Analfabetismo di governo
Molti ricordano ancora quel manager di TIM che durante una convention spiegò alla platea sbigottita che Waterloo fu il grande capolavoro di Napoleone, suscitando ilarità e indignazione in tutta Italia. Quell’abbaglio da parte di un dirigente di una grande azienda fu oggetto di discussione per giorni, figuriamoci se questo svarione l’avesse commesso magari un docente universitario, pagato non per dirigere le vendite di una società di telecomunicazione, ma per gestire una cattedra universitaria di Storia dell’Ottocento. Il fatto invece che un Ministro della Repubblica, pagato per governare un paese, dimostri di non sapere nemmeno vagamente cosa c’è scritto nella sua Costituzione, sembra invece non scandalizzare nessuno. Stranezze dell’Italia di oggi…
Così il Ministro Alfano, d’accordo con il Ministro Maroni, ha avuto a dire che, in caso di caduta del governo: “Qualsiasi ipotesi secondo cui chi ha vinto le elezione fa l’opposizione e chi le ha perse fa il governo viola l’articolo uno della Costituzione, ovvero che la sovranità appartiene al popolo“. Premesso che il nesso logico evidenziato dal ministro è piuttosto oscuro, visto che anche l’opposizione è stata nominata dal popolo e quindi ci sarebbe secondo Alfano un popolo di Serie A e uno di Serie B. In ogni caso parrebbe proprio che il Ministro citi l’articolo 1 perché è l’unico che ha letto, ma non l’ha neanche letto tutto perché l’articolo 1 dice: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.“, già indicando che è quanto scritto di seguito a normare le modalità con cui si esercita tale sovranità e quindi con cui gli attori istituzionali possono muoversi.
Quello che segue del testo costituzionale specifica, all’articolo 88, che la decisione dello scioglimento delle Camere compete al Presidente della Repubblica (sentiti i Presidenti delle due Camere) ma non c’è nessun riferimento di nessun genere a suoi presunti obblighi in merito legati a maggioranze accettabili o meno (“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.“). Ancora più importante è il fatto che, secondo l’articolo 67, il parlamentare non ha alcun vincolo di mandato, (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.“) ovvero che è libero di esercitare il suo ruolo anche laddove in ciò vìoli un presunto mandato ricevuto dagli elettori, ad esempio quello di partito. In sostanza quindi il Presidente della Repubblica non ha alcun dovere ma nemmeno diritto di basare le sue decisioni sulla suddivisione del Parlamento in partiti e su quanto questo rispecchi la suddivisione in essere al momento delle elezioni, inoltre il Presidente ha piena autonomia nel nominare il Presidente del Consiglio, ovviamente nel momento in cui costui abbia ragionevoli probabilità di ricevere la fiducia delle Camere. La legge elettorale, sulla base della quale la coalizione capeggiata da Berlusconi ha vinto le elezioni, è una legge ordinaria e questo anche per sottolineare che è solo un metodo per determinare la composizione del Parlamento, ma non ha nulla a che vedere con le procedure costituzionali che sovrintendono all’eventuale incarico di un differente governo o allo scioglimento delle Camere. C’è di più: se passasse il principio che molti nel PdL pretendono per il quale, di fronte alle dimissioni del governo, il Presidente della Repubblica sia obbligato a sciogliere le Camere, verrebbe attribuito de facto al Presidente del Consiglio il potere di scioglimento delle Camere, cosa non prevista dalla Costituzione e quindi contraria ad essa e ciò si configurerebbe come una sorta di colpo di stato.
Per carità , io non sono un costituzionalista, sono un ingegnere elettronico ed ho solo letto il testo qualche volta, ma non penso serva essere un costituzionalista per accorgersi di quanto sopra, che pure il nostro Ministro della Giustizia sembra ignorare. Così come non serve essere un luminare della storia dell’Ottocento per sapere che Napoleone a Waterloo ha, purtroppo per lui, perso…
Il rischio Vesuvio
Chi sostiene che il nostro governo abbia una visione troppo ottimistica e sottovaluti i rischi e le insidie che il paese è in procinto di affrontare dovrà ricredersi. Il governo non sottovaluta nemmeno emergenze ingiustamente neglette come quello della possibile eruzione del Vesuvio e dei danni che ciò potrebbe arrecare all’area di Pompei. Ha infatti motivato con il rischio di eruzione del vulcano, l’attribuzione della competenza della Protezione Civile, e quindi la possibilità di deroga a norme e procedure, dell’area di Pompei.
