Una quadra per il rombo

All’atto della definizione estiva dell’assetto che la Juve si sarebbe data, gli intendimenti di Ciro Ferrara erano stati abbastanza chiari. Diego avrebbe giocato dietro le due punte con due centrocampisti laterali a fianco e Melo alle sue spalle. Il problema era però che la Juve a sinistra non avrebbe più avuto Nedved e a destra avrebbe avuto un Camoranesi senza più alternative (data la partenza di Marchionni). Gli altri centrocampisti dell’organico avevano altre caratteristiche che li rendevano più adatti ad un ruolo di centrocampisti centrali di presidio alla difesa, che a quello di propulsori sulle fasce. In questo schieramento e con questi uomini diventava più decisivo il contributo alla manovra dei difensori laterali e se a sinistra l’arrivo di Grosso ha colmato un vuoto, la debolezza della fascia destra, fragile fisicamente in Zebina e timida ed impacciata in Grygera, è rimasta un punto irrisolto: questo rappresentava già  allora un’incognita pesante sul futuro della Juve anche se molti speravano che la cosa sarebbe stata coperta dalle magie dei brasiliani. Ora che un paio di mesi di campionato hanno rappresentato un buon collaudo sul campo, il dubbio che ci fossero delle falle nel progetto Ferrara sta diventando certezza ed il pomeriggio di Sabato lo ha purtroppo confermato.
La partenza era da suicidio. Dopo una manciata di giri d’orologio un buco da rimaner basiti tra Grygera e Cannavaro portava Vargas dritto dritto a violare la porta biancaenera. La Squadra reagiva vigorosamente, Melo e Diego cominciavano a predicare gioco e Grosso finalmente trovava sulla fascia sinistra quello spazio che lo rendesse decisivo. Perfino Poulsen pareva meno impacciato e lento del solito e la Fiorentina passava un brutto quarto d’ora. Era più o meno proprio un quarto d’ora, nel quale la porta viola tremava ripetutamente come una barchetta in mezzo alla tempesta, quello che ci bastava per recuperare il pareggio grazie ad un gol di Amauri che interrompeva un lunghissimo digiuno, segnando un gol che peraltro avrei fatto anch’io. C’era più di un’ora per portare a casa il successo e la vittoria sembrava a portata di mano, ma la furia dei Nostri finiva qua ed iniziava quella che sarebbe stata un’ora di gioco lento e appiccicoso. La Fiorentina iniziava a limitare le sgroppate di Grosso e sulla fascia destra la Juve non sapeva offrire alternative. Momo al primo incontro dopo l’infortunio era ancora legnoso, ma ho l’impressione che anche nella sua migliore espressione avrebbe avuto difficoltà  a giocare in un ruolo che non è nelle sue corde. Diego roteava in giro per il campo cercando con il massimo impegno una sua posizione dalla quale essere utile alla squadra, ma non la trovava quasi mai. Melo non riusciva a distribuire gioco, infastidito dal pressing a tutto campo fiorentino. La Juve tornava a gonfiare le vele ad inizio ripresa ma per mettere in difficoltà  gli avversari gli era necessario tenere un ritmo elevatissimo e spesso scoprirsi, con il rischio di controffensive letali degli avversari.
Dopo un lungo trascinarsi si arrivava al finale nel quale Gilardino sciupava un gol fatto. Finiva 1 a 1 e non c’era proprio nulla di cui lamentarsi. L’uscita tra i fischi assordanti era significativo del malessere della squadra.
Che ci sia un problema di messa in campo della squadra è evidente ed i continui aggiustamenti tattici di Ferrara ne sono la prova. Adesso si parla di un 4-2-3-1 che presuppone evidentemente attorno all’unica punta due ali alte (Camoranesi e Giovinco?) e due pilastri di centrocampo (Momo e Melo?). L’idea può funzionare ma il fatto che si facciano esperimenti a fine Ottobre non è molto rassicurante sul livello di organizzazione della struttura tecnica di Madama.
Mi si permetta un’ultima considerazione. Pavel, oh quanto ci manchi…

