Il populismo sotto il vulcano?
Per i più l’Islanda in questo periodo è l’isola del vulcano che ci ha impedito di viaggiare in aereo ma in realtà l’Islanda è anche quella del clamoroso crack economico e dello strano referendum con il quale i cittadini islandesi hanno recentemente chiarito che non intendono restituire l’ingente debito nei confronti delle banche europee, britanniche in particolare. Dall’Islanda giungono inoltre anche altre notizie interessanti in particolari sulle novità della politica islandese. Sarà perché ci sono stato l’anno scorso in vacanza e l’Islanda mi aveva stupito per il livello invidiabile di fiducia reciproca e di spirito solidaristico che vi regnano, ma mi ha stupito non poco il profilo che la stampa nostrana (quella che se ne è occupata) traccia del nuovo sindaco di Reykjavik e del partito che lo ha sostenuto che si chiama “Besti flokkurinn“ovvero “Il Miglior Partito”.
Sembra trattarsi del classico partito populista che, in una fase di crollo di fiducia per i riferimenti istituzionali, cerca di puntare su qualche tema di facile presa per raccogliere le frustrazioni dell’elettorato deluso. Il problema è che in Islanda non è facile la vita del populista: gli islandesi sono molto omogenei dal punto di vista etnico, gli immigrati stranieri sono pochissimi e anche dal punto di vista religioso non ci sono sostanzialmente tensioni su cui soffiare. Tra l’altro numericamente gli islandesi sono pochi e l’Islanda è assai poco densamente abitata, quindi non si può nemmeno puntare sull’insofferenza verso il vicino chiassoso o tiratardi. E allora “Il Miglior Partito” si è inventato una piattaforma di proposte buffe, come gli orsi polari allo zoo, le palme in città (il clima di Reykjavik non è tra i più indicati), gli asciugamani gratis in piscina e così via. Non è d’altronde importante la piattaforma perché di fronte alla frustrazione che un malgoverno generalizzato provoca nei cittadini, una ipotesi di rottura, in qualunque direzione sia, è sempre ben accolta e se non altro questa, nella sua irrazionalità , è apparentemente inoffensiva a differenza delle versioni continentali.
Mi resta solo il dubbio che, al di là di una sovrapresenza di movimenti populisti, normale in un momento di crisi, l’era della politica fatta da tecnici, più o meno competenti, sia al tramonto e che davvero la politica del futuro sarà fatta sondando di volta in volta gli umori della popolazione su temi specifici del nostro quotidiano, in una democrazia ultradiretta che ha tanti vantaggi ma potrebbe essere affetta dall’assenza più totale di un progetto complessivo.
Salvate Martin!
Sono passate poche settimane da quando improvvisamente i vertici della Juventus sono stati ribaltati, con l’ascesa alla Presidenza di Andrea Agnelli, con il successivo avvento di Marotta che ha determinato l’interruzione della trattativa con Benitez e la sostituzione con Del Neri, oltre alla messa da parte di Secco e Bettega ed una generale revisione delle strategie di mercato. Non ci si poteva aspettare che quelle strategie dessero risultati immediati ma ci sono alcune cose che potrebbero e andrebbero chiuse immediatamente e su cui invece la nuova dirigenza sembra colpevolmente distratta.
Nella peggior stagione della storia della Juventus da che il sottoscritto è al mondo, non ho mai avuto un solo dubbio nell’identificare il principale lato positivo: si chiama Martin Caceres. Arrivato in sordina dal Barcelona, aveva iniziato in modo difficile, ma una volta raggiunta una condizione atletica accettabile Martin ha fatto vedere quanto vale che è veramente molto. Velocità , controllo di palla, cross e tiro, determinazione, perfino colpo di testa, benché non sia certo una torre: tutte qualità che ne hanno fatto a mio avviso, nel breve volgere di pochi mesi ed in un contesto che peggio non poteva essere, il miglior laterale destro di difesa della Juve degli ultimi vent’anni. La conclusione della stagione è stata condizionata da una pubalgia che lo ha spesso fermato, ma questo non può etichettarlo come giocatore atleticamente in difficoltà : la pubalgia è un disturbo da cui si guarisce. Rimane il valore di un giocatore che la Juve si è quasi trovata per caso ma che è una fondamentale base per la ricostruzione, anche perché in quel ruolo non ci sono molte alternative e i nomi che circolano (primo tra tutti Cassani) sono decisamente inferiore all’uruguagio e certamente non all’altezza della grossa responsabilità che avrà chi ricoprirà quel ruolo nella prossima stagione: ovvero far dimenticare i disastri difensivi di quest’anno.
