Il disco rotto

Il nostro Presidente del Consiglio ha difeso, in un discorso, il DDL sulle intercettazioni (se volete saperne di più seguite il link), altrimenti detto Legge Bavaglio, spiegando che bisognava porre un freno alle intercettazioni e supportando questa considerazione con il dato che i telefoni sotto controllo in Italia sono addirittura 150mila, con un’arbitraria deduzione (che ogni telefono chiami 50 persone diverse), è giunto a dire che ci sarebbero 7 milioni e mezzo di persone le cui conversazioni sono intercettate. In realtà  il numero a cui si riferisce, che è comunque di 130 mila non di 150 mila, è quello delle utenze complessivamente sotto intercettazione. Visto che la maggior parte delle persone (me compreso) ha più utenze diverse (numero di casa, numero del lavoro, cellulare personale, cellulare di servizio, numero della seconda casa e così via) sembra che il numero reale di persone intercettate sia di circa 30mila, il che mi pare un numero normale, sia in rapporto a quanto accade altrove, sia all’entità  della popolazione carceraria che è composta da circa 60mila unità , sia infine del numero di procedimenti giudiziari in corso. La spiegazione comunque non è nuova e non è nuova perché le stesse argomentazioni con gli stessi numeri, o taroccati o comunque tirati per i capelli, sono stati riproposti già  mille volte, pur essendo stati altrettante volte smentiti. La stessa cosa vale per tanti altri ambiti, quello dei giudici, quello dei giornalisti, quello della sinistra liberticida: gli stessi discorsi, gli stessi bersagli, le stesse argomentazioni, ripetute tante volte da richiamare spesso nelle parole dei detrattori di Berlusconi e dei suoi generali, la metafora del disco rotto.
discorotto2.jpegSiamo abituati a pensare che anche il nostro motivo musicale preferito, se ripetuto mille volte, perda ogni fascino e diventi noioso, se non fastidioso. Siccome le parole dei politici non sono casuali ma sono il frutto di complessi studi di immagine, c’è da chiedersi perché un curatore di immagine pensi che la stessa cosa attuata in politica possa essere invece fonte di seduzione.
Il punto è che non sempre una ripetizione alla nausea è fonte di fastidio, in ambito religioso ad esempio la ripetizione di una preghiera è un rituale frequente e di grande presa emotiva. Il punto è proprio capire quali sono le aspettative che ha, nei confronti di un politico come Berlusconi, il suo ascoltatore. Il sottoscritto, come molti altri, è abituato ad attendersi dal politico una spiegazione del suo operato e un chiarimento circa i suoi piani per il futuro: quindi, al di là  delle proprie simpatie, affronta le parole del politico con spirito critico, decidendo ogni volta se quello che sente è convincente o meno. Per molti invece il politico ha una valenza diversa, direi di chiave di lettura della realtà . Per costoro, una volta stretto un patto di fiducia con il politico, egli diventa la loro fonte di conoscenza della realtà . Nel caso di Berlusconi questo patto di fiducia viene costruito giorno per giorno dai media di sua proprietà , o da lui controllati, attraverso una continua esaltazione della sua personalità  che ne fa il personaggio ideale per poter soddisfare il bisogno di fidarsi di chi lo ascolta. A quel punto l’ascoltato smette di essere critico e il suo ascolto diventa semplicemente accettazione della realtà  così come gli viene raccontata. Siccome alcuni di costoro possono imbattersi in quotidiani, televisioni o amici e conoscenti che gli raccontano una realtà  diversa e che rischiano di stimolare il senso critico, è necessario ripetergli la lezione e che gliela ripeta colui di cui hanno sommamente fiducia, il politico. Non a caso la ripetizione, come segnalato sopra, è un meccanismo preso in prestito dalla religione dove il messaggio trasmesso, come nel caso di Berlusconi, è dogmatico e non richiede nessun esercizio di senso critico, anzi lo esclude.
Questo, si badi, non è un meccanismo nuovo per la politica: molti altri politici in dimensione più ridotta se ne giovano. Semplicemente lo sbilanciamento della situazione mediatica attuale rende per Berlusconi tutto ciò assolutamente macroscopico probabilmente per il fatto che la fiducia che tanti ripongono in lui è in minima parte legata a suoi successi reali ed in massima parte alla capacità  persuasiva dei suoi mezzi di comunicazione.

Jun 18th, 2010

Non salvate il soldato F!

