Un’altra via per l’auto
In questi giorni di serrato dibattito intorno ai temi del lavoro e soprattutto al braccio di ferro che Marchionne ha lanciato su Pomigliano e sta continuando su Melfi, c’è un senso più o meno nascosto dietro alle tante cose che si dicono e scrivono sul tema. L’idea dominante è che oggi ci troviamo a competere con paesi nei quali non ci sono garanzie sindacali, non ci sono norme di sicurezza sul lavoro e quindi la soluzione più facile per poter competere è che ci adeguiamo, facendo qualche passo indietro in materia. C’è però un dubbio che è legittimo avere: possibile che la fuga in avanti che la società occidentale ha compiuto in questi anni ha lasciato così poche tracce ed insegnamenti da indurci a fare semplicemente inversione di marcia e tornare indietro ad un passato dal quale chi ci ha preceduto era faticosamente riuscito a fuggire? La società del benessere è stata un’esperienza così priva di spunti da indurci a tornare senza esitazioni a quando gli orari di lavoro erano massacranti, le tutele per chi si ammalava erano minime, il bilancio tra vita privata e vita lavorativa pendeva a favore della seconda?
In realtà ci sono aree del mondo in cui sono successe cose che forse val la pena di tenere a mente e che forse aprono altre strade possibili. Una di quelle è sicuramente la Mitbestimmung, ovvero il modello tedesco di condivisione della gestione dell’azienda tra direzione societaria e dipendenti, rappresentati dai sindacati. Sostanzialmente i rappresentanti dei sindacati siedono insieme ai direttori laddove si decidono le scelte strategiche dell’azienda che condividono nel bene e nel male, da un lato assumendosi in prima persona la responsabilità di decisioni magari popolari ma dannose all’azienda, dall’altro portando, direttamente là dove si decide, le istanze dei lavoratori che spesso il management aziendale non conosce né comprende. Scopriamo che, con questo modello, la Volkswagen è l’azienda automobilistica europea che meglio ha reagito alla crisi e soprattutto che ha mantenuto una fetta più alta della produzione in patria. La Mitbestimmung ha infatti consentito all’azienda di fare pesanti tagli agli stipendi e allungamenti altrettanto pesanti agli orari di lavoro durante i periodi di crisi, ben sapendo che, come nel passato avvenne, non si dimenticherà di ricompensare i sacrifici quando le condizioni del mercato saranno tornate al bel tempo. Questo perché il modello di gestione ha creato un rapporto fiduciario tra azienda e dipendenti che è molto raro dalle nostre parti.
Qui viene però l’obiezione finale: è possibile in un contesto come quello italiano in cui, in ogni tipo di relazione sociale, la lite è il mezzo di comunicazione più abituale, importare un modello nel quale manager e sindacati si siedono e prendono decisioni insieme? Non sarà sicuramente facile ma così nel lavoro come in altri ambiti (ad esempio quello politico) la trasformazione delle modalità con cui si svolgono i rapporti sociali in Italia è un passo obbligato che dovremo compiere per evitare di diventare il fanalino di coda dell’Europa del futuro.
La malinconia dell’esordio
Per il tifoso di calcio c’è un’emozione particolare nell’esordio stagionale in partita ufficiale in casa. E’ come se la creatura che si è formata nella sua fantasia durante la campagna acquisti estiva improvvisamente prendesse forma, al di fuori e al di là delle passarelle amichevoli di Agosto. La grancassa dei giornali ha abbondantemente fatto la sua parte, spacciando mezze figure per fenomeni e convincendoti che quella che hai di fronte a te sarà un’annata gloriosa. Tu hai ancora per i tuoi paladini quelle candide attese ancora non sozzate dalle piccoli o grandi delusioni della stagione. Per questo esordi come quello della Juve di Giovedì sera contro lo Sturm Graz sono emozioni che il tifoso adora. E’ stato un vero peccato quindi che quest’anno quest’emozione sia stata velata dalla strana vicenda Diego che ha portato inopinatamente il miglior giocatore della squadra a Wolfsburg, questo a tre giorni dall’inizio del Campionato e pochi giorni dopo che Delneri si era espresso su di lui facendo capire che il brasiliano era indispensabile al gioco della Juve.
Questo velo sembrava pesare ancor più sulla squadra che, perso il giocatore attorno al quale ruotava, pareva aver smarrito il suo centro ed essere incapace di dare ordine al gioco. Melo e Sissoko parevano due orfanelli alla ricerca di qualcuno a cui affidare il pallone che non era certo Martinez, costantemente impreciso. Il solo Pepe pareva incisivo e autorevole ma ancora troppo impreciso per poter far male. Così erano gli austriaci a farsi vivi dalle parti di Storari e dopo un paio di conclusioni pericolose, arrivava uno svarione di Motta e la fuga di Szabics verso Storari conclusasi con un palo che vibrava, facendo tornare alle menti juventine i momenti più tetri della scorsa stagione. Era a quel punto che il Capitano capiva che il suo momento è venuto e raccoglieva la squadra come una crocerossina raccoglierebbe un ferito. La raccoglieva come sa fare lui, cojn guizzi in area e con iniziative personali che già nel primo tempo rischiavano di far capitolare il bunker austriaco. Era però ad inizio del secondo tempo che Alex si ricordava dei tempi in cui era stana coniata la definizione di “gol alla Del Piero” e al termine del suo classico movimento a rientrare scagliava un dardo che colpiva in modo letale i modesti avversari. Lì finiva la partita per la qualificazione, gli austriaci mollavano ed iniziava la sfida a chi sbagliava il gol più facile. Alla fine restava l’1 a 0 ma almeno l’ultima mezzora ridonava un po’ di buonumore al popolo biancoenero.
Mi pareva però un buonumore di chi voleva ignorare come il tempo sia purtroppo inclemente e che non ci si può aspettare che un trentaseienne risolva tutte le situazioni spinose. A Bari, nell’esordio in Campionato, sarà un’altra musica e lì le magie del Capitano potrebbero non bastare; gli acquisti dell’ultimo minuto dovranno quindi entrare nel gioco all’istante (e in tre giorni la cosa si avvicina molto al miracolo) se non vorremo partire subito con il piede sbagliato.
Tutti questi pensieri affioravano a fine partita ed era così che, vedendo uscire Alex meritatamente come trionfatore, non ci si poteva trattenere dal provare un po’ di malinconia.
Ma ci piacciono davvero le autonomie?
Mentre sui tavoli delle riforme istituzionali, ammesso che ci siano ancora siffatti tavoli, si parla di federalismo e autonomie, nel quotidiano della nostra politica sembrerebbe che le autonomie piacciano poco, appena si allargano un poco. Si è allargato troppo evidentemente il Comune di Camigliano, in provincia di Caserta, che, nella persona del suo sindaco, ha a lungo rivendicato la sua autonomia nella gestione dei rifiuti urbani che aveva da anni gestito con assoluta efficienza e si era quindi opposta al decreto governativo che imponeva il passaggio della competenza alla Provincia di Caserta. Dopo mesi di resistenza passiva si è arrivati al decreto di scioglimento del Consiglio Comunale e di rimozione del Sindaco che cade come un fulmine su un paese che è considerato uno dei più vivibili in Italia.
Sarebbe interessante sapere di più di Camigliano, di quelle che sono le logiche che stanno dietro al conflitto aperto dal Sindaco Cenname. Su youtube c’è un ampia rassegna di discorsi del Sindaco cacciato. Al di là delle considerazioni che si possono fare, è certo che la severità mostrata dal governo è molto differente dall’atteggiamento che lo stesso governo ha avuto sul caso Fondi. Mi riferisco al fatto che il governo evitò allora accuratamente di sciogliere il Consiglio della cittadina in provincia di Latina, sospettato di inflitrazioni mafiose, fino a indurre il Consiglio stesso all’autoscioglimento piuttosto che intraprendere azioni che evidentemente non erano compatibili con gli equilibri politici vigenti.
Quello che mi risulta chiaro dalla vicenda di Camigliano e non solo è che è difficile per non dire impossibile oggi dare allo slogan del federalismo un contenuto concreto, da parte di una politica italiana in cui dominano approcci accentratori a autoritari. L’autonomia di soggetti locali è praticabile solo in un contesto nel quale la politica è vista come un’attività che ha per obiettivo la miglior gestione dello Stato. Chi veda la politica come un mero mezzo di accumulazione di potere non può che finire con lo strangolare ogni autonomia. Un’Italia delle autonomie potrà nascere quando morirà l’Italia dei palazzi, l’Italia degli inciuci, l’Italia delle consorterie, l’Italia delle mummie attaccate alla poltrona. Forse la verità purtroppo è che siamo italiani e pare proprio che l’unica autonomia che piace agli italiani sia la propria.
Un bell’addio
Diego, l’unico giocatore dell’attuale rosa della Juve, tolto il vetusto Capitano, che assicurava un certo di livello di qualità e quindi il ritorno della Juve ai livelli che le competono, pare in vista di cessione. Alla partita di Europa League, che domani deciderà della possibilità della Juve di partecipare alla competizione, non è stato nemmeno convocato.
Ironia del destino, ieri, durante la partita amichevole tradizionale di Villar Perosa, ha segnato, poco prima della sua uscita dal campo, un gol da cineteca, gol che sarà probabilmente quello dell’addio.
Aspetterò la prossima settimana per scrivere cosa penso di questa campagna acquisti e di come la dirigenza l’ha condotta, perché spero ancora che ci siano misteri che saranno svelati solo negli ultimi giorni di mercato e che trasformeranno mosse apparentemente demenziali in geniali. Per il momento mi accontento di dare l’addio ad un grandissimo giocatore che avrebbe potuto fare le fortune della Juve, ma che è stato prigioniero dell’incapacità di gestirlo dimostrata dalla società , sia nella vecchia che nella nuova versione.
Il miracolo Cairo
Non scrivo frequentemente su questo blog del Toro, anche perché nemmeno a me, pur juventino, fanno piacere le vicende che attraversa da una diecina di anni in qua. C’è però nelle vicende della presidenza Cairo qualcosa di davvero singolare e anche significativo di come in Italia non si accettino mai i fallimenti.
Cairo è entrato nel calcio prendendo la società nel suo momento più buio, dopo cioè il fallimento che l’aveva portata sull’orlo del baratro e che l’ha ricacciata in Serie B nonostante la promozione in A guadagnata sul campo. Da allora il Toro è riuscito prima, faticosamente, a tornare in Serie A, dove ha giocato tre Campionati, salvandosi le prime due volte per il rotto della cuffia e retrocedendo in Serie B al terzo tentativo, Serie B dove è poi rimasto al termine di un Campionato assai deludente. Che cosa c’è di miracoloso in tutto questo? C’è un miracolo alla rovescia. Se guardiamo infatti la classifica del monte-ingaggi delle squadre di Serie B dell’anno scorso scopriamo che il Toro era molto ampiamente la prima squadra per ingaggi, quasi doppio della seconda (il Lecce) e quasi il triplo del monte-ingaggi del Brescia che ha negato al Toro la Serie A. Addirittura il monte-ingaggi era superiore a quello di ben sette squadre di Serie A. E’ chiaro che il calcio non è scienza esatta e un’annata sfortunata, qualche giocatore sopravvalutato, capitano spesso e volentieri. Allora andiamo un anno indietro e scopriamo che nel Campionato 2008-2009 il Toro, che militava in Serie A, pagava i suoi giocatori 25 milioni complessivi, decima in Serie A, e quasi appaiata con Lazio, Palermo e Napoli che la precedevano. Anche in quell’occasione si classificò molto più indietro, ovvero diciottesimo facendosi precedere nettamente da squadre come il Chievo (14 milioni) o l’Atalanta (12,5 milioni) che pagavano i propri giocatori circa la metà . E l’anno prima? Nel Campionato 2007-08 il Toro era addirittura ottavo quanto ad ingaggi, ad un’incollatura da Palermo e Sampdoria, ma anche lì finì molto più indietro (15esima) salvandosi sì, ma solo sul filo di lana. Non sono riuscito ad andare più indietro con l’analisi dei dati ma non penso che l’esito sarebbe troppo diverso. D’altronde anche senza questi pur interessanti dati, è già di per sé abbastanza singolare il fatto che il Torino sia l’unica squadra di una grande città italiana che ancora continui a vivere a cavallo tra Serie A e Serie B, negli anni in cui la televisione ha creato una voragine tra le squadre con un bacino di interesse ampio e le “provinciali” e che le squadre di Milano, Roma, Napoli, Genoa, Firenze, Bologna, Palermo, insieme alla Juventus, occupano quasi stabilmente i primi posti del campionato di calcio.
Ripeto ancora che una squadra di calcio è uno tra gli investimenti più incerti che esistano e pagare tanto un giocatore può non voler dire che giochi bene ma il dubbio che Cairo sia una sorta di Re Mida alla rovescia del calcio è forte, anche perché la lista degli allenatori (nove diversi allenatori con la bellezza di 12 cambi complessivi) e dei dirigenti che Cairo ha assunto e licenziato in questi anni è stata impressionante. Anche al più presuntuoso degli imprenditori sarebbe venuto il dubbio che forse non era fatto per fare il Presidente e sarebbe tornato alla più fortunata attività di editore ma Cairo insiste in un attaccamento alla seggiola degno di certi suoi maestri. E qui torniamo al vecchio problema: può una società sportiva, da cui dipendono le passioni di migliaia se non milioni di persone, essere nelle mani di un signore che nonostante ogni fallimento si rifiuta di disfarsene? La risposta che già diedi su questo blog è l’azionariato popolare. Chissà che non possa essere proprio il Toro un giorno ad inaugurare in Italia questa modalità di gestione che rappresenta un ottimo compromesso per mettere d’accordo la gestione privata e la passione pubblica…
Il federalismo dei furbi
Sono passati 20 anni da quando i primi successi elettorali della Lega sconvolgevano il panorama politico. All’epoca salutavo, come molti, con soddisfazione quella novità : non mi piaceva il linguaggio e non mi piaceva il modo di proporsi di quei personaggi ma consideravo quell’aria di rivolta comunque salutare, pensavo che sotto quello spirito barricadero ci fosse una sana aspirazione, diffuso nelle pieghe del settentrione, a spingere il resto d’Italia verso un paese più moderno e più europeo, aspirazione che pensavo si sarebbe dispiegata in modo più sano quando alla generazione dei barricaderi alla Bossi si fosse sostituita fisiologicamente una classe dirigente più adeguata. Sono passati 20 anni e i barricaderi sono ancora tutti lì, soprattutto è lì Bossi nonostante i suoi problemi di salute, come a dire che in Italia dalla poltrona non ci si schioda proprio mai. Nel frattempo il movimento si è barcamenato cercando di raccogliere consensi con temi di facile appiglio, (xenofobia, localismo, anti-europeismo…) e cavalcando battaglie altrui (guerra alla magistratura) pur di stare in sella, senza un apparente progetto, acquisendo tutti i difetti tipici della politica italiana: la mancanza di ricambio al vertice, l’assalto alle poltrone, l’anteposizione delle esigenze di partito a quelle di governo e così via. Così il partito che aveva suscitato la speranza di poter deborbonizzare l’Italia è diventato il più borbonico del quadro politico italiano. La vicenda delle quote latte, in cui la Lega è scesa in campo a difendere i furbi, tutto pur di difendere il proprio serbatoio di voti come una qualunque DC dei bei tempi avrebbe fatto con i forestali calabresi, è stata la chiusura del cerchio da questo punto di vista.
Ancor più illuminante in questo senso è stato l’esordio della giunta Cota in Piemonte nel campo dei trasporti. Dovete sapere che il contratto di servizio della Regione Piemonte con Trenitalia era scaduto un paio di anni fa ed al termine di una lunga trattativa per il rinnovo, conclusasi con un nulla di fatto per le richiese piuttosto esose da parte della società , la giunta Bresso aveva indetto una gara di aggiudicazione del servizio aperta anche ad altri soggetti per cercare di far calare i costi. Nel frattempo la Regione si era fatta carico dei bonus di rimborso per gli abbonati che, secondo il contratto, Trenitalia doveva in caso di disservizio (quindi quasi sempre) e che la società aveva smesso di erogare una volta scaduto il contratto.
Non appena insediata, la Giunta Cota, nella persona dell’assessore Bonino, ha provveduto a cambiare radicalmente rotta, riallacciando i rapporti con Trenitalia e sospendendo la gara. Siccome però non si può essere deboli con i forti, senza poi essere inflessibili verso i deboli la stessa Giunta ha sospeso anche i bonus per gli abbonati che dovranno di nuovo pagare a tariffa intera nonostante i disservizi. D’altra parte che sarebbe andata così pareva chiaro da quello che aveva preannunciato Cota in campagna elettorale quindi perché stupirsi?
Paradossalmente quindi il modello di potere classico del centro-sud Italia, in cui a dispetto delle regole le oligarchie politiche e imprenditoriali si spartiscono ricchezza e potere in un rapporto di reciproca connivenza, a danno dell’efficienza delle istituzioni e dei diritti dei cittadini, sembra ciò che davvero la Lega vuole proporre anche per il Nord Italia. Il tanto decantato federalismo, a quel punto, non si traduce in una maggiore vicinanza delle istituzioni al cittadino, ma come al contrario una delega di potere delle oligarchie centrali ad oligarchie territoriali in un modello simile a quello della monarchia borbonica. Insomma, chi aveva intravisto con entusiasmo negli anni scorsi una vaga novità in un rapporto più trasparente dell’amministrazione pubblica verso i cittadini deve rassegnarsi: i Borboni sono tornati, solo che il Regno delle Due Sicilie ora include anche il Piemonte.
Mai stati in B? Ecco perché…
Molti sanno che l’Inter, a differenza di tutte le maggiori squadre del nostro calcio, non è mai stata in Serie B. Il Milan prima (Campionato 1979-80) e la Juventus poi (Campionato 2005-06) hanno entrambe perso questa “verginità ” in seguito a sentenze disciplinari, anche se il Milan ha poi replicato in seguito a retrocessione sul campo (Campionato 1981-82).
Pochi sanno però che anche l’Inter è stata molto vicina al termine del Campionato 2000-01, a fare la stessa fine. Si parla dell’epoca dello scandalo dei falsi passaporti allorché molte squadre di serie A, per aggirare il limite massimo imposto al numero di giocatori extracomunitari contemporaneamente schierati in campo, avevano naturalizzato giocatori sudamericani in gran quantità . Si scoprì poi, nel corso del Campionato 2000-01, che molti dei passaporti esibiti per testimoniare la nazionalità italiana, erano in realtà falsi: o perché materialmente falsi o perché ottenuti sulla base di false certificazioni. Tra le molte società coinvolte quasi tutte (Lazio e Roma incluse) sostennero in giudizio, con successo, la propria estraneità alla vicenda affermando piuttosto acrobaticamente che la pratica in questione era stata svolta da procuratori esterni a cui avevano semplicemente chiesto di ottenere la naturalizzazione e che questi avevano scelto di propria iniziativa di perseguire una via illegale. Non così bene sembrava esser andata all’Inter per la quale il dirigente Oriali, tuttora in forza al club nerazzurro, si era esposto in prima persona con la conseguenza di una bella condanna per ricettazione per lui e per il giocatore. Non potendo negare né il fatto, né la responsabilità diretta del club nella truffa, le conseguenze non potevano essere che l’attribuzione della partita persa all’Inter per tutti gli incontri giocati dal giocatore dell’Inter coinvolto, l’uruguaiano Alvaro Recoba. Avendo giocato il medesimo quasi tutti gli incontri di quel Campionato, per l’Inter sarebbe stato ultimo posto e retrocessione ma qualcosa successe e l’Inter fu solo multata.
Rievoco questa vecchia storia perché recentemente il giornalista Franco Ordine ha rivelato, durante una trasmissione televisiva, senza alcuna smentita da parte dell’interessato, che il Presidente della Federazione di allora, Franco Carraro, avrebbe candidamente dichiarato durante un Consiglio Federale che: “Io non mando in B Moratti che ha cacciato 600 miliardi per l’Inter“.
Che gli alti criteri di giustizia ed equità che regolano la vita pubblica sino questi mi era già abbastanza chiaro, quello che mi lascia sempre basito è come nessuno si scandalizzi mai.
Meglio l’ipocrisia?
Provo anch’io a spendere qualche parola su Cossiga e sulla sua figura, visto che il personaggio, che se ne parli bene o male, era comunque abbastanza affascinante da far parlare di sé. Ho trovato poche cose così interessanti come quanto scritto ieri su Il Fatto da Massimo Fini a proposito delle minacce che Cossiga avrebbe formulato all’ideologo della Lega Miglio, di fronte alla crescita del movimento, prospettando l’intenzione di rendere la vita impossibile a chi votava Lega facendo leva sulla sua carica istituzionale (all’epoca era Presidente della Repubblica). Secondo me questa è proprio la chiave di lettura del personaggio: la capacità di dire quello che gli passava per la testa, anche le cose più istituzionalmente improponibili per non dire delinquenziali, consapevole di poterla fare sempre franca; la sfrontatezza di chi conosce il potere talmente bene da sapere di poterci giocare senza bruciarsi mai troppo. Se l’è presa con tutti: magistrati, politici e uomini pubblici di ogni genere e senza apparenti limiti, raramente li attaccava nel merito di atti o comportamenti, più spesso erano semplici insulti, giusto la soddisfazione di poter dileggiare chi ti sta antipatico o intralcia i tuoi piani, senza doverne rendere conto. Qualche volta le sue esternazioni parevano inserite in una strategia, altre volte puri sfizi personali.
Recentemente si era permesso perfino di spiegare che lui, quando era Ministro dell’Interno, mandava i poliziotti infiltrati alle manifestazioni per causare gli incidenti e giustificare poi le cariche. Molti si sono scandalizzati anche allora. Ma Cossiga sapeva bene che quella parte dell’opinione pubblica che ce l’ha con i manifestanti ce l’ha con quelli che manifestano, con quello per cui manifestano e con il fatto stesso che manifestino: quelli che rompono i cassonetti, spaccano le vetrine o le teste non sono altro che dei pretesti per attaccare tutti gli altri; scoprire quindi che i pretesti fossero un falso non cambia dal punto di vista di costoro quasi nulla, anzi dà forse dei meriti a chi li ha diretti.
Cossiga si era perfino espresso sul processo di Calciopoli, non volendo perdere l’occasione offerta dalle strane incongruenze dell’inchiesta di Napoli e dalle trame di palazzo che si sono avvolte attorno alla vicenda, per attaccare uno dei suoi nemici preferiti: la magistratura.
In sostanza in una politica in cui tutto era permesso purché non se ne lasciassero tracce, ciò che davvero distingueva Cossiga era il fatto di non prestarsi a questa ipocrisia, era l’abitudine di lasciarle le tracce e anzi vantarsene pure, per questo molti lo considerano un paladino della sincerità e della spontaneità . D’altra parte Cossiga sapeva bene che questo è un paese che sa chiedere conto dei suoi atti solo ai deboli e lui debole non lo era di certo.
C’è però un dubbio che mi viene: meglio una presentabile ipocrisia o un’impresentabile sincerità ? Cresce meglio un figlio che pensa che i genitori siano delle brave persone o uno che sa che sono dei mascalzoni? Cresce meglio un paese che crede che la sua classe dirigente sia composta da galantuomini o una che sa che è composta da briganti? Il problema è proprio questo: l’Italia della cosiddetta Prima Repubblica era un paese migliore di quella di oggi perché pensava, nella sua maggioranza, di essere governata da brave persone e si sentiva obbligata ad esserlo. La società dell’informazione ha contribuito a far scoprire agli italiani che chi li governa è una cricca di briganti e nell’apparente impossibilità fisiologica di rinnovare quella classe dirigente, l’effetto che ciò ha avuto è spingere gli italiani a sentirsi autorizzati ad essere briganti anche loro. Per questo l’essere sincero di Cossiga coltivava in realtà un’Italia abbruttita, un’Italia conflittuale, un’Italia senza etica e senza valori, quella che in questi anni è poi diventata maggioritaria. Era meglio un’Italia ipocrita? Forse sì…
La longevità dei furbi
Spesso le immagini che abbiamo dei popoli sono distorte da luoghi comuni e errori sedimentatisi nella nostra cultura, e non so quanto sia corretta l’immagine che è diffusa in Italia dei giapponesi. E’ certo però che dal nostro punto di osservazione li vediamo come un popolo di persone ligie alle regole e devote al bene della comunità . Ce li immaginiamo come i turisti che si fanno truffare in un ristorante davanti al Colosseo pagando senza batter ciglio il conto di 700 Euro o come il rapinatore del supermercato che si pente subito e chiede scusa alla cassiera.
E’ perciò sommamente sorprendente scoprire che tra le maglie della società giapponese si annidano quelli che noi chiamiamo comunemente furbi, dove all’aggettivo “furbi” diamo una connotazione talmente peculiare della nostra cultura che lo rende quasi intraducibile in lingue centro-europee. Con un po’ di sconcerto è stata quindi accolta anche da noi la notizia dei falsi centenari, la cui morte in realtà non è mai stata comunicata dai familiari per continuare ad incassare la loro pensione. Saremmo tentati di sentirci un po’ assolti, di dire che in fondo tutto il mondo è paese, che anche i giapponesi ingannano lo Stato, che anche loro organizzano maxitruffe e poi magari perfino che copiano agli esami. Evitiamo facili alibi: evitiamo che la tendenza delle agenzie di stampa di darci le notizie solo quando rovesciano le consuetudini e le aspettative, ci porti a stravolgere la visione che abbiamo della realtà .
Che i cacciatori di notizie riescano a trovare, tra milioni di giapponesi, qualche furbo non avvicina di un palmo il paese del Sol Levante al nostro. Questo almeno fintanto che furbi e delinquenti, da noi, continueremo a trovarceli addirittura al governo o in parlamento.
Le iene
Avete presente la scena finale di “Le Iene” in cui la banda di balordi si mette a litigare attorno al poliziotto preso in ostaggio, mentre questo si chiede smarrito che ne sarà di lui? Credo che molti di noi vivano la situazione politica di questi giorni con la stessa angoscia di quell’ostaggio, vedendo attorno a sé una classe politica che ormai ha perso qualunque decenza e autocontrollo e che si spara addosso insulti, contumelie e dossier come le pallottole del film di Tarantino, con la concreta prospettiva che alla fine rimanga sul campo solo un cumulo di cadaveri come accade nel film, per l’appunto.
Per prima cosa provo a domandarmi come nasce la situazione attuale e perché. Mi appare evidente che i semi da cui è germogliata la crisi nascono ai tempi della nascita del PdL, quando Fini prima rifiutò l'”annessione” di AN e poi la accettò nel breve volgere di poche settimane. Mi parse già allora evidente che Fini intuisse come stare nello stesso partito di Berlusconi comportava due semplici alternative: o ci si rassegna ad obbedire, o si finisce buttato fuori. Allora però il crollo del governo Prodi e la nascita del PD rese ineludibile l’alleanza con Berlusconi ed una decisione diversa avrebbe voluto probabilmente dire la sparizione politica di Fini.
Entrato nel partito, Fini ha potuto per un po’ sfruttare la sua dote di popolarità per mantenersi defilato rispetto ai berlusconiani ortodossi, attendendo il momento più opportuno per prendere una posizione di chiaro dissenso rispetto alla linea di Berlusconi. Il momento più opportuno si è verificato allorché si sono sommati: l’indignazione per gli scandali continui in cui è stato coinvolto il governo; l’opposizione di vasta parte del paese all’assurdo DDL sulle intercettazioni; la preoccupazione interna per il calo di consensi del partito che Berlusconi nega all’opinione pubblica ma non può negare ai suoi collaboratori. Questi fattori hanno probabilmente consigliato Fini di condurre a termine l’azione di smarcamento che ha comportato l’ovvia conseguenza dell’espulsione (ovvia per come funziona il PdL). Chissà se l’intento di Fini era semplicemente quello di diventare una stampella esterna del governo Berlusconi o quello di proporsi come reale alternativa; sia come sia, pare difficile che, dopo l’operazione di sciacallaggio che Berlusconi ha fatto condurre ai suoi su Fini, questi possa poi tornare all’ovile come fedele alleato. Più probabile che formi un polo alternativo che cerchi di traghettare verso una destra alternativa al populismo di Berlusconi, destra alternativa che sarebbe però ben poco credibile per chi vota a destra se, come primo atto, si alleasse alla sinistra. Un parte della sinistra nel frattempo si attacca alla calcolatrice e ai sondaggi per fare i conti che la portino al 51%, senza ricordarsi che l’ha già fatto nel 2006, imbarcando nani e ballerine per vincere le elezioni, con i risultati che ricordiamo. L’altra parte della sinistra sventola il vessillo di Vendola che pare però poco attrezzato per vincere le elezioni, mentre Di Pietro sembra più confuso del solito, preoccupato di star fuori da una grande coalizione ma anche che tutto questo gran parlare di legalità da parte di Fini non gli sottragga la sua esclusiva sul tema.
Tutti giochi più o meno interessanti, ma alla fine di tutto ciò ci importa relativamente: la preoccupazione principale è per la possibilità di uscirne noi, come l’ostaggio di Le Iene, di avere al più presto un governo che, mentre il resto d’Europa si lambicca il cervello per capire come uscire dalla crisi (e qualcuno ci riesce pure), non passi le giornate a trovare modi per salvare gli amici e a silurare i nemici. Sarà quindi questa l’occasione per ribaltare il quadro politico, per uscire dalla trincea in cui il berlusconismo ci ha confinato, per dare all’Italia una destra conservatrice, una sinistra davvero progressista e una minoranza populista finalmente ai margini? Potremo sperare di uscire dal pantano in cui ci dibattiamo oggi facendo piazza pulita di chi ha occupato per fini propri le istituzioni? Riusciremo a mandare a casa chi ha prosperato su questo sistema svendendo al miglior offerente valori e professionalità ?
Non dipende da Fini né da Berlusconi e nemmeno da Bersani, ma da quanto l’elettorato italiano riuscirà finalmente a dare segni di vita. L’impressione che ho è che, se ci arriveremo, sarà un processo lungo e faticoso e nel frattempo il paese farà purtroppo ancora molti passi indietro.
Ah, per chi non abbia visto Le Iene, l’ostaggio alla fine veniva ammazzato anche lui. Speriamo bene…