Oggi apparentemente scade il diritto di riscatto dal Barcelona del giocatore, se la nuova dirigenza sarà così miope da lasciarlo partire inizierà il suo percorso con un tragico errore, che potrebbe tra l’altro essere reso evidente ai prossimi mondiali se Martin ripeterà le prestazioni viste in bianconero. Vorrei non fosse così, vorrei che l’incompetenza, le scelte azzardate o superficiali fossero confinate al passato. Vorrei che l’epoca Marotta non fosse la fotocopia dell’epoca Secco. Speriamo bene.
Manganelli e i manganelli
Se qualcuno sperava che i casi Aldrovandi, G8 di Genova, Cucchi e Gugliotta avessero spostato di un millimetro la visione che i dirigenti delle forze dell’ordine hanno sul problema della violenza della polizia ho l’impressione che andrà deluso. L’impressione mi viene da quanto dichiarato da Manganelli commentando le dichiarazioni del calciatore della Roma De Rossi che aveva attaccato la polizia in riferimento al caso Gugliotta. De Rossi aveva commentato l’introduzione della tessera del tifoso in modo sarcastico: “Dovrebbero fare una tessera anche per il poliziotto” riferendosi ai frequenti pestaggi immotivati operati dalle forze dell’ordine. Non mi immaginavo che i vertici della polizia applaudissero alla battuta del calciatore e un minimo di irritazione ci poteva stare, ma il tenore della reazione del capo della Polizia Manganelli (che già il cognome non lascia certo ben sperare) ha tolto ogni dubbio sul fatto che i ripetuti casi di violenza che hanno gettato discredito sulle forze dell’ordine, abbiano indotto gli alti vertici della Polizia a fare anche solo un minimo di autocritica. Manganelli ha infatti riassunto le parole di De Rossi come ” la volgare strumentalizzazione di un occasionale episodio […] che mette sullo stesso piano delinquenti violenti e poliziotti”. Dovrebbero intanto spiegare a questo signore che la tessera del tifoso non è destinata a delinquenti violenti ma a chiunque voglia andare a vedere una partita di calcio e saper distinguere un normale cittadino al quale piace il calcio da un delinquente violento è proprio quello che un poliziotto dovrebbe saper fare e che evidentemente invece non sa fare nemmeno il capo della Polizia. Dovrebbero spiegargli che mettere sullo stesso piano un tifoso di calcio e un poliziotto è perfettamente normale e che tra i tifosi di calcio come tra i poliziotti si possono nascondere delinquenti e violenti e che infine tra i compiti delle forze dell’ordine che dirige è snidare i violenti sia tra i tifosi che al loro stesso interno, senza lasciare questo compito a privati cittadini dotati di videocamera. Dovrebbero spiegargli che un cilindro di forma allungata, se usato per colpire una persona inerme è ugualmente ignobile, che sia un’asta della bandiera o un manganello. Dovrebbero inoltre spiegare a Manganelli che quello di Stefano Gugliotta non è un occasionale episodio ma di uno dei tanti episodi di violenza immotivata o sproporzionata di cui si macchia l’istituzione di cui è responsabile e l’unico aspetto occasionale dell’episodio è che ci fosse qualcuno a filmarlo.
Il punto è proprio capire che questi episodi dovrebbero essere l’occasione per evidenziare le mele marce ed isolarle dal resto del cesto, ed invece anche grazie e dichiarazioni come quelle di Manganelli solleticano solo uno malinteso spirito di solidarietà che finisce per creare all’interno della Polizia una rete di attenuanti che fanno sentire i colpevoli meno colpevoli ed in definitiva, tornando alla metafora delle mele, fanno marcire tutto il cesto.
Se poi qualcuno poteva pensare che una simile mentalità sia diffusa solo gli alti dirigenti della Polizia è arrivato prontamente Maroni a riconfermare in toto le parole di Manganelli (con la stessa interpretazione patologica per cui i tifosi sono quelli che vanno allo stadio con i coltelli) e non è nemmeno mancata la solita intimidazione della Federazione nei confronti dei tesserati che hanno il vizio di esprimere il proprio parere. L’unica notizia positiva è che perfino dall’ambiente sportivo, solitamente ultraconservatore, giungano ogni tanto critiche alla nostra classe dirigente, il cui arrocamento in posizioni di potere diventa evidentemente sempre più fastidioso anche ai gladiatori del calcio.
29 Maggio: 25 anni fa
Venticinque anni sono passati dalla strage dell’Heysel e questa ricorrenza è stata commemorata in tanti modi. In particolare mi ha commosso la notizia secondo la quale una via di Torino sarà intitolata alle vittime di quel giorno: sono atti simbolici minimi ma che per chi ha vissuto quei momenti sulla propria pelle, hanno una valenza enorme. Nel mio piccolo riporto solo la mia testimonianza diretta di quella terribile giornata.
Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età : apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follia omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là , libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà . Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.
In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques Franà§ois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni
Internet e i filtri sociali
Mi è capitata sott’occhio un’intervista rilasciata tempo fa da Umberto Eco a El Pais in cui sottolineava come Internet non conoscesse filtri sociali e quindi rischiasse di trasfigurare la realtà in una virtualità in cui tutto è possibile e tutto è consentito. E’ un’opinione simile a molte altre sul tema ma è’ proprio così? E se non è così da cosa nasce l’errore?
Eco spiega: “Non si sa mai se una notizia data su Internet sia vera o falsa. Non è così per i giornali o i libri, perché più o meno si sa che El Pais è una cosa e la ABC un’altra, che Le Figaro è ben distinto da Libèration” ma Eco non spiega cosa mi porta alla consapevolezza che Le Figaro è una cosa e Liberation è un’altra. La realtà è che se so che Le Figaro è un giornale orientato in un modo e Liberation è un altro, è perché li ho letti o perché qualcuno me l’ha raccontato, è comunque una valutazione soggettiva personale o riportata, ma comunque soggettiva. Allo stesso modo so che il blog X è una cosa e il blog Y è un’altra perché li ho letti o perché me l’hanno raccontato. In sostanza quindi sia nel mondo dell’informazione tradizionale che nell’informazione su Internet l’attendibilità è legata alla competenza del lettore ed a quanto la fonte si è resa credibile ai suoi occhi o agli occhi di persone di sua fiducia. Eco aggiunge: “A Internet e ai suoi strumenti di pubblicazione può accedere chiunque: io, lei, il signor X, che si dia il caso sia pazzo. Al contrario, il signor X non può aprire un giornale, perché ha bisogno di un certo numero di persone che lo appoggino, per riuscirci“. Qui ho l’impressione sia l’equivoco. E’ vero infatti che un qualunque signor X non può aprire un giornale, inteso come fonte di informazione classificata come tale ed approvata dall’ordine dei giornalisti, ma può tranquillamente stampare quello che pensa su un foglio di carta e distribuirlo come volantino all’uscita della scuola o di una grande azienda. Allo stesso modo il signor X può aprire un sito Internet e e crearsi un blog su cui scrivere quello che pensa, ma se non sviluppa un rapporto fiduciario e continuativo con un’ampia rete di persone, i suoi lettori non saranno più di quelli che leggono il suo volantino. Ciò che quindi può essere confrontato con la comunicazione giornalistica non è l’intera comunicazione su Internet ma semmai quella parte dell’informazione che raggiunge una vasta area di pubblico: i blog di successo, l’informazione online e così via… E’ vero che l’informazione online non ha le barriere di ingresso che ha la stampa tradizionale, di natura economica (gli investimenti necessari per fondare e distribuire un giornale) e di natura burocratica (iscrizione all’ordine dei giornalisti) ma dubito che questi siano elementi che rendono più probabile la veridicità di quanto raccontato. Il fatto che ci siano testate tradizionali che spesso e volentieri pubblicano notizie false dimostra che non sono tanto le barriere all’ingresso che garantiscono la correttezza dell’informazione ma lo garantisce il controllo compiuto dai lettori stessi, controllo che su Internet si esercita in modo molto più forte che sulla stampa tradizionale, sia per la velocità con cui eventuali bufale vengono individuate, sia per lo strumento dei commenti in calce.
Io inizio a leggere un giornale perché lo compro la prima volta, per caso, curiosità o per il consiglio di qualcun altro e se mi piace continuo a leggerlo. Allo stesso modo leggo un blog o un sito di informazione la prima volta per gli stessi motivi e se mi piace continuo a leggerlo. E’ la volontà di mantenere la credibilità che il blogger o la testata giornalistica si è guadagnanata a prezzo di grande fatica, che induce a porre attenzione alla veridicità di quanto si scrive.
Anche l’anonimato su Internet è un falso problema. Un blog in genere riporta il nome del suo autore ma anche se fosse anonimo il problema non si porrebbe, perché la sua credibilità non risiede nella credibilità di chi ci scrive ma nel blog come tale. Se scoprissi che Massimo Gramellini non è il nome vero di un giornalista de La Stampa, ma solo un nom de plume a cui corrisponde una cooperativa di giornalisti continuerei a leggerlo perché la qualità di quanto viene pubblicato con questa firma è per me molto elevata.
Se poi un blogger pubblica una notizia che può essere calunniosa è ben facile ricostruire la sua identità e quindi denunciarlo, esattamente quanto l’articolo su un giornale.
