L’Iran e la freddezza

In questi giorni in cui in Iran si combatte una battaglia fondamentale non solo per quel paese ma per equilibri fondamentali di tutta quell’area, è singolare vedere come si schieri l’opinione pubblica italiana. In particolare ieri sera ascoltavo la trasmissione di Popolare Network Microfono Aperto (trasmissione di approfondimento con il pubblico a casa), ottimo osservatorio su quello che si muove nella sinistra radicale. Gli interventi sono stati quasi tutti all’insegna di una estrema freddezza nei confronti della rivolta. Le punte sono state rappresentate da un tipo che è giunto ad affermare che “le elezioni sono state regolari quindi l’opposizione non ha nulla da protestare” e da un altro sosteneva che “Si tratta di un’altra Timisoara” riferendosi al fatto che le immagini diffuse sarebbero state truccate (come accadde in occasione della repressione di Ceausescu in quella città ) ipotesi che perfino il governo iraniano non si è sentito di sostenere. Escludendo che un gruppo di pasdaran con perfetta accento milanese abbia assaltato i telefoni di Popolare Network, mi viene da chiedermi come mai la sinistra radicale solitamente così pronta a difendere i diritti di chi protesta contro l’ordine costituito dimostri indifferenza per i manifestanti di Teheran.
L’unica risposta che posso darmi sta nell’incapacità  di molti di analizzare una situazione senza fare scelte di campo e categorizzazioni tra buoni e cattivi. Se per costoro Israele è il cattivo è evidente che Ahmadinejad è il buono e chi vi si oppone non può suscitare simpatia nemmeno quando è a terra in un bagno di sangue. E’ una logica aberrante ma la contrapposizione tra buoni e cattivi, la necessità  davanti ad un conflitto di sposare uno dei due fronti e quindi di dividersi secondo la linea della trincea, è uno dei codici più profondamente scolpiti nel nostro modo di ragionare ed è uno degli scogli più duri da superare per arrivare ad un mondo più pacifico di quello attuale.

Jun 25th, 2009

Come volevasi dimostrare

Mi sarei molto stupito se all’indomani del fallimento del referendum elettorale sul Porcellum qualcuno non si fosse esibito nel ragionamento che era previdibilissimo i tromboni della politica avrebbero praticato ovvero: “Gli elettori hanno disertato il referendum sulla Legge Elettorale? Vuol che dire agli elettori la Legge va bene così com’è e quindi ci terremo questa legge per 50 anni. Basta alle continue modifiche delle leggi elettorali!”. L’ha detto Rotondi, il ministro all’Attuazione del Programma, questa mattina a LA7, ma avrebbe potuto dirlo uno qualunque dei tanti che quella legge l’hanno voluta, approvata e adesso la difendono ed hanno buon gioco nel farlo perché elettori e opposizione hanno fatto di tutto per dar loro una mano, più o meno consapevolmente. Provo a spiegarvi in che modo, a parer mio.
In primo luogo è ormai una pessima idea il referendum così come è previsto dal nostro ordinamento. E’ ormai sempre più chiaro che si tratta di uno strumento spuntato fintanto che ci sarà  un quorum, anacronistico oggi, quando neanche le elezioni spesso raggiungono il 50% dei votanti e probabilmente l’unica battaglia che valga la pena di fare è di abolire il quorum e rivedere l’istituto del referendum in generale, cosa che una classe politica appena appena decente avrebbe fatto da dieci anni. Con la legislazione attuale raccogliere firme per un referendum è un tentativo destinato ad un sicuro fallimento e diventa il miglior modo per rafforzare la legge che si vorrebbe abolire.
In secondo luogo non è stata una grande idea raccogliere le firme per un tema, quello delle coalizioni, che non è né il più noto, né il più criticabile tra i difetti della legge elettorale e che raccoglieva dissenso tra molte forze politiche. Era prevedibile che il fallimento del quesito meno interessante e condiviso avrebbe reso più difficile la modifica dell’impianto generale della legge ed in particolare della “lista bloccata” tanto odiosa.
In terzo luogo idea ancora peggiore è stata quella delle forze politiche, come l’Italia dei Valori, che hanno raccolto le firme e poi hanno invitato a dire di no, mettendo gli elettori anche meglio intenzionati nella massima confusione.
In quarto luogo, infine, hanno avuto una pessima idea gli elettori che hanno disertato le urne, non tanto per il merito del quesito o della legge elettorale in generale, ma perché hanno confermato un andamento ormai consolidato: ovvero che quell’elettorato italiano che ancora oggi partecipa massicciamente alle elezioni politiche, da quattordici anni diserta regolarmente tutte le tornate referendarie. In astratto questo comportamento non può che trasmettere l’idea di un elettorato che ha una fiducia incrollabile nella sua classe politica, così tanta fiducia da disdegnare ogni intervento correttivo su ciò che la politica ha disposto e da accorrere invece in massa quando si tratta di legittimarla. Probabilmente la mia è un’interpretazione forzata ma ho pochi dubbi che questa sia l’interpretazione che la nostra classe politica dà  degli eventi ed alla luce della quale giustifica la propria chiusura e autoreferenzialità . In questo caso le abbiamo dato una grossa mano.

