Il giorno che cambia tutto

Un bel giorno capita, non si sa bene come e perché, che vieni al mondo. Dopo qualche mese da quel giorno cominci a percepire qualcosa più di semplici impulsi, inizi a vedere attorno a te delle figure che si muovono, quelle figure poi assumono un’identità , scopri che sono delle persone che come te sono nate e sono state bambine e cominci a costruire dentro di te un’idea di quello che sarai tu un giorno. Da allora inizi a confrontare quello che diventi con quelle aspettative, inizi ad elaborare un progetto di te, inizi a identificare qualche traguardo, che traguardo in realtà  non è perché la linea d’arrivo si sposterà  di giorno in giorno, man mano che butterai lo sguardo un po’ più in là  nel tuo futuro. Da allora farai tante cose, molte le farai per te, per essere più affascinante, più intelligente, per vedere più in profondità , per raggiungere quell’immagine di te cui aspiravi, molte altre la farai apparentemente per le altre persone, perché vuoi loro bene, perché vuoi che siano felici, perché le senti vicine e pronte a percorrere una parte o l’intera vita con te, ma in fondo non ti libererai mai dalla sensazione che tutto ciò sia un modo per essere come tu avresti desiderato essere, per rispettare le aspettative che avevi sulla tua stessa persona, per seguire il tuo progetto.
Poi però verrà  un giorno in cui scoprirai che un altro progetto è lì che ti aspetta, un progetto che non è più il tuo, anzi è un progetto che ancora deve partire, si deve ancora definire, ma che miracolosamente diventa improvvisamente centrale nella tua esistenza. Ci metterai un po’ a rendertene conto, la confusione e la spaesatezza ti accompagneranno nel soppesare questa emozione, ma alla fine ti renderai conto che tutto è cambiato e che la visuale si è ribaltata. Ciò che davvero conta non è più la costruzione di te, del tuo io, delle tue emozioni, che finiranno spesso in secondo piano, ma la costruzione di un altro io, di un’altra persona.
Quel giorno è venuto proprio oggi.
Benvenuta Matilde!

Oct 8th, 2010

Dai, che a Roma ce magni pure tu…

Più che mille parole basta questa foto per riassumere come la classe politica della Capitale, tra l’indignazione di molti, ha teso la mano a Bossi, dopo lo strappo degli insulti ai romani, come ad invitarlo a non sputare nel piatto in cui mangia. Certo che sembrano proprio dei bambini…

