Giocare male e vincere

Da che mondo è mondo quando una squadra di calcio pratica un gioco brutto, scorretto, povero di contenuti, dimostrando scarso impegno da parte dei giocatori e nonostante tutto vince, la vittoria è considerata quasi una mezza sconfitta. Si dice che ha vinto, sì, ma immeritatamente e prima o poi i nodi verranno al pettine e alla fine saranno dolori… Io l’ho sempre vista diversamente, ovvero se una squadra nonostante scarso impegno, scarsa forma fisica, schemi noiosi e ripetitivi, vince allora vuol proprio dire che per gli avversari non ce n’è.
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Se guardo alla squallidissima vicenda della nomina a Ministro di Una Cosa Qualunque di Aldo Brancher, allo scopo di farlo sfuggire alla giustizia, mi viene da dire in effetti che è quanto di peggio possa fare una classe politica per la sua immagine. Non siamo abituati certo a comportamenti virtuosi dalla nostra classe politica che sembra non perdere occasione per mostrarsi come dedita ad ogni genere di illiceità  e per manifestare il suo totale disinteresse per il destino del paese, ma in ognuna delle tante vicende di malcostume se non di delinquenza vera e propria, c’è sempre alla fine una foglia di fico che permette, a chi non vuole proprio muovere un passo per scoprirle, di non vederne le vergogne. Questa volta però non c’è stata nessuna foglia di fico, nessun vago tentativo di nascondere le cose, si è detto chiaro e tondo che i ministeri si fanno e disfano secondo le necessità  personali dell’amico dell’uno e dell’altro con una totale sfrontatezza. E’ come se Messi entrasse in campo sbronzo, fumando uno spinello. Se però poi vince lo stesso ed esce tra il tripudio della folla non si può dire che abbia i giorni contati, si può semmai dire che gli avversari sono molto deboli ed il pubblico è troppo prono al campione per potere assumere un atteggiamento critico per concludere quindi che rimarrà  il dominatore indisturbato ancora per molto tempo.
Questo è quello che personalmente desumo dalla vicenda Brancher; quando un sistema politico palesemente e senza nessuna ragione istituzionale (nemmeno la più pretestuosa) usa nel modo più spregiudicato possibile la cosa pubblica ha toccato veramente il fondo. Se quel fondo toccato non corrisponde che ad un debole calo per la popolarità  di questi signori significa che la loro forza nel paese reale è sempre più solida.
Intendiamoci: non penso che non ci sia speranza di un ricambio in Italia ma la speranza, come accade in genere nei sistemi democraticamente immaturi, non risiede purtroppo in una rivolta dal basso ma da una congiura di palazzo. Il fatto che perfino l’ONU cominci a manifestare una certa preoccupazione per una possibile involuzione autoritaria nel nostro paese potrebbe essere un buon viatico. Purtroppo la classe media italiana, dai tempi dell’avvento del fascismo, vede il rinnovamento come il peggiore dei mostri possibili e, pur di scongiurarne i rischi, si è sempre concessa al potere più sclerotizzato. Se congiura ci sarà  c’è solo da sperare che quella classe media smentisca la sua storia e riesca a sfruttare la situazione per provare a rinnovare davvero questo paese senza limitarsi, come ha fatto in passato, a gettarsi acriticamente tra le braccia di un nuovo potere.

Jul 14th, 2010

Il problema sta nella pancia!