Dopo anni di attesa si è conclusa l’inchiesta su uno degli atti più raccapriccianti che l’Europa occidentale abbia visto negli ultimi 50 anni. Si tratta della strage di Londonderry, meglio nota come Bloody Sunday, ovvero quella folle Domenica di Gennaio del 1972 in cui i parà  dell’esercito inglese, mandati a vigilare su una manifestazione per i diritti civili degli abitanti dell’Ulster, spararono sulla folla uccidendo 14 persone, diverse delle quali colpite alle spalle. La prima inchiesta, nei mesi successivi agli eventi, fu affidata a tale Lord Widgery, giudice con un passato nella Royal Artillery nella quale era stato pluridecorato durante la seconda Guerra Mondiale. L’inchiesta sposò la tesi della difesa sostenendo che i soldati avevano risposto al fuoco, che le vittime erano armate e che quindi i militari avevano agito correttamente e nessuna condanna fu emessa; questo nonostante nessuna prova si fosse avuta di effettivi spari provenienti dai manifestanti né di armi, e soprattutto nonostante la maggior parte delle vittime fosse stata colpita a morte alla schiena, quindi quando non erano nelle condizioni di nuocere. Solo successivamente fu lentamente ricostruito da inchieste giornalistiche, libri e film verità  quello che davvero successe quel giorno nel terribile. Nel frattempo quell’episodio e chi lo coprì, gerarchie militari e Lord Widgery stesso in primis, diede un consistente contributo morale a molti simili atti di violenza, giacché in quell’occasione passarono due principi entrambi terrificanti: il primo è che chi è addetto alla sicurezza di una manifestazione può ricorrere a mezzi violenti e potenzialmente mortali, anche in presenza di soli elementi vaghi di pericolo, il secondo, e quello ancor più terrificante, è che questi mezzi possono essere usati non solo verso chi sia responsabile di atti violenti, ma verso l’intero corpo della manifestazione. In conseguenza di ciò un normale cittadino che partecipi pacificamente ad un manifestazione è spogliato di qualunque diritto e la sua vita diventa sottoposta all’arbitrio di altri: è sufficiente infatti che qualcun altro all’interno della manifestazione compia o sembri compiere atti tali da giustificare una reazione delle forze dell’ordine perché la vita di ogni partecipante alla manifestazione cessi di essere tutelata dalla legge.
Dopo anni di polemiche rimaste minoritarie nel Regno Unito, nel 1998 finalmente il premier britannico Tony Blair fece istruire una nuova inchiesta, questa volta condotta con imparzialità  e anche con durezza di toni. La riservatezza dell’inchiesta ha puntato a non fare trapelare i nomi degli indagati e quindi colui che è stato individuato come principale artefice della strage, essendo riconosciuto come responsabile di cinque dei quattordici omicidi, è un uomo individuato come soldato F e divenuto immediatamente il simbolo della follìa di quel giorno.
Dopo 12 anni l’inchiesta si è finalmente conclusa con una dichiarazione di Cameron di scuse ufficiali per l’accaduto. Capisco il sollievo che gli irlandesi hanno provato nel vedere riconosciuto quella che hanno sempre riconosciuto come una strage compiuta verso la propria gente. Tuttavia questo non è il riconoscimento di qualcosa accaduto tanti secoli orsono, ma 38 anni fa; vorrei quindi capire quale saranno, al di là  delle scuse, i provvedimenti che il governo britannico prenderà  nei confronti dei responsabili, diretti e indiretti, di quella mattanza e di coloro che li coprirono. Vorrei che per una volta chi scambia la propria nobilissima uniforme per una licenza di uccidere non fosse considerato solo uno che ha sbagliato ma un miserabile assassino e non mi riferisco solo a chi ha sparato ma anche a chi ha dato ordini a chi ha sparato così come a chi poi lo ha coperto sia a livello di gerarchie militari, che a livello giudiziario durante l’inchiesta.
Se chi è stato riconosciuto responsabile durante l’inchiesta sarà  finalmente trattato come un pluriomicida o come complice di un pluriomicida, allora potemo pensare che, almeno nel Regno Unito, chi partecipi ad una manifestazione senta la sua vita ancora tutelata dallo Stato di Diritto.

