Finalmente il complotto!
Da quando Berlusconi nel lontano 1994 è sceso in politica ha spesso denunciato complotti: complotti contro di lui, complotti con le sue televisioni, complotti contro i suoi amici. Oggi finalmente eccone forse uno vero, e forse potrebbe essere proprio l’unico dei tanti presunti complotti che ha davvero tutta l’aria di essere un complotto vero quello che affossa il navigato uomo politico e non.
Non fraintendetemi: non dico che né Ruby né Nadia siano millantatrici, non ho molti dubbi che abbiano avuto rapporti stretti con Berlusconi o con suoi Ministri né che sia vero che lo stesso Papi si sia mosso, su istigazione di una maitresse sua amica, per far rilasciare la procace fanciulla. Dico solo che questo genere di vita Berlusconi la fa da sempre, da quando con il suo amico Dell’Utri si lamentava per un rapporto sessuale sfumato con un paio di ragazze dell’allora popolare trasmissione Drive-In. Non può non far sorgere qualche dubbio il fatto che queste storie escano fuori oggi, mentre i giornali di casa sua sfruculiano la vita privata del leader di Confindustria, nel momento in cui si sta delineando una destra alternativa a quella di Berlusconi, nel momento in cui la politica è ridotta ad una faida che si attua direttamente su giornali e tv, nel momento in cui nei sondaggi il PdL perde più o meno un punto percentuale a settimana, ma in cui, nonostante le sempre più penose sparate di Bossi, la maggioranza rimane fermamente asserragliata a Palazzo. Non credo sia un complotto da letteratura, nel senso che non credo ci sia qualcuno che trama nell’ombra: semplicemente ho l’impressione che sia caduta o stia cadendo una rete di complicità e connivenze, rete di connivenze che ha fatto sì in passato che una storia simile venisse oscurata, vedasi il caso Sanjust, e non sbattuta in prima pagina come oggi.
Mi viene però da chiedermi quale fatto nuovo abbia indotto qualcuno che in Italia ci vive dal 1994 a decidere solo oggi, nel 2010, che era il momento di far cadere Berlusconi dal trono, che era il momento di coprirne più lo stile di vita orgiastico, la dimistichezza con intrallazzi ed abusi di potere. Occupa forse di più che in passato la scena politica con le sue vicende personali? Sputtana di più che nel passato il nostro paese ogni volta che si esibisce in un contesto internazionale? Fallisce più frequentemente del passato qualunque obiettivo programmatico? Manifesta più che in passato un’assenza di progetto di qualunque genere (liberista o meno che sia)? Direi di no. E allora? La sopportazione ha superato un limite di non ritorno? Può darsi, ma forse non c’era bisogno di arrivare alla faida mediatica, agli attacchi personali a politici e industriali, per capire che c’era qualcosa di sbagliato in un governo che passa la maggior parte del tempo ad escogitare modi per non andare in galera o per dare utili alle proprie aziende.
Sergio Romano su Il Corriere di ieri spiegava che “Il Premier non si rende conto che la pubblica rivendicazione delle sue debolezze private sta divertendo il mondo, conferma i pregiudizi sugli italiani, oscura l’operato del suo governo in questi momenti difficili“. Ma di quale operato starà mai parlando? Romano inizia citando i successi nella lotta contro la criminalità organizzata. Mi piacerebbe sapere secondo Romano quale atto del governo ha facilitato il compito di chi lotta davvero contro la criminalità organizzata, magistrati e forze di polizia. Escluderei ogni leva finanziaria visto che procure e forze dell’ordine sono stati sottoposti a pesanti tagli. Forse il non essere riusciti a far passare il decreto sulle intercettazioni o il non avere mai mantenuto la promessa di riformare la legge sui pentiti sono gli unici “non-atti” con cui il governo ha contribuito alla lotta contro la criminalità organizzata. Poi si fa riferimento alla riforma universitaria come un successo, successo dal punto di vista finanziario forse ma al prezzo della semidistruzione dell’università italiana perfino in eccellenze come quelle del Politecnico di Torino (riconosciuta tale dalle classifiche MIUR), con conseguenze che in un paese con un livello basso di scolarizzazione universitaria come il nostro sono pesantissime e ci porteremo dietro, in termini di competitività della nostra economia, per almeno una diecina d’anni. Veniamo poi ai successi di Brunetta: detto che il decalogo di Brunetta ha raggiunto pochi se non nessuno dei risultati attesi e molti non saranno mai raggiunti (vedi banda larga), l’unico risultato che Brunetta realmente vanta è quello della riduzione dell’assenteismo nell’amministrazione pubblica. Premesso che i dati raccolti sono del tutto inattendibili in quanto gli enti non hanno obbligo di inviare al ministero i dati e quindi i dati sono basati su un campione non rappresentativo del totale (tipicamente gli enti virtuosi) il risultato è stato comunque conseguito riducendo la retribuzione del dipendente per il periodo in cui si assenta in malattia (in pratica gli viene corrisposto solo il trattamento fondamentale e non quello accessorio). Non è strano quindi un dipendente pubblico che abbia l’influenza o altri disturbi che non ne impediscano la mobilità preferisca recarsi lo stesso in ufficio piuttosto che stare a casa e perdere una percentuale cospiscua della sua retribuzione. Che questo possa portare ad una maggiore produttività è un’altra questione ma ovviamente interessava a Brunetta l’annuncio non il risultato concreto. Gli altri punti di cui parla Romano sono ancora più fumosi: il federalismo fiscale, l’energia, la legislazione sul lavoro, tutti punti meno che a metà del guado. Definirei poi di cattivo gusto il riferimento alla Protezione Civile, non so se si riferisca a L’Aquila, Napoli o ad altri intrallazzi che adesso mi sfuggono, ma riferirsi allo scandalo della Protezione Civile come ad un successo la dice lunga sulla visione di chi scrive.