Jun 23rd, 2009

Iran: la protesta ha già vinto?

Da giorni buona parte del mondo sta guardando con preoccupazione alle proteste in Iran per le quali di ora in in ora il bilancio delle vittime si fa più grave. Il fatto scatenante è stato l’esito delle elezioni presidenziali svoltesi la scorsa settimana. All’indomani della tornata elettorale il Presidente uscente Ahmadinejad è stato proclamato il vincitore ma i candidati a lui opposti hanno subito denunciato brogli e chiesto l’invalidazione delle elezioni. Da un lato vi sono indiscrezioni trapelate negli scorsi giorni secondo le quali Ahmadinejad avrebbe ottenuto addirittura il solo 12% dei consensi e ci avrebbero pensato le milize “basij” (la polizia segreta dei Guardiani della Rivoluzione) a manipolare i risultati ma non ci sono riscontri certi, più confermati invece i dati che vogliono in alcuni collegi percentuali di affluenza superiori al 100% che lasciano più di un sospetto… Per contro un sondaggio telefonico svolto da un organismo indipendente un mese prima del voto avrebbe raccolto un risultato non troppo dissimile dal risultato ufficiale.
Non sappiamo e non sapremo forse mai dov’è la verità , sappiamo però che oggi c’è una parte importante dell’opinione pubblica iraniana che è contro Ahmadinejad e che è importante soprattutto perché è una parte che si fa forte della propria cultura, della propria conoscenza delle tecnologie moderne, che continua a raccontare su Facebook e su blog vari ed eventuali, lo sviluppo della protesta con il suo prevedibile contributo di sangue. Non a caso il primo obiettivo della repressione è stata l’università , che già  nel recente passato era stata invero oggetto di persecuzione del regime. Non a caso la protesta è così feroce presso le comunità  iraniane all’estero che si rendono meglio conto di quale inaccettabile contrasto ci sia tra le condizioni di vita in Occidente e quelle in Iran.
L’opinione pubblica occidentale è ovviamente tentata dall’individuare in coloro che protestano i buoni e negli altri cattivi, anche se la Rete poi ci propone anche chi rovescia i termini della questione facendo di Ahamadinejad un martire dell’occidente e di Mousavi un fantoccio in mano all’asse Stati Uniti-Israele. Purtroppo con queste logiche manicheiste non si va molto lontano. La realtà  è che da decenni una cricca di despoti, in alcuni casi legittimati dalla monarchia, in altri dalla teocrazia, in altri ancora da elezioni più o meno manipolate, detengono il potere nella maggior parte delle nazioni del mondo islamico, facendo ampio uso della retorica anti-occidentale per giustificare il proprio potere assoluto. Vero è che furono le potenze occidentali ad abbattere Mossadeq nel 1953 e vero è che le potenze occidentali hanno in questi decenni compiuto atrocità  inenarrabili in quell’area del mondo, ma è anche vero che questo non giustifica chi ha tenuto nella miseria, nel sottosviluppo e nell’ignoranza il proprio popolo. Ogni regime dispotico che si rispetti (ed anche molti pseudodemocratici) ha l’abitudine di imputare la responsabilità  del proprio malgoverno, della propria corruzione, della propria sopraffazione e sfruttamento nei confronti delle masse, all’opera subdola di nemici esterni, così fanno oggi i regimi islamici e certamente Ahmadinejad non sfugge a questa logica. Se quanto accade in questi giorni a Teheran servirà  ad aprire uno spiraglio su questa verità , se servirà  a far capire alle masse islamiche che il loro nemico è la miseria, è l’ignoranza, che il loro nemico sono coloro i quali in quella miseria ed ignoranza vogliono tenerli per mantenere il proprio potere, allora questi giorni di protesta non saranno stati inutili, allora la protesta avrà  ottenuto la sua vittoria, allora potremo sperare che sia vicino il giorno in cui le masse islamiche sapranno rivoltarsi contro i loro despoti e potrà  nascere anche in quella parte del mondo un’era nuova.

