Azionariato popolare e Torino

Questi ultimi mesi di calcio italiano sono stati caratterizzati dalla crisi di due squadre con una base di sostenitori molto ampia. La Roma ha vissuto una delle sue peggiori stagioni da anni in qua, le trattative sulla vendita della società  non sono andate a buon fine e la campagna acquisti della vecchia proprietà  non promette un esito migliore nel prossimo Campionato. Il Toro, che era tornato nel 2006 in Serie A, è nuovamente retrocesso in Serie B dopo aver raggiunto nelle due passate stagioni per due volte la salvezza in extremis. Conoscendo meno la realtà  di Roma mi concentro su quella del Toro.
Premetto che, pur essendo visceralmente juventino, non nutro nessuna antipatia nei confronti del Torino di cui anzi seguo le sorti con una certa empatia essendo comunque una squadra della mia città , quindi non troverete in questo pezzo altro che una fredda disamina della situazione. 
Il fatto che il Toro si trovi, nonostante i disastri finanziari e sportivi degli ultimi quindici anni, al nono posto nella classifica dei tifosi, e che però fatichi ormai stabilmente a stare tra le prime 20 del Campionato, segnala che c’è qualcosa che non va.
Non è peraltro solo un problema di tifosi ma anche di bilanci. Da anni il Torino presenta a bilancio dei costi (acquisti, stipendi, infrastrutture, investimenti) dell’ordine se non superiore a quelli di squadre come Genoa, Sampdoria, Udinese che lottano per la qualificazione alla Coppa dei Campioni mentre per il Toro quegli investimenti riescono a consentire nulla più che un tira e molla tra Serie A e Serie B. Sicuramente la gestione Cairo è stata più che pessima ma tenendo conto che la precedente gestione aveva portato la società  al fallimento finanziario mi pare di poter ipotizzare che non sia solo un problema di guida, ma ci sia un deficit strutturale nel modo in cui è gestito il club. Non entro nel merito ma ho la vaga impressione che sarebbe utile per non dire opportuno provare a sperimentare soluzioni di gestione più efficaci.
Uno dei vizi più comuni delle società  di calcio italiane, in cui è senz’altro ricaduta anche la gestione Cairo, è quella che la proprietà  gestisca la società  come un giocattolo e non come un’azienda e quindi ne deleghi solo limitatamente la gestione tecnica a persone competenti e specializzate dell’ambiente per tenere per sé le decisioni più importanti sbagliandole regolarmente.
Il problema ruota però sempre intorno al fatto che in Italia i club sportivi sono delle SpA e la decisione su come gestirle ed organizzarle è esclusivamente di chi le compri. Chi oggi quindi contesta Cairo ha come unico modo per indirizzare un cambiamento quello di rilevarne la proprietà .
A lungo andare è legittimo chiedersi se una struttura societaria simile però rispecchi il modo nel quale sono percepite dal pubblico le squadre di calcio. Come ho già  scritto infatti, ovunque in Italia le società  non sono concepite semplicemente come un’azienda che produce spettacolo ma come una fonte di prestigio personale per il tifoso e prestigio collettivo per la città  che rappresentano. E’ di certo difficile conciliare questa visione con l’accentramento della proprietà  nelle mani di un imprenditore, che sia o meno bravo, che sia un mecenate dell'”arte calcistica” o un avventuriero in cerca di visibilità .