Se oggi ci troviamo con un paese che vacilla ad ogni curva e con al volante un uomo malato ed incontrollabile, se oggi i poteri forti di questo paese devono cercare di escogitare un modo per scalzare il conducente, non ce la dobbiamo prendere con i tanti che, ipnotizzati dal TG5 e da Emilio Fede, lo hanno votato per 15 anni, non ce la dobbiamo prendere con quelli che, regolarmente stipendiati per farlo, hanno calpestato ogni verità , ogni decenza, ogni coerenza, pur di difendere il loro datore di lavoro. Ce la dobbiamo prendere con chi aveva gli strumenti e la libertà di azione per dirci che i rifiuti a Napoli c’erano ancora, che la privatizzazione di Alitalia è stata una vergogna, che la ricostruzione de L’Aquila non è stata un miracolo ma un’indecenza, ma non l’ha fatto. Ce la dobbiamo prendere con chi ci ha detto per anni che Berlusconi era uno come un altro, che bisognava pensare al bene del paese, con chi diceva che l’antiberlusconismo non ci porta da nessuna parte, con chi ha bacchettato chi lo criticava perché la politica è fatta di intese non di contrapposizioni (ma quando mai…), con chi ci diceva che chi intravedeva pericoli per la democrazia era un visionario che infamava l’immagine della nazione, con chi spiegava che i magistrati devono stare al loro posto, che le leggi ad personam sono leggi come altre benvenute se possono essere utili per il paese, che la concentrazione dei mezzi di informazione non era un fatto preoccupante, che la stampa internazionale ha da sempre un’antipatia profonda per il nostro paese e così via…
La miseria più profonda di questo paese sta qua, in questa categoria di giornalisti o intellettuali, ma anche di imprenditori, di politici, di notabili, che è pronta a negare l’evidenza pur di tenere il piede non in due ma in una dozzina di staffe, portando così il paese alla cancellazione di ogni senso critico verso la sua classe dirigente e di qui all’orlo al collasso e al disastro, per poi ritrovarsi a dover sfoderare entreneuse, dossier o papelli per salvare la barca in cui navigano, tutto sommato, anche loro.
Un eroe fuori posto
Nelle cartine geografiche non sta più scritto “Hic sunt leones” ma l’Africa è sempre un continente tuttora pressoché sconosciuto a noi europei: vi si combattono guerre e si svolgono massacri che restano perlopiù ignoti all’opinione pubblica occidentale. Nonostante ciò tutti ricordano il genocidio che ebbe luogo in Ruanda nel ’94. Dapprima l’attentato al leader politico hutu Habyarimana, con conseguente esplosione della violenza dei rappresentanti dell’etnia hutu verso i rivali tutsi, la riscossa di questi ultimi e la seconda parte del genocidio, quella della vendetta dei tutsi contro gli hutu. Nella follia dell’odio tribale allo stato più puro rimase un’immagine che mediava, che ci diceva che anche in questi frangenti estremi ci può essere chi sta al di sopra delle parti, che si ricorda di essere soprattutto un essere umano: era Paul Rusesabagina, un direttore d’albergo che durante il genocidio salvò, nascondendoli in albergo, più di 1000 persone, la stragrande maggioranza dei quali tutsi, pur essendo lui hutu. L’immagine di quest’uomo fu immortalata e resa nota ovunque dal film Hotel Ruanda che ne raccontava la storia.
Sono passati sedici anni e i tutsi del Fronte Patriottico Ruandese, che prese il potere dopo il genocidio, hanno instaurato una democrazia fantoccio governata da dieci anni dal Presidente Paul Kagame la cui riconferma è avvenuta alle ultime elezioni con il 93% dei consensi. Ovviamente il regime ha fatto scrivere una storia del genocidio che indica una linea di confine chiara tra buoni e cattivi, tra vittime e carnefici, che corre lungo il confine etnico. In tutto questo la figura di Rusesabagina non può non stonare, un hutu buono, un hutu che salva i tutsi; un po’ come se un marocchino salvasse la vita a Calderoli. In più il nostro ha anche avuto la pessima idea di denunciare l’autoritarismo del regime di Kagame. Alla fine è arrivata un’inchiesta aperta a Kigali con l’accusa di terrorismo che ha colto Rusesabagina in Belgio (la Stampa dice negli Stati Uniti ma mi fido di più di Wikipedia), dove vive tuttora al riparo dai fulmini del regime.