Oct 20th, 2009

La dismissione del Politecnico

In un mattino piovoso dell’Ottobre di 23 anni fa entravo al Politecnico di Torino per il mio primo giorno di lezione. Era una facoltà  di ingegneria ancora vecchia nella sua struttura, basata su pochi corsi di laurea, i cui iscritti erano così pochi da stare comodi nel vecchio edificio lungo Corso Duca degli Abruzzi. Negli anni successivi cambiarono molte cose: arrivarono nuovi corsi di laurea: Ingegneria Informatica, Gestionale, Ingegneria delle Telecomunicazioni e molti altri, nella presa di coscienza dell’imporsi di nuove discipline e di indirizzi di studio che non potevano essere solo considerati specializzazioni. In quegli anni prendeva inoltre le mosse la nuova sede di Vercelli alla quale sarebbero seguite le sedi Alessandria, Biella, Mondovì e Verres nella consapevolezza della necessità  di facilitare l’ingresso nel mondo dell’Università , riducendo costi e disagi per gli studenti e per le loro famiglie. Era allora diffusa la convinzione che fosse necessario, da una parte aumentare la scolarizzazione universitaria del nostro paese, decisamente arretrata rispetto al resto d’Europa, e dall’altra inserire più velocemente i laureati nel mondo del lavoro in un percorso di specializzazione che li portasse più vicino al mestiere che avrebbero poi svolto. Negli anni in cui l’Italia recuperava molte posizioni in termini di scolarizzazione universitaria il Politecnico aumentava progressivamente il numero di laureati (triplicati tra il 1997 e il 2007) sfruttando l’espansione del campus universitario verso la zona delle ex-officine ferroviarie.
Venne però il giorno in cui un governo, che si è assegnato arbitrariamente il compito di curatore fallimentare del nostro paese, decise che quello sforzo costava troppo e con un colpo di spugna ha cancellato questi 23 anni. I risultati si vedono nella ristrutturazione che il Politecnico si accinge ad affrontare che più che una ristrutturazione sa di dismissione: i corsi di laurea saranno dimezzati (da 69 a 30-35), le ore di lezione quasi dimezzate anch’esse (da 182.000 a 96.000), i docenti ridotti del 5%, le sedi distaccate saranno tutte chiuse alla didattica. Non è improbabile pensare che le conseguenze saranno un degrado della qualità  della didattica, una minore specializzazione, costi maggiori per le famiglie che dovranno mandare i figli fuori sede, con la conseguenza di un maggior abbandono scolastico ed un ristagno della scolarizzazione universitaria.
Ripassando Sabato davanti al Politecnico riguardavo con tristezza a quelle colonne che una volta consideravamo i pilastri dell’economia del paese ed oggi traballano sotto i colpi di una classe politica che si muove a tentoni in un mondo che cambia di giorno in giorno. C’è chi dirà : la giusta fine di un’università  mal gestita e piena di baroni. E invece no, perché secondo le discusse (anche qui) classifiche di merito presentate dal Ministro Gelmini il Politecnico è la seconda università  del paese per qualità . Figuriamoci come verranno trattate le altre…