Alla ricerca di modelli alternativi a quello descritto, ci si imbatte facilmente in modelli basati sull’azionariato popolare. Hanno soluzioni di azionariato popolare non solo Real Madrid e Barcelona ma anche molte altre squadre spagnole, il Bayern Monaco, il Benfica tra le altre. Nel caso di Real e Barcelona semplicemente si tratta di associazioni di persone fisiche, nel caso del Benfica si tratta di una società  di proprietà  con una complicata gestione mista tra approccio associativo ed approccio societario.
Il concetto più o meno comune è il seguente: il club è retto da una serie di organi che sono eletti prevalentemente da un’Assemblea generale che comunque nomina sempre il Presidente. Dell’Assemblea Generale fanno parte prevalentemente gli associati, i quali hanno diritto alla partecipazione ed al voto in quanto versano una quota annuale, peraltro piuttosto accessibile (si va dai 50 ai 150 € annui) che dà  diritto ad altri vantaggi oltre a quello di voto che mirano a fidelizzarli alla società  sportiva. I soci, tra le squadre più titolate, si aggirano intorno ai 100.000 per una raccolta complessiva di fondi che si aggira intorno ai 10 milioni. Indubbiamente 10 milioni sul bilancio del Real Madrid non sono una cifra decisiva anche se male non fanno. Tuttavia la parte più interessante del modello non è, a parer mio, il finanziamento popolare ma piuttosto la modalità  di partecipazione ai destini della società  che dà  ai tifosi-soci un reale ruolo all’interno della società : i tifosi diventano coloro i quali danno o tolgono fiducia al Presidente, hanno visibilità  dei bilanci e possono magari anche scoprire se qualche Presidente o proprietario di società  approfitta un po’ troppo liberamente della sua squadra di calcio per soddisfare propri interessi personali. Verrebbe meno il ricorso a Sindaci o Comuni per aiutare la squadra in difficoltà  finanziara: se vuoi la finanzi di tasca tua, se no fallisce. Verrebbe anche meno il tira e molla con la proprietà  del tipo “spendi di più”, “compra questo e compra quello”. Se vuoi ti associ, voti il Presidente e poi se non sei contento non gli rinnovi la fiducia.
Ho l’impressione che questo modello abbia serie difficoltà  a diffondersi in Italia per due motivi: il primo è l’allergia ad approcci troppo “democratici” che la nostra classe dirigente ha e che porta ad una generale diffidenza a sposare soluzioni simili, il secondo è la difficoltà  che l’eterogenea base dei tifosi ha ad organizzarsi in modo tale da realizzare un simile modello, che è poi la difficoltà  di ogni organizzazione che si rispetti nel nostro paese.
Detto tutto questo ho l’impressione che, se ci sono delle chance che se un esperimento del genere possa riuscire in Italia, può riuscire proprio a Torino e non certo sul fronte juventino, laddove la proprietà  è troppo solidamente ancorata alla squadra per ammettere contaminazioni “popolari”. Vedremo…

