Oggi sciopero
Anche questo blog aderisce all’appello di Diritto alla Rete contro il Ddl Alfano. Devo dire che non mi sono preoccupato di oscurare i vecchi messaggi, ma d’altra parte che senso avrebbe lavorare per poter scioperare?
Criteri di selezione
Pochi giorni fa è arrivato a sentenza il processo di primo grado per la morte di Federico Aldrovandi al termine del quale i quattro presunti aguzzini, Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto, sono stati riconosciuti colpevoli della morte del ragazzo, che sarebbe stata causata dal loro sadico accanimento sul corpo martoriato, testimoniato dai due manganelli rotti dalla cieca e assurda violenza. Ovviamente il processo ha attraversato i consueti tentativi di depistaggio che non mancano mai quando il colpevole sta dentro allo Stato: il ragazzo è stato fatto passare per drogato, per violento, poi una foto pubblicata in prima pagina da Liberazione ha inchiodato chi di dovere alle proprie responsabilità e finalmente si è potuto trovare giustizia.
Due dei quattro presunti assassini erano in aula ad ascoltare la lettura della sentenza. Uno dei due assenti, Paolo Forlani, aveva ottimi motivi per non esserci: era infatti a L’Aquila a presidiare il G8.
E’ stupefacente pensare che chi è sotto processo per omicidio non solo non sia sospeso dal servizio ma addirittura sia insignito di incarichi così delicati, ma è altrettanto stupefacente che ci sia un qualche dirigente di polizia che ritiene che un tizio che è stato capace di trasformare un normale controllo di polizia in una mattanza, sia in grado di tenere a bada un corteo di no-global. O meglio, sarebbe stupefacente tutto ciò se non sapessimo che l’ex-capo della Polizia De Gennaro è a sua volta sotto processo per “Istigazione a falsa testimonianza” nell’ambito dell’inchiesta sul G8 di Genova. Insomma i criteri di selezione delle nostre forze dell’ordine non sono ahimé migliori di quelli della nostra classe politica.
La riscossa dell’apparato
In questi giorni si sta delineando lo scontro che in autunno vedrà contrapposte le candidature alla segreteria del Partito Democratico. Attorno alla candidatura di Bersani si stanno accalcando molte delle vecchie volpi dell’eredità di sinistra del partito e le idee che circolano in questa area stanno rivelando, a mio avviso, che c’è nel Partito Democratico un elemento confessionale diverso ma non meno insidioso di quello simboleggiato dal cilicio della Binetti, ovvero quello della “religione dell’apparato”.
Quando parlo di apparato parlo di quel modello tradizionale che è nella storia dei partiti italiani ed in particolare del PCI, che si incentra su un apparato facente capo ai propri iscritti, attraverso una struttura gerarchica che trae il proprio consenso esclusivamente dall’interno del partito: interno del partito tradizionalmente poco propenso ad allargarsi verso l’esterno. Ricordo quale freddezza trovai in una sede del PDS quando anni fa la visitai per informarmi su come si potesse fare per iscriversi al partito. Intendiamoci: c’erano le Feste dell’Unità , c’erano le associazioni sportive e culturali, c’erano i comizi, ma il confronto politico lo si svolgeva tutto dentro il partito. Questo tipo di struttura ha segnato decenni di storia della politica italiana, accettata sia per la relativa propensione alla delega dell’elettorato italiano, sia perché la staticità che la caratterizzava era in armonia con la staticità della politica italiana. La realtà è che in democrazia i partiti non sono delle semplici associazioni di ispirazione politica ma hanno la precisa funzione di raccogliere le istanze e le opinioni degli elettori (non solo dei propri iscritti), per questo è fondamentale per il funzionamento della democrazia, che i partiti siano in grado di allargarsi al di fuori dei propri associati, dialogando con gli elettori e facendo proprie le loro istanze.Â
Nella tradizione della democrazia italiana, soprattutto a causa di questa conformazione dei partiti, c’è sempre stata una politica chiusa in sé stessa, totalmente autoreferenziale. Quando all’inizio degli anni ’90 Tangentopoli stimolò una rivolta civile della società italiana contro questa stortura, venne a galla il bisogno dell’opinione pubblica di trovare modalità di partecipazione più diretta alla politica, che la struttura dei partiti tradizionali non consentiva. Da questa ispirazione nacque sulla destra un’impostazione populista che, rafforzata dal controllo di Berlusconi sui media, ha portato una parte dell’opinione pubblica a percepire la politica più vicina a sé, pur essendo anche più lontana di prima, solo perché il linguaggio, la morale, i comportamenti si erano allineati verso il basso a quelli dell’opinione pubblica. Il resto dell’elettorato, che non ha mai abboccato all’inganno populista, ha iniziato ad ondeggiare da allora tra effimeri innovatori e dinosauri pronti a sfruttare l’opposizione allo strapotere berlusconiano per avventurarsi in operazioni di retrodatazione della nostra politica, votate al più umiliante dei fallimenti.