Qualche sempliciotto potrebbe far notare che è dal 1944 che non ci sono eruzioni significative ed è dal 79 dopo Cristo che un’eruzione non raggiunge la zona di Pompei (quella appunto che la distrusse) ma si tratta di un rischio che solo un incosciente sottovalutarebbe. Quindi ecco la dichiarazione di emergenza, che se poi per caso facilita la costruzione di un bell’albergo proprio dentro al Tempio di Iside, che male c’è? Purtroppo ci si sono messi i giudici comunisti della Corte dei Conti che hanno avuto da eccepire: ma che vorranno mai che il Vesuvio distrugga tutto?
A corollario della vicenda pare anche che il Sottosegretario Bertolaso abbia avuto a dire: “Peccato che nel 79 d.C. non ci fosse ancora la mia Protezione Civile a vigilare sul Vulcano. Plinio il Vecchio sarebbe ancora tra noi…”
Bilancio in rosso
Che ci fosse il rischio concreto che per la Juve l’annus horribilis 2010 superasse il 2006 era un sospetto che si librava nell’aria da tempo. Il campionato conclusosi in modo fallimentare aveva relegato la Juve ai preliminari di Europa League (e fare i preliminari per conquistare l’Europa League è un po’ come fare i preliminari per masturbarsi) e le prospettive erano piuttosto buie visto il gran numero di giocatori pensionandi o da rilanciare.
L’estate non sembra avere segnato un’inversione di tendenza: il mondiale ha, con il fallimento dell’Italia di Lippi, sollevato dubbi sulla scelta italianista della Juve. L’unico giocatore della rosa della Juve che si sia distinto è stato l’uruguayano Caceres che Marotta ha scelto di non riscattare considerando troppo alto il prezzo fissato (11 milioni, pare, trattabili), tranne poi valutare 15 milioni Bonucci che ai mondiali aveva fatto solo panchina. Il lungo tira e molla con Krasic, gli eterni no del Wolfsburg al presunto corteggiamento a Dzeko, ed un altro paio di nomi (Elia e Bastos) hanno costituito un esasperante tormentone ad oggi ancora senza soluzione, durante il quale i tifosi si sono lentamente resi conto che gli arrivi veri: Pepe, Martinez, Motta e Lanzafame che inizialmente erano stati scambiati per gustosi stuzzichini, hanno tutta l’aria di costituire invece l’intero, magro, pasto con cui alimentare le speranze di un rilancio. Il problema principale dell’anno passato era stato soprattutto la difesa che non solo prendeva molti gol (record negativo della storia della Juve), ma che soprattutto era incapace di difendere un vantaggio raggiunto (clamorosa la rimonta subita a Londra in Europa League dal 4-1 a 4-5). La campagna acquisti non sembra aver granché migliorato le cose: oltre al rimpiazzo di Caceres con Motta, nel quale sicuramente la Juve ci perde, le speranze sono riposte tutte nel talento di Bonucci ma la conferma dei disastrosi De Ceglie, Grygera e Grosso non lascia intravedere grandi miglioramenti.
C’è da dire che nel frattempo le prime amichevoli avevano acceso qualche barlume di speranza nei cuori del popolo bianconero segnalando un Diego in grande spolvero, apparentemente ben calato negli schemi di Delneri, a dispetto dei tanti che lo vedevano incompatibile con il gioco del nuovo allenatore; ma i pochi entusiasmi sono stati prontamente spenti dalla notizia, che pare ormai vicina all’ufficialità , della cessione di Diego stesso proprio a quello stesso Wolfsburg che non ci vuole dare Dzeko ma che ci darà forse Barzagli (l’interesse per il quale indica che evidentemente la vicenda Grosso non ha insegnato nulla ai dirigenti bianco e neri). Insomma la campagna acquisti sta consegnando la Juve ad un posizionamento da centro classifica che non può che lasciare nella più tetra amarezza chi si aspettava miracoli dalla gestione Andrea Agnelli. La reazione dei tifosi si annuncia conseguente e se già nel ritiro di Pinzolo si erano avuti segnali di disaffezione, la campagna abbonamenti, con una flessione del 22%, ha confermato che non c’è nessuna fiducia nella prossima stagione tanto che i forum, in fibrillazione, preannunciano che la tregua tra tifosi e società che aveva caratterizzato l’arrivo a Torino di Marotta sta per avere una rapida e brusca conclusione.