Pochi giorni fa la Juve si è radunata a Pinzolo, come da molti anni in qua. I primi dati dicono che l’affluenza è stata molto deludente ed in effetti da molti anni non ricordo un raduno che mi trasmetta sensazioni così malinconiche. Hanno sicuramente contribuito alla freddezza dell’ambiente le molte assenze dei giocatori impegnati nei mondiali ma in effetti ci sono onde emotive piuttosto forti che scuotono il tifo bianconero. Sottolineo il riferimento all’emotività  perché ovviamente l’emotività  è una componente fondamentale che orienta poi la reazione del pubblico agli eventuali insuccessi.
La Juventus di ieri, sotto la direzione tecnica di Alessio Secco, aveva impostato, dopo il ritorno in Serie A, una politica di graduale rafforzamento dell’organico con uno-due acquisti di grande livello. Due anni fa arrivò Amauri e per un soffio sfumò l’acquisto di Xabi Alonso, l’anno scorso arrivarono Diego e Melo. Anche se i risultati non sono stati poi esaltanti, erano giocatori di spicco, considerati tra i più forti a disposizione nei rispettivi ruoli ed il pubblico sognava trionfi. Ovviamente per ottenere certi giocatori era necessario fare investimenti cospiscui che hanno esaurito rapidamente il budget e lasciato quindi certi ruoli scoperti; il gran numero di infortuni dell’ultima stagione ha poi peggiorato le cose portando la Juve a dover affrontare le fasi decisive dell’annata con giocatori di basso livello, fuori condizione o fuori ruolo.
Con l’arrivo di Andrea Agnelli e quindi di Marotta la strategia sembra essere decisamente cambiata: si punta su un generico rimpolpamento dell’organico tramite una serie di acquisti di medio livello, apparentemente senza la smania del grande nome, dell’elemento che cambi il volto della squadra. Il mercato deve ancora finire ma l’impressione è che la Juve si presenterà  alla partenza del prossimo Campionato con un organico molto simile a quello dello scorso anno, con alcuni rinforzi e alcune rinunce, ma senza soprattutto quell’elemento di spicco che trasmetta l’impressione che siamo davvero di fronte ad un progetto di forte rilancio forte rispetto all’ultima fallimentare stagione.
Se esaminiamo la questione da un punto di vista strettamente razionale non è un approccio sbagliato, in fondo anch’io sono convinto che il fallimento dell’anno passato fosse dovuto ben più alla debolezza dell’impianto complessivo dell’organico che all’assenza di campioni. E’ però vero che la visione dei tifosi è davvero poco razionale e quello che il popolo biancoenero si aspettava era una campagna acquisti principesca fatta di fuoriclasse che la potesse proiettare vicino ad un Inter, invece sempre più lontana. E’ vero che