Jun 21st, 2009

Perché voto

Anch’io, come tanti altri, ho deciso di fare una dichiarazione di voto per i referendum. Prima di tutto provo a dirvi quello che ho capito dei tre quesiti.
Il primo ed il secondo quesito si riferiscono a quei meccanismi dell’attuale legge elettorale di Camera e Senato (il famoso Porcellum) che disciplinano le coalizioni. La legge attuale prevede che i singoli partiti, pur mantenendo separati dagli altri partiti simbolo e voti ricevuti, possano formare delle coalizioni. Coalizzarsi ha due vantaggi: il primo è che alla coalizione che ottiene il maggior numero di voti automaticamente viene attribuito il 55% dei seggi (alla Camera su base nazionale, al Senato su base regionale) e quindi ai partiti conviene mettersi insieme per raggiungere la fatidica “maggioranza relativa”; il secondo è legato al fatto che esiste una soglia di sbarramento al di sotto della quale non si è rappresentati in Parlamento, e che questa soglia è maggiore per i partiti che non fanno parte di una coalizione (naturalmente alla coalizione nel suo insieme si applica la stessa soglia del partito singolo). Per la cronaca alla Camera la soglia per i partiti in coalizione è del 2% e quella dei partiti senza coalizione (oltre che delle coalizioni stesse) è del 4%, al Senato i valori sono rispettivamente del 4% e dell’8% ma si applicano anche qui su base regionale. I primi due quesiti riguardano questo meccanismo: il primo (scheda viola) si riferisce alla legge della Camera, il secondo (scheda beige) alla legge del Senato.
Se passassero i due referendum crollerebbe ogni beneficio dato dalla legge al meccanismo delle coalizioni, sia in termini di premio di maggioranza, sia in termini di soglia di sbarramento. I partiti correbbero ognuno per sé, il primo partito avrebbe il 55% e per essere ammessi in Parlamento servirebbero il 4% dei voti su base nazionale alla Camera e l’8% dei voti in almeno una regione al Senato. Gli effetti pratici sarebbero che non avremmo più coalizioni di governo complesse ed estesissime e quindi si semplificherebbe notevolmente il quadro politico. Ad oggi la cosa parrebbe favorire il PdL che potrebbe fare a meno della Lega per governare ma non dimentichiamoci che alle elezioni politiche del 2008 ci fu uno scarto di soli 4 punti tra PdL e PD alla Camera, quindi l’esito di future elezioni non sarebbe poi così scontato. Mi augurerei anche che, di fronte al tramontare della possibilità  di rappresentare una riedizione dell’Unione, la sinistra radicale riesca a formare finalmente una forza unica che sappia fare quello che la sinistra radicale sa fare: l’opposizione, sia che al governo ci sia la destra che la sinistra moderata.
Il terzo quesito (scheda verde) si riferisce invece al meccanismo delle cosiddette candidature multiple. La legge attuale non prevede che i candidati possano essere scelti tramite la preferenza ma prevede invece che i partiti stilino, circoscrizione per circoscrizione, una lista di candidati in un ordine ben preciso, dalla quale poi, in sede di scrutinio, vengono selezionati gli eletti partendo dal primo della lista a scendere. La legge consente ad uno stesso candidato di essere inserito in lista in diverse circoscrizioni, in caso il candidato venga eletto in più di una circoscrizione, egli o ella può scegliere la circoscrizione in cui essere eletto e passare nelle altre circoscrizioni il proprio diritto al primo dei non eletti. Se passasse questo referendum non sarebbe più consentito ad uno stesso candidato di essere in lista in diverse circoscrizioni. L’effetto pratico sarebbe fondamentalmente impedire agli “uomini di bandiera” (Berlusconi, Di Pietro, Casini) di attrarre voti anche in circoscrizioni in cui in realtà  verrà  eletto qualcun altro al posto loro, magari molto meno “attraente”.
Personalmente sono orientato a votare un sì convinto al terzo quesito ed un paio di sì dubbiosi ai primi due. Tenuto però conto che la mia dubbiosità  difficilmente sarà  registrata dagli scrutatori, una volta fatta una croce i miei dubbi non avranno più ragione di essere.
Vi è però una cosa che ritengo fondamentale, il raggiungimento del “quorum”, ovvero il fatto che almeno il 50% degli aventi diritto votino, condizione necessaria perché il referendum non sia stato uno sforzo inutile. Ritengo ciò fondamentale per tre motivi:

  1. L’invito all’astensione per far fallire un referendum è uno strumento assolutamente anti-democratico perché costituisce un modo furbesco per sfruttare la debolezza della legislazione allo scopo di impedire ai cittadini di esprimere il proprio diritto di pronunciarsi in merito ai quesiti. Il quorum non è stato introdotto dai costituenti per consentire queste furbate ma per evitare che fossero oggetto di referendum argomenti di scarso interesse per l’opinione pubblica, questo però nell’ipotesi che andassero a votare sia quelli che fossero favorevoli che quelli contrari.
  2. Il referendum in nazioni a democrazia immatura è spesso usato da presidenti populisti in modo demagogico per ottenere più potere, ma in democrazie avanzate è in realtà  uno strumento fondamentale perché consente di disinnescare il rischio che strategie lobbistiche che passano inosservate al grosso dell’opinione pubblica e non costituiscono oggetto di mutamento delle posizioni politiche, consentano di approvare leggine che vanno a danno della maggioranza dei cittadini. Purtroppo in questi anni l’uso improprio del quorum sta svuotando l’istituto del referendum di ogni significato. In un paese normale sarebbe da tempo stata modificata la legge, ad esempio limitando il quorum ad un 25% di voti favorevoli sul totale degli aventi diritto al voto e risolvendo le ambiguità  insite nel concetto di referendum solo abrogativo. In Italia invece da anni si vota per referendum che puntualmente non raggiungono il quorum, per referendum propositivi mascherati o infine per referendum che abrogano una legge che poi il Parlamento rifa uguale identica alla precedente. Purtroppo temo che il rimedio a cui molti pensano sia di abolire l’istituto anziché migliorarlo e questo sarebbe davvero il colmo.
  3. In caso di fallimento del referendum già  mi immagino la sfilata di facce da culo che ci spiegheranno che i cittadini hanno detto che la legge va bene così com’è e quindi guai a chi la vorrebbe ancora modificare. Non so il vostro ma credo che il mio stomaco non reggerebbe…
Jun 19th, 2009

Cazzola, toh chi si rivede!