Jun 16th, 2010

L’internazionalismo e le bandiere

In tempi di mondiale suonerà  fuori posto, ma vorrei tornare indietro nel tempo alla sfida tra Roma e Inter che ha caratterizzato questo Campionato. La sfida tra le due si è giocata anche sui blog con alcuni attacchi dei blogger interisti alla Roma come società , tra i quali segnalerei quelli di Gilioli su Piovono Rane e di Bisin su NoisefromAmerika. Quest’ultimo sollevava un tema interessante: quello dell’estremo legame della Roma con il territorio e con la città , contrapposto all’Inter, squadra più vicina ad un modello “Globe Trotter”, cioè ad un approccio allo sport come puro spettacolo che quindi non concepisce legami con il territorio, non concepisce giocatori-bandiera e così via e sembra anzi voler dimostrare, con un ricambio continuo di giocatori ed allenatore, di essere forte a prescindere dai suoi interpreti. Bisin vede la cosa in analogia alla contrapposizione tra modelli di apertura o chiusura del mercato, di globalismo o di localismo e quindi boccia il modello “nazionalista” della Roma.
Prima di stabilire qual è il modello migliore per un mercato credo valga però la pena di chiedersi che cosa si vende su quel mercato. La merce che vende il mercato del calcio non è solo puro intrattenimento, quello che il calcio vende sono emozioni di tipo lievemente più articolato. Il momento preferito dallo spettatore di una partita non è necessariamente la prodezza del fuoriclasse, l’azione spettacolare, ma è invece il gol, anche se segnato per caso, è il momento in cui entrano in campo le squadre e si canta l’inno, è l’emozione che la tua squadra riesce a comunicarti attraverso i colori, i suoni, in generale i sensi. Quell’emozione ha molto a che fare con un senso di appartenenza che ti fa gioire per un gol non perché bello ma perché lo senti come un trionfo personale. Come tutti i sensi di appartenenza anche quello per una squadra di calcio, per funzionare meglio, si deve appoggiare a basi oggettive, che possono essere di tipo ideologico (limitato in genere a idee semplici del tipo “Noi siamo i migliori” o al limite “Noi siamo quelli più sfigati”) ma molto più spesso geografico. La maggior parte dei tifosi di una squadra perciò lo sono semplicemente perché è la squadra della loro città , e tifano Fiorentina o Juve esattamente come tiferebbero per la Ribollita o per la Bagna Caoda, per il Chianti o per il Nebbiolo.
Non dico che il modello Inter non possa funzionare, anzi magari a tendere sarà  quello vincente, ma ho la sensazione che il tendere durerà  ancora parecchi lustri e, prima di abbandonare la propria anima, il calcio attraverserà  parecchie crisi di identità : basti pensare a quanto dell’interesse per i mondiali di calcio sia legato proprio ad un’appartenenza nazionale, la cui mancanza ha fatto finora fallire invece i tentativi di dar vita ad un mondiale per club di analoga risonanza. Del resto la squadra più forte in Europa del momento, il Barcelona, fonda il proprio rapporto con i suoi tifosi su un profondo senso di identità  etnica e geografica legato all’orgoglio catalano e non manca mai di sfoggiare un certo numero di giocatori locali per sostenere questa immagine.
In questo lungo frattempo possono convivere approcci diversi, esattamente come sulle nostre tavole convivono la cucina etnica e la riscoperta dei prodotti della tradizione, il Sushi ed il Castelmagno. In fondo mi rallegro di essere tifoso di una squadra il cui portiere dichiara che non andrebbe mai a giocare nell’odiata avversaria, è un segno di quell’appartenenza che è ovviamente espressione di un’ingenuo senso di fazione (che in altri ambiti sono pronto a biasimare se non a condannare) ma che alla fine alimenta la maggior parte delle emozioni che mi portano da così lungo tempo a frequentare gli stadi.
Chi vedrà  il mondo di dopodomani saprà  se davvero il calcio diventerà  pura esibizione e magari saprà  anche se per allora avremo perso qualunque senso di radicamento al territorio, alle tradizioni culinarie, a quelle culturali, alle consuetudini sociali, per perderci in un monoculturalismo mondiale. Io non credo che andrà  così, per quanto la comunicazione possa ridurre le distanze. In fondo a fianco del bisogno di conformismo e di omogeneizzazione permane sempre in ognuno di noi il bisogno di differenziarsi e il posto dove si abita o si è nato è pur sempre un elemento adatto a differenziarsi.