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Oct 7th, 2010

Primarie a cinque stelle

Nel Movimento Cinque Stelle impazza un tema che già  da anni è oggetto di discussione all’interno del Partito Democratico: quello delle primarie. Il tema è stato sollevato recentemente da Vittorio Bertola sul suo blog e mi pare di aver capito che gli schieramenti e le argomentazioni sollevate dai diversi fronti siano le stesse che hanno tenuto banco nel PD. Ho in particolare l’impressione che anche in questo caso, come già  visto nel passato, la discussione sulle primarie sia affetta da un vizio originale: se ne parla sempre in termini di principio e quasi mai in modo pragmatico. Il modo pragmatico è chiedersi non ciò che sia “giusto” o “sbagliato” ma quali sono le conseguenze di una scelta o dell’altra.
Un partito che chiede ai suoi potenziali elettori chi sono i candidati che voterebbe più volentieri tende una mano agli elettori stessi e si garantisce una maggior probabilità  di essere percepito dagli stessi per quello che un partito politico dovrebbe essere, ovvero uno strumento per convogliare verso l’alto le istanze e le esigenze dei cittadini, anziché una consorteria la cui unica peculiarità  rispetto ad altre è il fatto di finanziarsi attraverso l’attività  politica. Facendo questa scelta ovviamente però il partito rischia di sovvertire le gerarchie che il lavorìo quotidiano fatto all’interno della sua organizzazione consolida. Per di più, nel modo di ragionare degli attivitisti, il fatto che, nella scelta delle candidature, uno svogliato elettore conti quanto un tesserato che lavora giorno e notte è da considerarsi un atto di ingratitudine, un’ingiustizia. Per quanto siamo ispirati dai più alti ideali, in molti di noi è abbastanza radicata l’idea che il lavoro all’interno di un’organizzazione (anche quello più volontaristico) non possa essere solo finalizzato ad un obiettivo comune, ma debba essere per forza anche mezzo per raggiungere dei privilegi. Il rischio complessivo delle primarie è quindi di raffreddare gli attivisti, farli sentire meno motivati e ridurre i contributi materiali ed economici degli stessi anemizzando quindi la struttura del partito. Molto debole è invece l’altro elemento portato di solito dai detrattori delle primarie, ovvero la possibilità  di infiltrazione. Il fatto cioè che sostenitori del partito avverso partecipino alle primarie per mescolare le carte. Al di là  di episodi sporadici credo che il fenomeno sia abbastanza marginale e minoritario da essere sostanzialmente trascurabile e credo che venga usato strumentalmente da chi non ha il coraggio di dire che sta semplicemente difendendo gli interessi degli attivisti.
In sostanza quindi su un piatto della bilancia c’è la possibilità  di avere un maggior consenso elettorale ed un ceto politico che gode di maggiore fiducia da parte degli elettori, sull’altro c’è il rischio di scontentare la base degli attivisti. E’ quindi forse sorprendente che anche tra chi si lanci nell’attività  politica in un movimento ancora molto minoritario, apparentemente con il più genuino entusiasmo, vi sia chi inizia subito a guardarsi le spalle, a privilegiare i propri interessi di bottega, a difendere la propria posizione acquisita, eppure credo sia veramente nel nostro DNA la propensione a considerare come il proprio primo obiettivo e la propria più altra priorità  in qualunque contesto (che sia un partito politico, un’azienda o un rapporto personale) il cautelarsi dal rischio di rimetterci ed è una cautela che purtroppo costa molto alla nostra società  a tutti i livelli. Il fatto che quasi sempre dove la sinistra fa le primarie poi vince, mi suggerisce quanto costi anche in politica.