Oct 20th, 2009

I nuovi fasci di combattimento

Nel periodo che in Italia segui la prima guerra mondiale si formarono quelle squadre paramilitari che erano chiamate i Fasci di Combattimento, che diventarono poi il braccio armato del nascente Partito Fascista. Non erano terroristi né assassini, erano semplici picchiatori, qualche volta esageravano e ci scappava il morto, ma essenzialmente lo scopo era quello di intimidire più che di eliminare. Valendosi della complicità  di una parte del paese (segnalo quest’interessante articolo su la vicenda de Il Corriere della Sera) andavano in giro a terrorizzare tutti quelli che si opponevano ai loro disegni: prima toccò ai socialisti, poi ai repubblicani, poi ai popolari, poi ai liberali. Con un gioco di alleanze mobili che fece perno sull’antisocialismo, sull’anti-clericalismo. In generale, basandosi sulla convinzione che l’opinione pubblica aveva che la violenza fosse giustificata quando colpiva quelli a cui ci si opponeva, i fascisti trasformarono la violenza in sistema istituzionale fino alla sostanziale pacificazione, che si ottenne solo quando il potere fu conquistato in modo assoluto e ogni opposizione eliminata.
Chi sono nell’Italia di oggi gli eredi di costoro, dov’è il manganello moderno, l’olio di ricino del 2000? Non sono le camicie verdi, né le ronde, né la Guardia Nazionale dell’ex-agente dei Servizi Gaetano Saya. La società  contemporanea non è quella degli anni ’20, la violenza è mal sopportata anche a destra ed un’escalation di questo tipo mal si tollererebbe. C’è una valida alternativa all’aggressione fisica che fa altrettanto male e lascia meno tracce: l’aggressione mediatica.
Così ormai sta divenendo prassi da parte del sistema mediatico filogovernativo, una volta individuati i nemici da colpire, assestare il colpo senza nessun riguardo all’autenticità  di quanto si riferisce. In qualche caso ci si può appigliare a qualche ombra del passato, laddove non ci sono le si inventa come nel caso di Corrado Augias, colpevole solo di essere un giornalista di Repubblica. Laddove non si trovi proprio nessun elemento ci si limita, come nel caso del giudice della sentenza CIR-Mondadori, a molestare l’interessato con telecamere appostate nei luoghi della sua vita quotidiana. L’importante è che passi la voglia a costoro di infastidire il potere, di fare il proprio dovere in un paese in cui fare il proprio dovere è ormai il peggiore delle colpe, di mettere il naso dove non devono, di non essere miti ed ossequienti come dovrebbero, che era anche lo scopo del tradizionale olio di ricino.
In queste ore sta montando l’indignazione per l’aggressione al giudice Mesiano ma il mio timore è che, come in tante altre occasioni, la minoranza degli indignati diventi sempre più minoranza, e la maggioranza silenziosa sia sempre più silenziosa, esattamente come accadde negli anni ’20.

Oct 18th, 2009

Bentornate province

I lavori parlamentari di ieri si sono caratterizzati soprattutto per la bocciatura della legge sull’omofobia. Con tutte le riserve che si possono sollevare sulla proposta di legge, il fatto che una classe politica ferma al medio evo come quella che domina tra gli scranni di Montecitorio approvasse una norma che cerca di difendere un principio, la non discriminazione su base sessuale, introdotto dalla civiltà  moderna, sarebbe stato sorprendente in effetti….
Nella stessa giornata però è tramontato un progetto che ben altro risalto aveva avuto nei programmi della maggioranza di governo. Si tratta dell’abolizione delle province che ai tempi della campagna elettorale parevano ormai delle vittime predestinate, prossime ad essere sacrificate sull’altare della riduzione dei costi della politica qualunque degli schieramenti avesse vinto nell’Aprile dell’anno scorso. Le elezioni poi le ha vinte, come sapete, la coalizione di Berlusconi e si è iniziato il triste conto delle poltrone che sarebbero andate perdute se la promessa fatta da Berlusconi a più riprese in campagna elettorale fosse stata mantenuta. Soprattutto la Lega paventava la perdita di alcuni prestigiosi feudi nei quali gode oggi di maggioranze bulgare e iniziava una lunga manfrina a base di complicate circonlocuzioni che suonano come “E’ vero che lo avevamo promesso ma in realtà Â poi ci abbiamo ripensato”.
L’ultimo atto di questa squallida vicenda si è avuto ieri con la sospensione definitiva della discussione sulla legge di riforma costituzionale tendente ad abolire le province con la scusa che il Governo ha a piano una riforma della Carta delle Autonomie Locali e quindi meglio rinviare che non si sa mai… In genere è buona norma prima modificare la Carta Costituzionale e poi si introdurre leggi attuative, e non il contrario, ma per non riformare un sistema che dà  denaro e prebende ogni scusa è buona.
Ahimè, quando si ha una classe politica statica, che mette radici nei propri posti di potere, che crea rapporti consolidati di reciproco sostegno personale che cristallizzano tutta la struttura di comando, l’ovvia conseguenza è che qualunque cambiamento è poi impossibile, sia delle persone che delle strutture. Fintanto che l’elettorato continuerà  ad eleggere sempre gli stessi purtroppo è difficile uscire da questo circolo vizioso nel quale Lega e PdL hanno semplicemente preso il posto che era della Democrazia Cristiana.
A proposito: nel frattempo è nata un’altra candidatura a provincia: la Valcamonica. Se ne sentiva proprio la mancanza…