Per carità , non che abbia alcun elemento per confutare le tesi dell’accusa ma la storia è piena di eroi fuori posto, il cui eroismo ha finito con l’infastidire chi era al potere, il fatto che Paul sia l’ennesimo caso non mi stupirebbe. Gli eroi purtroppo vengono sempre sopraffatti dai mediocri che degli eroi non hanno il coraggio e la statura morale, ma che sono sempre, purtroppo, molti di più.
Miti che cadono senza farsi male
Ci sono molte persone che concepiscono le proprie preferenze politiche esattamente come il tifo calcistico: una caratterizzazione identitaria a cui ti leghi ed a cui probabilmente non rinuncerai mai, proprio in quanto appunto elemento della tua identità . Niente di meglio per costoro che legare le due caratterizzazioni identificando l’una e l’altra come connesse da un filo logico. Forse per questo ho incontrato nella mia vita molte persone convinte che ci fosse una logica nell’essere sostenitore di una squadra e allo stesso tempo di una fede politica; molti di quelli hanno cercato di convincermi che chi tifa per la Juventus in genere è anche di destra. Ho sempre avuto il sospetto che si trattasse di una solenne corbelleria ed ho continuato a sostenerlo anche quando ho letto questa stessa corbelleria scritta su “La Repubblica” ai tempi dei cori contro Balotelli a firma dell’articolista Emanuele Gamba. Premesso che il giornalista in questione è uno dei tanti cronisti sportivi che non riescono a scrivere senza sventolare i colori della propria squadra del cuore (nella fattispecie il Toro) e quindi potrebbe essere irrilevante quanto scrive, ma ad un’occhiata distratta qualche ragione potrebbe pure avercela: in fondo la Juve è stata sempre la squadra della famiglia Agnelli che in Italia ha sempre voluto dire padronato, inoltre in nessuna altra città con due squadre di calcio professioniste come a Torino c’è stato un così forte squilibrio a favore dell’una e anche per questo la simpatia per i meno fortunati potrebbe avere unito il tifo granata alle simpatie per la sinistra. In realtà la società bianconera ha smesso più o meno dalla discesa nell’agone calcistico di Berlusconi prima e di Moratti poi, di essere la dominatrice dal punto di vista politico ed economico del calcio italiano, e nonostante questo è riuscita per un decennio a mietere successi pur spendendo meno degli altri. Il circo mediatico ha cercato di raccontare un’altra storia ma non tutti si sono abbeverati a quella fonte. Inoltre la discesa nell’agone politico di Berlusconi ha fatto della Juve l’eterna rivale della squadra appartenente al capofila della destra italiana e anche questo può avere avuto il suo peso. C’è poi da dire che il tifo calcistico è legato a fattori talmente casuali o semmai emotivi che legarlo a preferenze ideali, come quelle che dovrebbero muovere le simpatie politiche, mi pare improponibile.
Non posso negare che mi abbia molto rallegrato recentemente scoprire da un sondaggio Demos che i miei dubbi erano fondati e che è vero il contrario di quanto il mito racconti: lo juventino è infatti prevalentemente di sinistra. Tra coloro che dicono di tifare la Juve infatti coloro che votano PdL (prima della scissione dei finiani) o Lega ammontano al 38 percento dei rispondenti, contro il 52 percento degli interisti ed il 53 percento dei milanisti, e ben al di sotto della quota che attualmente assommano i due partiti. L’insieme dei votanti per PD, IdV e partiti della sinistra radicale ammonta al 38% tra gli juventini, contro il 29 percento tra i milanisti e il 27 percento tra gli interisti.
Presa questa rivincita però mi tocca notare un altro risultato del sondaggio che francamente mi lascia basito. Nessuno dei più di duecento rispondenti che hanno dichiarato di votare Pdl (tra i quali ci saranno sicuramente moltissimi interisti e juventini ovviamente) ha dichiarato di provare antipatia per il Milan. Possibile che la sola presenza di Berlusconi alla Presidenza del Milan cancelli, in chi sia succube della sua figura, anche le dinamiche del tifo calcistico, che parrebbero radicate come una quercia in chi si appassioni al calcio? Non vedo altre interpretazioni ma se è davvero così stavolta siamo davvero a qualcosa di vicino al miracolo…
La madre di tutti i referendum
Pochi sembrano rendersene conto, forse perché anche il più profondo dei baratri non fa nemmeno più paura quando lo si raggiunge attraverso tanti piccoli passi, ma la prospettiva verso la quale la politica italiana sta marciando è agghiacciante. Mi riferisco alla prospettiva del Lodo Alfano costituzionale, ovvero lo scudo penale per le alte cariche dello stato, e soprattutto di ciò che esso comporta.
Di certezze ce ne sono ancora poche circa il destino del proposta: il Presidente del Consiglio, il diretto interessato, ha addirittura dichiarato che chiederà il ritiro del provvedimento. Sta di fatto che evidentemente le sue parole non hanno alcun valore nemmeno per i suoi affezionati perché al momento la corsa del Lodo prosegue. Il punto fondamentale è che la Costituzione prevede che una riforma che ne modifichi il testo richieda, per essere definitivamente approvata, una maggioranza dei due terzi in entrambe le camere. Nel caso in cui anche solo in una delle due Camere non si raggiunga tale maggioranza, ma solo una maggioranza semplice del 50% più uno, si rende necessario un referendum confermativo.