Jul 30th, 2009

La diversità della Cina

Avete presente i luoghi comuni di chi rappresenta i cinesi come dei disciplinatissimi soldatini pronti ad ogni sacrificio per la gloria del paese ed incapaci di qualunque ribellione rispetto alle gerarchie sociali? Notizie come quella che è giunta ieri dalla provincia cinese del Jilin sembrano fatte apposta per smentirle.
Di fronte ai massicci licenziamenti in atto da parte dell’acciaieria Jianlong Steel Holding Company, gli operai hanno reagito sì in modo differente dai loro colleghi europei ma non nel senso che ci si aspetterebbe. Non sono infatti ricorsi al sequestro del direttore dello stabilimento, come in Europa ormai è diventata consuetudine, lo hanno direttamente ucciso a bastonate.
Ho l’impressione che chi continui a considerare i cinesi un popolo incapace di ribellarsi e di reclamare giustizia e diritti, più che dar voce ad una conoscenza profonda della cultura di quel popolo, dà  voce alle speranza di conservazione dello status quo da parte della classe dirigente attuale. Speranze sulle quali più di una crepa si sta aprendo.

Jul 27th, 2009

Un sollievo immenso

Per lunghe settimane non ho scritto nulla sul calciomercato. Il motivo di ciò è che in tutte queste settimane la mia attenzione è rimasta sospesa su un punto, un punto solo ma che avrebbe sgravato mio cuore di calciofilo un peso immane. Ed oggi, alla vigilia dell’annuncio finale, finalmente scrivo tutto il mio sollievo.
Chi non ha nel suo cuore una squadra di calcio può faticare a capire ma chi ce l’ha credo non stenterà  a comprendere le emozioni che vado a raccontare.
Immaginati di vedere arrivare nella tua squadra un giovinotto comprato a poco prezzo, nonostante abbia già  un curriculum di tutto rispetto. Te lo ricordi per averlo visto per la prima volta in un sontuoso epilogo dell’ottavo di finale dei mondiali del 2002 perso dalla sua Svezia contro il Senegal dopo i supplementari. Te lo ricordi soprattutto per un gol di tacco segnato contro l’Italia agli Europei che tutti credevano essenzialmente esser stata una gran botta di culo.
Arriva tra qualche perplessità  ma inizia a giocar bene: salta l’avversario, colpisce bene di testa, sa difendere la palla come pochi, sbaglia molti gol è vero, però ne fa di incredibili e ne fa fare molti ai compagni. Alla fine trasforma una squadra uscita con le ossa rotte dall’ultimo Campionato di Lippi in un rullo compressore che domina in modo incontrastato due campionati, anche se qualche limite di preparazione atletica impedisce altrettante volte il raggiungimento del bottino più prestigioso in Coppa dei Campioni.
Poi esplode Calciopoli, Guido Rossi prende il potere e la Juve viene retrocessa in serie B. Un anno di purgatorio, ma basterebbe la sua permanenza per farci sanare rapidamente il danno; ed in effetti, a parte alcuni giocatori già  in fase calante e l’inopinata cessione di Mutu, lui è dato per incedibile. Ma lui non ci sta, non vuole giocare in B, si impunta, il suo procuratore Raiola tratta la sua cessione. Non si sa bene cosa succeda ma alla fine, tra lo sconcerto generale viene ceduto all’Inter, sì proprio all’Inter quella dello Scudetto degli Onesti, quella di Guido Rossi.
Speri di esserti sbagliato, che sia stata una meteora, che anche lui come tanti prima di lui all’Inter deludano ed invece elimina anche i suoi pochi difetti, si conferma come il miglior giocatore del campionato italiano e regala all’Inter 3 scudetti che sarebbero stati di qualunque altra squadra (almeno qualunque tra le migliori 3 o 4 del Campionato) lo avesse avuto nei suoi ranghi. Il problema è che nei suoi ranghi ce lo aveva proprio l’Inter ed ogni sua magia, ogni suo gol impossibile, ogni partita decisa solo e solamente dal suo talento era una sofferenza, una coltellata, un incubo.
Adesso finalmente l’incubo è finito, le magie di Ibrahimovic arricchiranno il Barcelona che peraltro già  era forte così. Stravincerà , per carità , ma almeno lo farà  più lontano e con colori più gradevoli. E’ finito un incubo e adesso possiamo guardare finalmente con più serenità  al prossimo Campionato.

P.S. Rimarrà  irrisposta la grande domanda: “Cobolli Gigli, ma perché all’Inter? Di tante perché proprio all’Inter? Maledizione!”

Jul 27th, 2009

La Luna ed Il Giornale

Qualche giorno fa Bruno mi ha segnalato un articolo apparso su “Il Giornale” nel quale tale Luigi Mascheroni parlava del quarantenario del primo piede umano sulla Luna. Nell’ambito della tendenza, in voga nell’area culturale che Il Giornale rappresenta, di demolire ogni cosa sia scienza, sviluppo e progresso, l’infelice proponeva tutto il meglio del repertorio del negazionismo in merito allo sbarco sulla Luna, per suscitare il dubbio che in realtà  l’evento sia stato solo un teatrino organizzato per scopi propagandistici in qualche studio hollywoodiano. La cosa che mi ha colpito è che la maggior parte dei commenti sbeffeggiavano il Mascheroni, spiegando perché molte delle cose citate erano sciocchezze che un minimo di sforzo nell’informarsi avrebbe facilmente rivelato tali.
Che molti quotidiani italiani siano diretti da un branco di ignoranti ed incompetenti è cosa arcinota ed è altrettanto noto che l’ordine dei giornalisti sia un carrozzone privo della benché minima autorevolezza che imbarca chiunque sia sufficientemente incapace e raccomandato da segnalarsi come inoffensivo, ma fa sempre impressione prender atto del fatto che ormai la maggior parte dei lettori siano regolarmente meglio informati di chi è regolarmente patentato per informarli.

