Che c’entra Ruby con la democrazia?

matteo_renzi_2.JPGIn un’intervista apparsa su La Stampa il Sindaco di Firenze Renzi diceva nei giorni scorsi: “Fatico a capire cosa c’entri Ruby con la democrazia“. Scrivo questa mia per spiegarlo a lui, se mai leggerà  questo blog, e ad altri che abbiano dei dubbi in merito come ad esempio i firmatari di un appello contro l’antiberlusconismo che raccoglie alcuni intellettuali di sinistra. Perché c’entra con la democrazia la vicenda di Ruby? C’entra perché da molti, troppi anni, in Italia una parte dell’opinione pubblica è stata scippata alla politica ed alla democrazia ed è tenuta in ostaggio sotto una campana di vetro, che è quella di un sistema mediatico che ha creato una realtà  virtuale nella quale non solo le cose assumono un aspetto diverso da quello reale ma anche i valori vengono traslati e manipolati con la stessa facilità  con la quale si formano i palinsesti. Un sondaggio della ISPO ci spiega che solo una minoranza di quelli che difendono Berlusconi lo fanno perché non credono alle accuse, la maggioranza di essi lo difendono perché sostengono che avere un giro di prostitute (alcune delle quali minorenni) che entrano ed escono da casa propria è un fatto accettabile e compatibile con un incarico come quello di Capo del Governo. Che possibilità  hanno Renzi o Fini di convincere quel 30% di elettori che il governo Berlusconi sta governando in modo pessimo, quando anche convinzioni ben più profonde di una valutazione sull’operato del governo sono comandate a distanza?
La democrazia, lo dico per Renzi e gli altri che non hanno le idee chiare, si caratterizza da ciò che non è democrazia (dittatura, totalitarismo, come preferite) soprattutto in quanto sistema che distribuisce il potere in modo abbastanza capillare da impedire a chicchesia di essere in grado di appropriarsene per volgere le forze del paese al proprio interesse. Uno dei modi più fondamentali per impedire al potere di concentrarsi è permettere all’informazione di circolare in modo libero e attraverso il maggior numero possibile di diversi canali. Quando ciò non succede può capitare che un tizio si faccia eleggere a Capo del Governo solo per potersi meglio difendere dai processi a suo carico e possa militarizzare il Parlamento per farne uno strumento della sua difesa. Può capitare che si senta talmente inattaccabile da metter su senza troppo temere un giro di prostituzione a casa propria, e può succedere che poi qualcuno lo possa scoprire e che tutto il mondo lo venga a sapere facendosene grasse risate. Può succedere che quel tale possa ben guardarsi dal farsi da parte, convinto di poter in quel modo mettersi al riparo dalle conseguenze penali dei suoi atti, gettando così il discredito sul paese e tenendolo in ostaggio fino alla risoluzione del problema. Tutto questo può non interessare più di tanto all’operaio in cassa integrazione, al disoccupato, al precario della scuola ma c’entra terribilmente con la democrazia perché in una democrazia compiuta e matura questo non può e non deve accadere. Coloro i qualli si occupano di politica hanno il preciso dovere, per prima cosa, di far sì che un paese che vuole essere democratico si doti degli strumenti per esserlo, e solo dopo si divideranno su questioni come il lavoro, le tasse, i servizi, l’immigrazione.
Un fatale errore che una buona parte di chi si è opposto a Berlusconi ha commesso in questi anni è l’aver sempre derubricato le vicende giudiziarie di Berlusconi a suoi fatti personali, quando personali non lo sono mai stati proprio in quanto hanno influenzato in modo determinante l’esercizio del governo del paese e l’hanno potuto influenzare per un difetto delle nostre strutture democratiche. Risolvere l’anomalia Berlusconi è la prima priorità  di chiunque, di sinistra o destra, voglia proporsi per succedergli al governo del paese. Poi e solo poi, risolta l’anomalia, introducendo una forte limitazione delle concentrazioni mediatiche ed una legge sul conflitto di interessi, ci si potrà  ridividere tra pro e contro Marchionne, pro e contro TAV, pro e contro immigrazione e così via. Chissà  se ciò accadrà  presto e se Renzi se ne avrà  a giovare, certo non sarà  stato per merito suo.