rispetto all’anno passato tutti avranno un anno in più, e Del Piero in particolare; è vero che l’anno passato Camoranesi lo consideravamo ancora un elemento chiave e adesso invece speriamo solo che l’Olimpiakos se lo prenda; ma al di là  di queste considerazioni è proprio l’emotività  a produrre le sensazioni più negative. Non ha nemmeno aiutato il fatto che due dei migliori della Juve dell’anno scorso, ovvero Candreva e soprattutto Caceres (l’unico juventino tra l’altro che abbia figurato dignitosamente ai mondiali), sono stati lasciati tornare da dove erano venuti. E’ vero che il costo del loro riscatto era elevato ma è anche vero che era comunque inferiore alla valutazione teorica su cui si è basato l’acquisto di Bonucci e quindi lasciarli andare è parso più un buttare via il bambino con l’acqua sporca. Anche qui la pancia conta più della ragione nel far tendere al nero lo stato d’animo dei tifosi.
In definitiva quello che la nuova dirigenza ci dice è: il fallimento della scorsa stagione è un danno ben superiore alla semplice delusione e l’eliminazione prematura dalla Champions e la mancata qualificazione per la medesima hanno causato un danno dal quale si può rientrare solo lentamente. Gli introiti mancati per la Coppa Campioni, la difficoltà  conseguente di trovare uno sponsor adeguato che ha causato la goffa stipula di un contratto con Betclick per la sola prima maglia, senza avere tuttora uno sponsor per la seconda maglia, obbligano ad una austerità  che non consente follìe.
Il problema è che il tifoso juventino vive ancora nei suoi ricordi i tempi non lontani in cui la finale dei mondiali si giocava in casa Juventus, in cui la Juve dominava i Campionati e considerava un fallimento perdere una finale di Coppa Campioni ai rigori. E’ quell’emozione che chiede di essere rivissuta; è un confronto tra passato e presente che non può che produrre delusione, che allontana da ogni intento pragmatico e fa guardare con malinconia agli esordi estivi e con prematura apprensione alle prime incertezze di De Ceglie o ai primi tiri molli di Diego.
Insomma il progetto della società  sembra scontrarsi con l’emotività  del popolo, e qui forse sarebbe stato meglio essere chiari: forse dal primo momento era bene avvertire che non ci sarebbe stata nessuna campagna acquisti strappa applausi, nessuna follia, solo piccoli rinforzi e una china lenta verso il rilancio. Forse non era il momento, forse bisognava placare le folle, ma forse sarebbe stato più onesto. Anche l’onestà , per carità , può essere piegata al pragmatismo ma la poca onestà  è un altro elemento che non va bene all’umore. E l’umore del tifo juventino mi pare essere oggi profondamente cupo.

