Con questa opposizione…

Domenica ho seguito con curiosità  un pezzo di “In 1/2 h”, trasmissione dell’Annunziata della quale era ospite Francesco Rutelli. La curiosità  era legata a questo strano personaggio che fa quasi tenerezza: è stato tra i fondatori del Partito Democratico e dall’inizio ha sostenuto fieramente la necessità  del Partito Democratico di non definirsi né di destra, né di sinistra. E’ un po’ come fondare una bocciofila e poi pretendere che non vi si giochi a bocce. Questa crociata per la non collocazione del partito continua tutt’oggi e con il tempo gli ha garantito fortunatamente un progressivo isolamento, ma nonostante questa condizione riesce lo stesso a far danni.
L’Annunziata, che nutre la sua stessa avversione per la sinistra che ha il coraggio di chiamarsi sinistra, denotava subito una certa complicità Â con Rutelli. Così andava in brodo di giuggiole quando il Piacione, commentando la manifestazione di Sabato sulla libertà  di stampa, prima ancora che attaccare qualunque esponente della maggioranza, attaccava Di Pietro per le sue critiche nei confronti del Presidente della Repubblica. Rutelli e Annunziata si trovavano d’accordo nel sentenziare che queste critiche non avevano precedenti nella storia della nostra Repubblica, dimenticandosi di quanto era stato riservato, ai tempi, a Scalfaro e Cossiga. Esaurito l’attacco a Di Pietro, Rutelli si lanciava in un ancor più vigoroso attacco contro il quotidiano, a suo dire, simbolo della degenerazione in corso nell’informazione: Il Fatto Quotidiano. L’attacco era legato ad un errore per il quale il suo nome era comparso tra quanti non avevano votato per la pregiudiziale di costituzionalità  sullo Scudo Fiscale. L’errore era stato ammesso, corretto e la redazione del quotidiano si era scusata con Rutelli dando ampio spazio alla smentita. Tuttavia ciò non era bastato per risparmiare l’attacco al quotidiano di Padellaro, in confronto al quale Il Giornale e Libero erano da considerarsi fogli equilibrati e pacati.
Ammesso e non concesso che Rutelli rappresenti ancora qualcosa oltre a sé stesso, che credibilità  ha un’opposizione i cui rappresentanti, anche in questo contesto di drammatica tensione democratica, non riescono a trovar di meglio che attaccarsi l’un l’altro?
D’altronde che credibilità  ha il candidato favorito alla segreteria del PD Bersani quando commentando l’assenteismo nelle file del partito, che ha consentito allo Scudo Fiscale di essere approvato alla Camera, ha minimizzato le aspre critiche che qualcuno ha mosso al partito dichiarando che sarebbe stato inutile perché: “…comunque lo avrebbero fatto rivotare”? Diciamoci allora che la presenza del PD in Parlamento è superflua e che tanto varrebbe andare tutti a farsi una bella scampagnata a Modena, con una bella scorpacciata di gnocco fritto, anziché chiudersi nell’atmosfera viziata di Montecitorio a votare per chissacché.
In definitiva se l’Italia sta scivolando verso un sistema dittatoriale, è anche perché quella parte della nostra politica che ancora propugna un modello democratico da’ spesso un’immagine penosa di quel modello, con i propri comportamenti quotidiani.

Oct 5th, 2009

L’Europa con il fiato sospeso

Mentre l’Italia si arrovella sul mestiere che fa Patrizia D’addario, l’Europa si arrovella su quello che farà  l’Europa stessa nel prossimo secolo. Questo futuro passa molto dall’approvazione del Trattato di Lisbona, non perché sia una meraviglia di Trattato o di pseudo-Costituzione europea (in fondo questo dovrebbe essere), ma semplicemente perché è un primo piccolo passo verso un’unificazione politica europea che è sempre più urgente, per poter sperare di contare nello scacchiere internazionale futuro. 
Ci sono indubbiamente tutte le premesse perché l’esito del referendum, che in Irlanda riporterà  gli elettori nel prossimo finesettimana ad esprimersi dopo la bocciatura del Giugno 2008, veda questa volta prevalere i Sì, compreso il sostegno al trattato che ha espresso il magnate di Ryanair Michael O’Leiry. Il presidente polacco Kaczynski ha dichiarato che firmerà  il trattato nel caso il referendum irlandese premiasse i Sì e pare anche debole la posizione del presidente ceco Vaclav Klaus nel suo diniego alla firma del trattato. Tuttavia chiunque abbia in minima considerazione il futuro di questo continente non può che tenere il fiato sospeso nella speranza che la verde Irlanda non ci tradisca di nuovo.