Feb 10th, 2011

Il turismo della diffamazione

giudice1.jpgNon saltate alle facili conclusioni, non sto per parlare di Lavitola, Frattini e Santa Lucia. Il turismo della calunnia, traduzione dell’originale “libel tourism”, non ha a che fare con i pataccari di casa nostra; trattasi invece di quell’attività  redditizia che alcuni personaggi facoltosi hanno intrapreso avvalendosi delle leggi britanniche in merito alla competenza dei processi per diffamazione. Si dà  infatti il caso che la normativa vigente nel Regno Unito consideri i tribunali britannici competenti anche per atti diffamatori che siano avvenuti al di fuori dei confini nazionali. Succede quindi che un magnate ucraino o un attore hollywoodiano non abbiano difficoltà  a denunciare per diffamazione, presso una corte inglese, un giornalista loro connazionale che abbia scritto un articolo non troppo generoso su di loro. Le spese legali per il malcapitato giornalista sono soverchianti e spesso non è quindi in grado nemmeno di difendersi. Quando questa legislazione era stata introdotta pare fosse volta a difendere chi, in paesi poco democratici, venisse sottoposto ad attacchi mediatici (anche se non è da escludersi che gli avvocati inglesi la benedicessero in vista di ricche parcelle). Ovviamente però è difficile discernere da paese a paese ed alla fine questa pratica ha causato soprattutto giuste proteste e discredito al Regno Unito, tanto che è alle viste una revisione della norma.
Spesso da noi si cita il Regno Unito come modello di sistema democratico ma questa vicenda ci ricorda che anche là  qualche problema ce l’hanno. Ce l’hanno anche perché il tema del rapporto del cittadino del terzo millennio con i mezzi di comunicazione è sentito come delicato anche lassù. Il punto fondamentale attorno al quale si avvita questo rapporto è la facilità  con la quale, nella società  contemporanea, l’informazione circola: fenomeno molto positivo quando ciò consente di smascherare personaggi pubblici corrotti o mendaci, ma che assume risvolti sgradevoli quando ciò che circola sono informazioni mendaci o tendenziose, tese a prender di mira chi non abbia altra colpa di aver schiacciato qualche piede di troppo. Come fare quindi?
Indietro sicuramente non si torna e non ci vorrei affatto tornare. Ho l’impressione che siano ben più i vantaggi che gli svantaggi che la società  delle comunicazioni ci offre. Se quindi non possiamo evitare che qualcuno brandisca la sua fonte di informazione come una clava per colpire chi non gli piace, proviamo almeno a far sì che la clava non sia troppo pesante. Questo è possibile se consideriamo i mezzi di comunicazione un’istituzione come un’altra e quindi se ne limitiamo per via legislativa le concentrazioni di potere mediatico esattamente come ogni costituzione democratica fa con le concentrazioni di potere politico. Quando parliamo di limitazione le concentrazioni di potere sui mezzi di comunicazione in Italia pensiamo subito a Berlusconi, ma quello è solo un caso estremo di un problema che esiste in tutti i paesi sviluppati e che tutti i paesi dovrebbero provare ad affrontare.
Tornando al tema del “libel tourism” però è abbastanza ovvio che i britannici non possono certo pensare di limitare le concentrazioni mediatiche nei paesi esteri e quindi temo che dovranno abbandonare le loro velleità  di portare sostegno alle vittime di campagne mediatiche oltrecondine. Qui più che altro i sudditi del Regno Unito dovrebbero rassegnarsi al fatto che non sono più una potenza coloniale e che il tentativo di esportare la democrazia, che lo si faccia con le armi o  con le carte bollate, continua a non funzionare.

Feb 8th, 2011

Ma dov’è il buco?

