, è stata la serata di Brazzo che con una doppietta ha spianato la strada alla vittoria nella serata forse più importante della stagione, ma è stata soprattutto la serata di Momo e della sua caviglia miracolosa e miracolata che ha deciso un avvincente Juventus-Milan.
Succede infatti che al 21′ della ripresa Bonera, evidentemente stufo dello spadroneggiare di Sissoko, decide di risolvere la questione come si usa nei campi di terza categoria, cioè con un’entrata assassina che su quei campetti scatena solitamente una rissa generale. Bonera allunga la gamba tesa, col piede a martello proprio sull’interno caviglia del maliano. La caviglia viene scossa come la chiglia di una barca nel mare in tempesta, trema, vibra ma resiste. Avremmo potuto ritrovarci con un ex-giocatore ed invece ci siamo ritrovati con Bonera, che forse giocatore non è mai stato, espulso dal campo, con tutta l’ignominia del caso, ed il Milan indirizzato verso la sconfitta che di lì a poco Salihamidžić avrebbe confezionato.
Era iniziata bene la sfida per i colori bianconeri, con una Juve spigliata ed aggressiva che prendeva possesso del centrocampo e metteva in difficoltà  il Milan con una serie di iniziative di Del Piero che si dimostrava in serata di grazia. Erano passati 11 minuti dal fischio di inizio quando il Capitano si insinuava nell’area rossonera e si esibiva in quello che pareva un cross sbagliato ed invece di metro in metro si scopriva essere un diagonale vincente che nemmeno la lunga gamba del portiere Kalac riusciva ad intercettare…
C’era giusto il tempo di notare che era la prima rete del Campionato che la Juve segnava nei primi 15 minuti di una partita ed ecco che si risvegliava il Milan: Favalli fuggiva via sulla sinistra approfittando della distrazione di Grygera e porgeva un pallone invitante ad Inzaghi che mandava imperdonabilmente a lato. Il Milan dimostrava di aver imparato bene la lezione ripetendo un minuto dopo la stessa azione, Grygera dimostrava invece di essere un alunno distratto e questa volta era Kakà  a sfuggirgli, saltare Chiellini ed offrire ad Inzaghi il pallone dell’1 a 1. La Juve sembrava colpita, la difesa sbandava ancora paurosamente ed arrivava ineluttabile il gol dell’1 a 2, conseguenza di un fuorigioco maldestramente orchestrato dalla nostra linea difensiva. Imbarazzante quasi quanto la nostra difesa era la direzione di gara di Rocchi che probabilmente sentiva il peso della vigilia elettorale e così permetteva a Simic di martoriare il Capitano senza conseguenze disciplinari.
Il primo tempo sembrava scivolare via senza speranza quando Ale rubava un pallone con un sapiente tackle su Maldini pilotando la magica sfera verso Camoranesi, cross verso David che si avventava sul pallone giocando di sponda con i guantoni di Kalac e consentendo a Brazzo di gonfiare la porta milanista.
Il secondo tempo iniziava come il primo con la Juve a giostrare a centrocampo ed il Milan ad aspettare cercando di ripartire, ma senza la freschezza mostrata all’inizio. La Juve però faticava ad essere pericolosa finché non giungeva il momento della caviglia di Sissoko.
Quando il maliano rientrava in campo con l’aura del miracolato, proprio come Warren Beatty in “Il paradiso può attendere“, mentre il pubblico scandiva il suo nome come se fosse alla Juve da una vita, il finale della gara sembrava essere già  scritto. La Juve prendeva possesso del campo e quando al 35′ Maldini con una spallata travolgeva Grygera il guardalinee, evidentemente meno sensibile di Rizzoli agli orientamenti della maggioranza dell’elettorato, segnalava il fallo che Camoranesi trasformava in uno spiovente, sul quale ancora Brazzo svettava in libertà , regalando alla Juve una vittoria che sa di tranquillità  per il finale del Campionato.
Il gran finale vedeva prima Stendardo e poi Del Piero intenerirsi davanti a Kalac e poi l’arbitro Rocchi, in clima sempre più elettorale, prima prolungare di mezzo minuto l’incontro e poi fischiare la fine proprio mentre il Capitano stava per calciare nella porta lasciata vuota da Kalac il gol del 4 a 2.
Una gran bella serata.

