Azionariato popolare e Torino

Questi ultimi mesi di calcio italiano sono stati caratterizzati dalla crisi di due squadre con una base di sostenitori molto ampia. La Roma ha vissuto una delle sue peggiori stagioni da anni in qua, le trattative sulla vendita della società  non sono andate a buon fine e la campagna acquisti della vecchia proprietà  non promette un esito migliore nel prossimo Campionato. Il Toro, che era tornato nel 2006 in Serie A, è nuovamente retrocesso in Serie B dopo aver raggiunto nelle due passate stagioni per due volte la salvezza in extremis. Conoscendo meno la realtà  di Roma mi concentro su quella del Toro.
Premetto che, pur essendo visceralmente juventino, non nutro nessuna antipatia nei confronti del Torino di cui anzi seguo le sorti con una certa empatia essendo comunque una squadra della mia città , quindi non troverete in questo pezzo altro che una fredda disamina della situazione. 
Il fatto che il Toro si trovi, nonostante i disastri finanziari e sportivi degli ultimi quindici anni, al nono posto nella classifica dei tifosi, e che però fatichi ormai stabilmente a stare tra le prime 20 del Campionato, segnala che c’è qualcosa che non va.
Non è peraltro solo un problema di tifosi ma anche di bilanci. Da anni il Torino presenta a bilancio dei costi (acquisti, stipendi, infrastrutture, investimenti) dell’ordine se non superiore a quelli di squadre come Genoa, Sampdoria, Udinese che lottano per la qualificazione alla Coppa dei Campioni mentre per il Toro quegli investimenti riescono a consentire nulla più che un tira e molla tra Serie A e Serie B. Sicuramente la gestione Cairo è stata più che pessima ma tenendo conto che la precedente gestione aveva portato la società  al fallimento finanziario mi pare di poter ipotizzare che non sia solo un problema di guida, ma ci sia un deficit strutturale nel modo in cui è gestito il club. Non entro nel merito ma ho la vaga impressione che sarebbe utile per non dire opportuno provare a sperimentare soluzioni di gestione più efficaci.
Uno dei vizi più comuni delle società  di calcio italiane, in cui è senz’altro ricaduta anche la gestione Cairo, è quella che la proprietà  gestisca la società  come un giocattolo e non come un’azienda e quindi ne deleghi solo limitatamente la gestione tecnica a persone competenti e specializzate dell’ambiente per tenere per sé le decisioni più importanti sbagliandole regolarmente.
Il problema ruota però sempre intorno al fatto che in Italia i club sportivi sono delle SpA e la decisione su come gestirle ed organizzarle è esclusivamente di chi le compri. Chi oggi quindi contesta Cairo ha come unico modo per indirizzare un cambiamento quello di rilevarne la proprietà .
A lungo andare è legittimo chiedersi se una struttura societaria simile però rispecchi il modo nel quale sono percepite dal pubblico le squadre di calcio. Come ho già  scritto infatti, ovunque in Italia le società  non sono concepite semplicemente come un’azienda che produce spettacolo ma come una fonte di prestigio personale per il tifoso e prestigio collettivo per la città  che rappresentano. E’ di certo difficile conciliare questa visione con l’accentramento della proprietà  nelle mani di un imprenditore, che sia o meno bravo, che sia un mecenate dell'”arte calcistica” o un avventuriero in cerca di visibilità .
Alla ricerca di modelli alternativi a quello descritto, ci si imbatte facilmente in modelli basati sull’azionariato popolare. Hanno soluzioni di azionariato popolare non solo Real Madrid e Barcelona ma anche molte altre squadre spagnole, il Bayern Monaco, il Benfica tra le altre. Nel caso di Real e Barcelona semplicemente si tratta di associazioni di persone fisiche, nel caso del Benfica si tratta di una società  di proprietà  con una complicata gestione mista tra approccio associativo ed approccio societario.
Il concetto più o meno comune è il seguente: il club è retto da una serie di organi che sono eletti prevalentemente da un’Assemblea generale che comunque nomina sempre il Presidente. Dell’Assemblea Generale fanno parte prevalentemente gli associati, i quali hanno diritto alla partecipazione ed al voto in quanto versano una quota annuale, peraltro piuttosto accessibile (si va dai 50 ai 150 € annui) che dà  diritto ad altri vantaggi oltre a quello di voto che mirano a fidelizzarli alla società  sportiva. I soci, tra le squadre più titolate, si aggirano intorno ai 100.000 per una raccolta complessiva di fondi che si aggira intorno ai 10 milioni. Indubbiamente 10 milioni sul bilancio del Real Madrid non sono una cifra decisiva anche se male non fanno. Tuttavia la parte più interessante del modello non è, a parer mio, il finanziamento popolare ma piuttosto la modalità  di partecipazione ai destini della società  che dà  ai tifosi-soci un reale ruolo all’interno della società : i tifosi diventano coloro i quali danno o tolgono fiducia al Presidente, hanno visibilità  dei bilanci e possono magari anche scoprire se qualche Presidente o proprietario di società  approfitta un po’ troppo liberamente della sua squadra di calcio per soddisfare propri interessi personali. Verrebbe meno il ricorso a Sindaci o Comuni per aiutare la squadra in difficoltà  finanziara: se vuoi la finanzi di tasca tua, se no fallisce. Verrebbe anche meno il tira e molla con la proprietà  del tipo “spendi di più”, “compra questo e compra quello”. Se vuoi ti associ, voti il Presidente e poi se non sei contento non gli rinnovi la fiducia.
Ho l’impressione che questo modello abbia serie difficoltà  a diffondersi in Italia per due motivi: il primo è l’allergia ad approcci troppo “democratici” che la nostra classe dirigente ha e che porta ad una generale diffidenza a sposare soluzioni simili, il secondo è la difficoltà  che l’eterogenea base dei tifosi ha ad organizzarsi in modo tale da realizzare un simile modello, che è poi la difficoltà  di ogni organizzazione che si rispetti nel nostro paese.
Detto tutto questo ho l’impressione che, se ci sono delle chance che se un esperimento del genere possa riuscire in Italia, può riuscire proprio a Torino e non certo sul fronte juventino, laddove la proprietà  è troppo solidamente ancorata alla squadra per ammettere contaminazioni “popolari”. Vedremo…

Jul 30th, 2009

Un commento to 'Azionariato popolare e Torino'

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  1. Paul said,

    Penso che l’azionariato popolare è l’unica via da seguire per noi Granata e, visto il nostro essere pionieri in quasi tutto ciò che s’è fatto nel calcio Italiano, mi farebbe rabbia che i romani ci precedessero.

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