Altro discorso lo meritano forum e reti sociali, qui il modello di riferimento non è l’informazione tradizionale ma semmai il tradizionale passaparola. Posso dare per certa la notizia che la Juve ha comprato Messi letta su un forum, esattamente come posso dare per certa la stessa notizia udita al Bar Sport; posso pubblicare la notizia che nella metropolitana di Torino ci sono i coccodrilli sulla mia bacheca di Facebook, esattamente come farei chiamando una serie di miei amici per raccontarglielo. La differenza è che su Internet quello che racconto viaggia più veloce, che ci sono molte persone collegate ad un forum e che nella lista dei miei amici su Facebook ci sono molte più persone di quelle che abitualmente sento al telefono. Come nel tradizionale passaparola posso credere o non credere a quanto mi è stato riferito ma non c’è nulla che mi autorizzi a dare più credibilità a quanto scritto su un forum che a quanto sentito al Bar. Da questo punto di vista chi dice: “E’ vero, l’ho letto su Internet”, senza un’ulteriore filtro sulla fonte, non è altro che il classico credulone che in altra epoca avrebbe detto: “E’ vero, l’ho sentito al bar”.
In definitiva confermo la mia impressione iniziale sul fatto che Eco sia fuori strada nel pensare che su Internet manchino i filtri sociali. Su Internet si ripropongono in realtà molti dei modelli di comunicazione tradizionali, con filtri sociali identici o molto simili; l’unica vera novità è che la comunicazione è molto più rapida e molto meno costosa. Ed è proprio la differenza di velocità e di costo l’unica vera rivoluzione di fronte alla quale ci troviamo, il resto sta solo nella nostra interpretazione e nel nostro uso dello strumento che abbiamo a disposizione. Se non applichiamo a quello che c’è su Internet dei filtri non è quindi perché sia impossibile farlo, ma solo perchè molti non hanno ancora maturato la competenza del mezzo sufficiente per applicarvi quei meccanismi di filtro che siamo abituati ad applicare alle informazioni che ci vengono dalle fonti tradizionali.
Tifare contro il potere
Su La Stampa di Sabato scorso Massimo Gramellini ha pubblicato un pezzo nel quale criticava apertamente, con l’occasione della finale di Coppa Campioni e dei prevedibili festeggiamenti che si sarebbero avuti in caso di sconfitta dell’Inter, l’atteggiamento tipico del nostro paese di gioire delle sconfitte altrui, anziché radunarsi attorno ad una bandiera, che pur non è la propria, in nome del superiore amor di patria.
Come giustamente sottolineava Gramellini questa abitudine non è certo circoscritta al calcio ma abbraccia l’intera vita pubblica italiana, anche quando l’interesse di patria è molto più chiaro che in ambito calcisitico. Può non essere immediato il fatto che il nostro paese ci guadagni qualcosa se la Coppa la vince l’Inter piuttosto che il Bayern, mentre è chiaro che un abbassamento del rating dei nostri titoli di stato non è cosa buona per l’economia, eppure sono in molti, tra coloro che non hanno simpatia per il governo in carica, a fregarsi le mani quando la nostra economia viene bocciata dalla finanza internazionale o quando qualche altro indicatore dimostra che le cose vanno male, in ciò bocciando ai nostri occhi il governo che di questo esito riteniamo responsabile.
Gramellini nel suo articolo si ferma all’arringa nei confronti degli italiani, animati da odio ed invidia per chi è al potere; io, nel mio piccolo, proverei a fare un passo in più spingendomi ad una domanda ulteriore: quanto dell’odio che ci fa esultare per la caduta di chi comanda è un nostro problema e quanto è motivato dall’incapacità di chi comanda di gestire il proprio potere senza necessariamente rendersi odioso, senza abusarne, senza trasformarsi in un dittatore che proponga ai cittadini la sua caduta come l’unica speranza per liberarsene?
E’ vero o non è vero che in Italia chi raggiunge il potere (ed una vittoria calcistica è solo uno dei tanti aspetti che il potere può assumere) ha un’unica grande priorità , quello di conservarlo in ogni modo e ad ogni costo, e l’amministrare quel potere nell’interesse della collettività o dell’organizzazione che lì li ha posti, è l’ultima delle sue preoccupazioni? E’ vero o non è vero che chi ha una posizione dominante non perde occasione per esibire il suo potere, in un richiamo continuo al classico “leinonsachisonoio”?