Jul 23rd, 2009

Il Populismo e Grillo

Negli scorsi giorni, nelle tante parole usate a proposito di Grillo, un termine molto ricorrente tra i detrattori del comico genovese è stato il sostantivo “populista”. Vorrei provare a capire davvero se il termine è adeguato a classificare il personaggio.
Per prima cosa proverei a capire cosa significa il termine. La designazione di “populista” è in realtà  piuttosto generica e vaga e trae le sue origini sia dal movimento “Narodnik” (traducibile appunto in populista) che si diffuse in Russia nella seconda metà  del diciannovesimo secolo acquisendo caratteristiche cospiratorie e terroristiche, sia dal “People’s Party” americano che acquisì un discreto seguito elettorale negli Stati Uniti a cavallo del diciannovesimo e ventesimo secolo. In comune i due movimenti avevano la difesa del modello rurale tradizionale messo in pericolo, in Russia dalle riforme di Alessandro II (che infatti i populisti assassinarono nel 1881), negli Stati Uniti dalla crescente supremazia politica del ceto industriale e mercantile. Il termine populista si è progressivamente riorientato per riferirsi genericamente ad un’ideologia che tende a contrapporre il “popolo” portatore di valori etici e sociali ad un’elite di potere corrotta. Nella sostanza spesso oggi questo termine si sovrappone più o meno propriamente a quello di “demagogo” nel designare chi cerca di assecondare le aspettative più immediate e irrazionali dell’opinione pubblica per trarne facile popolarità  e consenso.
Ci si può chiedere a questo punto che differenza c’è tra democrazia e demagogia visto che anche il demagogo cerca il consenso dell’opinione pubblica. La risposta la si può trovare, a mio avviso, nel significato originale delle due parole: democrazia significa “potere del popolo”, demagogia significa “trascinare il popolo”. In sostanza la differenza profonda è che in un contesto demagogico chi governa trascina con la retorica al suo seguito il popolo, guadagnandosi a buon mercato una cambiale in bianco da parte dell’opinione pubblica per governare senza controllo, esercitando un potere che nella sostanza va dall’alto verso il basso; in un contesto democratico invece chi governa orienta la sua azione influenzato e controllato dall’opinione pubblica e quindi sostanzialmente si può dire che il potere vada dal basso verso l’alto.
Fatta questa premessa terminologica mi viene da chiedermi perché il termine populista, così vago, è così diffuso e forse abusato in Italia. La risposta sta forse nel fatto che in Italia una classe politica elitaria e che comunica poco con l’elettorato è un vizio assai frequente e chi vi si contrapponga spesso finisce fisiologicamente col farlo con argomenti simili a quelli della tradizione populista, indipendentemente dal fatto che poi la critica a questo sfoci nella demagogia o in una risposta realmente democratica. Non mi interessa più di tanto stabilire quale delle due strade Grillo ha preso, sta prendendo o prenderà . Mi interessa registrare che la fetta di opinione pubblica che seguiva Grillo in piazza ieri e che vota per le liste di Grillo oggi è in gran parte quella che vuole che l’Italia entri nel ventunesimo secolo, che diventi un paese civile e moderno e vuole partecipare a questo processo ma non trova risposte e strumenti credibili a questa sua ambizione. Mi interessa chiarire che il populismo, se c’è, non è il problema ma è la manifestazione di un problema, che è quello di una classe politica che non riesce a stabilire dei canali di comunicazione con il suo elettorato il quale continua a vederla come chiusa ed autoreferenziale, ed una classe politica chiusa ed autoreferenziale smette anche di essere democratica perché viene a mancare quell’influenza e quel controllo dei cittadini sull’esercizio del potere che è ciò che alimenta la democrazia. Senza questa linfa anche le istituzioni più democratiche, dal punto di vista tecnico, si trasformano nella vuota liturgia di un’oligarchia.
Il meccanismo delle primarie sarebbe stata per il PD un’ottima soluzione per scardinare il circolo vizioso in cui era inchiodato l’apparato di partito, ma non c’è mai stato il coraggio di adottarlo fino in fondo ed oggi la restaurazione dalemiana promette di ridimensionarle riconsegnando il Partito Democratico ad un oligarchismo ormai insostenibile e consegnando il paese all’unica soluzione fino ad oggi trovata per venire incontro ai cittadini: la demagogia (questa sì conclamata) del berlusconismo.
Se anche l’ultima speranza di un’apertura del PD verso la società  si dovesse spegnere non ci rimarrebbe che sperare che i detrattori di Grillo si sbaglino nel definirlo populista e che invece abbia un’idea di paese, un progetto, un chiaro piano che possa arrestare lo sprofondamento in atto. Lo so, affidare il futuro del proprio paese ad un comico è desolante, ma francamente alternative all’orizzonte ahimé non se ne vedono proprio…