Jun 15th, 2010

Il nuovo calcio e la vecchia politica

In questa Italia in cui tutto si ripete uguale a sé stesso (anzi forse non uguale ma molto simile con una vaga tendenza al peggioramento) il calcio sembra impegnato a rassomigliare quanto più possibile alla politica.
Come nella politica anche nel calcio c’è un padrone (Moratti) dai bulimici appetiti di trionfi che nulla lascia agli altri, con una costante pressione su informazione e arbitri (i magistrati del calcio) per non rischiare di perdere nulla: su questo però direi che su il Colore del Grano ho scritto già  a sufficienza.
Ultimamente si è segnalato anche uno specialista di “Legittimo Impedimento”, proprio come il nostro Presidente del Consiglio: parlo del designatore arbitrale Collina, grande atteso, finora vanamente, al processo su Calciopoli a Napoli. Pierluigi Collina, che ai tempi dei fatti oggetto del processo era arbitro prossimo alla pensione, aveva visto il suo nome collegato ad alcuni dei rapporti più imbarazzanti tra società  sportive ed arbitri emersi dalle intercettazioni raccolte durante l’inchiesta. Nonostante ciò, a differenza di molti suoi colleghi, non è stato, per motivi misteriosi, né inquisito dalla Giustizia Sportiva né rinviato a giudizio dalla Procura di Napoli. Non solo ma addirittura ha avuto un’immediato lancio nei quadri dirigenziali della Federazione nei quali è diventato rapidamente designatore, cioè colui che decide quale arbitro deve dirigere una partita. E’ stato recentemente chiamato a testimoniare al processo e la sua deposizione è considerata fondamentale per scoperchiare i rapporti che, per distrazione o dolo, non si sono voluti finora rendere noti, ma lui nelle ultime due udienze si è reso indisponibile adducendo il legittimo impedimento, come un qualunque capo di governo.
antonio_damato.jpg Un altra abitudine tipica della politica è di riciclare sempre le stesse facce, per quanto combinino disastri ad ogni occasione. Si pensi a Scajola, che due volte è stato chiamato al governo e due volte si è dovuto dimettere di fronte ad altrettante figuracce ( e non si è nemmeno dimesso in occasione della più grossa, il G8). Tremonti va verso il decennale da Ministro dell’Economia, eppure continua ad essere confermato, a costo di dover attribuire i disastri attuali della finanzia pubblica “a chi lo ha preceduto” nella speranza che chi lo ascolta non sappia che chi lo ha preceduto è lui stesso. Il calcio si adegua e Collina pure. C’è un arbitro (Damato) che nel passato ha sconsideratamente confessato di tifare per l’Inter? Collina lo incarica di decidere il Campionato, poi vinto dall’Inter, arbitrando i due incontri decisivi: Inter-Juve e Roma-Sampdoria e lui non vuole proprio lasciare dubbi: lascia in 10 la Juve dopo mezz’ora e a Roma ne combina di tutti i colori regalando lo scudetto alla sua Inter. Proteste, manifestazioni davanti alla Federazione: un pandemonio. In un contesto normale Damato non arbitrerebbe più per qualche mese ed invece Collina, con un coraggio quasi sospetto, gli assegna lo spareggio per la promozione in serie A: Toro-Brescia. La partita finisce in rissa (perché tra l’altro è anche un pessimo arbitro) ma soprattutto Damato annulla un gol al Toro all’ultimissimo minuto per un fallo rilevato con pignoleria un po’ pelosa. Di nuovo polemiche, invettive, accuse e contraccuse, eppure sono certo che rivedremo presto il volto di Damato in altri incontri clou. Il problema è il solito: quando il ruolo non viene guadagnato in funzione del merito ma del vincolo personale è difficile che, pur a fronte del più evidente dei fallimenti, si possa mettere da parte colui su cui avevi scommesso. Il risultato però alla fine è solo una perdita di credibilità , perdita di credibilità  di cui il vertice poco ci si interessa finché gli elettori del calcio, cioè i fruitori diretti o televisivi, continuano a versare il proprio obolo, pur scossi da continui conati di vomito.
Un po’ però è anche colpa nostra, chi in fondo non si rallegra per un errore a favore della propria squadra del cuore o uno contro la squadra più odiata? E’ vero o non è vero che ci scandalizziamo solo quando è solo la nostra squadra a subire? E, per altri versi, chi non è molto indulgente con il rappresentante della propria parte politica per essere criticissimo con quella dell’altra? Non fosse così, se sapessimo distinguere il merito senza asservirlo alla nostra fazione di appartenenza, Damato, Scajola e Tremonti avrebbero cambiato mestiere già  da un pezzo…