Oggi al Senato la maggioranza di due terzi è costituita da 207 dei 321 membri. PDL e Lega non superano i 161 seggi. Razziando per intero i voti di FL (che in realtà preannuncia l’astensione), Udc e Gruppo Misto (compresi i senatori a vita) la maggioranza non supererebbe i 197 sì. Alla Camera invece la maggioranza di due terzi è costituita da 420 deputati. Il duo PdL-Lega ne conta 295, l’FL altri 35, Udc e Gruppo Misto 70 complessivi. Il totale farebbe 400 e qui servirebbero ben 20 conversioni nel PD/IdV per raggiungere la quota fatidica.
Per quanto il Parlamento possa essere trasformato nei prossimi mesi, più di quanto già non lo sia, in un postribolo, è altamente improbabile che si trovino 30, tra deputati e senatori, nelle file di PD e IdV disposti a votare il Lodo Alfano. La prospettiva realistica sarà quindi di arrivare ad un referendum. Non solo quindi dalla legge ad personam si passerà al referendum ad personam, con lo spreco di denaro pubblico che ben sappiamo, c’è ben altro.
Se Berlusconi impostasse la campagna elettorale in modo tenue, sostenendo in astratto la validità della riforma costituzionale, questo non appassionerebbe il suo elettorato e la riforma finirebbe in un fallimento come la riforma costituzionale del 2006. L’unica speranza di mobilitare il suo elettorato Berlusconi ce l’ha buttando la maschera e personalizzando il conflitto, facendo passare il referendum come un referendum sulla sua persona, in cui votando si decida, non un’astratta riforma costituzionale, ma se Berlusconi deve andare o no in galera, se Berlusconi è vittima o no di un complotto della magistratura, se è prevalente o no il giudizio popolare su quello dell’autorità giudiziaria. In questo scenario in cui si voterebbe una sostanziale delegittimazione del sistema giudiziario italiano, l’elettore si troverà di fronte non alla scelta tra un quadro legislativo ed un altro, ma tra il mandare in galera Berlusconi e il non farlo. In uno scenario simile di totale sovvertimento degli equilibri democratici, è evidente che non ci saranno sconti, che si rischia una campagna elettorale di colpi bassi, di scontri non solo verbali, in cui dominerà la scena l’idea di un giudizio divino dal quale Berlusconi uscirà distrutto oppure glorificato da un suo trionfo personale contro le regole del gioco che vedrebbe come sconfitta la democrazia italiana, ridotta a quel punto ad un mucchietto di cenere. Anche la prospettiva contraria, quella di una bocciatura della legge, non sarebbe però rallegrante perché significherebbe che i cittadini, e non i legittimi organi giudicanti, hanno di fatto emesso una condanna. Comunque lo si veda sarebbe un vulnus tremendo per le istituzioni democratiche.
Non so quante possibilità ha davvero “Papi” di trionfare e di coronare il suo sogno di egemonia assoluta, o di trovare invece in questa follìa la sua Waterloo: so che è uno scenario che nessuno si augurerebbe per il paese in cui vive ed ama. Quello che mi lascia più allibito è che pare invece che dall’una come dall’altra parte pare non si faccia altro che affilarsi le armi, come se misurarsi nella madre di tutti i referendum fosse il traguardo di una vita e non una sciagura per il paese.
La lingua dimenticata
Dai tempi di Johann Herder a quelli molto più recenti di Jurij Lotman, fiumi di inchiostro sono stati versati sulla centralità della lingua come elemento formante una cultura e sulla necessità di una cultura comune per la salute di una nazione. E’ quindi curioso che ci sia una nazione in fasce che lentamente nei decenni si è data una moneta, un Parlamento, una Costituzione e nella quale si parla spesso di altri passi avanti nella creazione di uno Stato nazionale e che pur tuttavia continua ad ignorare proprio il primo elemento di unità di una nazione, cioè appunto la lingua. Nell’attuale Unione Europea sono classificate come ufficiali ben 23 lingue, nessuna delle quali teoricamente è discriminata rispetto alle altre. L’1 % del bilancio dell’Unione Europea è speso per gestire questo complessissimo regime multilunguistico che prevede teoricamente la traduzione di ogni documento in ognuna delle lingue dell’Unione, il cui numero crescerà naturalmente allorché entreranno altri paesi. Nella pratica poi si è creato un gruppo di lingue dominanti nelle quali vengono redatti gli atti formali (francese, tedesco e inglese) cosa che ha già suscitato parecchi malumori da parte degli altri membri.