Nei suoi mille limiti e storture l’impostazione che Veltroni aveva dato al nascente partito aveva cercato di trovare una strada che conducesse la politica italiana fuori dalle catacombe, ma i primi insuccessi sono stati immediatamente sfruttati per riavvolgere le lancette della storia e la candidatura di Bersani sta facendo da catalizzatore del tentativo di restaurazione di un modo di pensare al partito. Ecco il candidato promettere il recupero della “sovranità degli iscritti”, ecco soprattutto il suo maggiore sponsor, Massimo D’Alema, ripartire con i suoi vecchi discorsi sul “leaderismo” e sulla cultura dell'”anti-politica”, ecco delinearsi la proposta di ridimensionamento dello strumento delle primarie, di rinascita di megacoalizioni comprendenti nani e ballerine, di ritorno della sinistra italiana di 10-20 anni indietro.
L’idea che esprime D’Alema per la quale l’istanza di una partecipazione più diretta dell’opinione pubblica alla formazione della politica, che caratterizzava sia lo spirito del 92 che quello della nascita del Partito Democratico, corrisponda all’antipolitica è coerente alla sua impostazione culturale per la quale l’unica vera politica è quella che si compie nelle sale del palazzo ed il più lontano possibile dai cittadini, che non è poi altro che una concezione autoritaria della politica, dissimile solo nella struttura, oligarchica anziché monocratica, da quella di Berlusconi. La realtà è che la democrazia, quando è sottratta al controllo dei cittadini, smette di essere democrazia, indipendentemente che si allontani per finire a Via Sant’Andrea delle Fratte o a Palazzo Grazioli.
Fino a pochi giorni fa i sondaggi dicevano che la restaurazione è votata al successo e che Bersani sarà il prossimo segretario. Meno male però che giusto oggi la Binetti, che sostiene la candidatura di Franceschini, ha compiuto un passo forse decisivo. Ha infatti dichiarato che in caso di vittoria alle primarie di Marino la sua corrente (i cosiddetti teodem) abbandonerà il PD. Pare che i sondaggi raccolti dopo questa dichiarazione dìano Marino al 98% dei consensi…
In ultimo c’è la notizia che anche Grillo si candiderà alla segreteria del PD. Personalmente non considero Grillo un personaggio che abbia una statura politica, ma semplicemente il classico arruffapopoli che però, come tutti gli arruffapopoli, ha il pregio di coinvolgere nella politica persone che altrimenti ne starebbero fuori ed il cui afflusso all’interno del Partito Democratico non potrebbe che fare bene al grande malato.
Truffa alla Reggia
L’idea è splendida. Ospitare negli enormi giardini della Reggia una manifestazione di concerti all’aperto estivi. Di fronte alle maniche della residenza sabauda un palco avveniristico, sul quale si avvicenderanno in questa calda estate molti mostri sacri della musica leggera, ed al quale si accede attraverso la meravigliosa Galleria di Diana juvarriana.
Poi però su tutto questo si innesta la solita agenzia che ha preso l’appalto per la manifestazione e che naturalmente è pronta a proporre tutto il suo repertorio di disorganizzazione, pressapochismo, mancanza di rispetto per il pubblico che sembra quasi truffa, ma non lo è perché la truffa presuppone un ingegno che a costoro manca.
Sta di fatto che ci presentiamo Lunedì sera al concerto di Franco Battiato con i biglietti per la quinta fila, posizione prestigiosissima. Al momento di prendere posto però scopriamo che i nostri posti non ci sono. Pare incredibile ma è così, la nostra fila arriva fino al 10, sotto al 10 i posti non sono presenti. Non è un caso isolato, decine di persone vagano cercando inutilmente i loro posti. Ci rechiamo da un’addetta per farci spiegare dove ci dobbiamo posizionare ed il personaggio in questione ci spiega che dobbiamo prendere posto nella zona più lontana dal palco il cui biglietto, per la cronaca, costa la metà del nostro. Io le spiego che o sta scherzando o quella è una truffa, allora ci risponde che dobbiamo rivolgerci alla responsabile. Dopo lunga ricerca troviamo la responsabile che alle nostre rimostranze, e a quelle di molta parte del pubblico, risponde allargando le braccia senza proferire parola, cercando apparentemente di assumere l’aspetto di una completa deficiente forse per suscitare compassione.