Oct 6th, 2010

L’attentatore fantasma

Nei giorni scorsi la vita pubblica italiana è stata sconvolta da un evento che ha riempito le prime pagine dei giornali: l’attentato al Direttore di Libero Maurizio Belpietro. La notizia è rimbalzata come tale sulla prima pagina di molti quotidiani, non necessariamente vicini politicamente a Libero. Perfino alte cariche dello Stato si sono sentite in dovere di commentare la cosa, ovviamente per seminare incertezza e paura nell’opinione pubblica. Tutti, a quanto mi è noto, hanno descritto l’evento con espressioni che in genere erano attentato o agguato. La domanda che pochi si sono posti è: “Ma esattamente cos’è successo?”.
ghost_on_stairs.jpgCiò che risulta dall’unica testimonianza, quella appunto della scorta, è che il medesimo, dopo aver accompagnato Belpietro fino all’uscio di casa al quinto piano, ha rinunciato a prendere l’ascensore ed è sceso invece le scale per fumarsi una sigaretta ed ha scorto qualcuno al quarto piano che risaliva, questo qualcuno avrebbe, secondo l’impressione della guardia giurata, tentato di sparargli ma la pistola avrebbe fatto cilecca. A quel punto la guardia sparava tre colpi senza colpire l’avventore che si dileguava senza lasciare traccia. Non c’era bisogno di nulla di più di questi elementi per iniziare a chiedersi intanto cosa legittimi la convinzione che il misterioso avventore stesse preparando un attentato piuttosto che un semplice furto in uno degli altri appartamenti dello stabile. Mi ha colpito sentire su LA7 (quindi non su un notiziario vicino politicamente a Belpietro) la giornalista spiegare, senza manifestare il minimo dubbio, che il piano dell’attentatore era di: “Suonare al campanello e sparare a Belpietro una volta che gli avesse aperto”. Quale strambo attentatore organizza un attentato aspettandosi che uno che gira sotto scorta apra la porta alle 11 di sera ad uno sconosciuto, cosa che non farebbe la mia vicina di casa alle tre del pomeriggio? E perché mai, incontrando sulle scale la scorta, decide di sparargli addosso tradendosi, anziché fingersi un qualunque condomino? Nonostante ci fosse margine per avere più di un dubbio il Ministro Maroni ha subito preso la palla la balzo per fare un po’ di strategia della tensione da quattro soldi, preannunciando altri attentati, sulla base di quali fonti e quali notizie non è dato sapere.
Solo nelle ore successive sono emersi un paio di elementi che hanno convinto anche i più creduloni a farsi delle domande. Ovvero da un lato la stranezza per la quale la fuga del misterioso personaggio non ha lasciato nessun tipo di traccia, nemmeno nelle telecamere delle case di fronte, dall’altro che la stessa guardia aveva avuto una simile “avventura” anni fa, quando scortava il Procuratore D’Ambrosio, stessa meccanica, stesso misterioso attentatore dileguatosi senza lasciare traccia.
Alla fine non sappiamo cosa sia davvero successo in quelle scale, se l’attentato era un invenzione o no; sappiamo anche che il clima politico è abbastanza avvelenato e arroventato per potersi aspettare che qualche squilibrato compia gesti sconsiderati e che Belpietro è uno di quelli che ha più soffiato sul fuoco dello scontro, che ha più portato sul piano della faida la contrapposizione tra i diversi schieramenti. Ma quello che rimane soprattutto di questa vicenda è l’ennesima dimostrazione dell’assenza totale di senso critico che caratterizza il sistema mediatico e che lo caratterizza perché totalmente privo di senso critico è purtroppo il pubblico.
Chissà : forse nell’Italia di oggi una nuova strategia della tensione non avrebbe bisogno di far saltare in aria treni e stazioni per seminare il terrore, forse basterebbe raccontare che ci sono stati degli attentati per sortire lo stesso effetto. Almeno qualche vita umana sarebbe risparmiata.

Oct 4th, 2010

Pagar di tasca tua no, eh?

lancini.jpgIndro Montanelli scriveva in uno dei suoi graffianti controcorrente sul PSI di Craxi: “Cristoforo Colombo è stato il primo socialista della storia: è partito senza sapere dove andava, è arrivato senza sapere dov’era, e ha fatto tutto a spese dello Stato”. Forse vuole ergersi a novello Cristoforo Colombo (o a novello socialista) il sindaco della cittadina del bresciano Adro, tristemente sorta agli onori delle cronache proprio per le sparate del suo primo cittadino Oscar Lancini. Dopo aver disseminato la neonata scuola comunale intitolata all’ideologo della Lega Gianfranco Miglio di simboli del suo partito, a spese dei contribuenti, e dopo essersi finalmente piegato a chi gli ha imposto di rimuoverli, il sindaco ha sollevato infatti un terribile interrogativo: “Chi pagherà  per la rimozione di quei simboli?“. Si parla di un preventivo di 30 mila euro. E se pensate che sia salato è perché ignorate quanto sono costati alla collettività  gli zerbini con il “Sole delle Alpi”: 750 euro ciascuno, più di un personal computer!!
La risposta in realtà  è talmente ovvia che non c’è nemmeno bisogno di fare la domanda. Apra il portafoglio il sindaco Lancini e sborsi di tasca sua quei 30 mila euro necessari a ripulire la scuola dai suoi simboli di partito. Certo, sarebbe più corretto forse che a pagare fosse il partito, magari con i soldi che riceve dai contribuenti sulla base di quanto prevede la legge sul finanziamento ai partiti, ma temo che questo favore Bossi non glielo lo farà . Per cui se davvero questi sono i costi paghi pure di tasca sua, tra l’altro visto che già  deve al Comune 20 mila euro per l’ICI che ha evaso, si può fare tutto un conto..