La presenza di lingue “dominanti” si sta estendendo al di fuori delle stanze della politica europea e la recente proposta di Barroso di un brevetto europeo prevede l’uso delle sole tre lingue in questione. I governi di paesi che parlano altri idiomi, tra cui in testa quello italiano, si sono opposti comprensibilmente a questa proposta. Se davvero il brevetto europeo fosse accettato solo in una di queste tre lingue, ciò significherebbe per un’impresa di uno di questi paesi, che voglia pubblicare brevetti, sobbarcarsi costi di traduzione che non sarebbero richiesti invece ad un’impresa di lingua madre.
La discriminazione linguistica rischierebbe poi di non influenzare solo la competitività economica ma anche i diritti democratici. Pensate quali possibilità avrebbe un politico italiano (non facciamo battute…) di competere per una carica elettiva all’interno di una futura Unione, se il faccia a faccia televisivo in campagna elettorale fosse tenuto in inglese o in tedesco. D’altra parte pensate allo stesso dibattito tradotto in simultanea da interpreti, comprensibilmente sotto una pressione incredibile, in 23 lingue diverse.
Il ministro Ronchi ha minacciato il veto sul brevetto europeo ed ha parlato di controproposte fatte dall’Italia ma in realtà non mi risulta che il governo italiano abbia una strategia complessiva alternativa sul discorso complessivo della lingua. Non è d’altra parte semplice elaborarla. Istituire una lingua europea neutrale sarebbe certamente uno sforzo titanico, indipendentemente dal fatto che sia una lingua inventata ad hoc, una lingua artificiale già esistente o una lingua cosiddetta “morta”(latino o greco antico): vorrebbe dire introdurla immediatamente come lingua obbligatoria in tutte le scuole dell’Unione Europea e obbligherebbe le aziende di tutta Europa a farla imparare ai propri dipendenti. Non è altresì praticabile però evidentemente il mantenere il costoso regime attuale in un’entità statuale europea che si possa definire tale.
Imporre una lingua dall’alto sembra a molti un atto arbitrario irrealizzabile. In realtà la storia ci dice che non è così: molte lingue nazionali nacquero dall’imposizione dall’alto di un idioma fino ad allora principalmente usato dai letterati. Non si pensi poi che alla nascita dello Stato di Israele, l’ebraico parlato dalle varie comunità in giro per il mondo fosse identico e che la lingua che si parla ora laggiù non sia stato il frutto di una standardizzazione forzata o meglio di una modernizzazione forzata dell’ebraico classico che nei secoli si era ridotto a lingua religiosa. Un caso scuola è anche quello della Namibia, paese che al raggiungimento dell’indipendenza ha dovuto scegliere tra le innumerevoli lingue native e quelle coloniali (principalmente boero e tedesco) ed ha scelto come lingua nazionale l’inglese, solo in quanto lingua del tutto neutrale, ovvero che non rappresentava la lingua madre pressoché per nessuno all’interno del paese. Ho quindi l’impressione che escludere la possibilità di introdurre in Europa una lingua ufficiale neutrale (che sia una lingua naturale moderna, una naturale antica o una artificiale poco importa) sia solo un caso di pigrizia intellettuale.
Se gli stati di lingua non dominante vogliono evitare l’egemonia culturale e (quindi economico-politica) dei franco-anglo-tedeschi non hanno quindi alternative: o si rassegnano a mettere il bastone tra ruota all’Europa di qui all’eternità (ma allora che senso hanno le professioni di fede nel progetto europeo?) o elaborano una strategia linguistica europea condivisa. Non so se davvero tale strategia sarà l’imposizione di una lingua europea o il problema si risolverà diversamente; l’importante però è chiarire un equivoco, forse il più grosso, che da anni mina ogni pilastro su cui reggere lo Stato Europeo.
O Capitano! Mio Capitano!
Quando ero bambino ricordo la mia meraviglia nel vedere in cima alle classifiche di presenze e di gol nella Juve lo stesso nome: Giampiero Boniperti. A quei tempi Boniperti era anche presidente della Juve e di una Juve che vinceva in Italia e che, per la prima e ultima volta, vinceva una Coppa Europea con una squadra interamente italiana. Per me quel personaggio era la Juve, era il simbolo di una divisa che mi faceva sognare.
Da Domenica un altro nome lo affianca e presto lo supererà nell’una e nell’altra classifica, quello di Alessandro Del Piero e se fossi ancora bambino la Juve per me sarebbe lui. Essendo un po’ più adulto mi rendo conto che Del Piero ha legato il suo nome alla Juve non solo per una scelta di cuore, ma che c’è stata anche probabilmente una convergenza di interessi. Del Piero è sempre stato un giocatore che esprimeva il meglio di sé libero da troppe costrizioni tattiche e dalla competizione con compagni di squadra troppo ricchi di personalità . Non a caso in Nazionale ha raramente fatto la differenza e alla Juve ha vissuto le sue peggiori stagioni durante la convivenza con Capello e Ibrahimovic. Se fosse migrato altrove, come hanno fatto dopo il 2006 altri suoi compagni, avrebbe probabilmente fatto fatica a ritrovare un ambiente in cui potesse dare il meglio di sé, in cui il suo talento potesse esprimersi senza freni, come necessita. E’ stato un talento prodigioso, tra i più grandi, ma spesso troppo narciso, spesso troppo lieto di piacersi per potersi piegare alle esigenze di ogni tecnico e di ogni situazione. Così è rimasto un giocatore amatissimo a casa sua ma che alla fine non ha lasciato forse, lontano dall’uscio di casa, un segno indelebile come altri con le sue stesse qualità . Così il segno che avrebbe potuto ma non è riuscito a lasciare il suo talento lo ha lasciato la sua longevità , la capacità , alla soglia dei 36 anni, di essere ancora decisivo, di cambiare il volto di un incontro, come anche in questo scorcio di stagione ha fatto più volte.