Alla fine di lunga tribolazione la cosa si risolveva poi come si usa sempre in questi casi: arraggiandosi. Alcuni rubavano delle sedie e si posizionavano in mezzo al corridoio, altri, come noi, si posizionavano nei posti vuoti, altri ancora si accomodavano per terra. Il concerto iniziava e Battiato rubava il palco alle recriminazioni con un concerto convincente e coinvolgente.
Mi rimane però la triste convinzione che nessuno ha pagato per questa sconcezza, un po’ perché comunque nessuno paga mai, un po’ perché non mi risulta che alcuna fonte di informazione abbia denunciato quanto accaduto, un po’ anche perché alla fine ci siamo messi tutti quanti seduti a battere le mani al maestro dimentichi del torto subito.
L’intrallazzo di cui non ci vergogniamo più
Qualche giorno fa, come la maggior parte di voi saprà , è trapelata la notizia di una cena organizzata a casa del giudice della Corte Costituzionale Luigi Mazzella. Invitati erano Silvio Berlusconi, Angelino Alfano, Gianni Letta ed altri esponenti della maggioranza oltre ad un altro giudice della Consulta, Paolo Napolitano (solo omonimo del Presidente della Repubblica). La cosa ha sollevato polemiche, anche se molte meno di quanto il caso non avrebbe richiesto. Principalmente le polemiche ruotavano attorno al fatto che appariva sospetta la vicinanza della cena con la pronuncia della Consulta sulla costituzionalità del Lodo Alfano. In risposta a queste polemiche il giudice della Corte Costituzionale Luigi Mazzella si è sentito in dovere di scrivere una lettera aperta a Berlusconi che diceva così:
“Caro Presidente, caro Silvio, ti scrivo una lettera aperta perché sto cominciando seriamente a dubitare del fatto che le pratiche dell’Ovra siano definitivamente cessate con la caduta del fascismo. Ho sempre intrattenuto con te rapporti di grande civiltà e di reciproca e rispettosa stima. Vederti in compagnia di persone a me altrettanto care e conversare tutti assieme in tranquilla amicizia non mi era sembrato un misfatto. A casa mia, come tu sai per vecchia consuetudine, la cena è sempre curata da una domestica fidata (e basta!). Non vi sono cioè possibili ‘spioni’, come li avrebbe definiti Totò. Chi abbia potuto raccontare un fantasioso contenuto delle nostre conversazioni a tavola inventandosi tutto di sana pianta resta un mistero che i grandi inquisitori del nostro Paese dovrebbero approfondire prima di lanciare accuse e anatemi. La libertà di cronaca è una cosa, la licenza di raccontare frottole ad ignari lettori è ben altra! Soprattutto quando il fine non è proprio nobile.
Caro Silvio, a parte il fatto che non era quella la prima volta che venivi a casa mia e che non sarà certo l’ultima fino al momento in cui un nuovo totalitarismo malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali, mi sembra doveroso dirti per correttezza che la prassi delle cene con persone di riguardo in casa di persone perbene non è stata certo inaugurata da me ma ha lunga data nella storia civile del nostro Paese. Molti miei attuali ed emeriti colleghi della Corte Costituzionale hanno sempre ricevuto nelle loro case, come è giusto che sia, alte personalità dello Stato e potrei fartene un elenco chilometrico.
Caro presidente, l’amore per la libertà e la fiducia nella intelligenza e nella grande civiltà degli italiani che entrambi nutriamo ci consente di guardare alla barbarie di cui siamo fatti oggetto in questi giorni con sereno distacco. L’Italia continuerà ad essere, ne sono sicuro, il Paese civile in cui una persona perbene potrà invitare alla sua tavola un amico stimato. Con questa fiducia, un caro saluto.”