Jul 21st, 2009

Tutto è bene…

I frequentatori di questo blog avranno notato che la cadenza degli interventi è un po’ calata negli ultimi giorni. Il principale motivo è stato un incidente capitato al mio pc. Durante l’installazione della versione 8.04 di Kubuntu ho infatti per errore formattato il disco di backup, proprio quello dove tenevo il backup di quanto avevo sul disco stesso, delle foto, dei documenti e così via. Per la cronaca la formattazione originale era in FAT32, sovrascritta da una formattazione ext3.
Dopo l’iniziale disperazione ho cercato di definire una strategia di recupero, pur armato di sano pessimismo. Sostenuto dal provvidenziale aiuto di alcuni amici ho fatto una copia dell’immagine del disco da linux grazie al comando dd di cui ho scoperto l’efficacia. Grazie poi in particolare ad Andrea, sono riuscito ad utilizzare con discreto profitto il tool photorec. Questo tool è molto efficace perché, a quanto ho compreso, a differenza di altri, rinuncia a ricostruire il filesystem originario ma si limita a cercare blocchi di dati contigui che abbiano l’aspetto di file di un certo tipo (jpg, mp3, zip, eccetera), e se tutto gli torna li deposita su una cartella target così come li ha trovati. Sappiate che per avere una certa efficacia nel recupero dovete selezionare la modalità  “Expert Mode” e configurare al valore minimo la dimensione del blocco di dati da ricercare.
Il risultato dell’uso di photorec era però che mi ritrovavo con tonnellate di cartelle piene di file, dei quali dovevo controllare uno ad uno il contenuto per capire di cosa si trattasse.
Ho deciso quindi che mi sarei fatto aiutare da un software commerciale ed il più efficace mi è parso Stellar Phoenix. Anche qui è necessario qualche tentativo per affinarne l’uso ma alla fine sono riuscito a ricostruire buona parte del file system comprese le cartelle ed i nomi dei file. Integrando con quello che avevo recuperato con photorec, sono riuscito a recuperare quasi tutto il contenuto originale del disco con perdite assolutamente modeste.
Insomma tutto è bene ciò che finisce bene, ma la prossima volta che sentirò qualcuno lamentarsi della precarietà  degli archivi di informazione moderni non farò più spallucce, pensando “Sciocchezze! Basta fare un backup!”.

Jul 20th, 2009

Il massimo risultato col minimo sforzo

Come sapete nei giorni scorsi Beppe Grillo ha avanzato la sua candidatura a Segretario del Partito Democratico. Seria che fosse o meno la sua candidatura e che avesse o meno intenzione davvero di raccogliere adesioni in sostegno, è indubbio che sia stato proprio lo sbarramento alzato sulla sua candidatura a dargli il destro per alimentare le sue polemiche nei confronti del Partito. Se il partito avesse reagito come ha fatto Marino che si è limitato a definire la candidatura di Grillo come una “buona notizia”, lo avrebbe messo nell’imbarazzante situazione di dove raccogliere in poche settimane l’adesione di 1500 iscritti, impresa probabilmente impossibile. Invece l’apparato lo ha respinto a priori, semplicemente in quanto Grillo, trasmettendo un’immagine di chiusura e di elitarismo che non ne migliora l’immagine.
Sembrerebbe un autogol, un’ammissione di quella chiusura verso l’esterno che il sottoscritto, come molti, imputa alla classe dirigente del PD. La realtà  è che questo altolà  era quello che buona parte dell’apparato, degli iscritti, si aspettava. Avevo scritto che in Italia i partiti si vedono spesso più come associazioni di ispirazione politica che come organizzazioni destinate a raccogliere le posizioni degli elettori. Quanto accaduto dimostra che questa visione non è limitata ai vertici ma anche ad una parte rilevante degli iscritti al partito.
Grillo, come spesso gli accade, è stato bravo a mettere il piede nel formicaio, il resto è venuto da solo. Direi: il massimo risultato con il minimo sforzo.