Sabato scorso Andrea Agnelli e Giuseppe Marotta si sono presentati ai giornalisti per una conferenza stampa sui cui contenuti regnava il mistero. Ci si aspettavano annunci, alcuni speravano si parlasse di nuovi investimenti. In realtà  Presidente ed Amministratore Delegato hanno spiegato che, sostanzialmente, non ci sono soldi. Agnelli ha chiarito che nel bilancio del secondo trimestre (le squadre di calcio chiudono il bilancio al 30 Giugno) c’è un passivo importante e questo impedisce di reperire le risorse per nuovi investimenti. Prova ne sia che nel mercato che si è chiuso Lunedì la Juve ha lasciato irrisolto il principale problema del suo organico (i laterali di difesa) e si è limitata a due sostituzioni più che altro di carattere finanziario (ovvero per risparmiare sugli alti ingaggi) di Amauri con Matri e di Legrottaglie con Barzagli.

La notizia del buco di bilancio ha lasciato un certo sconcerto, non veniamo certo da un’estate di acquisti clamorosi e ci si aspettava che la situazione non fosse così tragica, nonostante il danno prodotto dalla mancata qualificazione alla Champions League. Agnelli ha addossato, con stile un po’ tremontiano, tutta la colpa sulla gestione precedente, ma qualche dubbio è legittimo averlo anche in considerazione del fatto che ciò viene fatto oggi, quando la società  è nelle sue mani da più di sei mesi. Provo quindi ad approfondire quale origine abbia avuto quel buco.
Partiamo col dire che a Settembre, pubblicando il bilancio annuale, la Juve aveva annunciato un passivo in conto economico di 11 milioni. Da dove nasceva questo passivo? Rispetto all’anno calcistico precedente c’era una voce di uscita di qualche milione legata ad un debito fiscale riguardante gli oneri di urbanizzazione per il vecchio progetto Mondo Juve, ma la maggior parte del passivo era legata all’aumento del valore dell’organico (e quindi degli ammortamenti), determinato dagli investimenti fatti nell’estate del 2009, a cui non è corrisposto un aumento dei ricavi. Se io compro un giocatore che costa 10 milioni per un contratto di 5 anni, mi deve dare dei ricavi di 2 milioni all’anno per rendermi, altrimenti l’investimento non rende e vado in rosso. C’è però da ricordare che all’aumento della voce ammortamenti/svalutazioni aveva concorso la frettolosa cessione di Diego che aveva generato una minusvalenza di 5 milioni caricata come svalutazione sul bilancio 2009-10.
Al passivo generato nel bilancio 2009-10 si era sommata nel primo trimestre una contrazione dei ricavi legata sia agli scarsi proventi delle amichevoli estive, sia alla riduzione dei diritti tv a causa della nuova ripartizione delle quote ma soprattutto ai mancati diritti per le gare di Coppa Campioni che da soli rappresentavano 7 milioni e mezzo in meno rispetto al primo trimestre dell’anno precedente. C’era stato inoltre un aumento considerevole dei costi operativi, legato agli incentivi all’esodo somministrati ai partenti (Camoranesi, Trezeguet, Zebina e Poulsen). Il tutto aveva portato ad un passivo di 20 milioni in conto economico ma trattandosi dei mesi estivi ci poteva pure stare, resta da capire come mai, pur con la consistente riduzione del monte ingaggi che ha caratterizzato la campagna acquisti, il passivo è rimasto, anzi aumentato nel secondo trimestre. Questo lo capiremo solo quando sarà  pubblicato il rendiconto del secondo trimestre ma rimane la sensazione che le colpe della precedente gestione non siano superiori a quelle che conosciamo: avere investito molto, in termini di costo di acquisizione e di salario, per l’ingaggio di due giocatori, Melo e Diego, che non si sono rivelati all’altezza della situazione o comunque hanno peggiorato, anziché migliorare, la situazione tecnica e quindi economica della società . Non dimentichiamoci che un elemento che graverà  sicuramente sul bilancio è rappresentato dalla squallida esibizione della Juve in Europa League (eliminazione ad opera del mediocre Lech Poznan) che sarà  stata un sollievo per Delneri preoccupato dai troppi impegni, ma non lo è stato certo per Marotta sia in termini di diritti tv, che di premi, che di incassi. Non si può negare che sulla partecipazione all’Europa League abbia pesato negativamente l’impossibilità  di schierare di due giocatori fondamentali come Aquilani e Quagliarella, a causa del ritardo con il quale sono stati tesserati dalla società .