Jul 13th, 2010

La risacca

Avete presente quando le onde del mare si infrangono sulla spiaggia? Arrivano baldanzose con l’aria di chi tutto può travolgere e cominciano ad invadere la spiaggia, dando l’impressione di star prendendo possesso della terra ferma ma poi iniziano a rallentare, rimangono quasi un istante sulla battigia e poi iniziano il loro moto di ritorno arretrando fino a ritornare da dove erano venuti.
E’ l’immagine che mi suscita l’ascoltare alcune notizie che provengono dall’estremo oriente su quanto il contesto di lavoro in Cina stia cambiando. Laddove l’assenza di diritti sindacali non consente forme più canoniche di difesa dei propri diritti si sta diffondendo quella più estrema, il suicidio.
Ancora oggi molti hanno l’immagine dei cinesi come un popolo di automi imbevuti da un incrollabile fiducia nel sistema, da una furioso desiderio di produrre, di primeggiare, di arricchire il proprio paese e, in subordine, sé stessi. Non sto ad addentrarmi nella cultura cinese, nel confucianesimo e in quanti altri influssi l’abbiamo forgiata, ma se la Cina è arrivata dove altri paesi non sono arrivati è certamente perchè la cultura cinese ha caratteristiche che favoriscono certi comportamenti, ma i cinesi sono esseri umani che come tutti gli esseri umani hanno una sopportazione limitata della fatica, che tendono a desiderare una vita più comoda laddove credono di poterla raggiungere, e che quindi prima o poi esprimono le stesse esigenze (che Cota definirebbe pretese) che esprimono gli altri esseri umani. Forse stanno iniziando ora, o forse hanno iniziato molto prima ma solo ora ne prendiamo coscienza, chissà …

Jul 7th, 2010

The road

E’ sempre difficile sedersi di fronte ad un film drammatico senza porsi subito le solite domande: “Chi sono i cattivi? Dove sono? Cosa fanno? Cosa vogliono?”. E’ vero: siamo cresciuti in una fase della storia dell’umanità  in cui il concetto di bene e male è andato sfumandosi e la cosa ci ha permesso di fare qualche passo avanti rispetto ai tempi in cui gli indiani erano solo cattivi e i cow boys erano solo bravi, in cui il lupo era solo cattivo e i capretti solo bravi. Eppure, nonostante le cure somministratemi a base di “Soldato Blu” e “Lupo de Lupis”, ancora oggi quelle domande danno segni di sé nella mia mente, all’inizio di ogni storia: forse nel tentativo inconscio di riconoscere nella trama di un film un canovaccio narrativo standardizzato, ma forse anche per darmi una spiegazione di quello che è successo nel film ed il male è sempre un’ottima spiegazione.
Il film The road sembra proprio un tranello posto allo spettatore dal suo regista, John Hillcoat, per fargli sentire per due ore questo bisogno. Il regista gioca su questa sotteranea esigenza, non mostrando mai bene i cattivi se non attraverso vaghe immagini che danno un’idea ma non spiegano, non chiariscono qual è lo spartiacque tra buoni e cattivi, cosa fanno o cosa hanno fatto i cattivi per essere considerati tali. Alla fine scopri che i cattivi forse non ci sono, che la violenza, il disastro, la devastazione civile, perfino il cannibalismo, sono il frutto del non riconoscere reciprocamente la propria umanità , che pensare al mondo come popolato da cattivi è il miglior modo per rientrare in quella definizione, che anche il nobilissimo intento di proteggere i propri cari può trasformarsi in un’ostilità  verso il mondo esterno la quale può diventare frutto di nuova violenza e nuova sofferenza.
Nella coppia padre e figlio composta da Viggo Mortensen e Kodi Smit-McPhee, il padre buono che protegge il bambino da ogni pericolo e che sacrifica tutto per lui, diventa in realtà  un ostacolo per la riscoperta del mondo esterno, per la riscoperta dell’umanità  dell’uomo, della sua capacità  di fidarsi, e alla fine è proprio in questa capacità  che il film riscatta un’umanità  ancora non perduta, non completamente. Non ho letto il libro di Cormac McCarthy dal quale il film è tratto, ma per quanto riguarda la pellicola di Hillcoat, trovo che proprio in questo messaggio di fiducia come chiave per la salvezza dell’uomo nel momento di crisi, più che nella tematica ambientale che fa solo da contorno alla narrazione, stia il senso più profondo della storia, un senso che in tempi di crisi e di insicurezza va decisamente valorizzato.