Oct 15th, 2009

La debolezza dei fatti

La vicenda di Cannavaro e del suo cosiddetto caso di doping è una di quelle che ci raccontano soprattutto quanto sia difficile limitarsi nel mondo della comunicazione attuale ai fatti ed eventualmente ad una riflessione sui fatti, senza indugiare a raccontarsi storie fantasiose o inventate, al solo scopo di trovare spazio tra i mille messaggi e stimoli che ci rimbalzano addosso ogni giorno.
Come spesso accade il palcoscenico calcistico, caratterizzato com’è dall’ingenuità  dei suoi spettatori, è un punto di vista preferenziale per osservare le contraddizioni che in realtà  sono di tutto il mondo della comunicazione.
Per chi non conosca i fatti dirò che qualche giorno fa i notiziari sportivi si sono riempiti del volto di Fabio Cannavaro, difensore della Juventus e della Nazionale, associandolo al termine doping. Che cosa era successo? Quello che appare certo è che la Juventus alla vigilia di Roma-Juventus dell’Agosto scorso inviò alla Federazione una richiesta di esenzione per il giocatore, richiesta legata all’assunzione, avvenuta pochi giorni prima della gara, di un farmaco a base di cortisone per scongiurare, secondo la versione dei fatti fornita, una reazione allergica alla puntura di un insetto (vespa o ape a seconda delle versioni). Laddove infatti sia necessaria ad un giocatore l’assunzione di un farmaco che contenga sostanze, come i cortisonici, non consentite dalle norme anti-doping le società  di calcio hanno facoltà  di comunicare la cosa alla Federazione (esattamente al Comitato per l’esenzione ai fini terapeutici) affinché il giocatore e quindi la società Â non incorrano in sanzioni. Ovviamente vi deve essere un parere medico che lo testimonia. Dopo la partita con la Roma Cannavaro venne sottoposto ad esame anti-doping al quale risultò ovviamente positivo. Successivamente la Federazione inviò alla Juventus la richiesta di un certificato medico che non era stato incluso nella richiesta di esenzione. La Juventus non rispose benché risulti che la richiesta, inviata con raccomandata con ricevuta di ritorno, sia stata regolarmente ritirata. Sta di fatto che alla fine la Federazione ha deciso di aprire un’inchiesta. Che può essere successo? La Juve spiega la cosa con un semplice disguido, più o meno quello con cui spiego spesso al mio amministratore il ritardo nel pagare le spese condominiali, cioè si sarebbero persi la lettera. Chiunque abbia mai avuto a che fare con l’ufficio arrivi di una qualunque società  non può stupirsi che ci si perda una lettera, ma i più sospettosi hanno subito avanzato dubbi e riserve. Proverei ad analizzare questi dubbi.
Ipotizziamo che non sia vero che la lettera sia sfuggita e che davvero qualcuno abbia aperto la lettera e notificato allo staff medico della richiesta della Federazione: non credo che nessuno dotato di intelletto possa pensare che ci sia un motivo ragionevole per cui lo staff medico juventino, che aveva inviato regolarmente la richiesta di esenzione, abbia poi dei problemi a emettere un certificato che attesti la necessità  del trattamento farmacologico.
Ipotizziamo poi che invece la puntura di insetto sia una messa in scena per mascherare l’assunzione di doping da parte di Cannavaro, tutto è possibile ma che elementi abbiamo per sostenere questa ipotesi? Apparentemente nessuno. Né è improbabile essere punto da un insetto, né è improbabile essere allergico. Certo, se si scoprisse che le richieste di esenzioni arrivano copiose tutte le settimane allora si potrebbe cominciare a dubitare ma non ho letto da nessuna parte un’inchiesta in tal senso. Sicuramente tutto ciò nulla ha a che vedere con il caso specifico in questione, la cui unica peculiarità  è il mancato invio del certificato, ovvero una semplice e pura negligenza dello staff della Juve. Perché allora questa vicenda ha avuto tanta risonanza? Forse perché Cannavaro era già  stato al centro di una polemica legata ad un video risalente ai tempi in cui giocava al Parma? Forse perché la Juve è stata coinvolta in un celebre processo legato a doping ed abuso di farmaci? Forse perché la squadra torinese, anche nella gestione post-Calciopoli, continua ad essere molto più forte sul campo che sui media?
Quello che questa vicenda mi suggerisce è l’assoluta incongruenza che domina spesso la comunicazione attuale, sempre morbosamente attratta dal sensazionalismo, dalla notizia che attragga l’occhio di chi dà  uno sguardo al giornale o al sito, piuttosto che ai contenuti, fino al paradosso di una notizia bomba che di contenuti non ne ha proprio come su un qualsiasi rotocalco rosa. Riflettendoci, l’esperienza per la quale ti fai attrarre, navigando sul sito di un giornale on-line, da una notizia che si rivela di contenuto pari a zero è davvero sempre più frequente. La colpa però è nostra, del nostro bisogno di notizie “easy-listening”, che possiamo consumare in pochissimo tempo, che possibilmente ci confermino ciò che già  sappiamo perché cambiare idea costa un sacco di tempo e formarsi un’idea ancora di più. Questo indebolisce drammaticamente la nostra capacità  di analizzare le notizie ed estrarne i reali contenuti, quello che un tempo si definivano i fatti, che sempre più sono solo degli orpelli facoltativi al baluginare della notizia.