In estate la situazione finanziaria e sportiva era nota e sono stati fatti degli investimenti costosi ma di dubbia efficacia. Pensare che il cartellino di un giocatore come Martinez sia stato pagato 12 milioni (ingaggio a 1,5 milioni) lascia perplessi visto che nel frattempo il Napoli prendeva Cavani con la formula del prestito con diritto di riscatto (fissato a 16 milioni) e con un ingaggio di 1,3 milioni più bonus, e la Lazio acquistava Hernanes per 13,5 milioni con 1,7 milioni di ingaggio. Sono giocatori diversi, è vero, ma l’impressione che non siano stati fatti grandi affari rimane. Non dimentichiamoci che è stato spedito a Parma un giocatore come Giovinco che aveva un ingaggio inferiore e che avrebbe gravato molto meno sul bilancio visto il suo valore irrisorio iscritto a bilancio, provenendo dal vivaio. Non dimentichiamo neppure che Caceres, l’unica nota positiva della scorsa stagione, è stato rispedito al Barcelona che l’ha girato al Siviglia per 4 milioni (prestito con diritto di riscatto fissato a quella cifra). Probabilmente prendere al posto suo Motta, talmente disastroso da costringere Delneri a lanciare un ragazzino diciottenne al suo posto, è stata un’altra mossa davvero maldestra.
Abbozzato il difficile bilancio delle colpe del passato, proverei a guardare al futuro: che prospettive ci sono per i conti della Juve? Provo a capirle con un raffronto del bilancio bianconero con quello di altre compagini: rispetto ad esempio all’Inter la Juve nel bilancio 2009-10 ha pressappoco le stesse entrate per quanto riguarda i diritti tv (151 milioni contro 156), ha entrate da sponsor superiori (45 milioni contro 34), ricavi da gare inferiori (18 milioni contro 41). Nella sostanza la differenza tra ricavi dell’Inter e quelli della Juve (323 milioni contro 240 milioni) sta tutta nella plusvalenza generata dalla cessione di Ibrahimovic, le altre voci di entrata sono sullo stesso ordine di grandezza, ricordandoci però che si parla di una stagione irripetibile per l’Inter, nella quale la compagine milanese ha massimizzato ogni ricavo in termine di incassi e diritti tv, avendo vinto tutto quello che si poteva vincere. Sul fronte dei costi è abissale la differenza tra costi per il personale (127 milioni per la Juve contro 220 per l’Inter), tale da far venire il dubbio che i costi sbandierati come esorbitanti da Agnelli non siano poi così strabilianti. E qui veniamo ad un altro raffronto, questa volta con una squadra come il Napoli che ha invece costi del personale pari a meno di un quarto rispetto alla Juve (39 milioni) ma che ricava 100 milioni in meno da diritti tv e 25 milioni in meno da pubblicità . Il Napoli ha chiuso la campagna acquisti in pareggio mentre la Juve l’ha chiusa con un passivo di 24 milioni, pur alleviato da una riduzione, a tendere, del monte stipendi (dico “a tendere” per via degli incentivi all’esodo già  citati). La Juve inoltre ha fatto massiccio ricorso alla fomula del prestito, con il risultato che il valore sportivo della rosa dovrebbe essere ben superiore al valore a bilancio: in sostanza è come se avesse un passivo non di 24 ma di 66 milioni (in quanto 42 è il valore fissato per il riscatto dei vari prestiti). Nonostante tutte queste premesse la Juve, anziché scavalcare i partenopei, che l’avevano preceduta l’anno scorso, ha perso ulteriore terreno.
marottaagnelli.jpgTirando le somme mi pare di poter dire che la Juve sia una macchina (metafora spesso usata da Agnelli Sabato, guardacaso…) che ha un motore che non ha nulla da invidiare a quello di una squadra come l’Inter, appena laureatasi Campione del Mondo, ed è decisamente superiore a quello del Napoli che pure ci ha preceduto l’anno scorso e ci sta precedendo nettamente anche quest’anno. àˆ certo vero che nel motore in questi anni è stato messo il gasolio, come detto da Agnelli, oppure, con una metafora forse più calzante, il pilota non era all’altezza della situazione, ma per il momento non c’è stata un’inversione di tendenza, nel senso che la campagna acquisti dell’estate scorsa non ha brillato per colpi ben riusciti e nemmeno la scelta di lasciare all’Inter Pazzini per puntare su Matri mi è parso un segno di inversione di tendenza (è vero che Matri è stato preso in prestito mentre la Samp voleva soldi, ma è anche vero che si tratta comunque di anticipare costi che si dovranno sostenere in estate per rinvigorire l’attacco). Se le entrate provenienti dal nuovo stadio saranno in linea con le attese, la macchina Juve diventerà  la più performante del calcio italiano, ma l’impressione è che il pilota lasci ancora a desiderare. In un ambiente paramafioso come quello del calcio non è detto che siano solo le capacità  del pilota a determinare il risultato ma può essere invece decisiva una rete di contatti, di amicizie o inimicizie, opportunamente strutturata, ma anche questo dovrà  esser tenuto presente nella valutazione della scelta. Mandare a casa Marotta dopo neanche un anno può essere prematuro ma è certo che non aspetterei oltre la prossima estate per verificare se il pilota sia all’altezza, altrimenti rischiamo di mandare una macchina straordinaria a schiantarsi contro un albero e mi parrebbe una leggerezza davvero imperdonabile.