Tutto questo ha completato il pomeriggio che ha visto la truppa di Del Neri trattar male il volenteroso Lecce. Un pomeriggio che si è chiamato soprattutto Milos Krasic, nella sua capacità continua di accellerare il gioco, lanciarsi senza paura nell’uno contro uno, giocare senza palla e trovare spazi liberi da avversari, che pur sapevano a memoria che Krasic era la principale minaccia che la Juve poteva offrire. Era un piacere vedere la manovra della Juve giostrare attraverso un Melo ed un Marchisio che sembrano essersi fatti la punta tutta l’estate allo scarpino per riuscire a servire in modo preciso e puntuale il serbo ed un Aquilani che non sembra spaventato dalla prospettiva di essere l’uomo decisivo del centrocampo bianconero. Talmente poco spaventato era Aquilani che poi diventava decisivo quando sbloccava il risultato. Il resto dell’incontro era un monologo del treno serbo, che sfidava la difesa avversaria e vinceva quasi sempre. Non gli era a dir la verità di grande aiuto Amauri, troppo concentrato nel far a sportellate con i difensori avversari e poco nel far salire la squadra, meglio Quagliarella, più versatile e più pronto a partecipare alla manovra. La spina nel fianco era sempre la difesa, sempre troppo fragile per far passare un pomeriggio tranquillo a Storari, sempre un po’ scollata dal centrocampo, sempre in difficoltà nell’anticipo. Non c’è nemmeno da stupirsi della sua fragilità , in fondo i due laterali Domenica erano Grygera e De Ceglie, protagonisti assoluti del disastro difensivo della scorsa stagione. Forse scelte estive differenti avrebbero consentito di affacciarsi con una squadra più solida a questa stagione (Martin Caceres è sempre in cima ai miei pensieri). Con questa difesa sognare non è ancora lecito, almeno non quest’anno. E’ lecito invece congratularsi con Delneri del lavoro fatto con l’organico che gli è stato consegnato. L’incessante gioco senza palla, la condizione fisica eccellente, la capacità di ripartire in velocità sono elementi rimasti chimera per l’intera scorsa stagione e che ora paiono essere realtà .
Il finale di partita era poi tutto del Capitano ed il gol, semplice ma splendido, incoronava il suo meritato trionfo.
Come nasce un mostro
Lo abbiamo visto ovunque in foto o filmati nei quali, issato sulle barriere divisorie dello stadio di Genova, faceva esplodere bengala, bruciava la bandiera albanese o tagliava con un coltello la rete di protezione. Chi di noi non ha pensato a che razza di avanzo di galera fosse questo oscuro personaggio? Magari un reduce di guerra, magari un ragazzo difficile cresciuto in un quartiere povero, in situazioni di disagio, la madre prostituta, il papà sempre ubriaco che lo picchiava. E invece si scopre che Ivan Bogdanovic, il protagonista degli incidenti di Genova di Martedì scorso, è quello che l’ex-Ministro Padoa-Schioppa avrebbe definito un bamboccione: un trentenne nato da una famiglia “bene” di Belgrado e che tuttora vive con la mamma che ne parla come fosse un sant’uomo. Si scopre anche che chi che ha fatto correre un brivido nella schiena all’Europa, nel timore di un rinfocolarsi dei conflitti nei Balcani, sostiene di aver fatto tutto solo perché ubriaco, di non avere radici politiche, di non credere più di tanto nemmeno nei tanti simboli sinistri che porta sul petto.
Allo stesso modo abbiamo visto ovunque il filmato del ragazzo romano, Alessio Burtone, che con un improvvisa ed agghiacciante violenza colpisce con un cazzotto e uccide una ragazza con cui aveva avuto un diverbio per via del posto in coda. Anche qui pensi ad un violento, un rifiuto della società , entrato e uscito di galera. Invece anche qui scopri una mamma che, in diretta tv, ne parla come di un incompreso, un bravo ragazzo che si è già pentito di ciò che ha fatto, d’altra parte la ragazza si era espressa in modo minaccioso: ci stava il fatto di prenderla a cazzotti; così come lo stesso Alessio aveva preso a cazzotti, un po’ di tempo fa, un tizio che lo aveva rimproverato per il suo modo di guidare: anche allora sicuramente era stato provocato, aveva le sue ragioni, era innocente. In questo caso alla Mamma si sono accodati sia un nutrito gruppo di amici (pare fossero duecento al momento in cui è stato arrestato), pronti a reclamare il diritto a prendere a cazzotti chi ti infastidisce specialmente se di nazionalità diversa dalla tua, e poi perfino un esponente del PdL, tale Giro, è sceso in campo per difendere il povero ragazzo, giusto per ricordarsi che l’idiozia trova sempre con facilità nuovi adepti o avvocati difensori.