Se gli scenari sportivi sono così deprimenti quelli finanziari non possono essere esaltanti ed infatti è stato reso noto negli ultimi giorni, in occasione dell’approvazione del rendiconto trimestrale, che la Juve chiuderà la gestione 2009-10 con un passivo, contenuto sì, ma comunque un passivo che è preoccupante perché mette le premesse per un passivo molto più ampio nella prossima gestione, quando vi si aggiungerà una prevedibile flessione delle entrate dovuta alla mancata partecipazione alla Coppa Campioni e alla difficoltà nel rinnovo della sponsorizzazione principale che ha portato la Juve ad un accordo con la Betclic per la sponsorizzazione della sola prima maglia (la seconda maglia resta per il momento ancora senza sponsor) , caratterizzato da entrate meno che dimezzate rispetto al vecchio sponsor New Holland.
In fondo ad un tunnel di cui non si vede la fine l’unica luce è rappresentata dal nuovo stadio che ospiterà la Juve a partire dalla stagione 2011-12. La speranza è che i diritti di sfruttamento commerciale costituiscano una voce a bilancio che permetta una robusta sterzata, ma ovviamente tutto dipende dalla capacità attrattiva che lo stadio saprà esercitare su un popolo di tifosi fiaccati da anni di delusioni cocenti.
Insomma, c’è un concreto rischio che si realizzi il miracolo alla rovescia: per il quale la squadra che ha tuttora di gran lunga il più grande numero di tifosi in Italia, che è la prima per vendita di merchandising e che per 12 anni aveva imperversato nel calcio europeo, raggiungendo finali di coppa ad anni alterni, diventi una squadretta da metà classifica. Anche questo è possibile nell’Italia di oggi, diventata ormai il paese dei miracoli, alla rovescia.
Non vale, dottor Marchionne…
Immaginatevi di avere un appartamento che affittate da anni allo stesso inquilino. Ad ogni rinnovo dell’affitto voi gli chiedete degli aumenti del canone ma lui ribatte che non ce la può fare e vi propone in cambio di farvi delle piccole cose: come dare un’occhiata ai vostri figli quando non ci siete, bagnare le piante, eccetera. Dopo un po’ di tempo quel tale decide di andarsene perché ha trovato un appartamento che comunque gli va bene in cui il canone d’affitto è inferiore. Che fate? Siete piuttosto irritati anche perché avete difficoltà a tenere buoni i bambini, le piante sul balcone si stanno seccando e la casa è un disastro ma cosa gli potete dire? E’ vero che ha vissuto a lungo ad un canone inferiore al prezzo di mercato ma se gli avete concesso questo vantaggio è perché vi faceva comodo che vi tenesse a bada i bambini e bagnasse le piante. Sarebbe corretto che voi gli richiedeste, nel momento in cui se ne va, quanto ha risparmiato in canone, se l’accordo precedente era stato siglato con il reciproco consenso? Direi di no.
Molti invece, di fronte alla vertenza di Pomigliano, hanno criticato FIAT e l’atteggiamento delle istituzioni condiscendente nei confronti di Marchionne, sostenendo che FIAT ha un debito di riconoscenza nei confronti del paese che per anni gli ha concesso incentivi in cambio della pace sociale che la salute dell’azienda consentiva. Perché questo diversa interpretazione dei due scenari? Probabilmente questo accade perché facciamo sempre fatica ad accettare il fatto che un datore di lavoro, in un sistema capitalista, non è altro che un agente del mercato che stipula accordi con altri agenti tra i quali il governo, esattamente come un privato potrebbe stipularne con un altro privato e, così come un qualsiasi individuo, ha il diritto, se lo vuole, di non rinnovare l’accordo e andarsene da qualche altra parte, questo naturalmente se l’accordo stipulato non glielo impedisce. Certo, un paese potrebbe anche decidere di vietare per legge ad un soggetto imprenditoriale di trasferire settori produttivi all’estero ma naturalmente se il trasferimento all’estero non è motivato da una capriccio del soggetto ma dalla ricerca di condizioni più favorevoli, il risultato sarebbe solo di svantaggiare il soggetto locale rispetto a concorrenti stranieri che possano essere più liberi in questo senso, e si rischierebbe di entrare in un circolo vizioso che porterebbe ad ulteriori danni per il paese.