Oct 2nd, 2010

Strane coperture mediatiche

Pochi lo sanno forse, ma in Italia sono in corso di svolgimento i mondiali di pallavolo. Pochi lo sanno perché pochi lo dicono: collegandomi ai siti dei principali quotidiani online vedo che: il Corriere non ne parla per niente neanche nella pagina sportiva, la Repubblica confina l’aggiornamento sui mondiali ad un trafiletto non illustrato, ben sotto ad un’intervista al cestista Gallinari, mentre La Stampa, quella che dà  più spazio all’evento, lo riporta nella pagina sportiva in fondo in fondo, sotto perfino ai mondiali under 23 di ciclismo. Non si può dire nemmeno che la pubblicità  sia stata delle più efficaci: Torino è sede di uno dei gironi eppure non ho notato una particolare abbondanza di manifesti che ricordassero l’evento.
Per chi non lo sappia ricordo che la pallavolo, secondo gli ultimi dati CONI disponibili, è il secondo sport in Italia dopo il calcio per società  sportive ed il terzo per tesserati (appena dietro alla pallacanestro).
Personalmente trovo stridente il confronto con la Ryder Cup di Golf, manifestazione che personalmente, pur leggendo spesso i quotidiani sportivi ed essendo abbonato a Sky Sport, non ricordavo di aver mai sentito nominare. Scopro invece, nelle parole di Andrea Agnelli sulla prima pagina di Tuttosport di questa mattina, essere l’evento sportivo più importante del mondo dopo olimpiadi e mondiali di calcio. Importante per chi? – mi domando io… Eppure l’evento apre su tutti i sopracitati notiziari online la sezione successiva a quella del calcio e monopolizza da giorni gli spot e i notiziari sportivi di Sky. Tanto per intenderci ricordo che, sempre sulla base degli stessi dati, in Italia il Golf ha meno di un terzo dei tesserati della pallavolo e che i golfisti sono meno dei praticanti di arti marziali.
Intendiamoci, non è che necessariamente la pallavolo sia uno sport più bello del golf. L’amore per uno sport nasce da molti fattori, la maggior parte dei quali legati a tradizione, abitudini consolidate fin da bambino, che diventano un elemento di consolidamento delle proprie radici culturali. Per questo ci sono sport come il Cricket o il Football Americano che, con tutti gli sforzi, non sono mai riusciti a superare in modo convincente i confini del paese di origine. Proprio perché lo sport è un elemento fondamentale all’interno di una cultura mi risulta sempre sorprendente come i media abbiano la sfrontatezza di sfidare spesso certi meccanismi culturali, e soprattutto come quasi sempre vincano loro.

Oct 1st, 2010

Le parole sono importanti

Qualche giorno fa le cronache sono state invase dalle polemiche sul progetto “allenati per la vita” della coppia Larussa-Gelmini. Il progetto consiste nell’istituzione di corsi volontari per studenti delle superiori volti, da un lato all’approfondimento su temi costituzionali, dall’altro all’addestramento ad una serie di discipline tra le quali orientamento, arrampicata, nuoto, tiro con la pistola e con l’arco. Di per sé non sarebbe nulla di scandaloso, ed il fatto che la circolare, che annuncia l’iniziativa, riporti che “Le attività  in argomento permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso” sembra assolutamente innocente. Se ci si fermasse qui eventuali polemiche sembrerebbero quindi del tutto pretestuose.
full-metal-donald.jpgIl problema è che nella stessa circolare, quando si arriva a descrivere la gara di fine corso, i gruppi di studenti che affrontano insieme la competizione, vengono definite pattuglie. Basta quella parola per connotare diversamente l’intera iniziativa, non più come un modo per accoppiare simbolicamente il senso dello stato alla forma fisica ma piuttosto un modo per solleticare una vena bellicistica che l’abolizione della leva militare si tema abbia spento nei nostri giovani. Non ti immagini più ragazzi sportivi arrampicarsi su palestre di roccia o tuffarsi in piscine olimpioniche, ma ti immagini ragazzi con la testa rasata arrampicarsi su per muretti o tuffarsi dentro pozze d’acqua piovana. Non vedi più istruttori con tuta e cronometro che ti chiamano per nome, ma colonnelli in uniforme e frustino che ti chiamano “Palla di lardo”.
Insomma basta la scelta di una parola per cambiare, o forse per svelare, quello che si nasconde dietro un’iniziativa all’apparenza innocente. La scelta lessicale spesso dice molto del vero significato di ciò che abbiamo in mente che è un altro modo per dire, usando il vecchio tormentone morettiano, che “le parole sono importanti“.