Oct 2nd, 2009

L’opposizione che si occupa di ben altro

In queste ore di furenti polemiche su Annozero non mancano quanti, anche a sinistra, invitano l’opposizione ad occuparsi di ben altro che di Santoro e delle escort che sono state intervistate durante la puntata di stasera.
Anch’io mi associo a quest’invito: ad esempio l’opposizione si sarebbe potuta occupare dello scudo fiscale che, a parole, ha condannato senza se e senza ma ma che cosa è successo invece quando Martedì la pregiudiziale di incostituzionalità  sul provvedimento in oggetto è andata in votazione alla Camera? Anche in quell’occasione l’opposizione di stava probabilmente occupando di ben altro, non so se il ben altro fosse Annozero, francamente lo dubito: sta di fatto che la pregiudiziale di incostituzionalità  è stata respinta per uno scarto di soli 52 voti. Che c’è di strano? Che tra PD e IDV gli assenti giustificati erano proprio 53, più altri 5 nell’UDC, tutti probabilmente intenti ad occuparsi di ben altro.
D’altra parte fare politica è difficile e spesso non si possono ottemperare agli obblighi parlamentari nemmeno quando ciò appare così importante come in questo caso. Tuttavia, giusto per non dimenticarsi, riporto di seguito i cognomi dei 51 deputati PD, 2 IDV e 5 UDC assenti ingiustificati. Questo perché quando li sentirete strillare contro gli orrori del governo possiate chieder loro dov’erano quando quegli orrori venivano consumati.

PD
1) Argentin
2) Bersani
3) Boffa
4) Bucchino
5) Boccuzzi
6) Calearo
7) Calgaro
8) Capodicasa
9) Carra
10) Ceccuzzi
11) Cesario
12) Codurelli
13) D’Alema
14) Damiano
15) D’Antoni
16) De Micheli
17) Esposito
18) Fiano
19) Fioroni
20) Franceschini
21) Gaione
22) Garofani
23) Giacomelli
24) Gozi
25) La Forgia
26) Levi
27) Lolli
28) Lo Sacco
29) Maran
30) Martignoli
31) Martino
32) Meta
33) Mogherini
34) Mosella
35) Picierno
36) Pistelli
37) Pollastrini
38) Pompili
39) Porta
40) Portas
41) Realacci
42) Rosati
43) Sani
44) Servodio
45) Tenaglia
46) Turco
47) Vaccaro
48) Vassallo
49) Vernetti
50) Villeco Calipari
51) Zampa