Jun 12th, 2010

Una controproposta a Calderoli

Nella lotta quotidiana per cercare nuovi temi di facile presa sulla pancia dell’opinione pubblica la Lega è finalmente saltata in sella ad un tema caro ad ogni predicatore da banco del bar che troppo a lungo il partito padano aveva negletto: gli stipendi dei calciatori. Il calciatore è un personaggio di grande visibilità  pubblica ed i suoi stipendi sono noti ben più dell’ammontare del PIL, quindi l’indignazione per quanto guadagna scatta ben più facilmente di quanto non scatti per i guadagni di una showgirl o di un amministratore delegato. C’è poi un aspetto culturale che ci porta a pensare che chi è pagato per spostare capitali o far funzionare le ferrovie si meriti moralmente una retribuzione di cui non è degno invece chi si limiti a dare calci ad un pallone.
In realtà  il calciatore è un libero professionista che come pochi sta sul mercato con modalità  concorrenziale. Le società  di calcio hanno giri daffare da capogiro e quanto ricade nelle tasche dei calciatori che dello spettacolo calcio sono gli artefici è poca cosa in rapporto al giro di affari delle squadre in cui giocano. Fintanto che migliaia di persone sono disposte a spendere profumatamente per vederli, allo stadio o davanti alla tv, non c’è nulla da eccepire sul fatto che i loro stipendi siano da nababbo, tranne negare le regole di mercato. D’altronde gli unici paesi nei quali i calciatori avevano stipendi tenuti molto bassi artificialmente erano quelli del blocco comunista, paesi che molti esponenti della politica italiana denigrano, tranne poi auspicarne molti comportamenti.
L’attacco di Calderoli agli stipendi dei calciatori ha avuto molte reazioni. Da una parte Abete, presidente della Federazione ha spiegato che di denaro pubblico il calcio ne assorbe tutto sommato pochino, dall’altra alcuni calciatori della Nazionale hanno reagito in modo più o meno condivisibile: molti hanno poi tirato in ballo altre categorie che guadagnano quanto i calciatori e accuse e contraccuse si sono sprecati. Alla fine i calciatori hanno deciso di devolvere una parte dei propri premi alle celebrazioni per l’Unità  d’Italia che mi è parsa una risposta ancor più polemica al ministro incendiario.
La modesta controproposta che mi sento di fare a Calderoli è la seguente: perché anziché non attaccare un giorno i compensi dei dipendenti RAI, quello dopo i compensi dei calciatori e quello dopo chissà , il nostro Ministro brucialeggi non propone qualcosa che molto più salomonicamente limiti i guadagni di tutti coloro che percepiscono più di un certo stipendio? L’unico modo che mi viene in mente per farlo, senza andar contro le leggi di mercato, è introdurre una superaliquota fiscale per chi guadagni molto di più di quanto è sufficiente a condurre una vita più che agiata (facciamo 200.000 Euro all’anno, 500.000, un milione?). In questo modo una parte consistente dei profitti dei paperoni del calcio andrebbero allo Stato che potrebbe ridistribuirlo destinandolo a Scuole, Sanità , Pensioni. Si direbbe: ma come la Lega che mette le mani nelle tasche dei cittadini? Nelle tasche dei calciatori sì ed in quelle di liberi professionisti o dirigenti d’azienda, altrettanto ben remunerati, no? Perché mai? Qualcuno potrebbe pensare che questa distinzione Calderoli la faccia perché ha pochi amici tra i primi e molti tra i secondi e che forse, persino lui, rischierebbe di rientrare tra le vittime della supealiquota, ma sarebbe proprio da maligni.