E’ indubbio che l’Inter sia una grande squadra ma è altrettanto indubbio che la sua forza risieda non solo in un budget enorme proveniente dall’esterno della società calcistica (mentre molte altre società si autosostengono), ma anche in un controllo totale del mercato che ha consentito ai dirigenti nerazzurri di comprare quanto di meglio proponeva il mercato (Lucio, Thiago Motta, Milito, Sneijder, Pandev) spendendo più o meno quanto la Juventus ha speso per Diego e Melo. Saranno fessi i dirigenti della Juventus per carità , ma l’ipotesi che si siano scontrati contro un muro non è proprio peregrina. Non contenta la società nerazzurra sfrutta una sua presenza quasi ossessiva sui media per esercitare una pressione continua su arbitri e federazione.
D’altra parte non è che chi ha conteso il calcio italiano a Moratti, prima che Calciopoli instaurasse una sorta di dittatura, avesse politiche dissimili da questa ed il discorso dei diritti televisivi, sui quali da anni i grandi club lottano per tenersi la fetta più grossa, rientra in questo genere di atteggiamento.
Abbandonando il calcio per pensare alla politica le cose non cambiano molto: sarebbe fin troppo facile ricollegare questo discorso agli atti compiuti dal governo attuale, con leggi ad personam, la legge sulle intercettazioni tesa a mettere sotto silenzio gli scandali, l’installazione di direttori compiacenti alla RAI, eccetera. Non si può tuttavia negare che anche i governi passati non abbiano certo trascurato certe pratiche. Storicamente né i governi di destra né quelle di sinistra hanno mai provato a sottrarre la RAI alla logica dell’assoggettamento alla maggioranza di governo in carica, né l’idea di modificare la Costituzione a colpi di maggioranza è un’invenzione di Berlusconi.
Anche nel nostro quotidiano la questione si ripropone: il proprietario di SUV è antipatico perché è pieno di soldi o perché lo parcheggia regolarmente sul marciapiede? Chi guidi un’auto sportiva ci infastidisce per invidia o perché ci taglia la strada a tutta velocità quando meno ce lo aspettiamo?
Nella sostanza chiunque in Italia raggiunga una posizione di potere non fa altro che mettere in atto azioni destinate ad arricchire quel potere e renderlo una fortezza inespugnabile, assumendo le sembianze tipiche del dittatore e facendo assumere a noi l’atteggiamento tipico che l’opinione pubblica ha sotto una dittatura, ovvero una trepidante attesa che al dittatore accada qualche disgrazia che ce ne liberi. Tra quanti tifano per il Bayern o per Standard & Poor’s ci sono certo molti che lo fanno solo per odio verso il potente, ma molti probabilmente lo fanno invece perché hanno la sensazione che il pesante tonfo sia l’unica speranza di ricambio al vertice che qualunque ambito della vita pubblica italiana contempli.
Preso atto di ciò mi resta da pormi un ulteriore interrogativo: la colpa di questo meccanismo sta davvero in qualche caratteristica della classe dirigente italiana o non è piuttosto un atteggiamento che molti cittadini di questo paese hanno che consente alla classe dirigente di assumere rapidamente posizioni quasi dittatoriali? Non è proprio la tendenza di molti a salire sul carro del vincitore che rende il vincitore così antipatico a quelli che per scelta o per mancanza di posto non sono saliti? Se i cittadini fossero un po’ più critici nei confronti della classe dirigente forse non avremmo poi dei potenti così bulimici da scatenare in noi reazioni di odio e repulsione in un circolo vizioso continuo tra tendenza alla genuflessione ed alla sovversione.
Forse tra l’odio verso il potere e l’amore per il bastone del padrone c’è una posizione più equilibrata che aiuterebbe tutti noi a vivere con più tranquillità e serenità tutto ciò che succede nella vita pubblica, dalle elezioni alla finale di Coppa dei Campioni.
Morire per l’Afghanistan
Questa settimana altri due ragazzi italiani hanno sacrificato le proprie vite per la missione in Afghanistan. Ogni volta che è accaduto subito i giornali si sono affollati di domande sulla necessità della partecipazione a quella che non si può definire una guerra per motivi di forma della nostra partecipazione, ma che è sicuramente qualcosa comunque di diverso da una guerra tradizionale.