Questo blog aveva già  parlato di Alfredo Cazzola circa un anno fa, ricordando i suoi numerosi fallimenti che l’avevano indotto alla fine a trovare la soluzione che molti adottano una volta dimostrata la propria assoluta inaffidabilità  in qualunque campo: darsi alla politica.
Da allora il Cazzola ha deciso di candidarsi addirittura a Sindaco di Bologna ed essendo un uomo dalla pessima fama, il PdL lo ha subito considerato il suo candidato ideale. La candidatura tra l’altro ha fatto riemergere vari suoi guai con la giustizia tra i quali una condanna per false fatturazioni inflittagli nel 2001 a Torino, la stessa città  nella quale lo ricordiamo affettuosamente per avere liquidato in pochi anni il Salone dell’Auto, comprato e dopo pochi anni chiuso dal Cazzola nel 2002 secondo molti per favorire il “suo” Motorshow di Bologna. Non solo, nel suo passato c’è anche una condanna in appello per un cazzotto rifilato ad una automobilista per una lite stradale. In quel caso la prescrizione lo salvò. Sull’episodio tra l’altro Cazzola ha mentito un paio di volte come Repubblica ha dimostrato negli ultimi giorni, ma anche questo ormai è un “must” per avere successo in politica.
Ovviamente però per l’elettorato italiano non c’è niente di meglio di un po’ di precedenti penali e qualche menzogna per fare curriculum, quindi Cazzola è arrivato al ballottaggio che Domenica lo opporrà  all’avversario Delbono.
Cosa fa il nostro Cazzola, a pochi giorni dal ballottaggio? Tira fuori durante un faccia-a-faccia radiofonico il nome della ex-amante del suo avversario, facendo accuse generiche e non circostanziate circa eventuale utilizzo improprio di soldi pubblici, che avrebbero favorito l’amante stessa quando Delbono era Assessore al Bilancio dello stesso Comune di Bologna.
Sarebbe un’ottima cosa se il Cazzola fosse in grado di produrre elementi ulteriori, ma ad oggi non l’ha fatto. Già  è strano che abbia sollevato il presunto scandalo adesso e non prima del primo turno quando, solo per una manciata di voti Delbono non ha ottenuto il 50% dei consensi e quindi direttamente l’incarico, ancora più sospetto il fatto che ad oggi non sia uscito nessun dettaglio sulle presunte malversazioni se non un riferimento a viaggi in Bulgaria anche qui non chiarito. Ormai siamo nell’imminenza del voto e qualunque cosa succeda è difficile che a questo punto la cosa incida sul ballottaggio.
E’ possibile invece che l’essersi segnalato come un personaggio senza etica e senza scrupoli possa tornare a vantaggio del Cazzola per una possibile carriera politica nazionale. Non a caso Berlusconi ha già  espresso giudizi entusiastici su questo astro nascente della cloaca della nostra politica. Come scrissi un anno fa: se ne sentiva proprio il bisogno.

Jun 18th, 2009

Eversione

Parlando Domenica scorsa in famiglia delle farneticanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio, che Sabato ha parlato di disegno eversivo a proposito delle accuse a lui formulate dalla moglie prima e da Repubblica poi, mi è venuto da chiedermi perché una persona sana di mente dovrebbe uscirsene con simili idiozie. La risposta che mi davo allora era che lo scopo del Premier fosse cercare di iniziare ad associare nella testa delle persone, che più ciecamente lo sostengono, l’opposizione, cioè il legittimo e liberale dissenso, e l’eversione, cioè il tentativo di sovvertire le istituzioni democratiche, creando le premesse per il sostegno ad una futura repressione dell’opposizione democratica. Sottolineavo anche come la vicinanza nei telegiornali della notizia delle sue dichiarazioni a quella delle sentenze sul processo alle nuove BR facesse significativamente sponda a questo tentativo.
Non ho fatto in tempo a scrivere tutto ciò su questo blog che altri esponenti del PdL si sono affrettati a darmi ragione, prima associando l’opposizione alle BR, poi accusando D’Alema di muovere i fili delle inchieste di Bari.
Ho l’impressione che qualche cosa di piuttosto preoccupante si stia muovendo. Succede molto spesso in un sistema politico che, quando si creano grosse concentrazioni di potere, esse sembrano riuscire, per un certo periodo di tempo, a controllare l’opinione pubblica in modo pacifico, semplicemente valendosi di una posizione di predominio delle fonti di informazione e dando l’impressione che questo potere sia destinato a perpetuarsi. Come l’Iran ci insegna però si arriva sempre ad un momento nel quale ciò non basta più, in quel momento il desiderio morboso di non rinunciare alla posizione acquisita ed il concerto ampio di forze che la sostengono, portano molti ad accarezzare il desiderio di passare ad una via violenta o comunque coercitiva.
Ho francamente l’impressione che ci sia qualcuno nella maggioranza di governo che, forse più spaventato del dovuto dall’insuccesso elettorale, si stia preparando ad una simile soluzione. Non è un momento in cui ci sia da stare molto allegri, proprio no…