Jun 30th, 2010

La Domenica nera delle giacchette nere

errori-arbitri-mondiali.jpgLe decisioni arbitrali del calcio sono troppo spesso capro espiatorio per giustificare le proprie sconfitte ed è perciò difficile parlarne senza correre il rischio che quello che si scrive venga considerata una sterile recriminazione di chi vorrebbe essere al posto del vincitore. Se quindi qualcuno aveva preso a suo tempo la denuncia di questo blog per una Coppa dei Campioni pesantemente condizionata da errori macroscopici, come specchio della delusione della mia anima juventina, spero che non prenda questo articolo come specchio della delusione per l’eliminazione dell’Italia, ma mi pare di esprimere una ovvietà  se dico che la Domenica nera degli arbitri al mondiale è un disastro più che annunciato. Sotto gli occhi del mondo intero l’arbitro urugaiano Larrionda non ha notato che un pallone calciato dall’inglese Lampard aveva oltrepassato di mezzo metro la linea di porta e l’arbitro italiano Rosetti non ha notato che il calciatore argentino Tevez, che ha segnato il gol dell’uno a zero, lo ha fatto in posizione di fuorigioco di almeno un metro. Se tutto ciò accadesse in un Campionato nazionale, magari a danno di una squadra che dispone di una piazza mediatica sufficientemente attrezzata, chissà  quali complotti si intravedrebbero dietro a questi errori. Qui è più difficile pensare ad una volontà  persecutoria e questo ci aiuta a vedere le cose sotto un’altra luce. La realtà  è che chi ha fatto il mestiere di arbitro sa che è possibile sbagliare anche in modo così clamoroso, basta un giocatore che passa davanti al momento giusto, un errore di parallasse, un qualunque accidente perché l’errore clamoroso accada. Quelli che si arrabbiano solo quando sono direttamente toccati dagli errori hanno il commento standard a questi episodi: “Gli errori arbitrali ci sono sempre stati e sempre ci saranno”: giusto, così come sempre ci sono stati gli errori in generale nella nostra vita, perfino nel nostro quotidiano. Quando però ci accorgiamo che usciamo di casa tutte le mattine con la maglia a rovescio, in genere, cominciamo a chiederci se non c’è qualche errore di fondo nel modo in cui ci vestiamo.
gol-fantasma-hurst.jpegL’errore di Larrionda ha ricordato molto quello della finale dei Mondiali del 1966 quando, in un occasione di un tiro molto simile dell’attaccante inglese Hurst, fu concesso un gol all’Inghilterra nonostante il pallone non avesse in realtà  varcato la linea di porta ed il gol fu decisivo per l’assegnazione del titolo mondiale. L’errore, se ci fu, era comunque meno netto di quello di oggi e ciononostante destò comunque tale scandalo da essere ricordato ancora oggi dopo 44 anni. Oggi invece le sviste sono molto più frequenti e più clamorose perché i ritmi del calcio sono molto più sostenuti: è tutto terribilmente veloce e questo significa per gli arbitri: da un lato la difficoltà  di interpretare gli episodi che avvengono ad una velocità  straordinaria, dall’altro il fatto di dovere interpretare tali episodi sotto il peso della fatica della corsa continua necessaria a vedere da vicino le azioni di gioco. Come se non bastasse, gli errori vengono propagati da tv e Internet ad ogni angolo del mondo ed il calcio appare sempre più un gioco legato all’aleatorietà  delle sviste di direttori di gara un po’ distratti. L’elemento più ironico di questa vicenda è stato infatti che mentre Rosetti e Larrionda cercavano disperati di capire cosa era successo, sui maxischermi dello stadio passavano i replay dell’episodio e sarebbe bastato che i direttori di gara alzassero lo sguardo (cosa vietatissima) per portarli ad una decisione corretta.
Nonostante la prima reazione della FIFA sia stata come al solito improntata al più bieco conservatorismo, per non dire oscurantismo (“Non mostreremo più le immagini del replay sul tabellone dello stadio” sentenziava il portavoce Nicolas Maingot), il suo Presidente Blatter ha riadattato il tiro aprendo al possibile uso futuro di mezzi tecnologici ma con una tale vaghezza da lasciare intendere che se ne parlerà  forse nel prossimo millennio.
Chissà  se sarà  proprio questo conservatorismo a portare il calcio a perdere la sua posizione dominante, sotto il peso di dirigenti condizionati da troppe parrocchie da tutelare, rispetto a tanti altri sport che hanno saputo adeguare le proprie strutture ai tempi che cambiano. In particolare mi viene in mente il rugby così bravo a difendere le sue tradizioni più consolidate, ma che ha saputo anche innovare molto prima di arrivare al punto in cui il rispetto della tradizione scadesse nel ridicolo.