Qual è però la soluzione per evitare che tutto ciò porti ad un calo dell’occupazione? Temo non ce ne sia una facile perché l’unica idea sul tavolo è quella di prendere atto che è più economico costruire auto in Serbia o in Polonia e di provare quindi a puntare in Italia su altro genere di attività , come ad esempio, rimanendo nel settore, progettare auto piuttosto che costruirle. Purtroppo però per farlo è necessario avere più ingegneri e formarne è un processo lungo e costoso ma soprattutto improbabile in una fase nella quale il governo nazionale è tutto impegnato a vandalizzare scuola e università anziché a valorizzarle. Anche se poi domani ci ritrovassimo con un governo meno indecente dell’attuale e la nostra università riprendesse a sfornare ingegneri, resterebbe comunque il problema di come gestire il lungo transitorio e soprattutto come risolvere il problema degli operai rimasti nel frattempo a spasso, ai quali è un po’ difficile chiedere di prendersi una laurea nel frattempo.
Insomma, se avessi la soluzione mi sarei già candidato alla primarie del PD, non avendola faccio come Bersani: non mi pronuncio…
Il fordismo in Cina
Sull’ultimo numero dell’Economist sono apparsi un paio di articoli che descrivono l’andamento del mercato del lavoro cinese il cui contenuto riassumerei in alcuni semplici elementi:
- l’economia del paese si sta progressivamente allargando verso le regioni occidentali, nel passato considerate rurali;
- questo sta progressivamente esaurendo il serbatoio di manodopera a basso costo;
- i redditi dei lavoratori stanno salendo;
- aumentano i consumi e quindi i consumi interni stanno sempre più influenzando l’economia e le decisioni del governo;
- le istituzioni si rendono conto dell’utilità della crescita dei redditi, per incrementare i consumi interni e proteggersi dalla crisi dell’economia mondiale, e quindi si dimostrano sempre più tolleranti nei confronti di scioperi e rivendicazioni sindacali, nel passato duramente represse, specialmente se nei confronti di aziende straniere.
Sono dinamiche che assomigliano molto a quelle che caratterizzavano lo sviluppo del mercato del lavoro in Europa e America del Nord a cavallo del diciannovesimo e ventesimo secolo e che portarono i paesi occidentali verso la democrazia e l’equità sociale. Ovviamente la Cina è diversa dall’Europa e arriva a questa fase in condizioni storiche e tecnologiche diverse ma, a parte la diversa velocità con cui tali processi svilupperanno, i risultati potrebbero essere molto simili.
Nel frattempo sembra che anche i rapporti con Taiwan si stiano fortemente rilassando e che si vada verso un’unificazione de facto sulla spinta di sinergie economiche e di conseguenti contatti personali tra abitanti dell’isola e del resto della Cina. Anche qui si nota quanto è difficile per una dittatura far convivere libertà economica e oppressione politica.
Àlice e il paese delle meraviglie
L’accento nel titolo non è un refuso: il paese delle meraviglie questa volta è proprio à€lice, o meglio à€lice Superiore, comune del Canavese situato all’interno della Val Chiusella, sorto agli onori della cronaca (vedi anche qui) per un modello di sviluppo che per una volta non esclude dalla modernità i paesi lontani dai grandi centri urbani. Una serie di azioni fatte per integrare vivibilità della vita di paese, con la fruibilità dei servizi essenziali hanno dato un risultato tangibile: l’inversione di tendenza nel calo demografico costante dei paesi lontani dai grandi centri, come à€lice.