Jun 17th, 2009

Processo Calciopoli: cominciamo bene

Nelle scorse settimane si sono avute le prime udienze del processo Calciopoli, sul quale Radio Radicale dà  una copertura piuttosto completa, cosa che invece non fanno i giornali e le televisioni, che invece a suo tempo si riempirono così bene la bocca dei dogmi di Calciopoli. Tra l’altro sulla indifferenza dei mass media per il processo di Napoli si è pronunciato perfino Oliviero Beha in un recente intervento sul TG3.
Ascoltando gli interrogatori ho scoperto una cosa della quale non ho trovato sostanzialmente nessuna traccia sulle varie fonti di informazioni, ma che mi è parsa molto significativa. Il primo interrogatorio in assoluto è stato infatti quello di Romeo Paparesta, arbitro di Serie A negli Ottanta e padre di Gianluca Paparesta, arbitro anche lui, divenuto famoso per l’episodio di Reggio Calabria, quando Moggi si vantò di averlo chiuso nello nello spogliatoio adirato per alcune sue decisioni (episodio che poi fu smentito da tutti i partecipanti alla vicenda). Romeo Paparesta è coinvolto nel processo principalmente in quanto fu tra quanti utilizzarono le SIM svizzere che Moggi aveva distribuito a piene mani.
L’interrogatorio ha messo previdibilmente in crisi molte basi del processo sportivo, ma la cosa singolare è che è iniziato con una serie di domande su un episodio apparentemente del tutto estraneo alle vicende del processo.
Nel Novembre dell’87 Paparesta arbitrò infatti l’incontro di Campionato tra Juventus e Cesena al Comunale di Torino. Accadde che mentre le squadre rientravano negli spogliatoi per l’intervallo tra primo e secondo tempo, dalla curva juventina fu lanciato un petardo che esplose nelle vicinanze del tunnel che i giocatori stavano percorrendo. Il rumore dell’esplosione stordì il giocatore del Cesena Sanguin che dovette ricorrere alle cure del suo staff, che però probabilmente drammatizzò la situazione dichiarando il giocatore impossibilitato a riprendere il gioco e ricoverandolo addirittura in ospedale. Ovvia a quel punto la richiesta di vittoria a tavolino che fu accordata alla squadra romagnola che sul campo aveva perso 2 a 1.
La cosa suscitò molte polemiche perché era parsa evidente la strumentalizzazione da parte dei romagnoli, in più quell’episodio si innestò in una serie di analoghe “furberie” che avevano consentito poche settimane prima al Napoli di vincere a Pisa, che consentirono poche settimane dopo alla Roma di vincere a Milano e che culminarono, due anni dopo, nella celebre sceneggiata del giocatore del Napoli Alemao che a Bergamo finse di essere stato stordito da una monetina. Quest ultimo episodio fece particolare scalpore perché regalò sostanzialmente il secondo scudetto ai partenopei, ma le furenti discussioni che ne seguirono furono fortunatamente uno stimolo a riprendere un minimo di moralità  da questo punto di vista.
Paparesta fu coinvolto nelle polemiche principalmente perché indicò erroneamente nel referto che il medico della Juventus aveva confermato la gravità  delle condizioni del giocatore, confondendolo con quello del Cesena forse a causa dello stemmino molto simile, ma la gran parte delle contestazioni furono indirizzate più che altro allo staff cesenate. Secondo la deposizione di Paparesta, invece, qualcuno aveva voluto fargliela pagare e questo era stato motivo di pregiudizio per la sua carriera, causandone poi la dismissione.
In realtà  la dismissione di Paparesta avvenne alla conclusione della stagione 1988-89, due anni dopo l’episodio e quando l’arbitro aveva quaranticinque anni ed aveva sorpassato i dodici anni di militanza in serie A, dove aveva esordito nel Marzo del 1977. Tenete presente che dodici anni in Serie A sono quasi un record per un arbitro come Paparesta che non è mai arrivato a dirigere incontri internazionali. Per di più le ultime due stagioni, quelle successive all’episodio, furono quelle, della sua lunga carriera, nelle quali arbitrò più incontri: risulta dunque davvero poco credibile che ci fosse nei suoi confronti una forma di ostracismo da parte della Federazione, ostracismo che d’altra parte Paparesta non suffraga con altri elementi se non il fatto che molti dirigenti arbitrali gli avevano chiesto dopo l’episodio del Comunale se riteneva che il suo referto fosse stato corretto, cosa direi appena normale vista l’entità  delle polemiche suscitate dalla vicenda. Tra l’altro nella deposizione Paparesta compie ripetuti errori, come quando sostiene che l’anno di dismissione fosse il 1988 (cosa che ripete più volte) o quando afferma che la dismissione avvenne al termine della stessa stagione dell’episodio di Juve-Cesena. Ovviamente a quei tempi Moggi era General Manager del Napoli ed alla Juve regnava ancora Gianpiero Boniperti, quindi le dichiarazioni non hanno nessuna rilevanza nel processo, ma allora perché raccontare sotto giuramento balle che possono essere smentite da qualunque almanacco?
Per capirlo bisognerebbe forse sapere cosa si agita in talune aule di tribunale, veleni, rancori, vendette incrociate, o magari invece una strategia processuale, volta ad introdurre un’atmosfera di complotto che prepari il campo a quello che verrà  dopo. Di certo questo non depone molto a favore della serietà  nella conduzione dell’inchiesta, peraltro messa in discussione dalla stessa Presidente della sezione giudicante Teresa Casoria in una recente dichiarazione.