Jun 29th, 2010

La riscoperta della vergogna

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Anche i più allergici alle cose calcistiche sapranno che l’Italia ha in questi giorni un grande imputato, uno contro il quale mezza Italia, compresa quella politica, si scaglia con ferocia, si tratta del Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio Marcello Lippi. Quello che è quasi paradossale è che mezza Italia racconta come un incapace quello che è uno tecnici più vincenti della storia del calcio italiano.
Ripercorro rapidamente la sua carriera ricordando innanzitutto i successi a Napoli, nel quale riportò il Napoli del dopo Maradona alle vette della classifica, per poi passare alla Juve dove collezionò in complessive 7 stagioni 5 scudetti, una Coppa dei Campioni (e ben 4 finali), una Coppa Intercontinentale e una Coppa Italia. Sarà  un caso ma nelle altre 5 stagioni dell’era Moggi, in cui Lippi non c’era, la Juve vinse i due soli campionati poi revocati da Calciopoli.
Arrivato in Nazionale dopo il fallimento agli europei del 2004 portò l’Italia ad un successo assolutamente insperato nel 2006 nella finale giocata con la Francia che condivideva con l’Italia la struttura della sua Juve. Ha poi  ripreso in mano la Nazionale nel 2008, dopo la breve era Donadoni, con la stessa ossatura di quattro anni prima. Lippi non ha mancato di svolgere girandole di giovani o meno giovani, ma alla fine ha deciso di puntare per i mondiali di quest’anno su molti del gruppo di quattro anni prima. E con questa mossa si è attratto gli strali dei vari esponenti di parrocchia che gli hanno rimproverato, nei mesi e nelle settimane passate, di non aver convocato invece i più svariati giocatori. Se ne sono sentiti di tutti generi ma i più credibili tra i non selezionati da Lippi erano poi Cassano e Balotelli, ed è tutto dire perché i due sono stati a lungo messi fuori squadra nei rispettivi club e Cassano ha già  avuto nel passato apparizioni tuttaltro che memorabili in Nazionale.
E’ qui secondo me che Lippi ha dimostrato un enorme coraggio: in fondo non gli costava molto chiamare Cassano o Balotelli, avrebbe accontentato i critici e si sarebbe potuto poi giustificare di fronte alla sconfitta dicendo che le aveva provate tutte. Invece ha sopportato l’impopolarità  per non dire l’odio collettivo, pur di rimanere ancorato alle sue convizioni. Devo poi dire che quelle di Lippi sono convinzioni che non mi sento di condividere in toto, ad esempio mi è parsa illusoria l’idea di un riscatto di Cannavaro, disastroso come era stato nell’annata juventina, così come anche dell’opaco Camoranesi. E c’è da dire
tuttavia che le alternative non erano molte: in fondo le riserve possibili di Cannavaro erano Bonucci, giovinotto alle prime armi, e Bocchetti che non ha ripetuto nel Genoa le belle prestazioni della passata stagione. Lasciare a casa Camoranesi avrebbe voluto dire togliere anche quel poco di fantasia che restava alla rosa azzurra e alternative in quel ruolo non se ne vedevano proprio. Se poi abbiamo rischiato di qualificarci lo stesso è perché Lippi nell’ultima mezzora ha riesumato Pirlo e se non ce l’abbiamo fatta è soprattutto perché si è bloccato Buffon e per rimpiazzarlo non abbiamo trovato di meglio dell’acerbo, benché ventisettenne, Marchetti che ha preso il terzo gol sulla linea dell’area piccola su passaggio proveniente da rimessa laterale, una roba che si vede solitamente all’oratorio.
In definitiva, considerando il valore complessivo del calcio italiano, la qualificazione al secondo turno era davvero il massimo obiettivo che ci si poteva attendere e averlo mancato per un gol annullato per pochi centimetri non puo’ essere considerato un disastro. Eppure l’Italia delle prime pagine dei giornali è insorta Venerdì con un linciaggio morale davvero insolito per un paese così assolutorio come il nostro. I giornali hanno perfino riscoperto la parola vergogna, vocabolo dimenticato dal lessico giornalistico quando la vergogna era quella dei veri scandali del nostro paese.
Alla fine questa è davvero la prima funzione sociale del calcio: quello di convogliare la rabbia dell’opinione pubblica contro falsi colpevoli, falsi capri espiatori, falsi grandi vecchi; quella di usare la parola vergogna quando non si deve, quando non c’è nulla di particolare di cui vergognarsi se non un generale declino dei calciatori italiani; quella di trovare un terreno innocuo per quella rabbia che sembra invece svaporata quando i veri scandali della nazione passano di fronte ai nostri occhi. La cosa positiva è che ad accogliere gli azzurri all’aeroporto questa volta non c’erano i pomodori che in altri tempi accolsero gli azzurri, ma c’erano invece non più che quattro gatti nemmeno troppo arrabbiati. Il che significa probabilmente che l'”operazione vergogna” è rimasta nella mente di alcuni direttori di giornali a corto di temi.
Meno male che nel frattempo i vecchi tromboni della politica hanno subito preso la parola per esprimere il loro sdegno. C’era il rischio di dimenticarsi ciò di cui abbiamo davvero ragione di vergognarci.