Jun 10th, 2010

La nave Flotilla e i titoli didattici

israele.jpgIl quotidiano “Il Giornale” si è sentito in dovere, la settimana scorsa, di fronte alla tragedia della strage della nave Flottilla, di titolare il quotidiano in modo violentemente ideologico “Israele ha fatto bene a sparare”. Vorrei tornare su questo episodio per fare alcune considerazioni e riflessioni.
L’episodio della nave Flottilla ha avuto ovviamente diverse interpretazioni: d’altronde il conflitto Israele-Palestina è da decenni ideologizzato alla nausea in Italia, ma anche i più conservatori, anche i più accesi sostenitori della politica del governo di Israele, non hanno mancato di sollevare qualche perplessità  sull’operato dei militari israeliani. Quando si apre il fuoco su persone apparentemente disarmate e si fanno una ventina di vittime (anche se perfino sul numero delle vittime ci sono ancora versioni totalmente discordanti) anche i falchi più falchi sono portati a pensare che forse si è fatto un uso sproporzionato della forza. Perché allora un quotidiano italiano spara un titolo che suonerà  raccapricciante anche per molti dei suoi lettori?
Il punto è che “Il Giornale” non è una testata che ha intenti primariamente commerciali, ha soprattutto obiettivi di propaganda politica e la propaganda politica non è solo quella che spiega perché è sempre giusto quello che fanno i tuoi, ed è sempre sbagliato quello che fanno gli altri; la propaganda deve avere anche e forse soprattutto obiettivi didattici, educativi, deve essere in grado di modellare le categorie valoriali dei suoi lettori o ascoltatori, di forgiare il modo di pensare delle persone in modo da adattarlo ai propri piani. I sistemi autoritari basano il loro consenso spesso sulla prevalenza del valore dell’appartenenza rispetto a valori di carattere ideale o valori morali, sull’idea cioè che la ragione sta sempre e solo da una parte a prescindere da quanto accade. Il Giornale vuole creare quest’idea nei suoi lettori, quest’idea funzionale ad una progressiva restrizione del campo d’azione dell’opposizione per un instaurare una dittatura “morbida” che, magari chiamandola in un altro modo, è quello cui tendono naturalmente molti esponenti dell’area politica che orienta il quotidiano.
Siamo in vista di un periodo di contrapposizioni forti. C’è un potere nel quale la corruzione non è più solo una devianza, pur molto frequente, ma è ciò che fa stare insieme il sistema che è quindi incapace di fare a meno delle sue patologie e quindi di riformarsi. C’è una situazione internazionale che rende sempre più instabile il quadro e sempre più sentito il bisogno di ricambio da parte di una fetta importante dell’opinione pubblica, basti vedere come da mesi in ogni elezione che si svolga nel resto d’Europa chi governa subisce delle vigorose stangate. Non è difficile pensare che chi oggi è al potere cercherà , per mantenersi in sella, di scrollarsi di dosso chi lo mette in discussione senza troppi scrupoli ed in questa operazione non mancheranno eccessi che potrebbero seminare qualche dubbio nel popolo che sostiene quel potere. Educare quel popolo ad ignorare certi episodi, a rendere incrollabili le proprie scelte di campo, non può che giovare agli intenti de “Il Giornale”. Su 10 lettori de “Il Giornale” uno o due si sono scandalizzati e magari domani compreranno un altro quotidiano, ma altrettanti si sono convinti che “ha fatto bene” e domani sarà  più facile convincerli che hanno fatto bene a sparare su una manifestazione sindacale o su una protesta dei magistrati.

Jun 9th, 2010

Camorra, labiali e logiche dell’informazione

Una Domenica di Giugno post-ponte può non essere fonte di grandi notizie ma in fondo qualcosina da dire c’è: la manovra finanziaria, la Legge sulle Intercettazioni, la marea nera in Louisiana, il medio-oriente in fase di esplosione, la RAI militarizzata. E’ curioso quindi che un giornale che non è propriamente di gossip come Repubblica apra con la notizia delle polemiche sui premi dei giocatori della nazionale. Ancora più curioso poi che la seconda notizia sia che su youtube qualcuno ha pubblicato un video in cui si ipotizza che il calciatore della nazionale Marchisio abbia, durante l’esecuzione degli inni prima di Svizzera-Italia, cantato “che schiava di Roma Ladrona Iddio la creò”. L’ipotesi si è rivelata una bufala ed è stata smontata tra gli altri dall’interessato che ha spiegato di aver semplicemente ripetuto due volte la parola “chiamò” (quindi perfino in un’altra strofa) essendo andato fuori tempo.
Si dirà  che c’è un tale interesse per la Nazionale che anche elementi ipotetici e probabilmente fasulli, finiscono per diventare di primaria importanza eppure non sempre è così. Pochi giorni fa però un altro giocatore della Nazionale, Borriello, aveva rilasciato un’intervista nella quale attaccava Saviano, spiegando che il giornalista aveva lucrato sulla Camorra, raccontandone solo le cose brutte e non quelle belle (quali sarebbero gli aspetti belli della Camorra non ce lo spiegava). Nonostante la cosa fosse di portata ben diversa e di ben diversa gravità  è rimasta confinata a qualche trafiletto. Borriello tra l’altro pare essere figlio di un usuraio assassinato dalla Camorra, quindi c’erano tutti gli spunti per qualche riflessione ma evidentemente in quel caso non ce n’era il tempo.
L’errata lettura del labiale di Marchisio tra l’altro sembra aver suscitato più indignazione e occupato più spazio di quanto non sia stato riservato all’irrisione dell’inno nazionale da parte del Ministro degli Interni che celebrando la Festa della Repubblica a Varese gli preferiva “La Gatta” di Gino Paoli.
Questa volta non tento un’interpretazione, mi limito a dire che un’informazione che funziona così ha qualche grave patologia di fondo irrisolta.