Oct 14th, 2009

Videocracy

Devo dire che la proposta di andare a vedere Videocracy è nata in me più che altro per lo spirito di contraddizione che mi anima ogni volta che la politica si mobilita contro elementi considerati devianti come la pellicola in questione. Mi aspettavo il consueto riassunto delle vicende che hanno portato Berlusconi al possesso del nostro Paese: la Edilnord, Mangano, la P2 e così via… Ho scoperto in realtà  che Berlusconi nel film è solo un’icona e il tema di fondo è quella cultura dell’apparire, dell’esibizione di sé, dell’esserci in quanto presente in televisione, che è solo uno dei mezzi attraverso il quale è stata compiuta la conquista. Nel film non c’era nessun contenuto politico ed il fatto che la censura della RAI sia caduta esclusivamente per il profilo ideologico del film dimostra in quale cappa di oscurantismo stiamo precipitando.
Il film in realtà  parla prevalentemente di Fabrizio Corona, di Lele Mora, di quel sottobosco di veline e velini che considerano un traguardo per la propria esistenza riuscire a sbucare in qualche modo dal tubo catodico, di quel mondo che è andato costruendosi negli ultimi trent’anni.
Il film mi ha fatto capire ad esempio perché un personaggio com Fabrizio Corona sia diventato così popolare, abbia una tale importanza. Il film fa capire come la sua figura di persona senza nessun talento e nessuna capacità  che riesce lo stesso ad andare in televisione, che riesce ad essere famoso, sia un modello esemplare per molti ed è esemplare proprio perché non ha nulla da dare e pur non avendo nulla, come probabilmente i suoi ammiratori, ce l’ha fatta. E’ significativo quello che ad un certo punto Corona dice: “L’importante nella vita è ottenere il potere e poi farsi i cazzi propri”. Da questa frase e dai volti ammirati di chi la ascolta capisci, secondo me, molte cose del mondo che ci circonda, capisci che non tutti quelli che tollerano una classe dirigente corrotta e arrogante lo fanno per ignoranza, molti lo fanno perché quella classe dirigente corrotta ed arrogante è un riferimento, un modello a cui ispirarsi ed a cui aspirare, perché essi sarebbero proprio così, se solo la fortuna avesse dato loro una posizione di potere.
Dentro di sé queste persone sono consapevoli che si tratta di una classe dirigente che non fa altro che i propri interessi, danneggiando tutti gli altri, compresi i loro stessi ammiratori, eppure il senso di ammirazione supera quello di opportunità  ed emeriti cialtroni diventano degli idoli delle folle. Intendiamoci, l’appeal del potere in sé stesso è sempre esistito: i grandi del passato richiamavano l’ammirazione del pubblico per il solo fatto di aver raggiunto quel potere o quel successo al quale l’ammiratore non avrebbe potuto mai ambire. Probabilmente il mezzo televisivo ha reso più immediato il contatto con il pubblico, dà  al teledipendente la sensazione di poter quasi toccare l’oggetto della sua ammirazione, che sia uno di casa. Al contempo un progressivo indebolimento della struttura valoriale della nostra società  ha ridotto al minimo la necessità  di rispettare valori condivisi o di dimostrare di meritarsi la posizione acquisita, per godere del consenso del pubblico. Oggi il raccomandato, il corrotto, l’incapace non hanno nessun ritegno a mostrarsi come tali sicuri di incontrare il consenso di parecchi e l’indifferenza di tutti gli altri.
Queste riflessioni mi ha dato Videocracy, per questo ne consiglio la visione. Certo, un film nella mia testa è un’altra cosa, ma in fondo anche un bel documentario può essere un buon motivo per chiudersi in un cinema.