In particolare il Comune rientra nei cosiddetti patti territoriali che la Provincia di Torino ha firmato con Telecom per facilitare l’estensione a comuni “digitally divided” della connettività DSL. In un’Italia in cui ci sono capoluoghi di provincia che non hanno ancora la copertura DSL all’intero territorio urbano è significativo che ci siano amministrazioni che vedono abbastanza lungo da capire che non ci si può aspettare dal mercato che faccia ciò che è di per sé economicamente svantaggioso (questo naturalmente perché un soggetto privato non tiene in conto il ritorno in termini di benessere e non congestione dei centri urbani) né che si riproponga uno scenario nel quale il servizio telefonico sia diffuso sul territorio da una società pubblica. Nel mondo di oggi è sempre più necessario trovare soluzioni mediate tra pubblico e privato che coniughino il contenimento dei costi del privato con la universalità del servizio pubblico. E’ bello sapere che ci sono istituzioni pubbliche che non pensano solo ad intrallazzare ma anche al mondo di oggi e di domani, fossero di più…
La giustizia a pagamento
Era il 2001 quando trascorsi due settimane di vacanze in Nepal, di cui una in trekking sull’Annapurna. Ricordo che la nostra guida locale ci ammoniva a non avere comportamente illeciti di nessun genere, ricordandoci che la giustizia nepalese era molto poco garantista, tanto da richiedere all’arrestato di sostenere gli interi costi del processo pena il rimanere in prigione a tempo indeterminato. “Che paese arretrato” pensai lì per lì. “Certo, anche in Italia i costi di un avvocato sono spesso esorbitanti ma esiste comunque l’avvocato d’ufficio e poi dai…. è’ diverso!” mi dicevo.
Qualche giorno fa, leggiucchiando qualcuno dei verbali del processo su Calciopoli ho scoperto una cosa che mi ha fatto rabbrividire. I costi di cancelleria che le difese hanno sostenuto per avere copia delle intercettazioni raccolte durante l’inchiesta ammontano alla bellezza di 35.000 Euro! Teniamo conto che senza quelle copie alcuni dei cardini delle difese di quel processo non si sarebbero potuti nemmeno abbozzare.
Siamo davvero nella condizione in cui per difendersi è necessario impegnare anche la camicia come in Nepal? Ho l’impressione di sì.
Beata ingenuitÃ
Devo dire che chi canzona l’innocenza o la stupidità delle persone intellettualmente meno fortunate non mi ha mai divertito molto per non dire che mi ha sempre infastidito. Mi vengono in mente alcune vecchie trasmissioni di Ippoliti piuttosto beffarde con vere o presunte “anime semplici” (tipo “Provini” o “Dibattiti“).
Quando però il sempliciotto da sbeffeggiare ricopre cariche istituzionali, non necessariamente meritate, la cosa diventa più divertente e francamente mi ha divertito leggere l’intervista, apparsa su Corriere, al Deputato del PdL Mariarosaria Rossi, nota in Parlamento soprattutto per le sue mise audaci, che con il massimo candore spiega di aver organizzato un festino con Berlusconi ed altre venti “deputate”(rigorosamente al femminile) allo scopo di “tirarlo su di morale” visto il suo recente malumore per la spaccatura del partito. Lo so, mi verrebbe da dubitare, da pensare che raccontare queste cose sia una manovra mediatica per trasmettere al pubblico l’immagine del leader grande conquistatore, manovra a cui alcuni fedelissimi si prestano, pur consci che il prezzo sia apparire ai più come dei perfetti idioti. Ma ogni tanto mi viene il dubbio che l’idiozia non sia sempre e necessariamente un’ipotesi da scartare.
Ma il PD non decolla…
Lunedì sera alla trasmissione di LA7 “In onda” erano tra gli ospiti il finiano Bocchino ed il leghista Tosi. Tra i due sono volate parole forti del tipo: “Nel west ai traditori si sparava alle spalle” tanto per citare il vernacolo legaiolo. In mezzo ai due, con un certo gusto scenografico, era posizionata Debora Serrachiani che, con il sorriso della bambina in un negozio di caramelle, gongolava di fronte allo spettacolo dei due galli che si spiumavano, ripetendo che ormai il governo aveva le ore contate. Il sorriso le spariva dal volto improvvisamente quando però la conduttrice Luisella Costamagna, con sfrontata impudenza, le faceva notare che se i sondaggi danno un PdL in caduta libera ed una Lega in arretramento, il PD non avanza di un centimetro. Come mai tutto ciò? Come mai ad un qualunque Vendola basta parlare un po’ difficile, il più delle volte senza dire nulla, per diventare il leader dello schieramento di sinistra, prima ancora che se ne formi uno? Forse perché non c’è nel PD uno che sia un atteggiamento che faccia anche solo illudere il più ingenuo degli elettori che il PD è una cosa diversa, che con Bersani o un altro democratico al governo dimenticheremo finalmente l’incubo di questi anni da Basso Impero?