Jun 8th, 2010

Draquila e la profezia di De Gregori

dipartimento_della_protezione_civilesvg.pngLegalizzare la Mafia sarà  la regola del duemilacantava De Gregori nel lontano 1989. Chissà  cosa aveva in mente il cantautore con questa sua profezia… Personalmente ricordo che questa frase mi evocava allora più che altro scenari giudiziari, sanatorie, insabbiamenti, magari limitazioni alle possibilità  di indagini, come quelle introdotte dalla legge sulle intercettazioni che il nostro Governo ha comunque preparato, giusto per non farsi mancare nulla. Non mi sarebbe mai venuto in mente l’idea invece di creare o modificare un’istituzione dello Stato in modo che subentrasse più o meno apertamente alla Mafia nel gestire una certa fetta di business.
Il film Draquila, ultima creazione di Sabrina Guzzanti, ci racconta quanto e come la regola “Legalizzare la Mafia” possa avere avuto simili declinazioni e che questo intento era nella testa di quella cordata di personaggi della politica e dell’imprenditoria italiana che hanno cercato di fare della Protezione Civile una sorta di Mafia legalizzata. Nel business della Mafia da molto tempo le attività  puramente illecite (spaccio di droga, contrabbando, prostituzione) sono state superate da attività  lecite ma condotte tramite pratiche illecite: edilizia abusiva, appalti pubblici ottenuti fuori dai canali leciti, produzione industriale fatta sfruttando lavoro in nero, eccetera. Il grande problema per sfruttare al meglio questo business era sdoganare comportamenti di questo genere in modo che vi fosse un accesso privilegiato a pratiche illecite per i normali cittadini, ma senza il rischio di cadere nella rete dell’odiatissimo potere giudiziario. L’uovo di Colombo, il grimaldello per far saltare la cassaforte dello Stato, è stata l’idea dei “Grandi eventi” da raggruppare a quello delle Calamità  sotto il cappello di un’istituzione meritoria come la Protezione Civile, per dar una parvenza di onorabilità  alla squallidissima operazione. Lasciando sufficientemente arbitraria la definizione di “Grandi Eventi” si creava un corridoio, controllato dalla politica, in cui realizzare opere pubbliche ma anche private, in spregio ad ogni regola ed al di fuori di ogni regime concorrenziale, che è poi il grande vantaggio delle organizzazioni malavitose.
sabina_guzzanti-venezia.jpg
Il film è soprattutto la presentazione di tutta questa operazione della quale L’Aquila non è stata che la punta di diamante. Anzi forse paradossalmente il terremoto in Abruzzo si è ritorto contro chi lo aveva sfruttato come straordinaria operazione di marketing dell’intera operazione ed ha invece portato più enfasi sulle denunce, allorché l’operazione è venuta a galla insieme al marcio che portava con sé. Probabilmente il film della Guzzanti ha avuto la risonanza che ha avuto perché parlava del terremoto, altrimenti la verità  sul progetto “Grandi Eventi” non sarebbe andata oltre alla visibilità  di una puntata di Report. Tuttavia la sala semivuota non mi ha lasciato molto ottimista nemmeno sulla capacità  del film di propagare l’informazione al di là  del pubblico consueto di certi contenuti.
Se volete saperne di più vedetevi il film che è fatto molto bene, unendo sapientemente alla denuncia sull’operazione “Grandi Eventi” un’indagine sull’Italia che applaude a questa classe politica, che è incantata dai giochi di prestigio mediatici, che considera un eroe chi li ha sfrattati e sistemati in prefabbricati in cartongesso in cui non si può nemmeno piantare un chiodo alle pareti. E’ questa in fondo l’Italia che permette a quell’altra Italia di prosperare e non verremo mai fuori dalla cloaca dell’Italia di oggi se non capiremo perché tanti stanno così bene in fondo alla cloaca.
Alla fine se confronto ancora quello che vedo oggi, con quello che mi suggerivano le parole di De Gregori, mi vien da dire che l’idea che allora avevamo di chi ci governava era di politici che, nei ritagli di tempo intrallazzavano, oggi invece l’immagine che abbiamo dei nostri governanti è di intrallazzatori che nei ritagli di tempo fanno i politici e anche male purtroppo.

Jun 7th, 2010

Pubblicità  ingannevole o solo pubblicità ?