Non serve quindi una guerra, non serve la violenza in famiglia, non servono condizioni estreme per partorire mostri. I mostri, gli idioti, i violenti, possono nascere anche solo da mamme e papà che li assolvono sempre, da amici che li assolvono sempre, da istituzioni altrettanto pronte all’assoluzione. Chi non ha preso per l’orecchio Ivan la prima volta che ha strappato le tende di casa? Chi non ha messo in punizione per un mese Alessio la prima volta che ha picchiato il compagno di giochi? Gli stessi che adesso si strappano le vesti con il mondo cinico e baro che non capisce il loro povero pupo.
Decisioni politiche
Nella mia quinquennale carriera arbitrale c’è un errore che commisi che mi dispiacque particolarmente e mi dispiacque particolarmente perché, a differenza di tutti gli altri, lo commisi scientemente, in un momento di istintiva ma malintesa generosità . Era un incontro di juniores: la squadra di casa, dopo una partita molto equilibrata, si era portata in vantaggio ad una diecina di minuti dalla fine, la squadra in trasferta a quel punto si era disunita ed aveva subìto un secondo gol e rischiato anche il terzo. Sull’ennesima azione della squadra di casa c’era un cross sul quale il centroavanti si apprestava ad avventarsi per concludere a rete, senonché il difensore, vistosi superato, lo spingeva da dietro in modo vistoso impedendogli di colpire: sarebbe stato rigore e seconda ammonizione per il difensore ma io, pur avendo visto benissimo, facevo finta di nulla. In quel momento avevo l’impressione che la squadra di casa avesse partita vinta e mi pareva di infierire con una simile decisione, ma a posteriori mi chiesi poi cosa sarebbe successo se nei minuti che ci dividevano dalla fine la squadra in trasferta avesse rimontato, come tra l’altro mi capitò in un’occasione simile poche settimane dopo.
Racconto ciò per spiegare che, nonostante l’immediatezza con la quale si prendono le decisioni arbitrali, in quelle frazioni di secondo facciamo in tempo a elaborare valutazioni più complesse rispetto al semplice “è rigore” o “non è rigore”. Non ho mai quindi creduto alla cosiddetta sudditanza psicologica, intesa come scelta intenzionale di favorie la squadra più titolata, ma semmai all’influenza di quelle valutazioni che un arbitro fa sulla propria pelle, quando deve prendere una decisione in condizioni di incertezza, valutazioni che si basano sui rischi in termini emotivi o di incolumità fisica in categorie inferiori, o di processi mediatici, e quindi rischi per la carriera, in categorie superiori. Queste valutazioni possono indirizzare l’arbitro, spesso quasi inconsciamente, a prendere in quei pochi decimi di secondo la decisione sbagliata e spesso lo fanno.
Credo sia questo ciò di cui parla Pierluigi Collina, al telefono con Pairetto, in una delle tante intercettazioni colpevolmente omesse dall’inchiesta sul Calciopoli, commentando l’Inter-Juve del famigerato campionato 2004-05. Per contestualizzare, si era a metà del secondo tempo e la Juve conduceva 1-0 un incontro che aveva fino a quel momento dominato, il bianconero Zalayeta fuggiva tutto solo verso la porta interista, saltava il portiere Toldo e si accingeva a depositare il pallone in porta quando Toldo stesso lo stendeva. Oltre al rigore scontato altrettanto scontata sarebbe stata l’espulsione di Toldo ma l’arbitro Rodomonti (quello uscito dalla famosa griglia contrattata tra Facchetti e Bergamo) sorprendentemente soprassedeva. Ibrahimovic trasformava il rigore, ma negli ultimi convulsi minuti della partita l’Inter, rimasta miracolosamente in 11, recuperava i due gol e l’incontro finiva 2-2. Nella conversazione intercettata, Collina trova incredibile l’errore di Rodomonti, giungendo a definire la scelta di non espellere Toldo una “decisione politica“. Volendo tradurre l’espressione di Collina: da un lato Rodomonti contava che una sua decisione penalizzante, anche se ineccepibile, avrebbe comunque suscitato le immancabili polemiche da parte dei media filo-interisti, dall’altro contava sul fatto che la Juve avrebbe comunque portato a termine vittoriosamente l’incontro ed il suo errore sarebbe stato ininfluente. Così non fu e ci furono delle polemiche da parte juventina, che però furono, come di consueto, totalmente silenziate dai media, e Rodomonti non ebbe certo a rimpiangere la sua decisione, se non per deontologia professionale.
Certo che scoprire oggi questi retroscena e rendersi conto quanto fasulla fosse la ricostruzione che il processo sportivo di Calciopoli fece dei rapporti di potere nel calcio italiano è abbastanza amaro, ma ancora più amaro, o forse decisamente allarmante, è constatare che nonostante questi elementi siano ormai di dominio pubblico quella ricostruzione è ancora considerata valida dalla maggioranza del sistema mediatico italiano.