Jun 28th, 2010

Rinunce sì, scaracchi no

Mi è difficile pronunciarmi con nettezza sull’accordo per Pomigliano e sul referendum che lo ha confermato. Una proposta prendere o lasciare come quella che ha messo sul tavolo Marchionne è difficile da rifiutare, ci sono i princìpi, ci sono le conquiste sindacali da difendere ma c’è la concreta materialità  della minaccia di chiudere uno stabilimento in un’area nella quale alternative non ce ne sono e non ce ne saranno. Non posso quindi considerare pecoroni quelli che hanno votato sì al referendum, anzi come tanti anch’io mi sono davvero meravigliato che un numero così alto di lavoratori abbiano rigettato l’accordo. Lo considero un atto tra il coraggio e la sconsideratezza (sempre labile è il confine tra i due atteggiamenti) degno dei tempi in cui gli operai preferivano finire uccisi dalle cariche della polizia, piuttosto che arretrare sulla linea di difesa dei propri diritti.
Anche chi però si piega, anche chi rinuncia ai suoi diritti per conservare il proprio posto di lavoro in un’epoca nella quale portare a casa la pagnotta è l’unica vera esigenza, ha diritto a non essere calpestato, ad essere rispettato, ha diritto al rispetto del lavoro che fa, degli orari cui è sottoposto che il sottoscritto per primo non riuscirebbe a sostenere per lavori così usuranti, della fatica che fa per arrivare a fine mese con la retribuzione che si ritrova.
Incassare il sì era sufficiente, aver piegato quelle persone alle esigenze della globalizzazione era abbastanza, non c’era bisogno di calare il piede su chi già  era a terra per trasformare la resa in umiliazione, ma la classe politica assomiglia troppo a quei personaggi di Nuovo Cinema Paradiso che usavano scaracchiare dalla Galleria in spregio alla plebaglia della Platea e quindi non poteva mancare anche lo scaracchio morale da parte del politico di turno. Se ne è incaricato, tra gli altri, il neo-presidente della Regione Piemonte Roberto Cota che l’altra sera sentivo dichiarare a Sky TG24: “Per gli operai di Pomigliano si tratta di rinunciare a quelli che non sono diritti ma sono solo pretese“.
E così gli operai di Pomigliano oltre a orari di lavoro più pesanti, più straordinari, meno diritto di sciopero, si dovranno anche ripulire dalla saliva di Cota e dall’idea che 40 minuti di pausa pranzo siano una pretesa. D’altronde Cota lo stipendio da Presidente di regione se l’è ridotto del 5%. Dall’alto di questa enorme concessione può anche permettersi di sputazzare in testa al prossimo, no?

Jun 25th, 2010

Che ingrati gli svizzeri!

Qualche giorno fa i notiziari italiani si sono riempiti della notizia che Berlusconi, di ritorno da un viaggio all’estero, aveva fatto tappa in Libia per salutare il suo amico Gheddafi e soprattutto per liberare un ostaggio svizzero sequestrato dai libici nell’ambito dello scontro diplomatico tra Gheddafi e la Confederazione. Detto così pare un exploit del quale gli svizzeri saranno eternamente grati al Premier, ci si aspetterebbe un sondaggio di popolarità  dal quale emerge che il 90% degli elvetici hanno fiducia in Berlusconi. Come al solito però la realtà  vista da un altro punto di vista è drammaticamente diversa e gli svizzeri paiono in realtà  infuriati con il Premier. Questo perché pare che l’idea della liberazione da parte di Berlusconi dell’ostaggio era stata farina del sacco di Gheddafi, concepita per infliggere un’ulteriore lezione agli svizzeri. Il fatto che Berlusconi si sia prestato alla cosa è stato considerato in Svizzera una scelta di campo a favore della Libia e anche se poi l’idea è sfumata e l’ostaggio è stato poi imbarcato su aereo per Tunisi dove è stato accolto dal Ministro degli Esteri svizzero lo schiaffo è rimasto. Anche per questo nei ringraziamenti per il rilascio dell’ostaggio Berlusconi e l’Italia non son stati nemmeno menzionati.
Come al solito la realtà  che ci viene raccontata non è solo dissonante ma del tutto opposta a quella che viene raccontata al di fuori dei nostri confini nazionali. Fortunatamente però abbiamo sempre meno dubbi sul fatto che sia tutto il resto del mondo che sbaglia e che, tra l’altro, gli svizzeri siano dei grandissimi ingrati.