Jul 19th, 2009

E se fosse stato un giostraio?

Giorni fa è giunto, come molti sapranno, a conclusione il primo grado il processo per l’uccisione di Gabriele Sandri, l’ultrà Â della Lazio colpito da un colpo letale esploso da un poliziotto di nome Spaccarotella. Per chi non conosca la meccanica dell’accaduto il ragazzo faceva parte di un gruppo di ultrà  laziali che stava viaggiando verso Milano per Inter-Lazio e che all’autogrill si era imbattutto casualmente in un gruppo di tifosi juventini che stavano andando a loro volta allo stadio, ma a Parma e quindi per una partita diversa.  Il gruppetto non trovava di meglio che improvvisare una rissa che veniva dispersa dagli spari in aria di una pattuglia della polizia. Il gruppo di cui faceva parte Sandri risaliva velocemente in auto e fuggiva ma l’agente Spaccarotella sparava ancora, questa volta verso l’auto e Sandri veniva colpito. Secondo la ricostruzione (basata sulle testimonianze e sulla perizia sugli elementi di prova) il colpo veniva tra l’altro deviato dalla rete metallica che separava le carreggiate.
Sta di fatto che al termine del processo l’agente Spaccarotella è stato condannato a sei anni di reclusione per omicidio colposo. I parenti della vittima, il mondo degli ultrà  e perfino qualche politico, scopertosi giustizialista per l’occassione, sono insorti contro la sentenza giudicata troppo mite, chiedendo la condanna per omicidio volontario. Francamente, da profano del diritto, mi pare difficilmente dimostrabile che il colpo esploso dall’agente ad una distanza enorme, su un oggetto in movimento, per giunta deviato, fosse mirato all’abitacolo e quindi a colpire uno dei presenti anziché alle gomme, come sostenuto dalla difesa. Rimane certo inconcepibile che un agente in tali condizioni si metta a sparacchiare contro un auto, tra l’altro senza che la situazione richiedesse un’azione simile, tuttavia mi risulta che nella giurisprudenza attuale questo, giusto o sbagliato che sia, si configuri come omicidio colposo, non omicidio volontario.
Ha ragione chi sostiene poi che dei sei anni probabilmente lo Spaccarotella ne sconterà  una minima parte ma questo purtroppo succede in Italia a tutti, non solo agli esponenti delle forze dell’ordine.
In definitiva non so bene quanto equa sia stata la sentenza ma l’unica cosa certa che mi viene da dire a chi oggi si indigni per la mitezza della pena inflitta è ricordare la vicenda accaduta al giostraio di Torino Roberto Vailatti. Il Vailatti si trovava, in un giorno di Novembre del 2006, a Binago, in provincia di Como, su un auto che si stava allontando a gran velocità  da una casa. Questo nel vigile Vincenzo Calliego, che si trovava da quelle parti, suscitò un così forte sospetto da sentirsi in dovere di esplodere due colpi verso l’auto. Uno dei due colpi uccise il Vailatti.
Lì non c’era una rete metallica a deviare il colpo, la distanza era molto più ravvicinata, non c’era nemmeno l’evidenza di un reato che in effetti non fu mai provato al processo. Non c’era però nemmeno l’audience nazionale, non c’era il mobilitarsi del truppe paramilitari ultrà  pronte a prendere d’assalto le caserme e i forum. E allora il vigile Calliego se l’è cavata con due anni e dieci mesi.

Jul 18th, 2009

Antichrist

L’ultima fatica di Lars Von Trier è uno di quei film che ti lasciano soprattutto un po’ amareggiato. C’è una sceneggiatura che denota un lavoro di approfondimento non da poco sulle patologie psichiche. C’è il legame profondo tra peccato, colpa, espiazione e ancora peccato in un vortice morboso che porta alla violenza ed alla follia. Ci sono due attori straordinari come Willem Defoe e Charlotte Gainsborough che danno al film una profondità  sublime. Ma Von Trier non è soddisfatto, vuole turbare, vuole indignare, vuole sconvolgere e alla fine sconvolge soprattutto il senso del suo film facendolo debordare nel più vomitevole degli splatter.
Si esce da Antichrist con lo stomaco in mano, se non si è deciso come il sottoscritto di metterla sul ridere per contenere i propri rigurgiti gastrici. Ed in quei rigurgiti gastrici si perde il film, se ne perdono le emozioni, le riflessioni. Quando poi l’apparato digerente ha ripreso le regolarità  delle proprie funzioni ecco riemergere il senso dei film, il dramma di lei, il dramma di lui, il dolore come espiazione del peccato, la paura dell’abbandono ed il sesso come tentativo di costruire un argine a questa paura. Tutti spunti che arrivano dal film e sui quali riflettere, sui quali confrontarsi. 
Se per raccogliere però quegli spunti bisogna sottoporsi alla visione delle sequenze di immagini trucemente sanguinolente che Von Trier propone agli spettatori, direi che leggere un trattato di psicopatologia è decisamente un passatempo più divertente e più sano.