Oct 12th, 2009

No, Gigi no!

E’ di oggi la notizia che la fasciatura apparsa recentemente sul ginocchio di Gigi Buffon non era un vezzo, ma il segno di qualcosa che non gira per il verso giusto all’interno delle magiche fibre muscolari del superportiere. Accade ciò mentre l’uomo più in forma della Juve ha noie con il menisco che ne mettono in pericolo l’integrità  fisica, mentre il nostro Capitano che per anni era riuscito a star lontano dall’infermeria sembra improvvisamente aver deciso di recuperare tutto il tempo perduto, mentre Sissoko sta tornando e meno male perché anche Tiago è fermo, mentre la squadra è reduce da uno degli incontri più abulici e insulsi che si ricordi dai tempi della Juve di Marchesi.
La serata di Palermo sembra poter riassumere, nell’imbalsamatura generale della squadra, tutta la costernazione che il mondo a strisce manifesta di fronte ad un organico apparentemente straordinario ma che tuttavia non riesce a trovare con continuità  i livelli di gioco eccezionali mostrati a Roma e a Genova. Il centrocampo è lento e le trame in verticale appaiono imprecise e prevedibili. Sulle fasce Grosso e Zebina non riescono a trovare gli spazi e le sovrapposizioni dei centrocampisti appaiono troppo poco puntuali per poter sostenere un gioco sulle fasce robusto. La difesa è una barchetta in mezzo al mare, alla mercé delle azioni avversarie. Il tutto in un organico che singolarmente ha ormai ben poche sbavature.
E allora? Che fare? Sperare che Ciro non tradisca la sua missione, che non si ritrovi più, come Domenica sera, alle corde come un pugile suonato di fronte alla disposizione perfetta in campo del Palermo di Zenga.  Sperare che gli infortuni cessino e che si torni ad avere la squadra migliore (o quasi ) in campo. Sperare che Gigi stia bene, ecco Gigi sarebbe davvero la tegola più gravosa…
L’ho già  scritto ma lo ribadisco: perdere un altro anno, con la Juve che abbiamo oggi, sarebbe davvero uno scempio.

Oct 10th, 2009

Libertà di dominio

All’interno del decreto sviluppo, approvato dal Parlamento nel Luglio di quest’anno, si trovava un pacchetto di norme definite come anti-pirateria. Tra le righe del decreto il governo ha infilato una modifica al codice penale che secondo alcuni costituisce un grave ostacolo alla possibilità  di registrare in libertà  domini Internet. La modifica introduce il seguente articolo: “Art. 473. – (Contraffazione, alterazione o uso di marchi o segni distintivi ovvero di brevetti, modelli e disegni). – Chiunque, potendo conoscere dell’esistenza del titolo di proprietà  industriale, contraffà  o altera marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, di prodotti industriali, ovvero chiunque, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 2.500 a euro 25.000“. L’interpretazione diffusa data a questo articolo estende l’idea di uso di un marchio al semplice nome attribuito ad un dominio Internet. Sostanzialmente se un signore che si chiama Giovanni Fila, preso atto che il dominio fila.it è utilizzato dalla popolare azienda tessile, decidesse di acquistare il dominio “fila.net” per crearvi un proprio sito personale rischierebbe un domani di trovarsi sul groppone una bella denuncia, un processo penale a carico, con il rischio di “reclusione da sei mesi a tre anni”; questo semplicemente per avere osato utilizzare il proprio legittimo cognome.
Forse molti di voi, come è capitato a me, sentendo questa interpretazione hanno pensato che si trattasse di un’interpretazione forzata che nessun tribunale mai accoglierebbe. Personalmente ho cambiato idea quando ho appreso della tristissima vicenda del signor Armani, imprenditore di Treviglio che si è visto scippare il proprio dominio armani.it dalla nota azienda di moda che ha pensato bene di avere più diritto ad utilizzare il proprio marchio di quanto il signor Armani non avesse diritto ad utilizzare il proprio cognome e che è stata in ciò sostenuta da una spaventosa sentenza del Tribunale di Bergamo. Sembra che non tutta la giurisprudenza italiana vada in questo senso e che vi siano interpretazioni diverse ma ho l’impressione che la nostra tendenza a far prevalere la logica del più forte a quella del diritto dell’individuo è sempre molto ma molto forte ed una legislazione lacunosa non faccia che sostenere questa logica.