Feb 3rd, 2011

Piccoli segni

Lo so che è frustrante vivere questi giorni in Italia. Lo so che sentire un vecchio disturbato mentale inviare videomessaggi in cui racconta frottole implausibili non è divertente e risulta a molti incomprensibile come molti milioni di persone continuino a vedere in costui il capo di governo ideale per l’Italia. Tuttavia l’effetto di suggestione fa miracoli ed è capace di trasformare un topolino in gigante. Preferisco affrontare la questione con maggiore calma e trarre motivi di ottimismo da segnali deboli.
Due giorni fa ero dal meccanico per una riparazione all’auto e ho carpito una conversazione tra due addetti che stavano sbirciando le ultime notizie sul terminale dell’officina collegato ad Internet.
Ma dai! Leggi qua cosa dice la Minetti! ‘Quel pezzo di merda!’ ‘E’ solo un vecchio!’ ‘E qui parla anche del culo flaccido!’“.
Ma guarda che non ci si capisce più nulla! Che casino
domino.jpgCapisco che tutto ciò possa disgustare chi sogna di sconfiggere Berlusconi spiegando al popolo piattaforme programmatiche, progresso e idealità , ma i dittatori non cadono perché non rispettano quanto promesso, perché l’economia va rilento, perché non governano ciò che dovrebbero governare, cadono quando danno la sensazione di incertezza, di debolezza, di essere talmente chiusi nel proprio gioco di potere da non riuscire più a trasmettere sicurezze a chi li aveva sostenuti. In quest’ottica questi piccoli segni mi trasmettono la sensazione della piccola frana che prelude alla valanga, della piccola tessera del domino che fa cadendo ne fa crollare altre mille. Speriamo bene.

Jan 31st, 2011

Ma cos’è la destra? Cos’è la sinistra?