Il paradiso degli orchi
La cittadina bresciana di Adro ha avuto più volte negli ultimi anni occasione di far parlare di sé, per lo più per le iniziative del suo sindaco leghista Oscar Lancini, di cui ho già scritto pochi giorni fa. Si parte dal 2006 quando il sindaco introdusse un premio in denaro per chi avesse denunciato immigrati clandestini, si arriva al 2009 quando il sindaco dispose fosse sospeso il servizio mensa ai bambini i cui genitori fossero in ritardo con i pagamenti delle tasse scolastiche, si è arrivato infine ai giorni nostri quando lo stesso sindaco ha fatto tappezzare il neonato polo scolastico “Gianfranco Miglio” (ideologo della Lega delle origini) di simboli del suo partito (tra cui i costosissimi zerbini da 750 Euro l’uno) mentre contemporaneamente disponeva che le mense limitassero l’erogazione di menu senza carne di maiale ai soli soggetti che presentassero certificato medico, impedendo così ai bambini musulmani di usfruire della mensa stessa. In questo fiorire di notizie sulla cittadina lombarda ve n’è una, apparentemente non attinente, che mi ha colpito: Adro risultava infatti l’anno scorso il primo comune della sua regione quanto a percentuale di raccolta differenziata. Se ci pensate sembra un controsenso: la cittadinanza che da un parte sostiene un sindaco che non perde occasione per farsi beffe di regole, simboli e legami sociali, dall’altra va poi disciplinatamente a selezionare l’umido, la plastica e le lattine come in omaggio ad un supremo concetto di spirito comunitario.
La soluzione dell’enigma credo abbia a che fare con il concetto di “ordine”. La parola ordine corrisponde in italiano, tra le altre sue accezioni, ad un’idea di disposizione “corretta” di oggetti, dove l’aggettivo “corretta” presuppone una prescrizione su ciò che è corretto e ciò che non lo è. Accade spesso che ciò che preme sommamente ai cittadini sia l’ordine, inteso come disposizione corretta degli attori, degli oggetti e degli eventi sociali all’interno di una organizzazione sociale, dove la disposizione corretta è quella che noi soggettivamente giudichiamo tale. Quando percorriamo in macchina le vie centrali di una città e di fronte ad una coda interminabile di auto in doppia fila ci inalberiamo anche se ciò non ci rallenta, lo facciamo perché ciò infastidisce il nostro bisogno di ordine. Così vedere la carta con la carta e la plastica con la plastica può appagare il proprio bisogno di ordine. Siccome però non c’è propensione che non possa sfociare in manìa, può capitare che questo bisogno di ordine non si limiti ad applicarsi a auto e rifiuti ma arrivare alle persone ed allora si può cominciare a trovare inaccettabile che ci sia chi parla una lingua diversa dalla nostra, chi pratica una religione diversa dalla nostra o addirittura chi abbia un’opinione politica diversa. Così nascono le Adro, come tante altre Adro della storia dell’umanità .
Fatta questa riflessione continuerò a buttare la carta nell’apposito cassonetto senza sentirmi un orco. Tuttalpiù proverò a guardare con maggiore indulgenza al sacchetto di plastica buttato da qualcuno, come sempre accade, nel bidone dell’organico.
Il Berlusconi che c’è dentro di noi
Ascoltavo giorni fa su SkyTG24 un servizio sull’inchiesta delle Cinque Terre, nel quale il cronista raccoglieva i pareri di normali cittadini sui provvedimenti giudiziari che hanno colpito i vertici del Parco delle Cinque Terre e del Comune di Riomaggiore: pareva di sentire Cicchitto e Capezzone commentare un processo a Berlusconi. “Non è giusto“, “Ci faremo sentire“, “Quelle persone non si meritano questo trattamento“. Non so se gli intervistati fossero parenti o amici personali degli interessati ma ho l’impressione che l’idea che se uno è “una brava persona” non può essere messo sotto processo sia diffusa ben oltre all’entourage del Premier e al suo schieramento politico (i personaggi sotto inchiesta pare gravitino in area PD).
Vi ricorderete come lo stesso Presidente del Consiglio ebbe ad esplicitare il suo pensiero: “Se una persona opera bene al 99% e poi c’è l’1% discutibile, quell’1% deve essere messo da parte.“. Detto da un personaggio pubblico pare un’enormità ma la verità è che molti di noi si creano, o lasciano che gli altri li inducano a crearsi, dei miti di specchiata virtù, in modo talmente assoluto che quando quel mito è messo in forse, sono pronti a dare del mascalzone a chi lo dice piuttosto che prendere in considerazione la possibilità di essersi forse sbagliati.
In fondo Berlusconi in questo come in altri campi riesce ad essere quasi sempre un concentrato del peggio di noi. In fondo si può dire che l’unico lato positivo di questo personaggio sia proprio il fatto che, rappresentando il peggio, rappresentando una sorta di modello negativo a tuttotondo, ed essendo pur tuttavia costantemente presente ovunque, è in grado di fornirci un punto di riferimento costante circa la sgradevolezza di alcuni dei nostri peggiori vizi.