Ho trovato sul corriere.it una recensione delle nuove chiavette HSPA 14.4 e 28.8 che dovrebbero consentire di accedere alla rete di telefonia mobile trasmettendo dati ad alta velocità . La principale critica fatta nel pezzo, al limite dell’accusa agli operatori di pubblicità  ingannevole, è che quasi mai la velocità  di targa viene effettivamente sperimentata dal cliente che in genere va molto più piano.
Ovviamente lavorando in un operatore di telefonia mobile posso giustamente essere accusato di essere di parte, ma una precisazione va fatta. La rete UMTS, di cui l’HSPA è un’evoluzione, funziona più o meno come l’acquedotto municipale. I dati che gli utenti trasmettono e ricevono finiscono nello stesso tubo e, a differenza di quanto accade nella rete fissa, la rete di accesso non ha la possibilità  di riservare risorse al singolo cliente. Questo sia perché le problematiche di interferenza elettromagnetica e le preoccupazioni ambientali costringono a limitare le risorse messe in aria a disposizione dei clienti e quindi, per massimizzarle, obbligano gli operatori a metterle in comune, sia soprattutto perché la rete mobile deve consentire al cliente di muoversi sul territorio in modo non prevedibile dall’operatore, che quindi non può dimensionare la rete in modo da consentire al cliente di avere sempre la stessa capacità  di banda ovunque vada.
Allo stesso modo laddove si parla di 14.4 Mbyte si parla di una velocità  di picco che il cliente potrà  sperimentare ovviamente solo in presenza di una rete di accesso a lui riservata. Benchmark efficaci dovrebbero quindi essere fatti a notte fonda e sperando che non ci siano troppi nottambuli di Internet in giro. Ci sono poi naturalmente politiche di preservazione di un livello di qualità  accettabile che impediscono ulteriori connessioni quando la banda a disposizione si è ridotta, ma la soglia oltre la quale scattano queste politiche è decisamente più bassa del valore massimo (14.4 o 28.8) sempre per trovare un compromesso tra qualità  della rete e suoi costi.
Tornando al parallelo con l’acqua immaginiamoci ad esempio che il Comune in cui abito annunciasse che è stata raddoppiata la portata delle tubature dell’acquedotto municipale o la pressione con cui viene pompata l’acqua, naturalmente me ne rallegrerei. Ovviamente però se sto in cima ad una collina ed i nuovi vicini della villetta sotto casa mia tengono l’acqua aperta dal mattino alla sera per bagnare i fiori, non noto la differenza e penso che quelli dell’acquedotto mi abbiano raccontanto una balla.
Potrebbe essere forse più chiara la comunicazione? Può darsi, ma non credo che la comunicazione manchi mai di sottolineare che la velocità  non è “di 14.4” o “28.8” ma bensì che è “fino a 14.4” o “fino a 28.8”. L’unica alternativa che vedo potrebbe essere pubblicare un dato medio (ammesso che possa essere calcolato) ma sarebbe comunque fuorviante ed in quanto dato medio sull’intero territorio si presterebbe a polemiche da parte dei clienti che si trovano abitualmente sotto aree di copertura più congestionate e quindi sperimentino una banda media inferiore a quella sperimentata a livello nazionale. Non credo che nessuno si scandalizzi più del fatto che i vettori low cost pubblichino pubblicità  con slogan tipo: “Vola a Londra a partire da 5 Euro” per scoprire al momento della prenotazione che la tariffa è 10 volte superiore. Non potendo dettagliare in un singolo messaggio pubblicitario tutte le infinite modalità  tariffarie, comunicano la più favorevole.

Jun 4th, 2010

Uno spioncino sul sistema

In questo periodo ho scritto su molto su Calciopoli 2 e questo blog sarà  forse risultato un po’ noioso ai non calciofili, tuttavia ciò che trovo interessante del mondo del calcio anche per chi non si appassioni delle sue vicende sportive è lo sguardo indiscreto che riesce ogni tanto ad aprire sui rapporti che regolano la vita pubblica italiana, possibilità Â che in ambiti come la politica o la finanza ci è in genere difficile aprire. Ho trovato al riguardo interessante un articolo di Roberto Beccantini, apparso un po’ di tempo fa su La Stampa, del quale solo recentemente ho scoperto l’esistenza, in cui il giornalista rivela una sua conversazione con il procuratore federale Palazzi, nella quale cerca di farsi spiegare perché l’anno scorso nelle identiche condizioni la federazione ha squalificato il direttore tecnico della Juve Alessio Secco e non il Presidente dell’Inter Moratti. I due avevano condotto nello stesso periodo trattative di mercato con il Presidente del Genoa Preziosi (personaggio di cui ho già  avuto occasione di parlare) che era all’epoca squalificato, quindi inibito a svolgere le sue funzioni, ma per motivi mai precisati solo nei confronti di Secco si sono presi provvedimenti disciplinari.
Alla richiesta del giornalista, Palazzi iniziava a balbettare una risposta all’insegna del “Non mi viene in mente niente ma una ragione ci sarà …”. La constatazione che Palazzi non si era nemmeno preparato per fornire una spiegazione plausibile del motivo dei due pesi e due misure, racconta bene di come funzionino le cose nella vita pubblica italiana, non solo calcistica.

Jun 3rd, 2010
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