Oct 9th, 2009

Illogica suspence

In queste ore l’Italia intera ha tenuto il fiato sospeso in attesa della sentenza della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano. Al di là  delle più o meno vaghe promesse di sollevazioni di piazza in caso di respingimento del Lodo che giustificavano una certa preoccupazione non si vede in realtà  in che cosa in realtà  la sentenza della Consulta possa avere effetti reali sulla vita politica nostrana.
Quello che succederà  con la sentenza della Consulta sarà  semplicemente che sarà  riaperto uno dei tanti processi nei quali il nostro Presidente del Consiglio è stato coinvolto negli ultimi 25 anni e dai quali è sempre uscito con ammirevole destrezza tra amnistie, prescrizioni e leggi ad hoc. Molti di questi processi si sono svolti durante la carriera politica di Berlusconi e mai questi si è sentito in dovere di farsi da parte quindi non si vede nemmeno perché questo dovrebbe influire sull’azione di governo. Qualcuno potrebbe dire che dalla sentenza di condanna di Mills deriverebbe questa volta, per stringente logica, la condanna di Berlusconi ma si tratterebbe comunque di una condanna di primo grado, ampiamente ridimensionabile nei tre gradi di giudizio. Dal punto di vista pratico quindi non c’è motivo di credere che una condanna, almeno fino a quando le porte del carcere non si spianassero di fronte al popolare Papi, sortirebbe alcun effetto.
Alcuni ipotizzano che ne risentirebbe l’immagine del governo e del paese ma anche qui mi pare che siamo fuori strada. Oggi tutto il mondo non mediasettizzato è convinto che Berlusconi sia colpevole ed una conferma del Lodo Alfano non avrebbe fatto che rafforzare questa convinzione, il mondo mediasettizzato è invece convinto che sia innocente e nulla potrebbe cambiare questa opinione nemmeno una condanna definitiva. Adesso il processo andrà  avanti e per quanto gli elementi a carico di Berlusconi siano pesanti i tempi della giustizia danno tutto il margine per aggiustare le cose ed un’assoluzione finale, di qualunque genere, sarebbe comunque più pulita del Lodo Alfano stesso e più esteticamente compatibile con il ruolo di capo del Governo.
In altre parole mi pare che tutta questa pressione sulla sentenza non sia altro che l’ennesimo pretesto usato da una parte della politica per giustificare ritorsioni in termini di restrizioni dell’azione giudiziaria e magari anche delle libertà  personali, per giustificare attacchi contro una categoria, quella dei magistrati, sempre più scomoda, per rendere sempre più becera e violenta la nostra vità  pubblica e la nostra convivenza sociale. Il tempo ci dirà  se le cose stanno così, ma gli appelli al popolo di Bossi e del PDL non mi lasciano molto tranquillo.