Apr 15th, 2008

La casta e l’autocastrazione

Il grande successo dell’ormai celebre libro di Stella e Rizzo ha portato ad associare, ormai stabilmente, nell’immaginario collettivo il termine casta alla nostra classe politica. Ho l’impressione che definire in questo modo la classe politica abbia avuto dei risvolti molto negativi nei cittadini. Penso abbia infatti contribuito a dare all’opinione pubblica l’immagine della politica come di una categoria a sé stante, di una stirpe che si autoriproduce, di un gruppo di individui paracadutati da chissà chi e da chissà dove e che rappresenta una maledizione, un ineluttabile destino al quale non possiamo sottrarci.
Capita invece che quelli che definiamo, ingannando noi stessi, “casta” non siano altro che il prodotto di un processo di scelta democratica del quale noi siamo gli attori principali. Se quelli che passano ad un concorso sono degli incapaci, a chi diamo la colpa? Alla commissione giudicante. Se in un’azienda un incapace viene promosso a chi diamo la colpa? A chi ha deciso di promuoverlo. Perché invece siamo così indulgenti con noi stessi quando eleggiamo o contribuìamo ad eleggere pluricondannati, mafiosi, personaggi coinvolti in ogni genere di intrallazzo e simili?
Sento molti dire: “Questa volta non vado a votare, tanto sono tutti uguali.”. Siamo proprio sicuri che siano tutti uguali? Possibile che i politici che hanno condanne per mafia siano uguali a quelli che non hanno mai preso neanche una multa per divieto di sosta? Non è che mettendoli sullo stesso piano siamo proprio noi a dar la possibilità  ai politici corrotti di prosperare? Siamo proprio noi a guidare la loro mano verso le nostre tasche, a consentire loro di spogliare noi stessi ed il nostro Paese, portandolo verso la rovina ed il declino.
Come diceva V, il protagonista di V come vendetta, parlando alla Tv e riferendosi a tutto ciò che aveva prodotto l’avvento della dittatura: “Ma ancora una volta, a dire la verità , se cercate un colpevole.. non c’è che da guardarsi allo specchio”.
E allora posso solo aggiungere che chi oggi se ne starà  a casa, mi ricorda il mai troppo citato episodio di chi si mutilò i genitali per fare un dispetto alla moglie.

Apr 13th, 2008

La cassa della Padania

Qualche giorno fa Maroni, replicando all’annuncio di PEDSANA di svolgere la prima riunione del suo possibile futuro Consiglio dei Ministri a Napoli, ha proposto di svolgere quella successiva a Malpensa.
In questa provocazione c’è tutto il senso del punto d’arrivo della parabola compiuta dalla Lega dai tempi della sua nascita. Quando nella seconda metà  degli anni 80 la Lega Lombarda cominciò a raccogliere i primi consensi, l’Italia era molto diversa da quella attuale. Un’economia chiusa e protetta aveva consentito al Nord di godere della posizione di parte ricca e produttiva del Paese e lo Stato appariva come un inutile peso sulle spalle della classe media imprenditoriale padana, tutto orientato a tenere in piedi la struttura clientelare che dominava il Sud. Poi arrivò la globalizzazione, l’Euro, la competizione aperta sui mercati e l’elettorato che aveva battezzato la Lega Nord come il suo riferimento cominciò a guardare con più preoccupazione verso Nord che verso Sud. Nacque così l’anti-europeismo, il protezionismo, un crescente scetticismo nei confronti di una filosofia liberista che lasciava la Padania troppo esposta alle intemperie dei mercati internazionali.
Oggi siamo al paradosso per il quale la Lega invoca l’aiuto di Roma Ladrona per salvare il carrozzone di Malpensa dai perfidi francesi completando così la propria conversione all’interventismo dello stato in economia.
Visto che nel frattempo Tremonti parla ripetutamente della necessità  di creare una nuova “Banca del Sud”, cosa che a molti sa di riedizione della Cassa del Mezzogiorno mi vien da chiedermi se prossimamente la Lega finirà  per proporre l’introduzione della Cassa della Padania…

Apr 11th, 2008

Il pericolo rosso

In questi giorni nei quali la nostra classe politica si è ricordata che la concezione che ha degli italiani (non del tutto a torto) è di una massa di fanciulli troppo cresciuti alla quale è molto meglio parlare per suggestioni che per progetti, mi stupisce che nessuno abbia pensato di volgere ad argomento di campagna elettorale, adombrando magari ancora una volta lo spauracchio del pericolo rosso, un fatto curioso ma piuttosto preoccupante che sta accadendo in uno dei paradisi marittimi italiani.
Da qualche tempo la splendida insenatura di Portofino è assediata da un’invasione di meduse rosse. Il fenomeno che l’anno passato aveva interessato le coste spagnole, si è così esteso ai nostri mari, in ciò facendoci notare che la crescente instabilità  dell’ecosistema non è solo caratteristica di luoghi lontani.
Se si pensa che nel frattempo altri strani eventi accadono, tipo lo strano e misterioso fenomeno della scomparsa delle api, mi viene sempre più in mente che dobbiamo abituarci a vedere il nostro ecosistema trasformarsi ed, in alcune forme, sparire. Triste però, vero?