IDV
1) Barbato
2) Cimadoro

UDC
1) Cesa
2) Ciccanti
3) Drago
4) Galletti
5) Mannino

Oct 1st, 2009

Varese nel mondo

A Varese ho vissuto tutta la mia adolescenza ed è una città  che sento quindi un po’ mia, anche se talvolta mi lasciano incredulo alcune cose che vi succedono. Mi ha quindi in fondo rallegrato aver appreso da Marco che il New York Times ne abbia addirittura parlato, anche se, come spesso accade per l’Italia, solo per motivi squisitamente folkloristici e dei quali è davvero arduo potersi vantare. L’articolo era dedicato all’abitudine, a quanto pare tutta nostrana, di ornare le rotonde in modo variamente pittoresco. L’articolista riconduce questa abitudine alla vena artistica degli italiani ma alla fine il caso più folcloristico citato, quello appunto di Varese, ha ben poco di artistico.
Si tratta della rotonda che si presenta a chi arrivi a Varese dall’uscita dell’autostrada Buguggiate-Lago di Varese. In occasione dei mondiali di ciclismo del 2008 la giunta di Buguggiate ha deciso di installare sull’aiola della rotonda una serie di sagome di ciclisti con varie magliette colorate. Le sagome non erano propriamente dei capolavori ma la cosa che impressiona è che i ciclisti avevano le esatte sembianze di alcuni esponenti nazionali e locali della Lega Nord tra i quali Bossi (con la maglia iridata di Campione del Mondo) e Maroni. Dopo un anno le sagome sono ancora lì nonostante le polemiche sollevate naturalmente dai soli gruppi politici non rappresentati nell’aiuola.
Capisco l’estrema praticità  della gente di lassù che li porta a disinteressarsi delle facce dei ciclisti, ma non c’è nulla di più avulso proprio da questa mentalità  del culto della personalità  che questo quadretto riproduce. Come si è arrivati quindi alla degenerazione di un movimento nato dal basso per sostenere gli interessi di una società  intraprendente e operosa che sentiva il giogo di istituzioni inefficienti e sclerotizzate e che pare aver finito per diventare la copia più grottesca della classe politica che ha faticosamente abbattuto?
Sicuramente ha aiutato il provincialismo che ha contribuito a creare un microcosmo politico chiuso e autoreferenziale nel quale sembra che non appaiono alternative e nel quale, come in molti microcosmi politici simili, la Lega è diventata simbolo della politica stessa e quindi totalmente priva di ogni forma di concorrenza esterna. Sicuramente ha aiutato l’alleanza con Berlusconi che ha creato una protezione mediatica a questo microcosmo pressoché insuperabile. Fatto sta che l’impressione è che oggi il varesotto si ritrovi con una classe politica magari meno inefficiente di quella di vent’anni addietro, ma altrettanto chiusa nelle proprie logiche di potere, nella propria percezione di intangibilità , di sovranità  assoluta.
Mi pare sia significativo come la Lega ha reagito alle polemiche nate: proponendo qualche sagoma anche all’opposizione. Una sorta di compromesso storico ciclistico, la storia si ripete sempre…

Sep 29th, 2009

Pareva un pomeriggio così bello…

Pareva un pomeriggio così bello, di fine estate. Il sole, il caldo imprevisto, l’Inter che aveva perso a Genova nell’anticipo, Diego di nuovo in campo. E poi Marchisio inarrestabile, Camoranesi in condizioni che non sfoggiava da un paio di anni. Pareva una giornata perfetta.
La partita con il Bologna era iniziata così, con l’entusiasmo di chi si sente forte, di chi sente il vento in poppa. C’era giusto il tempo di sperare che una giornata così bella non fosse sciupata dalla sfortuna che Jonathan iniziava una delle sue azioni furenti, conclusa con un colpo di carambola sul quale David tornava ad infilare a modo suo la porta bolognese ed era già  1 a 0. Del Bologna si temevano soprattutto gli ex Di Vaio e Zalayeta, che però cercavano di penetrare tra le linee difensive bianche e nere senza apprezzabili risultati, mentre Diego e Mauro German seminavano scompiglio tra gli avversari ogni volta che prendevano palla. Però c’era qualcosa che non andava: bastava un affondo sulla fascia degli emiliani perché improvvisamente la nostra difesa diventasse una coperta troppo corta e Gigi cominciasse ad alterarsi per i pericoli che riuscivamo a correre quasi ogni volta che la palla arrivava dalle parte del fortino zebrato. Il primo tempo finiva in calando con la nostra difesa sempre più incerta.
Il secondo tempo poi si trasformava in un supplizio: la Juve continuava a mantenere l’iniziativa e Melo giganteggiava ma Diego si intristiva e Marchisio finiva la benzina. Le nostre azioni non erano più condotte al ritmo della prima parte e il Bologna riusciva a contrattaccare con sempre maggiore puntualità  e soprattutto con molti uomini, cosa che dava le vertigini ai guardiani della nostra difesa. Non che i felsinei sviluppassero molto gioco ma gli bastava qualche pallone buttato in mezzo all’area e la capacità  di entrare in area con velocità  per metterci a disagio. Ferrara cercava di portare nuovo ossigeno con qualche cambio ma era in mezzo al campo che mancava il fiato, proprio lì dove Momo ci manca tanto, ed era il momento per Buffon di tornare supereroe per evitare il pareggio. Tanto per aggiungerci un po’ di cattiva sorte Camoranesi prendeva un palo e quando Adailton al ’93 segnava l’1 a 1, il destino sinistro di questo pomeriggio era compiuto.
Ho l’impressione che sia molto urgente fare ordine nel confuso reparto difensivo juventino che concede ai suoi avversari palle gol succulente ogni volta che riescono a far arrivare palloni in zona Buffon. E’ urgente soprattutto perché la Juve di quest’anno ha un organico strepitoso che sarebbe un delitto lasciare a secco di vittorie, davvero un delitto.
Chiudo con un commento sul Bologna: premesso che ha meritato il pareggio o quantomeno la Juve ha sicuramente demeritato la vittoria, ci tengo a fare un paio di considerazioni. La prima è che quando l’arbitro ti grazia prima non vedendo un rigore clamoroso come quello di Raggi su Chiellini e poi lasciando battere a sorpresa una punizione, pur con palla chiaramente in movimento, che vale il pareggio al 93′, forse nemmeno il guappo portoghese avrebbe il coraggio di rilasciare le dichiarazioni deliranti della presidentessa bolognese Menarini. La seconda si riferisce al siparietto accaduto tra Britos e Del Piero all”85, ovvero quando l’uruguagio commetteva un fallo da dietro su Alex. Il Capitano, appena entrato in campo e quindi avulso da ogni possibile ruggine della partita, non faceva una piega e porgeva anzi una mano all’avversario che però tra l’incredulità  generale gliela rifiutava. Ecco, forse sarebbe il caso di darsi una regolata sia sul primo che sul secondo punto altrimenti viene poi il dubbio che tra le due cose ci sia un collegamento e che davvero il mourinhismo non lo abbia inventato lo Special One ma che abbia solo valorizzato una specialità  tutta italiana.