Jun 23rd, 2010

Riconoscere la sconfitta

Diciamoci la verità : riconoscere la vittoria dell’avversario è sempre un bel gesto. Succedeva già  alle elementari nell’ora di ginnastica quando perdevi per un gol che in realtà  tanto gol non era: il tiro era passato sopra alla giacca della tuta che fungeva da porta e sarebbe stato palo, però eri superiore e quindi accettavi la sconfitta; certo, ti veniva qualche dubbio quando, a ruoli invertiti, chiedevi tu il gol e ti dicevano di no, ma tu eri superiore e quindi andava bene lo stesso.
Mi ricordo quanto fu considerato nobile Al Gore che riconobbe la vittoria di George W. Bush anche se in Florida ne avevano combinate di ogni genere nella conta dei voti, si disse: “Che grande paese l’America, come sono rispettosi delle istituzioni!”. Da noi Berlusconi nel 2006 tuonava contro i brogli  e la stessa cosa faceva Deaglio per altri versi ma per le stesse elezioni e molti mugugnavano: “Ma insomma, sembriamo un paese dell’America Latina”.
Tutto vero, tutto giusto, e non ho sussultato perciò quando ho sentito sollevare critiche contro Mercedes Bresso per la sua richiesta di verifiche sulle irregolarità  commesse in occasione delle recenti elezioni regionali piemontesi perse per un soffio nei confronti del leghista Cota. Suona certo come un modo per non accettare il responso delle urne, non è istituzionale, non è elegante, non è bello. Però poi alla fine scopri che la lista “Pensionati per Cota”, ed il particolare il suo leader Michele Giovine, ha raccolto firme taroccate, ha candidato gente che non sapeva di esserlo, e allora ti chiedi: ma siamo sicuri che essere istituzionale, elegante, bello non finisca con l’avallare comportamenti illeciti di personaggi che vivono alle spalle dei contribuenti, vivendo di espedienti come questi e facendola puntualmente franca?
E mi viene perfino il dubbio che quando mi sforzavo di essere obiettivo durante la partitella nell’ora di ginnastica, quelli dell’altra squadre pensavano solo: “Che fesso questo!“.

Jun 22nd, 2010

Una partita d’altri tempi

Sono uno dei molti italiani che ieri la partita della Nazionale l’ha vista solo sino a poco dopo il rigore del pareggio. Pare che un fulmine sul Colle della Maddalena abbia mandato il tilt il ripetitore con un conseguente blackout di un’ora sul segnale RAI su buona parte del Piemonte. Così ci siamo ritrovati ad attendere che tornasse il segnale ascoltando la radio o cercando altre soluzioni di fortuna per poi finire a chiacchiarare senza troppo curarci delle sorti di Lippi e compagni.
Sarebbe troppo facile attribuire il disservizio al digitale terrestre in cui il Piemonte è stato pioniere in Italia, il ripetitore si sarebbe fulminato anche se avesse trasmesso ancora il vecchio segnale analogico. La perdita della partita della Nazionale non può nemmeno essere attribuita alla riduzione di personale operata in RAI negli ultimi tempi: per i mondiali era infatti previsto un presidio speciale per il ripetitore. C’è tuttalpiù la perplessità  sul fatto che il ripetitore non sia ridondato, come ormai succede per la maggior parte dei sistemi di telecomunicazione, ma non è questa la considerazione che volevo fare. In quell’ora di disservizio infatti, più che l’ira per la perdita della nazionale, ho riassaporato certe atmosfere delle mia fanciullezza quando la sospensione del segnale televisivo, come del servizio elettrico, dell’erogazione di acqua, erano situazioni abbastanza frequenti, talmente frequenti da non sentirli come un torto intollerabile ma come quasi un momento di riscoperta di ritmi diversi.
Ho l’impressione che sia proprio il ritmo incessante che la nostra vita, anche nei momenti di relax, ha assunto oggi che ci fa sentire intollerabile sederci attorno ad una candela, di fronte ad un televisore con lo schermo nero, di fronte ad un rubinetto che gorgoglia. Poi quando ti capita un momento di pausa obbligata, vinta l’ansia del primo momento, ti rendi conto che l’essere umano è poi lo stesso che accettava, pochi decenni orsono, di passare una serata a guardare il fuoco in attesa del sonno. In quest’ottica alla fine aver passato un’ora a chiacchierare senza una scadenza e un programma, anziché a vedere una mediocre partita della Nazionale, non è stato affatto un male.

Jun 21st, 2010
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