Sep 29th, 2010

Parlare da solo

Nella mia famiglia ho solo una sorella cinque anni più vecchia di me, pertanto spesso mi sono trovato da bambino a giocare da solo. Ciò probabilmente è stato una concausa della tendenza che fin d’allora ho alimentato, ovvero quella di parlare da solo. Non era un caso di “amico immaginario”, credo fosse soltanto la necessità , quando mi trovavo da solo, di comunicare comunque le mie emozioni ad alta voce, nell’impressione che questo mi consentisse di viverle con maggiore nettezza senza farle affogare nel mare magnum dei pensieri. Crescendo questa prerogativa non si è mai del tutto cancellata e i miei contatti con la psicoanalisi mi hanno convinto che dialogare con sé stesso, narrare a sé stesso la propria storia, sia un modo per comprendersi, per capire, per razionalizzare, per fare le scelte giuste. Forse anche avere un blog è un po’ parlare da solo visto che non hai idea se c’è qualcuno che leggerà  quello che stai scrivendo.
Ogni volta che mi sono trovato di fronte ad un problema difficile da risolvere, ad una scelta importante, ad un crocevia della mia esistenza, mi sono seduto al tavolo con me stesso ed ho cominciato a sfidarmi in una discussione aperta circa i motivi che mi legavano ad una scelta o all’altra ed i risultati non sono mai stati deludenti. Capirete allora che è stata per me una bella soddisfazione leggere su Repubblica.it che, secondo uno studio condotto da un gruppo di psicologi canadesi, parlare da soli fa bene, che “Aiuta ad esercitare autocontrollo, riduce i comportamenti impulsivi, porta a sviluppare un migliore processo decisionale“, insomma tutto quanto ho sempre sostenuto.
Parliamoci chiaro i resoconti giornalistici degli studi scientifici hanno l’attendibilità  di Tuttosport, ma fa sempre bene che qualcuno ti dica che forse non sei propriamente paranoico.

Sep 28th, 2010

Deodato e la campagna acquisti

Ad Agosto i giornali sportivi e le pagine sportive dei quotidiani sono piene di notizie della campagna acquisti. Tizio va alla Juve, l’Inter su Caio, il Milan prenota Sempronio, “tra la Roma e Vattelapesca è rottura!”, e così via… Le partite, anche quelle più interessanti, sono relegate alle pagine successive, se non ai trafiletti.
coerenzaedonesta.jpgNon si capisce perché invece la campagna acquisti che è in corso da un po’ di mesi (o forse un po’ di anni) per le poltrone di parlamentare (ma non solo) passano ingiustamente sotto traccia. Si scoprirebbe che ci sono dei veri maestri del passaggio dall’uno schieramento all’altro. Sottolineo in particolare un esponente di punta della politica piemontese: Deodato Scanderebech, divenuto recentemente deputato. Il nostro aveva avuto una militanza in Forza Italia, dalla quale è poi uscito qualche anno fa per diventare esponente di spicco dell’UdC con il quale ha poi però litigato, forse per la mancata elezione alla Camera, per poi presentarsi alle recenti elezioni regionali con una lista sua, lista oggi tra quelle sotto inchiesta per irregolarità  nella raccolta delle firme. Ad Agosto l’elezione del deputato torinese Vietti alla vicepresidenza del Csm ha costituito uno straordinario rilancio per lo Scanderebech che, in seguito alle dimissioni di Vietti da deputato, è diventato deputato, essendo stato nel 2008 il primo degli esclusi nella stessa circoscrizione. Peccato però che alle elezioni si fosse candidato con l’UdC con il quale aveva nel frattempo rotto i ponti ed eccolo quindi, cane sciolto, pronto ad offrirsi per dare man forte alla traballante maggioranza di Berlusconi. Una cena con “Papi” sembrava aver sancito la firma del contratto, con una soddisfazione per il Presidente del Consiglio forse superiore a quella per la firma di Ibra. Improvvisamente però nelle ultime ore si è inserito nella trattativa di nuovo l’Udc e il deputato Scanderebech si è improvvisamente reso conto che in fondo il suo partito è sempre stato l’Udc nel cui grembo è prontamente rientrato, con un voltafaccia che ricorda certe famose dichiarazioni d’amore di Ibrahimovic.
Insomma, quanto sono simili i destini nell’Italia di oggi di politici e calciatori, entrambi intenti solo a vendersi al miglior offerente ed a recitare perché ciò passi come una scelta mossa da profonde passioni.