Sep 28th, 2009

Katyn

Grazie alla sua presentazione a Venezia è ritornato nelle sale a Settembre il film di Andrzej Wajda Katyn e sono così riuscito a vederlo al cinema, nella piccola ma prestigiosa sala de Il Centrale.
Avevo per la prima volta letto della vicenda di Katyn qualche anno fa in un articolo comparso su “Il Diario”, ma spesso anche le vicende più terribili fanno fatica a farsi largo nelle coscienze degli individui fintanto che non trovano il media giusto che spesso è proprio il cinema. Per chi non conosca la vicenda, si tratta del massacro ordito nella primavera del 1940 da parte dell’esercito sovietico di circa 22.000 cittadini polacchi, la maggior parte dei quali prigionieri di guerra, molti dei quali uccisi con un colpo alla nuca nella foresta che trovasi nei pressi del villaggio di Katyn (situato a pochi chilometri da Smolensk, nell’attuale Russia). Quando i tedeschi nel 1941 occuparono quella zona scoprirono il massacro e lo usarono come arma di propaganda anti-sovietica mettendo in serio imbarazzo gli alleati occidentali dell’URSS. Quando i sovietici riconquistarono l’area la storia fu riscritta e il massacro divenne un delitto ordito dai tedeschi, questo fino a quando Gorbaciov nel 1990 rese nota la verità  su quanto accaduto. Tra le altre cose le autorità  sovietiche giocarono sulla quasi omonimia con il villaggio di Hatyn (situato nell’attuale Bielorussia) dove i tedeschi avevano compiuto una strage di militari sovietici per creare confusione in merito alla vicenda.
Quando la vicenda è così terribile sembrerebbe sufficiente raccontarla per rendere il film di impatto. Wajda però fa qualcosa di più: focalizza la pellicola non tanto sugli eventi della strage quanto sul dramma di chi sopravvivette a cui venne vietato di onorare i suoi morti, costretto a negare lo svolgimento dei fatti, ad assolvere i carnefici dei propri cari, in una sorta di strage morale facente seguito a quella materiale. Questa scelta regala al film quello spunto che ne fa qualcosa di più di un semplice film rievocativo. Scopri così la vicenda di chi era costretto a dichiarare il falso circa la morte del proprio marito o a riscrivere la lapide funeraria del proprio fratello.
Tra le scene di grande impatto emotivo spicca la soggettiva finale sui prigionieri che si avviano verso la fossa comune. La morte più terribile vista in faccia sembra ancora più spaventosa.
Alla fine esci con la incredulità  che tutto ciò possa mai essere accaduto, che è poi riconoscere implicitamente che il regista ha fatto un ottimo lavoro.

Sep 27th, 2009

Una storia di integrazione

Qualche giorno fa è apparsa in grande evidenza sulle principali fonti di informazione la notizia dell’ennesimo omicidio in famiglia: sembra che ve ne sia in Italia uno ogni due giorni (vedasi questo apparso oggi). La particolarità  che ha reso la notizia degna delle prime pagine di tutti i notiziari è che il padre assassino fosse di religione islamica. Subito si sono sollevate le consuete voci che non mancano mai in questi casi per sottolineare il collegamento del delitto con l’origine dell’individuo, come se barbarie e atrocità  fossero un’esclusiva di chi si riconosce in una certa religione. Il ministro Carfagna con la sua acuta intelligenza ha subito definito l’accaduto come “Frutto di una assurda guerra di religione che e’ arrivata fin dentro le nostre case.”. Una voce di ancor più fine intelligenza è quella del capogruppo della Lega nel consiglio regionale del Friuli, Danilo Narduzzi, che ha affermato: ”la morte di Sanaa e’ l’ennesima riprova del fatto che chi vagheggia sull’integrazione tra Occidente e Islam e’ vittima di un pericoloso abbaglio”.
Ma di che cosa stiamo parlando realmente? Da quello che si evince dalle fonti di informazione stiamo parlando della storia di una ragazza di origine marocchina innamorata di un italiano, una ragazza che si vestiva in maglietta e jeans, alla quale piaceva vivere all’occidentale e che è arrivata a scontrarsi con la sua famiglia per questo, fino a giungere alla follìa finale. Non risulta che il padre assassino fosse un fanatico religioso, non frequentava nemmeno la comunità  musulmana locale, a giudicare dal fatto che si racconta di lui che fosse spesso ubriaco probabilmente non era nemmeno credente. L’impressione è che fosse semplicemente una persona con turbe e disagi psicologici, che si veicolavano patologicamente nella paura, comune a tante altre persone, di mescolarsi con il diverso, di venire a contatto di culture, mentalità , convinzioni religiose diverse dalle proprie, così accecato da questa paura da giungere alla follìa dell’assassinio. I racconti dicono che la cosa non è accaduta improvvisamente, la ragazza sarà  stata senz’altro prima minacciata, probabilmente picchiata, ma lei non si è data per vinta, più forte era il suo desiderio di evadere, di sentirsi come gli altri, di integrarsi nell’ambiente in cui viveva; ha rischiato tutto fino alla tragedia finale.
Se integrarsi è un desiderio così forte, così grande da mettere a repentaglio sé stessi, significa che l’integrazione non è un pericoloso abbaglio ma è un desiderio di molti, una destinazione verso la quale si è irresistibilmente, quasi gravitazionalmente, attratti, un obiettivo a portata di mano per molti e per molti altri già  raggiunto. Purtroppo chi voglia integrarsi incontra spesso sulla sua strada chi invece sente il mescolarsi come una perdità  della propria già  fragile identità , come una prospettiva terrorizzante, che scatena paure ed ansie represse e che perciò è pronto a combattere in tutti i modi contro l’integrazione. Dei secondi fanno parte tanti padri di famiglie immigrati in Italia, seppur fortunatamente meno folli del padre di Sanaa, ma fa parte anche una moltitudine di italiani che si riconoscono nelle parole di Narduzzi.
La realtà  è che quindi non c’è alcuna guerra di religione né c’è alcuna guerra etnica (se non nella testa confusa del Ministro Carfagna), non c’è da una parte il cattolico, dall’altra il musulmano, da un parte l’italiano dall’altra il marocchino. Se guerra c’è, la guerra è quella tra chi vuole integrarsi e chi vuole impedirglielo, tra chi tende la mano al diverso e chi gliela rifiuta: da una parte ci sono Sanaa con il suo fidanzato e dall’altra c’è suo padre, in compagnia di Narduzzi e di quelli come lui.

Sep 24th, 2009

La bava alla bocca

Un editoriale del Secolo d’Italia della settimana scorsa descriveva così l’immagine attuale PdL: “un partito becero, nevrastenico, con la bava alla bocca, che abbaia contro gli avversari e adesso anche contro gli alleati”. In effetti trovo che l’immagine della bava alla bocca sia la più efficace nel descrivere la strategia comunicativa della maggioranza PdL in questo momento. Non passa giorno in cui non ci sia un attacco, un’invettiva quando non un mero insulto contro qualcuno da esponenti del partito di maggioranza.
Questa linea comunicativa non è certo nuova: da quando questa maggioranza di governo si è insediata non è mai passato molto tempo senza che uno dei ministri del governo, uno degli esponenti del partito o uno dei suoi referenti giornalistici si lanciasse all’attacco di gruppi politici o categorie sociali. Dall’Aprile dell’anno scorso gli attacchi sono toccati a ritmi sempre più serrati a: dipendenti statali, insegnanti, studenti, sindacalisti, rettori, banchieri, economisti, giornalisti, magistrati e naturalmente l’opposizione, c’è quasi da sentirsi trascurati se un rappresentante del PdL non ha mai attaccato la categoria di cui si fa parte.
Questi ultimi mesi e settimane hanno però segnato un’ulteriore escalation fino a giungere ad un ritmo quasi quotidiano di attacchi, insulti, minacce. Sarà  la caduta dei consensi, sarà  la vigilia del pronunciamento della Consulta sul Lodo Alfano ma negli ultimi giorni il pingpong di dichiarazioni deliranti, minacciose o offensive tra i vari Berlusconi, Brunetta, Tremonti e Gelmini è diventato quasi frenetico. Qual è lo scopo di questo continuo sparare ad alzo zero?
Ormai non può essere più solo un modo per occupare i media, di distogliere l’attenzione dalla crisi, di far parlare sempre di sé e mai di ciò che davvero succede, per quello bastavano le gaffe internazionali, le sparate fini a sé stesse, le provocazioni. Negli sproloqui degli ultimi giorni c’è quel bisogno di creare un clima di crescente mobilitazione della parte fedele dell’opinione pubblica contro un’opposizione politica o sociale che viene sempre più tratteggiata come un nemico e sempre meno riconosciuta dal punto di vista della dialettica democratica. E’ certo un atteggiamento che ha molte somiglianze con quello tipico dei sistemi totalitari, che sfruttano il controllo del sistema mediatico per spingere sulla percezione dell’apparato di governo come una barriera, una difesa contro un nemico più o meno immaginario, ma è in realtà  un atteggiamento che viene spesso usato anche in contesti più pluralistici laddove le condizioni lo rendano praticabile, ad esempio in periodi di conflitti bellici. 
Nessuno di noi può sapere se tutto ciò rappresenta semplicemente un tentativo di serrare le fila del consenso alla maggioranza che oggi sembra scricchiolare anche nell’elettorato più ortodosso, se è un modo di mostrare i muscoli per intimidire la Consulta in vista della sentenza sul Lodo Alfano o di minacciare la Chiesa che pare incline a far mancare il proprio appoggio, oppure ancora è il segnale che qualcuno sta accarezzando disegni autoritari (di qualunque tipologia essi siano). Qualunque sia lo scopo finale l’effetto immediato che essi vogliono produrre è di allargare la spaccatura tra l’Italia pro-Berlusconi e l’Italia anti-Berlusconi, tra l’Italia televisiva e l’Italia degli altri media, tra l’Italia che crede al premier e quella che non ci crede.
Sicuramente la risposta migliore è quella di fare tutto ciò che è possibile per contenere la voragine sociale che costoro cercano di aprire tra chi sta di qua e chi sta di là . Trovo quindi più apprezzabile chi reagisce a frasi come quelle di Brunetta con l’ironia che con la rabbia. Non vuol dire sottovalutare la pericolosità  della situazione ma semmai averla meglio compresa.

Sep 23rd, 2009

Il fatto

Oggi ha visto la nascita il nuovo quotidiano diretto da Antonio Padellaro al quale contribuiranno alcune delle firme più sgradite alla classe politica di governo ma soprattutto che ha delle premesse che ho trovato francamente molto interessanti. Sulla fiducia mi sono recato in edicola per comprarlo ma in ciascuna delle quattro edicole provate lo avevano esaurito, sia ad Ivrea che a San Mauro.
Ho poi scoperto che in effetti il giornale è andato a ruba a livello nazionale ed in considerazione di ciò è stato deciso di mettere online la copia in formato PDF del giornale. La metto a disposizione anche qui sul blog, nel caso vi fosse sfuggito e aveste difficoltà  a scaricarla dal sito.

Sep 23rd, 2009

Il governo dei miti

La parola “mito” ha, tra i suoi significati, quello di un alone leggendario che si crea attorno ad un personaggio o ad un evento. I miti non hanno un riconoscimento storico, non ci sono dati scientifici a confermarli, tuttavia entrano nell’immaginario collettivo esattamente come fatti veri. Per farlo hanno però bisogno di una cassa di risonanza sufficiente perché, a forza di sentirlo ripetere, vi si creda. Un tempo la cassa di risonanza era la tradizione orale, oggi quella cassa di risonanza è il sistema mediatico.
Uno dei primi atti del governo attualmente in carica era stata nel 2008 la gestione della cosiddetta “Emergenza rifiuti a Napoli” (ho virgolettato perché naturalmente il problema dei rifiuti in Campania, e non solo, è talmente annoso che chiamarlo “Emergenza” vorrebbe dire essere stati tanto miopi da non averlo visto emergere in tutti questi anni). Tutte le fonti di informazione, dico proprio tutte, erano pronte a giurare che Berlusconi con il suo fido Bertolaso avevano risolto il problema nel modo più rapido e brillante possibile. In realtà  le persone che conosco a Napoli mi spiegavano già  allora, tutte concordemente, che ci si era limitati a ripulire sbrigativamente le piazze principali di Napoli ma che la situazione in periferia era assolutamente immutata. Per mesi solo la stampa alternativa riportava notizie di questo tenore. C’era da salvare la giunta Bassolino e quindi anche la stampa di sinistra ci andava abbastanza morbida: probabilmente però gli ultimi sviluppi hanno fatto saltare il patto di non aggressione ed ecco che Repubblica ha scoperto che forse con il problema dei rifiuti in Campania siamo in realtà  ancora al punto di partenza.
Dopo la missione rifiuti i riflettori si concentravano sulla crociata di Brunetta contro i “fannulloni” della Pubblica Amministrazione. Iniziava una girandola di annunci che spesso si risolvevano con risultati di dubbia efficacia o retromarce ridicole come quella sul periodo della giornata dedicato alle visite fiscali, prima esteso a 11 ore e poi ripristinato alle 4 ore originarie. Su una cosa però nessuno sapeva smentire il successo di Brunetta: aveva ridotto drasticamente l’assenteismo per malattia nella pubblica amministrazione. Pochi sottolineavano però che lo aveva fatto nel modo più semplice ed ingannevole, ovvero decurtando una fetta di stipendio a chi stava a casa in malattia. Non so quanto questo abbia colpito i falsi malati ma di sicuro colpiva i malati veri che spesso, pur con l’influenza o altre malattie, si recavano ugualmente sul posto di lavoro infettando anche i colleghi pur di non perdere una fetta importante del loro già  esangue stipendio. Le pesanti riduzioni delle assenze sbandierate dal governo erano quindi ovvie e prevedibili: grazie all’Espresso tuttavia si è scoperto recentemente che i dati presentati dal Ministero (potete trovare qui la smentita invero poco convincente di Brunetta) forse erano pure taroccati.
Sulla questione Alitalia non val nemmeno la pena di ricordare quale pietoso spreco di denaro pubblico, quale osceno regalo ad un gruppo di imprenditori raccomandato sia stato l’affare Alitalia, con i risultati che oggi vediamo chiaramente, eppure sono tanti quelli che ancora oggi sono certi che Berlusconi abbia salvato la compagnia di bandiera.
Il mito che a mio parere sarò però più duro da sradicare è quello del terremoto in Abruzzo, perché ci piace pensare che noi italiani siamo gente che si fa in quattro nelle difficoltà  e l’aver puntato tutto su questa simbologia non poteva non pagare. In questi mesi ho sentito centinaia di volte usare parole come miracolo, incredibile, straordinario a proposito dei soccorsi in Abruzzo e mai avevo sentito circostanziare ciò con dei dati che non fossero quelli dell’entità  del sisma, che in altri paesi sarebbe stato considerato di entità  irrisoria. Ultimamente ho letto con interesse uno studio che confrontava i dati reali dei soccorsi durante il terremoto, confrontati con quelli dei precedenti sismi italiani. I dati ovviamente smentivano categoricamente qualunque primato del soccorso durante questo sisma.
Riconosciuto che quelli sopra elencati erano solo miti con contenuti reali assolutamente trascurabili, possiamo quindi concludere che l’inganno è stato svelato e che l’opinione pubblica italiana è quindi pronta a chiedere la testa di chi così impudicamente l’ha ingannata? No, tutt’altro. Questo perché il sistema mediatico, controllato a vario titolo dal Presidente del Consiglio, continuerà  a ripetere il solito Mantra e perché quello di cui ho scritto resterà  ad invecchiare su motori di ricerca, blog e stampa di opposizione; ragion per cui il solito vecchietto, che trovate spesso al bar quando andate a prenderci un caffé, sarà  sempre pronto a dirvi, citando uno dei miti di cui sopra: “Ah, beh. Ma questo è un fatto.”

Sep 18th, 2009
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