Jul 16th, 2009

Il calcio è pubblico o privato?

Ieri sono state annunciate le esclusioni dai prossimi campionati di Lega Pro (le vecchie C1 e C2 per capirci). Delle 14 squadre “sub iudice” sono state escluse dalla Prima Divisione: Venezia, Pisa, Avellino, Treviso e Pistoiese, mentre dalla Seconda Divisione è stata depennata la Sambenedettese.  Ivrea e Biellese invece non ci avevano nemmeno provato ad iscriversi e per quanto riguarda quest’ultima formazione il caso è ancora più ecclatatante, visto che era reduce da una trionfale promozione dalla Serie D.
Lavorando ad Ivrea ho vissuto in particolare le vicende della squadra eporediese che era giunta fino al sogno della C1, conquistata pochi anni fa, anche se solo per una stagione, per poi ritrovarsi oggi tra i dilettanti. Ad Ivrea sono fiorite le polemiche contro il Comune reo, secondo alcuni, di avere fatto poco per salvare la squadra dal collasso economico. In realtà  il Comune aveva concesso in uso all’Ivrea calcio per 25 anni lo Stadio Comunale Pistoni che l’Ivrea aveva ristrutturato accendendo un finanziamento i cui oneri si dovrà  accollare a questo punto il Comune stesso. 
Conosco meno la situazione di Biella ma anche lì gli sforzi per salvare la squadra sono stati inutili, anche se il Comune si sta adoperando per trovare una soluzione che dia una dignitosa possibilità  di recupero alla società .
Il punto fondamentale per questa e altre situazioni è uscire dall’ambiguità  per la quale le squadre di calcio vivono in uno strano terreno di mezzo tra pubblico e privato. Sono società  private a tutti gli effetti, tranne per il fatto che quando sono in cattive acque molte amministrazioni locali sono pronte a foraggiarle ed eventualmente a coprirne le magagne per far fronte agli umori della piazza. Va stabilito, a mio avviso, se è vero che una squadra di calcio o di altro sport è effettivamente un bene pubblico di una città  ed in quel caso va capito come stabilmente sostenerla ed agevolarne l’azione. E’ anche vero d’altronde che se la società  sportiva è un bene pubblico, nel momento in cui la sua gestione finanziaria la porta al fallimento non ci si può accontentare di dichiararla fallita, come nel caso di una normale società  privata a responsabilità  limitata, ma è giusto che i suoi responsabili paghino per il danno presunto che ciò ha arrecato alla collettività . E’ giusto che il Comune di Ivrea si ritrovi ora a pagare per la ristrutturazione di uno stadio sorto per le esigenze di una società  privata e che a questo punto risulta un impianto del tutto inutile?
Ho più di un sospetto che il moltiplicarsi di fallimenti finanziari possa essere collegato proprio a quanto sia facile per un imprenditore acquistare una società  sportiva, divertircisi per un po’ di tempo spendendo e spandendo, sfruttare la visibilità  pubblica che essere proprietario di una squadra sportiva permette e poi, quando ci si accorge di avere speso troppo, dopo aver bussato un po’ alle amministrazioni pubbliche, andarsene con l’aria del mecenate incompreso. Forse varrebbe la pena che le amministrazioni pubbliche fissassero regole un po’ più rigide che da un lato governino i sostegni e gli aiuti forniti alle società  sportive e che dall’altro inchiodino i proprietari “allegrotti” alle loro responsabilità .

Jul 15th, 2009
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