Sep 27th, 2010

Errori da principianti

Al liceo ebbi nel biennio un professore di latino che accoppiava una straordinaria bravura nella spiegazione ad una capacità  straordinaria di tenere la classe. Ti guardava negli occhi e capiva che volevi iniziare una conversazione con il vicino, che non avevi fatto gli esercizi a casa o che eri pronto a passare il Compito in classe al tuo compagno: difficilmente si sbagliava, distoglieva lo sguardo e poi te lo ripiazzava addosso un secondo dopo, cogliendoti con le mani nel sacco. Era sicuramente molto in gamba anche se bisogna sottolinare che aveva a che fare con studenti liceali, che non sempre eccellono in astuzia.
Durante i cinque anni nei quali ha fatto l’arbitro di calcio (dei quali la vetta massima è stata la terza categoria) ho capito che la dote del mio professore di latino poteva essere ben applicata anche a quell’ambito. Quando infatti qualunque fattore imprevedibile ti rende impossibile capire cosa sia successo, l’unica speranza che puoi riporre è in chi sicuramente ha visto o sentito e sa esattamente cos’è successo: i giocatori coinvolti. Non che tu possa contare sulla loro sincerità , certo, ma senza essere esperti di cinesica ci sono espressioni del corpo o del viso che raccontano molto circa quello che i giocatori pensano sia successo e su quello che quindi è probabilmente giusto decidere in merito.
Così sono rimasto stupefatto quando l’arbitro Russo, Mercoledì sera, ha visto in Brescia-Roma il contrasto Mexes-Eder e ha percepito, lui o il suo assistente, un fallo di Mexes che non c’era, forse perché lontano, forse perché coperto. Una prima occhiata all’episodio, senza bisogno di replay e rallentatore mi è bastato a capire che non aveva bisogno di moviole o arbitri addizionali per capire che stava prendendo un abbaglio. Bastava guardare l’atteggiamento del giocatore del Brescia Eder, che si limitava a guardare il pallone avviarsi verso il fondo, e a cui solo in un secondo tempo veniva in mente di voltarsi verso l’arbitro, per comprendere che lui per primo non si aspettava il rigore.
Perché un arbitro di Serie A non applica ciò che applicava un arbitro di seconda categoria o un professore di liceo? Forse presunzione, forse troppo stress, forse paura di farsi trarre in inganno? Non lo so, forse Russo è solo un arbitro un po’ scarso, però ogni tanto mi viene il dubbio che a forza di perfezionare le tecniche di allenamento, l’alimentazione, il posizionamento in campo e così via, gli arbitri più quotati finiscano per dimenticarsi dei trucchi più basilari ma più efficaci della professione, imparati magari sui banchi del liceo.

Sep 25th, 2010
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