Riporto la lettera perché la lettera è a mio parere più importante e grave della vicenda stessa. Più grave di una cena per accomodare una sentenza c’è infatti l’ammissione di contiguità continuativa tra Corte e Governo, c’è la constatazione quasi infantile di Mazzella che quella cena non è stata un’eccezione ma la consuetudine, c’è il venire a galla di una rete di relazione personali tra le istituzioni, anche tra quelle che dovrebbero mantenere un ruolo antagonista, che rende privi di ogni efficacia gli strumenti di controllo democratico. Più grave ancora di questa involontaria denuncia c’è il fatto che un’ammissione simile sia stata fatta in maniera pubblica e conclamata, sbattendo in faccia all’opinione pubblica ciò che per molti è un intreccio intollerabile, usando un linguaggio retorico e farneticante che perfino Sandro Bondi avrebbe esitato a praticare.Â
Il fatto più allarmante è quindi, a mio avviso, l’aver reso volontariamente pubblico un intreccio come quello tra Consulta e Governo che fino a pochi anni fa sarebbe stato probabilmente tenuto nascosto. Ci si vergognava allora della nostra cultura dell’intrallazzo, la si coltivava sì, ma sottobanco, negandola e minimizzandola. Oggi invece c’è un’inversione culturale che sta progressivamente riportando la cultura dell’intrallazzo ad essere maggioritaria ed egemonica ed i suoi esponenti possono quindi permettersi di parlare della propria rete di intrallazzi, come fossero un diritto inalienabile anziché un intollerabile sudiciume.
Eviterei le solite espressioni abusate che iniziano con “In un paese civile” o “In un paese moderno”. E’ chiaro che un personaggio simile altrove, dopo una sparata del genere, sarebbe stato mandato in pensione ma l’Italia non è più (se lo è mai stato) un paese moderno né un paese civile ed è ora che ce ne facciamo un ragione, per capire come fare a ridiventarlo. Nell’Italia di oggi un personaggio del genere rimarrà esattamente dov’è, anzi si sarà accreditato ulteriormente presso certe consorterie e quando ha scritto quella lettera Mazzella ne era perfettamente conscio.
Leggo infine che secondo i partecipanti alla cena, in quella sede non si è parlato del Lodo Alfano ma della futura riforma costituzionale della Giustizia, della quale sembra che Mazzella sia l’autore. D’altra parte chiedere alla Corte Costituzionale di fare direttamente le leggi per conto del governo è il miglior modo per non vedersele bocciate dopo, no?
La Turchia si avvicina
Recentemente la televisione di stato turca ha annunciato il lancio di un canale in lingua armena. La cosa è molto più singolare di quanto non si possa immaginare, sia perché la Turchia è conosciuta come un paese dalla costituzione materiale estremamente nazionalistica e con poco spazio per i diritti delle minoranze, sia perché il non voler tuttora riconoscere, da parte delle autorità turche, il genocidio degli armeni del 1916 è motivo di scontro latente sia con la comunità armena interna che con la confinante Repubblica Armena. Il premio Nobel Orhan Pamuk è stato solo pochi anni fa messo sotto processo per aver parlato del genocidio in un’intervista. La notizia diffusa dalla televisione turca non può che invece essere motivo di incoraggiamento per chi spera che le sponde del Bosforo si avvicinino sempre più.
Personalmente al momento attuale sono contrario all’ingresso di nuovi aderenti all’Unione Europea, non certo per i motivi pregiudiziali nei confronti della Turchia o di altri paesi, ma perché ritengo che oggi la priorità dell’Unione sia quella di cementare la struttura e l’identità dell’Europa attorno ad un progetto di integrazione politico scritto e condiviso in una carta comune. Solo quando questo ci sarà e condividerlo sarà condizione necessaria per l’adesione, potremo pensare di allargare ulteriormente l’Unione. L’esperienza dei recenti ingressi è stata da questo punto di vista negativa, proprio perché in una qualunque organizzazione, prima di accogliere nuovi aderenti, è fondamentale avere messo per iscritto e condiviso gli scopi di quell’associazione, onde evitare che i nuovi aderenti finiscano con il farne divergere scopi ed ideali.
Anche quando però l’Unione Europea fosse di nuovo pronta per allargare i suoi confini è ben evidente che negare lo sterminio di centinaia di migliaia di persone non sia per la Turchia un bel biglietto da visita con il quale bussare alla porta di Bruxelles. Se la notizia che riporto fosse però il segno che qualcosa di importante sta davvero cambiando, sarei lieto di cambiare idea, di accogliere in Europa un paese splendido come la Turchia e anche, che non guasta, sottrarmi all’imbarazzo di essere su questo punto d’accordo con la Lega.