Apr 10th, 2008

La retorica della Resistenza

Infuria la tempesta degli ultimi giorni di campagna elettorale e la PDL, insieme alla sua costola leghista, cerca di riunire a raccolta il suo elettorato più estremista, riprendendo a coltivare i suoi aspetti, per il sottoscritto, più beceri: le minacce sovversive di Bossi, le invettive contro la magistratura, le posizioni morbide verso la Mafia, le promesse di Fini di rendere punibile chi fa uso di droghe leggere, l’aspirazione a riscrivere la storia per quanto riguarda la Resistenza.
A proposito di quest’ultimo punto Dell’Utri ha sottolineato l’intenzione della PDL di eliminare dai libri di storia la “Retorica della Resistenza”. Qui il nostro Senatore, pluricondannato per vari reati, ha toccato un nervo scoperto, affrontando un tema che ben più polemiche suscitò quando fu sollevato addittura da un uomo collocato storicamente nella sinistra italiana, come Gianpaolo Pansa, quando diede alle stampe “La Grande Bugia”. Pansa con quel libro sembrò aver scoperto una verità  sconvolgente: la Resistenza non era stato un movimento di uomini puri ed eroi senza peccato, nella Resistenza c’erano state anche delle ombre, molte atrocità  erano state commesse nel nome della Libertà .
Ma come si può pensare che una guerra venga combattuta a fil di fioretto, che tra chi lotta per un ideale non ci siano tanti che lottano solo per vendette personali, per rivalsa, per invidia?
Non siamo l’unico paese ad avere una Festa Nazionale. La Francia celebra ogni anno la Presa della Bastiglia. Forse che i francesi pensano che i rivoluzionari fossero tutti degli uomini integerrimi? Che in nome degli ideali rivoluzionari non siano state commesse atrocità  e vigliaccherie? E l’indipendenza americana? Pensate che gli americani credano davvero che i Padri della Patria fossero cavalieri senza macchia? Ogni gruppo sociale ha bisogno di simboli attorno ai quali formare la propria identità  e anche l’Italia ne ha bisogno, anzi la cronica divisione del nostro paese ci porta ad avere un disperato bisogno di simboli di unità , ed i nostri simboli non possono essere solo la Pizza e la Nazionale di Calcio, perché i simboli devono rimandare a qualcosa, ad un modello di struttura politica e sociale in cui credere, affinché le istituzioni che si basano su quel modello, ovvero un sistema libertario e democratico, vivano e si sostengano.
Probabilmente nell’idea di Pansa, approfondire che cosa è stata la Resistenza è stato solo un esercizio mosso dal desiderio di ristabilire la verità  storica, ma purtroppo per molti invece l’obiettivo è togliere credibilità  ad un simbolo, per togliere credibilità  a ciò che sta dietro a quel simbolo. Il problema non è il simbolo, non è la Resistenza, ma quello che ci sta dietro, ovvero i valori di democrazia e libertà  che abbiamo raggiunto grazie alla Resistenza e che la Resistenza quindi rappresenta. E’ attorno a questi valori che continuiamo a non trovarci, sono questi valori che continuano a sfuggirci ed a costituire degli elementi contro i quali una consistente parte dell’opinione pubblica sente un istintivo fastidio.
Ecco perché se in Francia Sarkozy dicesse che vuole riscrivere la storia della Rivoluzione Francese lo prenderebbero per scemo ed invece un politico italiano che dichiara di voler riscrivere la storia della Resistenza, non solo non ne viene penalizzato ma, al contrario, dà  l’impressione di aver rilasciato simili dichiarazioni proprio per guadagnarsi un bel gruzzolo di consensi elettorali, che probabilmente appaiono in questo momento sfuggire verso Storace. Ancora una volta il problema non è Dell’Utri, non è il politico, ma è quella parte dell’opinione pubblica che non vede l’ora di cancellare i simboli che ci riuniscono attorno ad ideali, che altrove sono consolidati, e sui quali invece in Italia stiamo, dopo 63 anni di democrazia, ancora qui a discutere.

Apr 10th, 2008
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