Chi infatti guardi l’Afghanistan come fosse una riedizione del Vietnam nel quale un popolo lotti unito per la propria indipendenza è abbastanza fuoristrada, così come lo è chi guardi alla situazione come alla lotta contro una cricca di terroristi assetati di sangue. Il problema è che la nostra cultura nazionale (per quanto non sempre matura, come succede in Italia) ci rende difficile analizzare una terra circondata da un confine senza le semplificazioni che in Europa possiamo fare, ma che in Asia non sempre valgono, e che per inciso in Africa non valgono quasi mai. Molti dei confini che i colonizzatori hanno lasciato in giro per il mondo hanno un senso solo in quanto scelte strategiche o semplificazioni geografiche, ma ciò che sta dentro ad un confine nazionale spesso non ha alcuna omogeneità sociale, civile e culturale che è invece condizione necessaria per il riconoscimento di un potere unificante, specialmente se di natura democratica. L’Afghanistan è un coacervo di etnie, di lingue e di culture che hanno reclamato sempre la propria autonomia rispetto ad istituzioni nazionali che le potenze straniere hanno cercato nel tempo di installare nel paese per avere un riferimento costante ed affidabile. La dimensione naturale del paese è invece quella tribale, sulla quale, mi pare di poter dire, i Talebani avevano puntato all’insegna dell’oscurantismo e dell’integralismo, dal punto di vista culturale, e della tolleranza verso traffici di droga e armi, dal punto di vista economico, raggiungendo un buon compromesso di stabilità . Per giungere a quello che pare essere l’obiettivo finale, ovvero la democratizzazione del paese ma soprattutto l’istituzionalizzazione del suo governo, questa dimensione va stravolta, forse cancellata. E’ giusto farlo? Dal punto di vista etico mi verrebbe da dire di no, mi verrebbe da dire che ogni popolo ha diritto di vivere secondo le proprie abitudini, culture ed usanze. Mi si può obiettare che se però quel popolo compie pratiche come quella di gestire il traffico di droga, o di ospitare organizzazioni terroristiche, il resto del mondo ha anche il diritto di reagire e di risolversi a tenere sotto controllo quel popolo. E’ però anche vero che quel popolo se ne è stato tranquillo sulle montagne senza ospitare organizzazioni terroristiche, finché noi europei non siamo andati a casa loro a colonizzarli.
Insomma non c’è una risposta chiara e una soluzione risolutiva. C’è solo la convinzione che se davvero la modernizzazione del paese (ovvero l’introduzione di un modello di stato moderno, democratico e stabile) è quello che i governi occidentali vogliono realizzare in Afghanistan la strada è lunga ed incerta e, ho l’impressione, l’esercito vi sia relativamente poco coinvolto, perché i cambiamenti culturali in genere non arrivano sui carri armati.
Per questo e non per altro ho l’impressione che morire per l’Afghanistan sia oggi sempre più assurdo.
Il dito di Totti e il dito di Bossi
Anche la festa con la quale l’Inter ha celebrato il suo scudetto è stata avvelenata da una polemica con i rivali della Roma. Questa volta è stato protagonista dello scontro uno striscione, appeso all’autobus scoperto con il quale i giocatori hanno fatto il giro della città , che invitava Totti ad infilare il dito, che solitamente si mette in bocca per festeggiare i gol, in altro meno nobile orifizio. La cosa fa il paio con una polemica molto simile scattata tre anni orsono quando i giocatori del Milan, con uno striscione simile, invitarono, dopo la vittoria in Coppa dei Campioni, i cugini interisti ad infilare nello stesso orifizio di sopra lo scudetto conquistato poche settimane prima. Lo stadio non è certo posto per nobiluomini e cori di tifosi di questo tenore non farebbero certamente notizia ma tradizionalmente gli interpreti dello spettacolo calcistico avevano tra le loro prerogative quella di non raccogliere toni e lessico tipico del pubblico dello stadio e di rappresentare quindi un esempio di correttezza e fair play: per questo questi episodi hanno destato e destano un certa impressione.
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Leggendo di queste polemiche il pensiero è subito corso al fiorire di espressioni becere e volgari tra i nostri politici: se i leghisti hanno forse la primogenitura dell’introduzione di gesti ed espressioni volgari in politica, il resto della desta italiana non ha mancato di seguire la Lega sulla strada della degenerazione di toni e linguaggi e D’Alema si è recentemente dimostrato, anche in questo ambito, l’uomo di sinistra più propenso ad una piattaforma comune con la destra, prendendo a male parole un giornalista de Il Giornale.
Da dove nasce questa evoluzione (o involuzione) dei personaggi pubblici verso un linguaggio ed atteggiamenti sempre più simili a quelli del cittadino comune? Ho l’impressione che la società moderna abbia convinto i cittadini che la abitano che non c’è più bisogno di modelli comportamentali, che ognuno di noi va bene così com’è ed allora il personaggio pubblico ha smesso di essere un modello ed è diventato solo qualcuno nel cui successo provare ad immedesimarsi. Ed allora più il cittadino trova il personaggio pubblico simile a sé stesso, più è “uno di noi”(come sono soliti gridare i tifosi ai loro beniamini) e più è popolare ed amato. Così non c’è niente di meglio che qualche volgarità , qualche battuta becera, qualche atteggiamento maleducato per rendersi popolare.