Maternità ed Eurottimisno
Le ultime elezioni europee sono state trampolino di lancio di molti raggruppamenti politici definiti o definitis “euroscettici”. Abbiamo sentito da molte parti sollevare dubbi sull’utilità delle istituzioni europee, il Parlamento decide solo su vuote e cervellotiche procedure e direttive, la Commissione non riesce a trovare compromessi tra i diversi governi nazionali divisi su tutto, solo la Banca Centrale ha un effettivo potere a dimostrazione che questa è l’Europa dei capitali e non dei cittadini. Quando c’è la crisi è il nuovo ad essere messo sempre sul banco degli imputati e l’Europa va benissimo in questo ruolo. In realtà la obiezioni precedenti sono plausibili ma dovrebbero portarci all’unica conclusione ragionevole e razionale, ovvero che bisogna dare più poteri al Parlamento, che bisogna introdurre criteri di decisione a maggioranza che inducano i diversi paesi a trovare intese e compromessi, che si debba controbilanciare il potere finanziario della BCE con un potere politico di pari forza. Al contrario spesso l’euroscetticismo porta a vedere l’impotenza delle istituzioni come un vizio di fondo dell’Europa come idea, e la conseguenza è un immobilismo che non fa altro che rendere sempre più evidenti i nostri mali e sempre più arretrato il nostro continente. Questa visione è in realtà l’ovvio risultato del lavoro ai fianchi che le consorterie politiche nazionali fanno sui media, nell’evidente timore di poter perdere peso e potere nel momento in cui ne acquisiscano le istituzioni europee.
In questo scenario cupo accadono fatti che paiono fatti apposta per ricordarci quali sarebbero invece i vantaggi di avere un’ Europa più forte e meglio in grado di decidere. Uno di questi è il recente accordo tra CES (Confederazione Europea Sindacati), BUSINESSEUROPE (la confindustria europea), UEAPME (Unione europea delle piccole e medie imprese) e il CEEP (Centro europeo degli impiegati e delle imprese) che, insieme al Comissario europeo all’occupazione, hanno ratificato il nuovo accordo quadro europeo sul diritto al congedo parentale che ha soprattutto il merito di introdurre il diritto a prescindere dal tipo di lavoro e del tipo di contratto, estendendone quindi il diritto anche ai lavoratori precari.
La cosa non deve stupire: è ovvio che in un’epoca nella quale le aziende hanno un ambito sempre più sovranazionale, solo organismi sociali e politici a loro volta sovranazionali possono avere le leve per strappare condizioni favorevoli, per indurre le aziende a venire a patti con i diritti dei cittadini, con gli interessi della collettività . C’è sempre però qualcuno purtroppo che preferisce chiudersi nel suo localismo, nel suo provincialismo, che preferisce essere “primo in un villaggio che secondo a Roma”. Purtoppo l’Europa dei villaggi sarebbe votata ad un declino politico e civile dal quale la possiamo salvare ancora.
Preferivo il vecchio
Nelle settimane scorse si è svolta una battaglia dai toni forti, attraverso i rispettivi blog, tra Luca Sofri e Marco Travaglio. Oggetto del contendere se si vuole “l’onore familiare” del primo offeso dagli attacchi di Travaglio alla moglie di Sofri, Daria Bignardi. La questione è legata al blocco da parte di RAI2 della messa in onda delle interviste di Vauro e della Borromeo (qui riassunta) nella trasmissione “L’era glaciale”. In quella sede infatti, in nome della par condicio, le interviste previste dalla scaletta erano state tagliate a causa di alcuni commenti su Berlusconi. In seguito la Bignardi aveva promesso che le interviste sarebbero state trasmesse dopo le elezioni, cosa ad oggi non verificatasi e che è legittimo pensare che non si verificherà mai.
Se vi interessa potete leggere la diatriba nella forma dell’attacco di Sofri, del contrattacco di Travaglio. Nella sostanza, almeno da quanto comprendo da questo chiarimento sui termini della par condicio, il comportamento di RAI2, mai contestato dalla Bignardi, non era in linea con la legge sulla par condicio, o meglio non lo era stato allorché era stato intervistato un ministro (il leghista Zaia) in piena campagna elettorale, cosa non consentita ad un programma di intrattenimento. Ha quindi ragione Travaglio a criticare la soggiacenza della presentatrice agli abusi del direttore di Rete Antonio Marano (ex-deputato leghista) anche se la forma nella quale lo fa un po’ arrogante ed un po’ allusiva presta il fianco agli attacchi del rivale.