441px-giorgio_gaber_live.jpgIl tema dell’inquadramento del Movimento Cinque Stelle nelle categorie di destra e sinistra è sempre stato ricorrente sia da parte dell’ispiratore del Movimento, Beppe Grillo, sia di molti suoi aderenti. Recentemente Vittorio Bertola, candidato sindaco di Torino, ha riproposto il problema sul suo blog nearatree cercando di tenersi in equilibrio tra le due sponde politiche. Sarà  proprio vero che, come molti “cinquestellisti” sostengono, destra e sinistra sono categorie superate? Oppure la loro posizione è solo il tentativo di superare un’oggettiva ambiguità ? Gaber si domandava: “Ma cos’è la destra? Cos’è la sinistra?“. La risposta migliore che a me viene è che destra e sinistra sono semplicemente le due metà  campo del terreno di gioco della politica, indipendentemente da quali siano le squadre che vi giocano e questo va ben tenuto presente per capire il senso della discussione.
Noi siamo abituati a pensare alla destra e alla sinistra come a strutture ideologiche ben identificabili ma questo è il frutto di un periodo in cui il mondo era fondamentalmente diviso in due, da una parte il capitale e dall’altra i lavoratori, da una parte l’Unione Sovietica e dall’altra gli Stati Uniti. La divisione della politica in partiti o blocchi di partiti è corsa su questa dicotomia con tale forza da far pensare chi aderiva ad uno dei due fronti che il suo essere “di sinistra” o “di destra” corrispondesse all’adesione ad un modello di pensiero a 360 gradi che abbracciasse ogni ambito valoriale e ideale. Questo non impediva alcuni sconfinamenti, come i cattolici che votavano a sinistra per adesione allo spirito solidaristico ma poi si inalberavano di fronte al sostegno all’aborto, o i liberali che votavano a destra tranne irritarsi per il conservatorismo che manteneva la struttura economica del nostro paese ingessata su un modello ormai superato, ma la necessità  di prendere una posizione portava a trascurare queste ambiguità . Se guardiamo più indietro ci rendiamo conto invece che la destra e la sinistra dell’ottocento, prima del crescere del movimento socialista, erano tutt’altra cosa. La destra era il partito della conservazione, inteso come nobiltà  e proprietà  terriera, la sinistra il partito del progresso, dell’imprenditoria e del commercio. In quest’ottica negli Stati Uniti si verificò addirittura un ribaltamento, giacché fino all’avvento di F.D. Rooservelt e del New Deal il Partito Democratico era il partito dei proprietari terrieri del Sud, mentre il Partito Repubblicano era il partito degli industriali del Nord. Fu appunto l’avvento di Roosevelt e delle teorie keynesiane che fece dei Democratici il partito progressista e quindi, nella visione europea, di sinistra.
Il problema di fondo è che la realtà  non si sviluppa su una dimensione lineare, è anzi estremamente complessa e quel coagulo di idee, interessi e valori che forma un partito o una coalizione di partiti ha il difficile compito di riunire in un programma semplice e comprensibile un insieme sterminato di posizioni diverse, trasmettendo un’impressione di coerenza tra ciò che si pensa dell’aborto, del nucleare, dell’immigrazione o dell’accordo di Mirafiori. Le forze politiche si radunano perciò in genere attorno ai temi più rilevanti del momento, per poi trovare per strada una posizione comune sulle questioni secondarie. Nella seconda metà  del ventesimo secolo la centralità  dello scontro tra diverse classi sociali assicurava un solido elemento di aggregazione: oggi invece alla contrapposizione tra classi sociali si sovrappongono altri temi quali i mutamenti legati alla globalizzazione (immigrazione, mezzi di comunicazione, rapporto con poteri sovranazionali), i temi legati all’ambiente, i temi etici legati ad una visione più o meno materialistica (aborto, ingegneria genetica), il tema tutto italiano del perenne referendum sulla figura di Berlusconi e sul modello culturale che ha portato avanti. Risulta sommamente difficile rendere tutto ciò lineare, se non a costo di semplificazioni molto forti e di qui nasce la difficoltà  di stare nelle categorie di destra e sinistra: c’è chi sta con la FIOM e con la globalizzazione, c’è chi sta con Marchionne ma predilige il localismo e c’è naturalmente chi cerca di intercettare il voto di costoro.
campo_calcio.jpgConcludendo destra e sinistra, come scritto all’inizio, sono solo, oggi come ieri, le due metà  campo del terreno di gioco della politica e siccome alla fine il gioco consiste nel raggiungere il 51% e governare, chi voglia giocare deve capire qual è la linea di spartiacque più importante sulla base della quale schierarsi in una o nell’altra metacampo. Lo ha fatto la Lega, lo farà  anche il Movimento Cinque Stelle, almeno lo dovrà  fare quando avrà  capito se considera più importante concordare l’introduzione di dazi doganali con la Lega o la cancellazione della TAV con Vendola.

Jan 28th, 2011

Eh no, Zibì…

250px-boniek_zbigniew.jpgComunque se ne pensi, Zbigniew Boniek è uno dei personaggi più bizzarri che mi sia capitato di veder giocare al calcio. Ricordo ancora quando, all’indomani della semifinale perduta con l’Italia ai mondiali dell’82 criticò pesantemente le lamentele dei giocatori italiani per il gioco duro dei suoi compagni di squadra, accusando gli azzurri di vittimismo. