La classe media va a casa
Da qualche settimana la squadra di Serie B della Triestina ha chiuso al pubblico un intero settore del suo stadio, quasi sempre semivuoto, coprendolo con un enorme telone con la fotografia di uno stadio pieno, così da generare una sorta di trompe-l’oeil per l’osservatore televisivo che simuli, dal suo punto di vista, l’effetto dello stadio pieno. Molti opinionisti hanno commentato questo episodio, molto significativo della crisi di pubblico del calcio italiano. Per chi non lo sappia, la stagione calcistica appena iniziata sta battendo ogni record negativo nell’affluenza agli stadi. La situazione già critica in questo senso degli anni scorsi è stata resa drammatica dall’introduzione della tessera del tifoso che ha consigliato molti, per protesta o perché stufi di complicazioni ritenute superflue, a starsene a casa. Si potrebbe pensare che sia l’effetto della crisi globale o dell’avvento delle pay-per-view ma non sembra essere così. In campionati come quello tedesco e inglese, in cui le tv impazzano come da noi, gli stadi scoppiano di pubblico e anche quello spagnolo sta molto meglio di noi, soprattutto non sembra esserci altrove una tendenza così negativa. Si potrebbe ipotizzare anche che questo sia un effetto, come tempo fa ipotizzava il ct della nazionale inglese Capello, della passività di istituzioni, sportive e non, verso gli eccessi degli ultrà , ma anche quello delle violenze negli stadi non è certo un fenomeno nuovo.
In ogni caso la valutazione che ho trovato più profonda in merito a quanto fatto a Trieste è stata, manco a dirlo, quella di Massimo Gramellini, che ha osservato come il settore chiuso al pubblico non sia stato né quello più popolare, la curva, né quello più costoso, la tribuna centrale, ma il settore medio, quello che comunemente si definiscono i “distinti”. L’osservazione di Gramellini focalizza l’attenzione sul fatto che chi preferisce stare a casa davanti alla tv, non è né lo squattrinato che preferisce vedere la partita al bar spendendo solo pochi euro, né la persona agiata che potrebbe gustarsi la partita su Sky HD con il suo televisore al plasma che gli tiene tutta una parete. Chi sta a casa non è né l’uno né l’altro, è quell’esponente della classe media che probabilmente non sta a casa né per questione di soldi né per la ricerca della comodità . La classe media se ne sta a casa, credo, perché il soggetto più debole verso quel bombardamento terroristico che caratterizza i media di oggi, e che induce le persone a percepire la realtà esterna come piena di guidatori ubriachi, spacciatori marocchini, molestatori in chat, stupratori rumeni, e, perché no, anche ultras violenti. Se da un lato i più abbienti percepiscono comunque attorno a sé, per il solo fatto di essere chi sono, un’aura di protezione, se dall’altra i più umili sentono di avere poco da perdere, è proprio l’esponente della classe media la vittima preferita di questo fenomeno ed è costui che più facilmente preferisce concludere che l’unico posto davvero sicuro è il salotto di casa propria e l’unico mezzo di comunicazione sicuro la televisione che lo rinchiude in un circolo vizioso senza fine.
Che poi quella stessa classe media, assillata da quelle paure, rivoti sempre gli stessi non è che un effetto collaterale, ancor più ovvio se i votati sono anche proprietari o lottizzatori dei media televisivi. Resta da sperare che una progressiva sostituzione della tv con altri mezzi di comunicazione salvi costoro dall’ammuffimento, non a caso sono molti quelli che cercano di enfatizzare i pericoli di Internet. Purtroppo l’unico modo certo per scoprire come è fatto il mondo esterno, e quanto è diverso da come ce lo raccontano, è esplorarlo senza paure.
Tornare avanti
In questo periodo vanno di moda nel PD i documenti. Credo che la moda sia stata lanciata da un documento scritto da un gruppo di esponenti “giovani” del partito collocabili tra le simpatie del vecchio colonnello Massimo D’Alema. Si tratta di un documento di 6 pagine che porta l’ossimorico titolo di “Tornare avanti” e già nel suo titolo parte molto male perché, almeno fintanto che si parla in astratto, non sarebbe male rinunciare alla vena tipicamente italica di tenere sempre un piede, se non entrambi, nel passato.
Vi confesso che ho compiuto l’impresa di leggermi tutte e sei le pagine e l’unico motivo per cui non mi pento di averlo fatto è l’essermi reso conto una volta di più di quanta difficoltà abbia la classe dirigente politica di guardare fuori da sé stessa. Le sei pagine sono un’analisi degli ultimi dieci-quindici anni di politica italiana ed una serie di proposte per il futuro, il problema che analisi e proposte sono rigorosamente ed esclusivamente chiuse in un ambito ideologico, con una sfilata di categorie del pensiero apparentemente del tutto slegate dal contesto sociale in cui viviamo noi e credo vivano anche gli stesori del documento. Nelle sei pagine scorrono incessantemente davanti agli occhi del lettore categorie come berlusconismo, liberismo, riformismo, giustizialismo e tante altre. Non aspettatevi però uno straccio di analisi della società italiana degli “anni zero” o degli anni ’10, non aspettatevi delle ipotesi su quello che i cittadini di oggi si aspettano, su quello che l’economia italiana richiede a chi la governi, su quello che la società moderna richieda a chi la guidi, non aspettatevi altro che una lunga meditazione del tutto autoreferenziale, come se negli ultimi 15 anni il succedersi dei governi Berlusconi e Prodi, il succedersi delle sigle come PD, IDV, PDL fosse l’unico fatto rilevante accaduto in Italia.
Non mi stupisce in definitiva che vecchi satrapi della politica, da quarant’anni immersi nei bui e fumosi sottoscala dei palazzi della politica, si dimentichino che esiste un mondo esterno con il quale vale la pena di confrontarsi e val la pena confrontare le proprie categorie di pensiero. Trovo invece desolante che dei quarantenni, che hanno abbandonato da pochi anni il mondo reale, non sentano il bisogno almeno una volta ogni tanto di avvicinarsi alla finestra e guardar fuori per capire cosa stia succedendo. Capisco di avere forse un approccio troppo materialista e che ci sia chi preferisce librarsi nel mondo puro delle idee, ma forse non si dovrebbe poi stupire se quelli che votano per lui sono sempre di meno e se, soprattutto, finiscono per votare chi, all’estremo opposto, di idee non ne ha neanche una.
La patria negata
Il nostro paese si avvia a festeggiare i 150 anni dell’Unità di Italia in uno dei momenti più bui almeno della sua storia repubblicana. Come in tutti i momenti bui c’è anche chi non ritiene nemmeno ci sia da festeggiare: è il caso dei tanti esponenti leghisti che si sono dichiarati contrari ai festeggiamenti. L’episodio del gruppo di grillini, indicati a Venezia come provocatori e identificati dalla polizia solo perché passeggiavano per le strade della città con il tricolore, la dice lunga su quello che è l’atteggiamento che in terra leghista si ha verso il concetto di patria italiana.
A ben pensarci il movimento leghista, in questo suo rifiuto per i valori nazionali, è piuttosto originale. In giro per il mondo si trovano spesso movimenti autonomistici che vedono come fumo negli occhi i valori nazionali, in nome di una realtà locale che si sente soffocata nei suoi diritti, nella sua cultura, nella sua identità : la presenza di istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea rende meno sentita la necessità di vincoli nazionali e questo alimenta movimenti localistici. Sempre in giro per il mondo si trovano per contro spesso anche movimenti xenofobi che raccolgono le paure dei cittadini per gli stranieri, per l’instabilità sociale ma soprattutto per la contaminazione culturale che l’immigrazione comporta. L’originalità della Lega sta nel congiungere queste due caratterizzazioni.
La Lega Nord, nata soprattutto come movimento autonomista, ha dovuto la sua progressiva crescita negli ultimi anni soprattutto alla sua connotazione xenofoba e con questa connotazione ha un ampio margine di crescita soprattutto al Sud. Ora il problema è che la xenofobia si basa, emotivamente, sulla contrapposizione noi/loro e chi voglia cavalcare questa contrapposizione in genere si sente in dovere di chiarire cosa intende per noi e loro. La Lega fatica a chiarirlo perché il noi della Lega stenta a rispecchiarsi in un concetto preciso: non quello di italiano perché negherebbe la sua storia autonomista, non quello regionale perché rischierebbe di contrapporre l’una all’altra le regioni dove la Lega è forte, mentre il concetto di padano è troppo vago ed inconsistente per essere più di una formula. Nella storia italiana dell’ultimo millennio il Nord Italia ha vissuto sotto lo stesso governo solo negli ultimi centocinquant’anni e sotto la bandiera italiana, non c’è quindi nessuna identità culturale che accomuni il Piemonte più con il Friuli che con le Marche.
Questa ambiguità si ripercuote su una certa confusione dell’elettore della Lega nel distinguere ciò che è loro da ciò che è noi, ciò che è inquietante da ciò che è tranquillizzante, in assenza di un’immagine precisa di ciò che è noi. Il movimento leghista ha, da un lato tentato di creare un’artificiosa identità padana, dall’altro ha puntato sui valori cristiani o su tradizioni condivise, ma alla fine si scontra sempre con la difficoltà di dare una dimensione sovraregionale al suo movimento. La tentazione sarebbe probabilmente quella di lasciare da parte la sua marca regionale per affermare con più nettezza quella di movimento xenofobo ma, così facendo, rischierebbe di perdere certe aree in cui domina in modo incontrastato ormai da un quindicennio.
La scelta è stata, e sarà probabilmente anche nel futuro, quella di rimanere a cavalcioni sia della xenofobia che del regionalismo. In fondo ciò su cui la Lega basa il suo consenso è una dimensione puramente istitintuale, in cui la diffidenza per il diverso prescinde da una definizione di diversità . Poco importa che una diversità possa essere contraddittoria rispetto ad un’altra, la cosa importante che ogni istinto abbia la sua risposta, che ogni diversità possa essere identificata combattuta e respinta: quella regionale, quella nazionale, quella religiosa e così via. In una dimensione puramente istintualele tra l’altro non è un problema avere votato ben due decreti su Roma Capitale, è sufficiente poi ripetere un paio di slogan ed avere media che li diffondono ed ogni offesa viene cancellata.
Il risultato nefasto di tutto ciò è naturalmentela la saldatura di conflitti sociali diversi: quello tra Nord e Sud come quello tra italiani ed immigrati. L’Italia della Lega è un’Italia del tutti contro tutti, perché in fondo ognuno di noi è diverso dall’altro e nemmeno il nostro fratello gemello è sufficientemente uguale a noi da non meritarsi un po’ del nostro odio per quella terribile colpa che è la diversità .
Abituarsi a contar balle
Il mestiere del politico espone sicuramente al rischio di contar balle, ci si trova a dover parlare di cose di cui si ha una conoscenza alternativa, ci si trova a dover aver fiducia in persone che magari non la meritano. Il rapporto strutturalmente difficile tra politica e verità induce molti politici ad essere mendaci anche quando si potrebbe non esserlo, con l’alibi del “lo fanno tutti”. Nel quadro politico italiano attuale poi l’allergia per la verità è diventata quasi un’epidemia, ogni giorno ne vediamo qualche esempio: richieste di dimissioni che non ci sono, elezioni che non si fanno, nuovi gruppi politici che non esistono, prostitute passate per fisioterapiste e infiniti altri esempi. Il politico oggi può uscirsene con una qualunque cosa, giusto così come ballon d’essai, e poi contraddirsi il giorno dopo; tanto i media asserviti si adegueranno, i giornalisti lacché sorvoleranno, i cittadini rincoglioniti si scorderanno. Non è strano che in questo contesto il distacco dalla verità possa raggiungere forme quasi schizoidi, come quella del consigliere comunale leghista di Parma che ha denunciato, tramite un comunicato stampa, di avere assistito ad un drammatico scippo, con tanto di bambino riverso sul selciato dopo essere stato strappato alla mamma. Si è poi scoperto che alla polizia non risultavano denunce simili, che la vittima del presunto scippo pare non esistere, che lo stesso consigliere leghista abbia attribuito il racconto ad un suo conoscente “degno di fiducia” ma ad oggi non svelato. Tutto lascia pensare insomma che l’episodio se lo sia inventato di sana pianta.
Se fosse un cittadino comune sarebbe etichettabile come un mitomane, ma trattandosi di un politico la cosa è diversa. Da anni ci viene trasmessa un’immagine del nostro paese distorta, come una nazione in balìa di una criminalità crescente, questo quando in realtà i reati di criminalità comune non sono affatto aumentati in modo significativo. Farlo è semplice: è sufficiente riempire i telegiornali di notizie allarmanti, di immagini inquietanti, estrapolate da singoli episodi realmente accaduti, per rappresentarli come la regola. Il passo ulteriore è inventarsi tali episodi e questo è quello che ha fatto il Corradi. Non c’è da stupirsi…
Ke Nako
“Ke Nako” è l’espressione che gli amanti del calcio hanno sentito mille volte risuonare tra Giugno e Luglio durante i mondiali in Sudafrica. E’ una parola che, a quanto ho compreso, in molte delle lingue bantu che si parlano nel paese vuol dire “E’ giunta l’ora”. In effetti, il senso di questa espressione si respirava nell’atmosfera che circondava i Campionati, quello del raggiungimento di un traguardo, quello di potersi presentare al mondo come un paese nuovo, dove tutto è possibile, dove, come dice Mandela: “It always seems impossible, until it is done”.
Come spesso accade l’immagine che ci viene trasmessa di un paese non è sempre quella reale e dietro all’allegria delle Vuvuzela c’è un paese che fa una certa fatica a far convivere sotto lo stesso tetto gruppi sociali così diversi ed eterogenei. In particolare la componente bianca della società sembra nutrire un crescente senso di accerchiamento nei confronti della maggioranza di colore. Da un lato leader nazionalisti neri come Julius Malema soffiano sul fuoco del desiderio di rivalsa dei neri per i decenni di sfruttamento, dall’altro la preoccupazione dei bianchi rinforza le posizioni estremistiche a tutto danno della pace sociale. Negli ultimi mesi il barbaro omicidio di una ragazzina così come l’assassinio del leader bianco filonazista Eugene Terreblanche hanno rischiato di causare scontri etnici, poco importa che per il primo omicidio il sospettato sia un bianco ed il secondo sembra essere dovuto ad un debito non saldato: la tensione è pronta ad esplodere alla prima scintilla. D’altra parte gli attacchi alle fattorie bianche sono un evento abbastanza frequente da avere indotto la Polizia ad istituire una commissione ad hoc. Ovviamente è difficile capire quanto giustificate siano le preoccupazioni dei bianchi ma girando sul web ci sono moltissimi riferimenti alla sensazione di discriminazione che i bianchi percepiscono in questo momento della storia del paese. Il tutto in una nazione in un cui la pace sociale è una chimera, scossa da ondate di scioperi e di rivolte che talvolta, come nel 2008, coinvolgono un ulteriore attore del quadro sociale: gli stranieri immigrati.
Come spesso accade in gioco non ci sono solo fattori emotivi ma anche elementi molto più materiali: agli odi e al desiderio di vendetta che affondano le loro radici nel passato si somma la bramosia per quello che porterà il futuro. Nel paese sta fervendo il dibattito sulla nuova riforma agraria che dovrebbe, più efficacemente che nel passato, permettere la ridistribuzione della terra ai neri. E’ naturale che ci sia chi vuole cavalcare l’odio etnico per guadagnare qualche posizione in merito alla riforma.
In tutto questo Sneijder, Iniesta e tutti gli altri che parte hanno avuto? Credo abbiano spiegato ai sudafricani ed al resto dell’Africa cosa vuol dire per un paese riuscire a superare i propri odi tribali, le proprie tensioni e guardare al mondo, al futuro con il coraggio di cambiare, di porsi grandi sfide, di credere in ciò che può sembrare solo un’utopia. Un mondiale di calcio in Africa significa visibilità , turismo, infrastrutture ma non solo. In fondo il mondiale di calcio, con tutte le sue ipocrisie, è una grande festa e le feste hanno anche la funzione di insegnarci a stare con gli altri e stare con gli altri è qualcosa che i sudafricani, credo più di chiunque altro al mondo, devono sicuramente imparare molto in fretta.
Queste cose non le faremmo mai…
Durante la manifestazione di Milano del Dicembre 2009, al termine della quale la famigerata statuetta lo colpì, Berlusconi disse alla folla che lo fischiava, “Noi queste cose non lo faremmo mai” provando ad ergersi a paladino del confronto pacato e civile. Recentemente abbiamo poi scoperto che addirittura il PdL, nella persona del Sottosegretario Brambilla, organizzava spedizioni per contestare Fini, ma ormai le parole del nostro Presidente del Consiglio hanno un valore così misero che non vale la pena di soffermarsi su una delle sue tante affermazioni poi smentite totalmente nelle parole o nei fatti. Ho accennato invece a questo episodio perché è esemplificativo di un tema d’attualità , quello delle contestazioni a chi parla in una pubblica assemblea, che è da sempre campo di dibattito e che ancor più che altri temi segna un distacco diffuso in politica tra il predicare ed il razzolare. Gli episodi occorsi prima alla presentazione del libro di Dell’Utri a Como, poi durante la festa del PD a Torino (con la contestazione a Schifani e il lancio del fumogeno verso Bonanni) hanno risollevato una discussione a cui vorrei aggiungere qualche mia parola.
Faccio una premessa: una delle confusioni più comuni all’interno di un qualunque dibattito è quella tra la spiegazione e la giustificazione. Il nostro retaggio culturale ci porta istintivamente ad attribuire comportamenti non in linea con valori ampiamente condivisi ad un generico concetto di Male. Anche se la cultura moderna ha introdotto, anche nei più refrattari, il dubbio che i comportamenti di questo genere abbiano altre cause che non sia l’intervento del maligno, rimane in noi l’imprinting che induce a considerare chi cerca di spiegare attraverso un rapporto causa-effetto ciò che cozza con i nostri valori come un alleato del male. Per evitare il rischio di questa confusione cercherò di distinguere chiaramente la mia posizione valoriale, dalla spiegazione che dò di determinati eventi.
Ritengo che un valore fondante della democrazia sia la libertà di espressione. La libertà di espressione, come ogni libertà , deve necessariamente avere dei limiti (ad esempio non è lecito diffamare una persona facendo affermazioni che ne ledano l’immagine, anche se è ciò che intimamente ne penso) ma quei limiti devono avere, a loro volta, una legittimazione democratica, quindi ottenuta tramite i canali previsti costituzionalmente. Nessuno può, di suo arbitrio, negare a qualcuno il diritto di parola. Se passasse questo principio finiremmo col negare arbitrariamente la parola oggi ad un mafioso, domani ad un razzista, dopodomani semplicemente ad uno che non la pensa come noi. Manifestare la propria disapprovazione per quello che qualcuno dice è giustissimo, impedire in ciò che chi disapproviamo possa parlare è profondamente contrario ai valori che sorreggono una democrazia. Chi lo faccia sappia che si chiama fuori da quei valori.
Ciò premesso però val la pena di chiedersi perché questa esplosione di contestazioni nasce proprio adesso, ovvero perché pare che improvvisamente sentire un pubblico dibattito sia diventata per molti una tale esplosione di bile, da non potervi più reggere.
Da una parte c’è un problema congiunturale associabile ad ogni crisi che colpisca un paese democratico: c’è la crisi e c’è un disagio diffuso associato alla crisi che nella testa delle persone sembra cozzare con i meccanismi ingessati ed incomprensibili della politica. E’ difficile che un operaio in cassa integrazione possa comprendere perché anche in una situazione del genere la classe politica pare intenta ad arrovellarsi sulle dimissioni di Fini, le elezioni anticipate e cose simili. Non dico che non siano cose importanti, dico semplicemente che l’uomo comune non le capisce e quando non c’è la crisi si limita ad ignorarle, quando c’è la crisi inizia ad irritarsi perché riceve l’impressione che nessuno stia facendo nulla per lui.
Al problema congiunturale si somma un elemento strutturale associabile a questa fase storica. Oggi la società si divide tra una sua fetta digitalizzata ed un’altra “digitalmente divisa” che conserva modelli comunicativi più tradizionali. La prima fetta della società sperimenta una visione condivisa e partecipativa delle scelte, dialoga su forum e blog, partecipa a sondaggi online, si sente ascoltata e sente di partecipare attivamente, anche senza avere tessere di partito (e quindi senza dovere iscriversi ad una parrocchia che necessariamente limiti la sua libertà d’azione), alla costruzione della società di domani. E’ però una fetta ancora minoritaria della società , anche se la più attiva, ed in quanto minoritaria è ascoltata solo da una parte dalla classe politica, che nella sua maggioranza trova ancora (non solo a destra ma anche a sinistra) il proprio bacino di voti prevalenti nell’altra fetta di società a cui va benissimo il livello tradizionale di delega, basata su un’ampia concessione di fiducia (spesso mal riposta invero) dell’elettore nel politico. E’ chiaro che, da un lato i politici tendono a mantenere il proprio approccio tradizionale ed anche i dibattiti pubblici più aperti tendono a rimanere niente più che messe cantate, dall’altra il popolo digitalizzato si sente frustrato nell’avvertire questa distanza e finisce col cercare visibilità con gesti di prevaricazione che, in casi o ambienti particolari, possono sfociare anche nel violento. E’ in sostanza l’effetto di una società divisa, divisa non solo digitalmente, ma anche valorialmente tra chi ad esempio trova certi personaggi dei malfattori e chi li trova delle brave persone.
Questi fattori determinano un allungamento dell’elastico che tiene insieme classe dirigente e società civile e la distanza diventa una barriera a cui una parte della società si ribella cercando di abbatterla nei modi più o meno violenti che vediamo. Come tutte le barriere anche questa non la si supera ergendo una barriera ancora più alta, ma cercando di abbattere quella esistente, creando un diagolo anche con quella parte della società che sente questa distanza e vota o sostiene movimenti come il Cinque Stelle o il Popolo Viola. Prova ne sia che, a detta dei protagonisti, la contestazione sonora a Schifani è nata in quanto non è stato permesso al Movimento Cinque Stelle di partecipare al dibattito.
Chi tra la classe politica sbatte la porta in faccia a costoro non fa che alzare nuove barriere ed armare nuove contestazioni, chi prova a dialogare con tali movimenti mostra almeno di aver capito il problema.
Meglio tardi che mai
Nell’Ottobre del 2000 il Piemonte veniva travolto dall’alluvione, il secondo in pochi anni (il precedente era stato nel 1994). Chi ha attraversato quegli eventi ha il proprio vissuto, magari delle immagini che non può dimenticare nella sua memoria. Io ricordo ad esempio la supestrada Torino-Chivasso ridotta ad un lembo di terra in mezzo ad un mare d’acqua ed io a sperare che l’auto mi conducesse il più rapidamente possibile a casa.
Qualche altra traccia di quegli eventi, in questo caso materiale, è però rimasta fino ad oggi a ricordarci quei giorni, ma soprattutto l’immobilismo imperante nel nostro paese. Una di quelle era, fino a poche settimane orsono, il ponte ferroviario della linea Torino-Aosta sul Chiusella, torrente che sorge dal Monte Marzo, al confine tra Piemonte e Val d’Aosta, e scorre nella valle omonima fino a buttarsi nella Dora Baltea vicino ad Ivrea.
Nel 2000 il ponte fu spazzato via dall’impeto della piena. Poi, dopo lunghi mesi di interruzione, la linea ferroviaria fu ripristinata con un ponte provvisorio che obbligava il treno ad attraversare il pur modesto corso d’acqua quasi a passo d’uomo. Che in Italia non ci sia niente di più duraturo del provvisorio non c’è bisogno di ribadirlo, sta di fatto che il ponte “provvisorio” è rimasto in piedi per nove lunghi anni prima che ci si decidesse a ricostruirlo, programmando i lavori per l’estate in corso. Giusto oggi è stata ripristinata la linea e finalmente il treno dovrebbe riprendere il suo corso consueto, peraltro su una delle linee ferroviarie più inefficienti ed antiquate del Nord Italia.
I NO-TAV giustificano la loro posizione con diffenti argomenti, alcuni dei quali, almeno dal mio punto di vista, assai poco condivisibili. Quello però che trovo più convincente è proprio l’anacronismo di una linea superveloce che attraversi un paese che ha una rete ferroviaria da terzo mondo. Se non ci saranno svolte che francamente trovo improbabili, la probabilità che quando la linea Torino-Lyon sarà attiva, dal capoluogo piemontese ci vorrà meno tempo per raggiungere Lyon che per raggiungere Ivrea mi pare tanto ridicola quanto tristemente realistica.
La democrazia della paura
Nello strappo dell’estate tra Fini e Berlusconi, che ha riempito notiziari e televisioni, c’è una cosa che mi ha in fondo meravigliato, nessuno o pochissimi sembrano stupirsi di come nella testa di molte persone gli eventi sembrino completamente ribaltati rispetto alla realtà . Ripercorriamo gli eventi: Fini da mesi andava sostenendo, come è d’altra parte evidente, che molte delle cose che la maggioranza stava sfornando, non facevano parte del programma di governo e quindi avrebbero dovuto quantomeno essere oggetto di discussione e negoziazione all’interno del partito, e sicuramente non avrebbero dovuto essere, com’erano invece, prioritarie su ciò che l’esecutivo si era impegnato a fare. Non entro nel merito della genuinità della denuncia di Fini, che può anche essere puramente pretestuosa e legata a sue ambizioni personali, ma si può dire, con una decisa ma accettabile semplificazione, che si trattava di una difesa di chi aveva votato per il PdL approvando un programma che veniva del tutto disatteso. A forza di ripetere questa critica, Fini si è trovato espulso dal partito. La cosa che in un’analisi puramente razionale è da considerarsi sorprendente è che la stragrande maggioranza degli elettori del PdL (quelli che avevano votato un programma che veniva disatteso e di cui Fini si ergeva a difensore) diano ragione nella vicenda a Berlusconi e arrivino a considerare Fini un semplice traditore. Può non essere superfluo chiedersi come nasce questa apparente incoerenza.
Solitamente l’incoerenza in politica nasce negli individui dalla tendenza a professare convinzioni che sono diverse da ciò che davvero si pensa intimamente: qualche volta questa doppia morale è totalmente conscia, altre lo è solo parzialmente, ma indipendentemente da ciò si determina comunque molto spesso nelle persone una “morale pubblica” e una “morale intima”. Il giudizio positivo o negativo su un personaggio o un evento dipende pressoché interamente dalla “morale intima”, dopodiché l’individuo è chiamato a trovare una coerenza tra tale giudizio e la “morale pubblica”, cosa che ovviamente non sempre riesce a fare efficacemente, ma anche laddove la coerenza traballi ciò non intacca la solidità delle sue convinzioni, appunto perché si tratta solo di una facciata dietro alla quale si nasconde altro.
Il problema di fondo è che nel nostro paese la maggior parte delle persone, di destra come di sinistra, non vedono le coalizioni politiche come due possibili alternative al governo del paese tra le quali scegliere di volta in volta, ma come due fazioni in lotta tra le quali è necessario scegliere stabilmente un fronte. Dal momento in cui si è scelto il fronte ciò che conta davvero, nelle viscere degli individui, è fare in modo che il fronte rivale non vinca. Questa è la battaglia che l’individuo sposa, il buon governo del paese c’entra solo marginalmente. Si tratta di un fenomeno tipicamente italiano ma tuttaltro che tipico della destra: anche a sinistra ci sono moltissimi elettori che vedono le cose allo stesso modo.
La visione di molti elettori del PdL in questi giorni è quindi che i problemi sollevati da Fini erano secondari rispetto all’esigenza primaria di mantenere gli equilibri tra maggioranza e opposizione invariati e garantire quindi la conservazione della maggioranza di governo il più a lungo possibile. Ovviamente tutto ciò è più o meno inconfessabile perché i modelli di democrazia anglosassoni non lo prevedono, ma rimane la motivazione fondamentale del posizionamento rispetto alla vicenda, per quanto più o meno clandestina.
Cosa c’è di male in questo atteggiamento? C’è di male intanto il fatto che sposare una fazione significa cancellare ogni senso critico, significa confermare governi inefficienti e politici corrotti pur di non rischiare la vittoria della fazione opposta, anche (per non dire principalmente) per questo l’Italia ha una classe politica così statica e sclerotizzata e anche così inefficiente. C’è inoltre di male che, come stiamo vedendo in questi mesi, e come si vede spesso in fase di genesi delle dittature, la paura della vittoria dell’altra fazione è più forte della paura di perdere pezzi di democrazia e di libertà e questo atteggiamento espone alla progressiva concentrazione del potere in poche mani, indipendentemente dal fatto che questo si attui in sistemi dittatoriali manifesti o in quella che si definisce spesso oggi una dittatura dolce (ovvero un sistema in cui sopravvivono i simulacri della democrazia ma in cui il potere è così accentrato da rendere impossibile ogni influenza dei cittadini sulla cosa pubblica).
Il risultato è, anche nella migliore delle ipotesi, una democrazia della paura, la paura dell’altro, la paura che vinca e distrugga chi non lo ha appoggiato. In Italia viviamo questo genere di democrazia dal 1948 (i cui slogan non a caso riecheggiano ancora adesso in alcuni discorsi di Berlusconi), sono passati 62 anni e la guerra fredda è finita da una quarantina: forse sarebbe ora di provare a guardare avanti. Ce la faremo?
Risvegli
Immaginiamo di sentire la notizia che da qualche parte nel mondo un pluricondannato per Mafia sia inopinatamente stato chiamato a presentare in pubblico un suo libro che, giusto per non farsi mancare nulla, è un falso diario di un ex-dittatore, verso il quale il personaggio in questione non ha mai nascosto una grossa ammirazione. Se scoprissimo che alcuni abitanti del luogo sono andati a protestare contro l’evento nessuno credo si stupirebbe, anzi la maggior parte di noi lo troverebbero scontato e non potrebbero che condividere l’indignazione che la cosa ha suscitato. Il fatto che in Italia, quando ciò accade, come giorni fa a Como, la cosa faccia così notizia è legata sicuramente ad una qualche anomalia, ma forse l’anomalia italiana non è che un pluricondannato per mafia sia disturbato da una folla inviperita mentre si accinge a parlare in pubblico, ma che un pluricondannato per mafia sia senatore della repubblica.
Tutto ciò premesso non posso ora che rallegrarmi del fatto che per una quantità apprezzabile di persone un pluricondannato per mafia resti tale anche se è senatore e il fatto che gli sia consentito di parlare in pubblico sia fonte di fastidio. Non voglio con ciò necessariamente condividere il modo di protestare, giacché ritengo che l’impedire a qualcuno di parlare, che sia Dell’Utri, che sia Schifani o chi altro, non abbia molto a che fare con il principio di libertà di espressione alla base dei valori democratici. Ma l’idea che l’opinione pubblica abbia ripreso a far funzionare un proprio filtro di valori, che abbia ripreso a indignarsi, a scandalizzarsi, è un buon segno, un segno che forse attorno a noi qualcosa si sta risvegliando. Che poi in Italia chi ci governa debba sempre arrivare alla contestazione di piazza per capire che è ora di andarsene a casa, è un’altra delle anomalie italiane…
La calda estate del Direttor Marotta
E’ giunta alla conclusione la campagna acquisti estiva e con essa la prima estate da Direttore Generale del Settore Tecnico della Juve di Beppe Marotta. Deve esser stata un’estate difficile, passata tra mille trattative aperte da un punto all’altro dell’Europa e non deve essere piacevole dopo un’estate così ritrovarsi bersaglio di ogni genere di contumelie su forum di tifosi ma così è.
Cosa è successo in definitiva e perché? Sicuramente si è trattato di un’autentica rivoluzione: 13 cessioni (di cui 3 rescissioni) e 11 acquisti. Praticamente la Juve di quest’anno potrebbe andare in campo con una squadra interamente composta di nuovi giocatori. La caratteristica forse più curiosa è stata quella di una campagna acquisti a due ondate: la prima a Giugno con l’acquisto di una base di giocatori per poter coprire le falle più grosse ma per avere comunque una sufficiente continuità con il passato da garantirsi il passaggio senza patemi dei turni preliminari di Europa League, la seconda a fine Agosto per completare la rivoluzione senza più rischiare “danni permamenti”. Un’altra caratteristica di questa campagna acquisti è stata l’allergia per i grandi nomi, l’unico nome di grido che sia finito sulla agenda di Marotta è stato il centravanti bosniaco Dzeko, abbandonato per le richieste esose del Wolfsburg, per il resto giocatori di media qualità o, come Aquilani, in condizioni atletiche tutte da verificare. Un ultimo elemento caratterizzante è stato poi il risparmio: avere puntato molto sulla formula del prestito con diritto di riscatto ha bloccato a poco più di 16 milioni il bilancio negativo del mercato, se poi si conta il risparmio ingente che si è avuto in termini di ingaggi (23 milioni) si arriva addirittura ad un bilancio in attivo di 7 milioni.
Una delle domande più frequenti tra il popolo bianco e nero in questi giorni è proprio: era necessaria una rivoluzione, anche tenendo conto del fatto che il budget era limitato? Questa è una squadra che due anni fa è arrivata seconda in Campionato e negli ottavi in Champions eliminata solo dal Chelsea, dopo aver battuto due volte il Real Madrid. E’ una squadra che, prima che il numero di infortuni battesse ogni record, era ancora in lizza per lo scudetto. Tutti ricordano la delusione di Melo ma non dimentichiamoci che Caceres, quando la pubalgia lo ha lasciato tranquillo, ha giganteggiato, non dimentichiamoci che Candreva, arrivato a Gennaio in prestito, ha destato un’ottima impressione pur in una squadra allo sbando, non dimentichiamoci che Giovinco ha avuto tutto sommato poco spazio per dimostrare il suo valore, non dimentichiamoci soprattutto che Diego, da alcuni indicato come il capro espiatorio delle sventure dello scorso anno, è stato uno dei migliori assistmen dello scorso Campionato di Serie A. In sostanza rimane la sensazione che si sia ceduto alla tentazione di buttar via il bambino con l’acqua sporca. La scelta della campagna acquisti a due ondate è stata sicuramente legata alla necessità di tenere in caldo quelli che sarebbero potuti essere decisivi per il raggiungimento della fase a gironi di Coppa Europa ma per cui poi si prevedeva una cessione: è il caso in particolare di Diego che non ha nascosto la sua irritazione, comprensibile, per aver prima ricevuto rassicurazione sulla sua conferma ed esser stato poi ceduto. Dopo la vittoria di Graz, che ha messo al sicuro la qualificazione in Europa, è scattata la fase due e nuovi arrivi e partenze si sono succeduti a ritmo incalzante. La trasferta di Bari però ha dimostrato i rischi di presentarsi alla linea di partenza del Campionato con una squadra mai provata prima. Potrebbe essere un rischio accettabile in un altro contesto, ma un ambiente esasperato come quello juventino saprebbe gestire una partenza tutta in salita? Cosa succederà se il prossimo impegno casalingo contro la Samp dovesse costituire un nuovo insuccesso? In ogni caso anche gli ultimi arrivi hanno confermato la scelta, in centrocampo e attacco, di mirare molto su cursori, incontristi e attaccanti da area di rigore e poco su qualità e piedi buoni. E qui si pone un altro problema su cui si arrovellano i tifosi: è una scelta “da Juve”? E’ abbastanza evidente che, a differenza dei predecessori, alla coppia Marotta-Agnelli non passa neanche per il cervello che si possa vincere il Campionato. L’obiettivo è accodarsi al trio Inter-Roma-Milan e racimolare il quarto posto, giocandosi poi l’ammissione alla Champions nel preliminare. Partendo da questo presupposto, secondo l’approccio adottato da Marotta, meglio una squadra ben equilibrata in ogni reparto (ed anche nell’area ingaggi…) piuttosto che spendere per portare o tenere (nel caso di Diego) piedi buoni, col rischio di una squadra squilibrata ed un potenziale nuovo fallimento. Siamo sicuri però che una squadra di giocatori volenterosi ma scarsi potrà trovare il favore di un pubblico così esigente come quello juventino? Non dimenticherei che fine ha fatto un giocatore grezzo ma utilissimo come Molinaro, finito allo Stoccarda, benché offrisse un rendimento immensamente più elevato del concorrente De Ceglie. Al di là della specificità del contesto “Gà¶ba” c’è poi un altro tema più generale: una squadra di calcio per essere capace di far male agli avversari in ogni situazione, ha bisogno di un uomo che sia in grado di saltare l’avversario, di dare incisività al gioco in verticale, di tenere sottopressione gli avversari quando entra in possesso di palla. Non cito nemmeno le candidate ai primi tre posti, ma basti pensare alla Samp che ha Cassano, al Napoli che ha Lavezzi, alla Fiorentina che ha Jovetic. Noi abbiamo Del Piero che però ha 36 anni. Nel caso poi in cui a fine stagione si ritorni in Champions, quanto costerà recuperare la qualità , a quel punto necessaria per essere competitivi anche in quel contesto? Checché se ne pensi Diego era costato alla Juve relativamente poco, quando fu prelevato dal Werder; un giocatore del suo livello difficilmente lo potremo ricomprare per meno di 25 milioni. Il massiccio ricorso a prestiti potrebbe preludere ad una nuova rivoluzione l’anno prossimo ma sarebbe un grosso rischio vista la probabilità di dover ricorrere ai preliminari per entrare in Coppa Campioni e quindi la necessità di essere competitivi da subito. In definitiva il dubbio di fondo che sorge è: se davvero c’è un budget di 80 milioni in tre anni per il rilancio della Juve, non valeva la pena di rinforzare un po’ l’investimento su questa stagione anziché rinviare tutto alla prossima con rischi concreti di rimanere fuori dalla Champions anche nel 2011-12?
Sono tutti dubbi che lasciano molto inquieto il mondo juventino. La certezza continua fortunatamente ad essere che la Juve è la squadra di gran lunga più amata dagli italiani. Riusciremo a dilapidare anche questo capitale? Speriamo proprio di no.