Oct 7th, 2009

La rabbia e l’orgoglio

Recentemente l’anniversario dell’11 Settembre ha riportato sui mezzi di informazione e nella nostra testa gli avvenimenti di 8 anni fa e con gli avvenimenti, le emozioni di allora. Quelle emozioni che hanno poi generato otto anni di eventi tragici che con uno straordinario effetto valanga hanno seguito, quasi schiacciandolo, l’azione terroristica che già  da sola aveva una portata storica enorme.
Ho provato a riportare in me le sensazioni di allora (le mie e quelle di quanti mi stavano attorno) e curiosamente per farlo ho riletto uno delle cose che più mi avevano indignato allora, ovvero l’articolo di Oriana Fallaci pubblicato sul Corriere della Sera, che in quei giorni incendiò negli animi di molti le scintille che già Â schioccavano nell’opinione pubblica occidentale. Quell’articolo riassumeva in sé tutto quanto il senso comune produsse in quei giorni, mettendo le premesse per le terribili conseguenze che vennero dopo: due guerre assurde, inutili, dannose anzi, e un livello di violenza fisica e verbale inaudita.
Nella rilettura di quei passi ho notato come le parole della Fallaci battevano insistentemente, quasi ossessivamente, su due punti: da un lato l’assimilazione continua ed asfissiante tra gli attentatori ed il mondo islamico nel suo insieme, dall’altro la necessità  assoluta di una reazione espressa in quella che veniva definita ripetutamente “guerra di religione”. Queste parole portavano con sé alcune conseguenze magari non ovvie allora, ma che sono ovvie viste a posteriori. Da un lato accreditarono un’organizzazione criminale come Al Qaeda come l’espressione più autentica di una comunità  religiosa sterminata, fatta di miliardi di persone, come l’Islam. Era un messaggio pubblicitario enorme, forse superiore allo stesso attentato, ed ebbe uno straordinario successo. Solo ora forse nell’opinione pubblica si sta diffondendo la convinzione che Al Qaeda sia in realtà  più un marchio lanciato in quella fase storica che una vera organizzazione e che senza quella pubblicità  sarebbe rimasta quella che è: una galassia di organizzazioni criminali senza collegamento né tra loro né con la realtà  sociale del mondo arabo. Se da un lato quindi quel messaggio dava forza ad Al Qaeda e la riconosceva agli occhi dell’opinione pubblica araba come l’unica forza a difesa di quel mondo, dall’altro legittimava qualsiasi azione violenta contro quello stesso mondo islamico che veniva riconosciuto, nella sua interezza, come responsabile del terribile e vile crimine. Così un movimento criminale che ha come principali sostenitori le elite aristocratiche del mondo arabo, preoccupate dalla possibile modernizzazione di quel mondo, diventava l’espressione del riscatto delle masse arabe, ovvero gli oppressori diventavano gli idoli degli oppressi. Così sull’altro fronte un gruppo di affaristi senza scrupoli conduceva gli eserciti occidentali a far guerra in giro per il mondo, per perseguire propri interessi privati, con il consenso diffuso dell’opinione pubblica abbagliata dal furore di quei giorni. Nascevano così le terribili carneficine afghane e irachene, ancora oggi in atto. Le guerre preventive però non avevano solo conseguenze negli scenari di guerra. Aver ridotto la democrazia ad una merce da esportazione coatta indeboliva in modo inarrestabile le correnti democratiche e riformiste nel mondo arabo, come le vicende palestinesi e iraniane testimoniavano. Da un lato nel mondo islamico si rafforzava l’odio per gli occupanti occidentali, dall’altro nel mondo occidentale si rafforzava l’odio per i fanatici islamici, sostenuto da opportune campagne di stampa. Ciò creava un solco tra occidente e Islam che era esattamente ciò che i finanziatori di Al Qaeda desideravano per restituire legittimità  ai poteri assoluti del mondo arabo e per indurre quella parte delle masse arabe, che guardavano con interesse e speranza alla democrazia ed al plurarismo, a ricredersi.
Oggi che sono passati 8 anni e che, almeno negli Stati Uniti, è iniziata una fase critica nei confronti di quegli avvenimenti, di quelle parole, di quelle guerre, val la pena di guardarsi attorno e chiedersi che cosa, oltre che la morte e la distruzione, hanno lasciato la Rabbia e l’Orgoglio di allora.
Se in Iran, negli ultimi tempi il movimento riformista ha ripreso fiato, ci sono altri paesi come il Marocco, rimasti più defilati rispetto alle vicende di questi 8 anni, che possono vantare un discreto e continuo progresso in termini economici e politici.
Soprattutto mi vien da dire che la “guerra di religione” invocata allora, quella vera, senza quartiere, fortunatamente non c’è stata. E’ rimasto certo nella testa di tanti occidentali un profondo disprezzo e fastidio verso l’Islam che però solo raramente è sfociato in manifestazioni violente ed oggi, nonostante impeti di intolleranza, in Europa l’Islam e l’occidente stanno imparando a convivere in uno stato di relativa pacificazione. Scenari di conflitto di strada, di scontro sociale sono stati fortunatamente scongiurati.
In definitiva quelle parole, quella rabbia, hanno provocato centinaia di migliaia di morti nei due conflitti ma paradossalmente poteva andarci peggio, molto peggio. Possiamo quindi tirare un sospiro di sollievo ma vien da chiedersi più che mai quando finalmente impareremo a non dar più ascolto alla rabbia e all’orgoglio.

Oct 7th, 2009
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