Mentre va in scena la più raccapricciante mortificazione dello Stato con la compravendita ormai sempre più esplicita (manca solo l’obbligo per i Parlamentari di esporre il prezzo) del consenso tra Deputati e Senatori, mentre l’uso dei mezzi di informazione come arma di ricatto per colpire con finti scandali i nemici politici è entrata nella normalità , mentre il paese sta toccando uno dei punti moralmente più bassi della sua storia repubblicana, il PD fatica a smarcarsi e questa volta non c’è lo zampino di Violante.
Non si smarca certamente quando Bersani non scarta l’ipotesi di un governo Tremonti: ma come? Diciamo per anni che Tremonti è un apprendista stregone della politica economica, che il dissesto delle nostre finanze ha in lui il principale responsabile e lo premiamo assegnandogli un mandato? Intendiamoci, l’idea di un governo che completi la manovra correttiva ed approvi una nuova legge elettorale prima di tornare alle urne è plausibile, ma non può essere guidato da chi è tra gli artefici del disastro del governo in carica, pena la perdita di ogni credibilità per ogni opposizione che collabori ad un simile progetto.
Il PD non si smarca nemmeno quando sostiene l’ascesa di Vietti a Vice Presidente del CSM. Vietti è un uomo dell’UDC con trascorsi berlusconiani, ma soprattutto è l’artefice della riforma sul falso bilancio, una delle tante fatte per evitare problemi giudiziari a Berlusconi, ed è stato più recentemente sostenitore del “legittimo impedimento”, insomma ha tutta l’aria di essere un uomo fatto apposta per far sbarcare la cultura dell’impunità nel CSM. Non bastasse tutto ciò Vietti sarà costretto alle dimissioni da parlamentare con conseguente ripescaggio dell’ultimo escluso dell’UDC che capita essere quello Scaderebech, esperto di cambi in corsa, che dopo una libera uscita è recentemente tornato nei ranghi del PdL. In sostanza la nomina di Vietti regala un parlamentare in più alla traballante maggioranza. Insomma ci mancava pure la stampella al governo Berlusconi per completare il quadro.
Ancor meno si smarca il PD quando strizza l’occhio in Sicilia alla giunta Lombardo, giunta eletta da una coalizione di centro-destra e per di più con pesanti accuse di collusioni mafiose.
Non si smarca infine nemmeno quando continua ad esitare nell’utilizzo dello strumento che il PD stesso ha importato in Italia, le primarie. Fantastico il commento di Fioroni: “Il candidato premier non lo sceglieremo con le primarie. Al massimo faremo delle primarie finte come quelle di Prodi“. Le primarie non possono essere ogni volta sottoposte al vaglio dello Stato Maggiore: o si ritiene che siano uno strumento indispensabile oppure che non lo siano e allora le abbandondano. Nel primo caso vanno introdotte sempre per scegliere il proprio candidato e non solo quando fa comodo, altrimenti anche l’elettore meno smaliziato finisce per considerarle finzione.
In definitiva la domanca che mi faccio è: cosa mai può spingere l’elettore medio italiano a spostare la propria croce dal ben noto cognome al simbolo del PD, nonostante quello che quotidianamente gli dice il TG5, se non ci sono fondati elementi che possano suggerire l’ipotesi che davvero possa cambiare qualcosa? Oggi questi elementi francamente continuano ad essere troppo labili e con troppi distinguo ed eccezioni perché possano convincere un numero apprezzabili di elettori medi.
Aggiornamento: il PD non si smarca quando lascia trapelare senza smentirla, in vista delle possibili nuove elezioni, la preferenza per ammucchiate in confronto alle quali la vecchia Unione di Prodi sarebbe una coalizione compatta e omogenea.