Jun 17th, 2009

Il declino del ragionare

Una costante che ha ormai ogni dibattito politico è il fatto che, nonostante gli sforzi del conduttore, esso diventi rapidamente una gazzarra da mercato del pesce. Un tempo, nelle trasmissioni politiche, gli interventi si succedevano senza sovrapposizioni, con ogni partecipante che aspettava pazientemente il suo turno per parlare, replicare, commentare. Oggi invece le voci si sovrappongono, i discorsi si intrecciano, rendendo pressoché incomprensibile seguire un discorso che non abbia le caratteristiche di slogan e di vuoto spinto in termini di contenuti. Chi abbia seguito l’ultima puntata di Annozero ne ha avuto solo l’ennesima riprova. Ho provato a chiedermi perché ciò accade.
In qualunque genere di confronto dialettico si possono individuare grossolanamente due piani diversi sui quali di solito ci si confronta. Il primo è il piano del ragionamento logico sequenziale: si parte da alcune ipotesi su cui c’è generale accordo per trarne delle conclusioni. Spesso non si concorda sul procedimento logico che porta dalle ipotesi alla conclusione ma il confronto rimane su un piano razionale, sulla possibilità  di trarre dalle ipotesi le proprie conclusioni.
In altri casi invece ci confrontiamo con gli altri usando approcci diversi: fingendo di dare per concordate ipotesi di partenza che concordate non sono o che magari sono manifestamente false, cercando di mettere in difficoltà  l’interlocutore ironizzando su cose che nulla hanno a che vedere con il suo ragionamento (un suo difetto di pronuncia, il suo aspetto, giochi di parole su ciò che ha detto, eccetera) oppure cercando di togliere credibilità  allo stesso interlocutore riferendosi a sue affermazioni o atti passati. L’effetto che un approccio simile ingenera è di portare la discussione lontano da un confronto razionale e di trasferirla ad un piano essenzialmente emotivo, fatto di attacchi, magari di insulti, che trasformano la discussione in un duello, più che in un confronto dal quale i due interlocutori o un ascoltatore esterno possano tratte qualche beneficio.
Per quanto quest’ultimo piano sia poco fruttuoso, anche nelle discussioni del nostro quotidiano non sempre è facile rimanere su un piano di mera razionalità  ed anzi sovente la discussione assume connotati decisamente emotivi. Questo accade spesso quando ci troviamo senza argomenti con i quali controbattere ma non soltanto. Talvolta infatti ciò accade perché le argomentazioni del nostro interlocutore ci irritano profondamente (magari perché toccano nostre convinzioni profonde) al punto da non potere attendere, per replicare, i tempi del ragionamento, necessariamente più lunghi. La compressione temporale alla quale ci obbliga la vita di oggi è un ulteriore elemento di disturbo al ragionamento ed un elemento a favore di un confronto dialettico più immediato ed emotivo. Vi è inoltre da soggiungere che per molte persone un ragionamento troppo complesso può risultare poco attraente mentre lo è molto di più una battuta, uno slogan, un gioco polemico. Un’altra caratteristica del confronto giocato su un piano emotivo è che non necessariamente ha la meglio colui o colei che porta le argomentazioni migliori, ma piuttosto chi porta le argomentazioni più aderenti al senso comune, chi sa esprimersi in modo più brillante e chi magari riesce a prendere con maggiore forza la parola.
La discussione che si svolge tra politici in uno studio televisivo obbedisce alle stesse regole. Non è quindi strano che i politici che ritengono di avere argomentazioni più immediate e più vicine al senso comune (che è poi il prodotto dalla grancassa dell’informazione) ma magari più deboli ad un accurato esame, tentino costantemente di trasferire il dibattito dal piano razionale a quello emotivo, facendo ricorso continuo alla battuta, allo schernire il rivale, ma soprattutto all’interruzione. Quest’ultima arma è forse la più letale perché sortisce due effetti: da un lato infastidisce l’interlocutore che rischia di distogliersi dal suo ragionamento per inseguire la provocazione del rivale, dall’altro distrae l’ascoltatore che finisce per perdere il filo del discorso e per perdere progressivamente interesse nel dibattito.
Spiegati i trucchi dei comunicatori politici rimane la domanda di fondo, ovvero come fare a ridare centralità  al ragionamento. La risposta più immediata è lo sforzo di decodifica, da parte del pubblico, del tentativo nemmeno troppo scoperto del politico di mestiere di alzare una cortina di fumo sul ragionamento che l’interlocutore cerca di costruire. Vi è tuttavia anche una precisa responsabilità  da parte dei conduttori di programmi di approfondimento, ai quali non dispiace una deriva emotiva della discussione, che spesso crea “casi” e dà  visibilità  al programma, anche se ciò va a detrimento della comprensione da parte del pubblico.
Concluderei aggiungendo che però, al di là  del contesto dei dibattiti televisivi, nel generale declino del ragionare una parte di responsabilità  ce l’abbiamo tutti, nel farci trasportare verso approcci sempre più emotivi alle discussioni e sempre meno ragionati. Una qualunque discussione su forum è fatta prevalentemente di battute, di provocazioni, di “flaming”, raramente di ragionamenti, troppo lunghi per la velocità  che si richiede alla Rete, troppo complessi per la semplicità  che si richiede alla Rete, troppo profondi per la superficialità  che si richiede alla Rete. Ma alla fine chi è davvero che richiede tutte queste cose alla Rete?