Ne usciremo? Saremo di nuovo capaci di far vincere il meglio, anziché il peggio? Il becero che avanza avrà un argine? Urge una cura di umiltà che torni a farci apprezzare chi sia un po’ meglio di noi stessi o almeno così appaia, e che riprenda quindi a fare da modello di atteggiamenti e comportamenti.
TAV e metropolitane
Ho scoperto poco tempo addietro dell’esistenza di un progetto per una metropolitana a Parma, progetto che alla lunga è naufragato. Sulle prime l’idea mi ha fatto un po’ sorridere, ma poi mi sono chiesto se davvero il fatto che una media città si doti di una linea di metropolitana sia un’eresia e soprattutto se ce ne sono già ed ho scoperto che una linea di metropolitana (che è costata il doppio di quanto preventivato per Parma) esiste già , in costruzione, a Brescia che è una città che ha poco meno di 200.000 abitanti, esattamente come Parma. Linee di metropolitane di piccola entità esistono anche a Catania e Genova. Vi sono poi le principali città , Roma, Milano, Torino e Napoli tutte munite di metrò ma in dimensione molto diversa. Una città come Milano, che conta un milione e trecentomila abitanti, ha oltre 70 chilometri di metropolitana e ne ha già a piano (quasi completamente finanziati) altri 28 chilometri, con un piano di ulteriori 5 linee entro il 2030. A Roma, città di 2 milioni e 700mila abitanti, la rete di metrò ha un’estensione di 36 chilometri ma è già previsto cha sarà più che raddoppiata nei prossimi 10 anni. Napoli, città di 960mila abitanti, ha una rete di metropolitana di 73 chilometri in fase di ulteriore espansione. Torino, città di 900 mila abitanti ha invece una sola linea di metropolitana della quale 9,6 km sono già operativi mentre altri 4 sono in costruzione. Una seconda linea è appena in progetto ma non ci sono piani precisi in merito.
Fatta questa enunciazione di cifre e dati le considerazioni che mi vengono suono due: la prima è che c’è una totale sproporzione tra l’estensione delle reti di metrò nelle quattro principali città italiane e la presenza di simili reti nelle altre, la seconda è che anche tra le principali quattro città c’è una prevalenza netta della città di Milano anch’essa sproporzionata alla consistenza demografica della città lombarda.
Per quanto riguarda il primo punto, l’opinione diffusa è che il problema del traffico sia percepito diversamente in una piccola o media città ed in una grande ma, avendo vissuto a lungo in una piccola città di provincia con grossi problemi di traffico come Varese, mi sono reso conto che metterci quarantacinque minuti per attraversare una città di provincia non è un problema più grande che metterci due ore per attraversare una città grande. Esiste quindi una soglia di grandezza di una città oltre la quale val la pena di scavare il terreno o riutilizzare le rotaie della ferrovia per servizi di trasporto veloci? La risposta è probabilmente molto complicata perché è complicato stimare l’effettivo bilancio costi-benefici di una linea di metropolitana. Sia perché ciò richiede una previsione corretta circa il numero di persone che lascerebbero a casa l’automobile per prendere la metropolitana, in ciò decongestionando il traffico cittadino, sia perché, calcolato questo valore, rimarrebbe da capire quale sarebbe il beneficio concreto che ne deriverebbe per la cittadinanza. Ho però l’impressione che né il primo né il secondo comportamento dipendono dalla grandezza della città , ma semmai da quanto è congestionato il traffico, ed il traffico può essere congestionato in una città di un milione abitanti come in una di cinquantamila.
Provando a guardare a quello che succede all’estero mi sono reso conto che la situazione è molto variegata: in Spagna ad esempio anche città di media grandezza come Valencia (800mila abitanti) o Bilbao (350mila abitanti), hanno consistenti reti di metrò; in Gran Bretagna invece ci sono reti di metrò, oltre che a Londra, solo a Glasgow (la cui area metropolitana conta più di 2 milioni di abitanti). Da nessuna parte però sembra essere così incoerente e schizofrenica la distribuzione dell’investimento in metrò tra una città e l’altra.
Il dubbio che mi viene è che, come spesso accade (soprattutto in Italia ma non solo), i lavori pubblici siano erogati e concessi non su base di effettive necessità o urgenze di questa o quella area geografica, secondo un progetto che può essere più o meno favorevole ad un certa tipologia di trasporto, ma in base alle pressioni di potentati politici che misurano il proprio potere sulla bravura nell’attrarre capitali ed investimenti nella propria area di riferimento. Potrebbe essere questo meccanismo che attrae verso le città , che esprimano una classe politica più consistente ed influente (quindi tendenzialmente le più grandi), investimenti nella rete di trasporto.