La soluzione dei problemi nell’Italia di oggi
La linea di pensiero dominante nell’Italia di oggi rispetto ai problemi irrisolti è la seguente: i problemi si risolvono semplicemente impedendo che se ne parli. Non è un’invenzione di oggi naturalmente, la metafora dello scopare la polvere sotto il tappeto esiste perché l’idea di sentirsi sollevati da un problema irrisolto, semplicemente occultandolo, è molto diffusa da sempre. Le dittature in genere riescono a trasmettere ai propri cittadini la sensazione di essere capaci di risolvere i problemi appunto perché i problemi spariscono dai notiziari. Semmai la novità di oggi è che, nel mondo in cui viviamo, tenere sotto il tappeto un problema è sempre più difficile, anzi talvolta finisce con l’apparire decisamente ridicolo. Far sparire una notizia da un notiziario rende spesso a molti ancora più evidente la notizia stessa nel momento in cui il suo occultamento viene denunciato su altre fonti.
Anche da questo punto di vista il calcio italiano non rimane indietro e se la scorsa stagione calcistica internazionale (in particolare mondiali e Coppa Campioni) è stata, come non mai, funestata dalle polemiche sulle decisioni arbitrali, sembra che le reazione in Italia sia quella della polvere sotto il tappeto. Mentre la UEFA sta avviando la sperimentazione dei giudici di porta anche in Champions League, in Italia è stato deciso che nelle principali trasmissioni RAI della domenica calcistica: “La Domenica Sportiva” e “Novantesimo Minuto” la presenza della moviola sarà decisamente ridimensionata e ricondotta ad un modello più controllato e governato dalle istituzioni del calcio. Se ho ben capito la motivazione ufficiale è stata che ciò viene fatto per “svelenire le polemiche” e qui però bisogna chiarire se nascono prima le polemiche o la moviola.
Premetto che chi si ripropone di svelenire le polemiche mi suscita, in linea generale, una certa diffidenza, specialmente se lo fa occultando ciò che, a suo dire, potrebbe scatenare la polemica: alla fine mi pare sempre e solo un modo per abbellire un intento essenzialmente censorio. Tuttavia qui c’è un elemento che sfugge a molti, probabilmente sopratutto a quelli che seguono solo il calcio di Serie A: ovvero il fatto che le polemiche sugli arbitraggi esistono e sono altrettanto vigorose anche nelle categorie in cui non c’è né moviola né alcun genere di ripresa filmata degli eventi. Questo accade perché il tifoso di calcio parte dal presupposto che una sconfitta della sua squadra, in quanto fatto delittuoso, debba avere per forza un colpevole ed il caso più semplice è quello in cui il colpevole è l’arbitro, elemento esterno e relativamente indifeso. Per questa ragione, laddove il tifoso abbia la più vaga impressione che ci sia stato un errore arbitrale che abbia svantaggiato la propria squadra, la vaga impressione diventa immediatamente certezza e di fronte a questa certezza solo l’evidenza delle immagini può far cambiare idea, e non sempre. Detto in altri termini se in presenza della moviola una certa percentuale di episodi dubbi diventano errori arbitrali, con conseguenti processi e sentenze di condanna del reprobo, in assenza della moviola il 100% degli episodi dubbi diventano errori. Pensiamo a quanti fiumi di inchiostro si scrissero sul famoso gol di Turone che, in assenza dei mezzi tecnici oggi disponibili, era passato come clamoroso abbaglio dell’arbitro, che invece aveva deciso correttamente per l’annullamento. In assenza di moviola non si placherebbero quindi le polemiche ma tuttalpiù si estenderebbero anche agli episodi che la moviola invece chiarisce.
Assodato quindi che la motivazione ufficiale è una fesseria ce ne sono di più profonde? Alberto Bisin su noisefromamerika ne enumera alcune, tutte condivisibili e che forse hanno contribuito a costruire il consenso attorno alla decisione, ma alla fine quando il processo decisionale è complesso, quando bisogna fare qualcosa ma non si sa cosa fare è spesso l’istinto e non un grande disegno strategico a suggerire la soluzione e l’istinto di mettere la polvere sotto il tappeto è molto ma molto diffuso.