Quello che però mi ha colpito sono i toni del tutto inquietanti dell’attacco di Luca Sofri, figlio di Adriano Sofri (che a sua volta nutre per Travaglio un discreto livore). Più che un ragionamento quella di Sofri è una sequela di insulti degna del peggiore dei “flamer” o, in termini più tradizionali, di una bettola di terz’ordine: incompetente, in malafede, vigliacco, vile, bugiardo, falso, stupido. Questi sono gli alti argomenti usati da Sofri e il solo pensare che questo sia un opinionista affermato fa già accapponare la pelle. Se però si trattasse di un semplice giornalista che ha deciso di fare ricorso al peggio del cattivo gusto comunicativo contemporaneo ci si potrebbe anche tranquillizzare, ma questo signore si presenta all’Italia addirittura come un leader del nuovo movimentismo all’interno del Partito Democratico.
Sono il primo a chiedere alla politica rinnovamento ma se questo è il nuovo che avanza non posso che dire: preferivo il vecchio!
Sedicimila abbonati
Tanti avrebbero potuto essere tranquillamente gli abbonati della Juve se l’arrivo di Diego non avesse rivitalizzato le speranze dei sostenitori bianconeri, invece questa volta non si parla di calcio ma di una radio. Sedicimila sono infatti quest’anno gli abbonati di Radio Popolare di Milano.
Comunque voi la pensiate su questa radio lasciatemi definire un mezzo miracolo il fatto che una radio che non fa pubblicità di sé su altri mezzi di comunicazione e della quale non si parla mai, raccolga attorno a sé una parte di pubblico talmente entusiasta da pagare volontariamente un abbonamento che ovviamente, a differenza delle paytv, non è necessario per poter ascoltare la radio stessa.
Come nasce questo prodigio? Sicuramente attorno alla radio si raccoglie la sinistra storica milanese, ma si raccoglie anche quel mondo che non ha nessuna voglia di venire a patti con un potere considerato corrotto, logoro e superato, che vuole arricchire ed allargare il proprio bagaglio informativo, la propria visuale. Questa molteplicità di motivazioni si sente anche nelle sue contraddizioni: apparentemente divisa, proprio come la sinistra politica, tra il mondo del vecchio operaismo e quello del giovane progressismo o noglobalismo. Il suo successo però è soprattutto legato secondo il mio parere ad uno sforzo informativo continuo, assiduo, anche al di là del suo solare posizionamento politico. Apprezzo moltissimo “Microfono aperto” per il modo mai banale di sollevare temi e approfondimenti e trovo senza eguali “Esteri” per la maniera molto originale di scrutare al di fuori dei confini nazionali.
Avendo vissuto due anni e mezzo a Milano ed avendo scoperto lì la sua programmazione, che va ben al di là dei notiziari ritrasmessi a Torino da Radio Flash, ho apprezzato assai la possibilità , anche qui a Torino, di ascoltarla via satellite, oltre che in streaming. Quest’anno infine, dopo anni di ascolto “a sbafo”, ho deciso di entrare anch’io nel novero dei sedicimila.
L’ho fatto nonostante non mi senta particolarmente in linea con la posizione politica della radio. Ma quando constato che sedicimila persone sono pronte a sborsare di tasca propria cifre non trascurabili per difendere il proprio diritto di essere informati in modo completo e dissonante rispetto ai canovacci dei notiziari nazionali, mi vien da pensare che si tratti di un prodigio che val la pena di perpetuare.
Assedio
Ho l’impressione che ci siano persone che in ogni contesto che non assecondi le proprie abitudini consolidate si sentono sotto assedio, come se da qualunque novità provenisse pericolo ed insicurezza. Qualche settimana fa ero a Torino in Piazza Castello proprio il mattino in cui gli studenti festeggiavano la chiusura delle scuole. Mentre guardavo la scena una donna di età non superiore ai 60 anni mi avvicina esternandomi la sua indignazione per la tolleranza della polizia verso quella piazza “piena di droga”. L’ho guardata più con stupore che con riprovazione. Cercavo di capire come poteva quello spettacolo di gioia e spensieratezza, che a me suscitava tuttalpiù un po’ di nostalgia, generare tanta paura e una reazione così rabbiosa.
Alla fine credo che sia solo tanta ansia in questo modo di sentire, tanta paura di tutto ciò che è esterno, nuovo ed ignoto, quando spesso avremmo più motivi di temere ciò che è interno, vecchio e noto.