Jun 15th, 2009

Il crimine paga (2)

Ho trovato surreale il dibattito di Annozero nel quale Ghidini cercava di convincerci che il DDL sulle intercettazioni non intacca le indagini per Mafia, solo tutto il resto. Fantastico. E’ come se qualcuno ti dicesse: “Guarda, ti sto per dare una martellata in piena fronte. Ma non sarà  letale. Certo, ti causerà  la perdita della maggior parte delle funzioni cerebrali ma sopravviverai. Quindi non ti preoccupare”.
E questo è pure un avvocato di successo…

Jun 12th, 2009

Il crimine paga

Ci sono coincidenze che suonano significative e certo quella di oggi rientra in queste. Alla Camera va in onda la fiducia sul DDL sulle intercettazioni che liquida uno degli strumenti di indagine più utilizzato dalla magistratura consegnando il paese al predominio della criminalità , organizzata e non. Il tutto accade tra l’indignazione delle opposizioni che sono talmente indignate che 21 loro rappresentanti, nascondendosi dietro il voto segreto, votano a favore. Probabilmente anche loro volevano fare i loro affari al riparo da orecchi indiscreti…
Nello stesso giorno il Senatore PdL Carlo Vizzini si dimette dalla Commissione Antimafia perché (guardacaso la combinazione!) è accusato dai PM di Palermo di avere favorito proprio la Mafia, in seguito alle affermazioni fatte da Massimo Ciancimino, figlio del più celebre Vito, ex-sindaco di Palermo pluri-inquisito. Vizzini non è nuovo a procedimenti giudiziari: fu processato già  quando militava nel PSDI per il processo tangenti Enimont, con condanna in primo grado e poi prescrizione, e fu poi processato dal Tribunale dei Ministri nell’ambito di un procedimento o due sui falsi invalidi con ovvia assoluzione finale.
Sono sicuro che i lettori più attenti delle vicende politiche hanno già  capito che i PM di Palermo sono tutte toghe rosse e che il DDL sulle intercettazioni è un giusto provvedimento che tutela la privacy di tutti i cittadini. In tutti gli altri, probabilmente perché acceccati dall’odio e dalla miopia, rimarrà  il sospetto che chi ha proposto e chi ha approvato il DDL lo abbia fatto per correre meno rischi di essere pinzato in futuro da qualche PM impertinente, e rimarrà  soprattutto, ancora più profonda di prima, la convinzione che in Italia il crimine paga, sempre di più.

Jun 11th, 2009
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