Qui giungo alla TAV, che è la generica sigla di Treno ad Alta Velocità ma che è un acronimo che da anni ormai fa pensare alla tratta di alta velocità tra Torino e Lione, così controversa da mobilitare da lungo tempo l’opinione pubblica piemontese, spostando voti e consensi. Gli oppositori della TAV, per suffragare le proprie posizioni, ci propongono grafici basati su proiezioni storiche che dimostrerebbero l’inutilità dell’opera perché la crescita di traffico su quella tratta ferroviaria è irrisoria. Anche qui però andrebbe stimato quale sarebbe la crescita di viaggiatori e trasporto merci legata ai ridotti tempi di percorrenza. Alla fine la stima sarebbe comunque soggettivo e mai quindi ci potrà essere un dato inoppugnabile in merito. Mi risulta però difficilmente comprensibile perché gli stessi che combattono la TAV sotto il Frejus, applaudono alle linee ad alta velocità in costruzione o potenziamento sotto il Gottardo e il Sempione. Faccio fatica a capire perché ci siano montagne che possono essere sforacchiate senza impatti per l’ambiente e altre per le quali una galleria sia una tragedia, se non nella logica del più classico nimbismo. Sono ben convinto che molti di costoro siano del tutto genuini nelle loro convinzioni ma ho l’impressione che, consapevolmente o meno, si fanno strumento di logiche politiche miranti a spostare traffico ferroviario, che significa anche ricchezza e potere, verso le zone sotto il proprio controllo.
In generale ho l’impressione che valutare il beneficio di un investimento nella rete di trasporti, significhi attribuire un valore ad un bene che è il nostro tempo, bene il cui valore non è, credo, stimabile in modo oggettivo in nessun modo. Per questo ogni considerazione assoluta del fatto che valga la pena di realizzare un’opera che renda più rapidi i nostri spostamenti lascia il tempo che trova. Sono invece molto più praticabili considerazioni relative rispetto alle opere, se cioè un’opera sia più urgente dell’altra, se abbia senso dotare alcune aree di reti di trasporto efficientissime e lasciare indietro altre aree. Se provassimo ad analizzare gli investimenti in questo modo, ci accorgeremmo forse che nella modalità con cui vengono allocati tra le varie aree geografiche ci sono troppi figli prediletti e che una distribuzione degli investimenti più equilibrata permetterebbe forse anche uno sviluppo più armonioso del paese.
Il paese di Acchiappacitrulli
Tutti conosceranno quel passo della favola di Pinocchio in cui il burattino finisce in galera, dopo esser stato raggirato da il Gatto e la Volpe, perché nel paese dove si trova, di nome “Acchiappacitrulli”, è chi si fa derubare ad essere punito dalla legge. Quel paese era una metafora, pare, della città di Firenze, ma è certamente attuale nella testa di molti come rappresentazione della società italiana, nella quale chi rispetta le regole finisce per essere stritolato dagli ingranaggi del sistema, mentre chi se ne fa beffe ottiene facili successi ed onori.
Deve aver forse richiamato alla mente quell’episodio il Presidente del Siena Mezzaroma che si è visto chiamato in causa ed interrogato dalla Procura Federale dell’FIGC per aver annunciato che la sua squadra, pur già salva e quindi senza particolari stimoli, onorerà al massimo l’impegno contro l’Inter. Intendiamoci, il Presidente del Siena non ha nascosto la sua simpatia per la Roma ed i toni di certe sue dichiarazioni potevano essere più tenui e meno ambigui, ma l’effetto intimidatorio dell’iniziativa della Federazione nei confronti di chi voglia tenere i toni della competizione elevati, anche in un finale di Campionato senza molti stimoli, è certo.
Pochi giorni fa l’Italia ufficiale si era scandalizzata per la farsa di Lazio-Inter quando i laziali regalarono una facile vittoria agli avversari, in odio ai rivali della Roma e (secondo i maligni) in omaggio ad una relazione privilegiata tra le due società concretizzatasi nella cessione a prezzi di liquidazione di un grande giocatore come Pandev. Sono passati però solo pochi giorni ed ha già ripreso il sopravvento la pancia d’Italia, quella parte del nostro paese per la quale ci si deve aiutare, quella per cui quelli che strillano sono solo moralisti, quella per cui chi stona rispetto al coro probabilmente lo fa solo perché stimolato da interessi contrapposti. Sono due Italie che poi di fatto sono la stessa, quella che condanna Moggi è la stessa che glorifica Moratti, che è anche quella che fa dimettere Scajola ma si tiene stretto Cosentino: è l’Italia per cui fare un passo indietro di fronte alle proprie colpe, come disse Verdini, è solo “Una questione di mentalità “, e per la quale prendere la distanza dall’indecenza è solo un modo per lavarsi la coscienza, pronti a risporcarsela di nuovo alla prima occasione buona.


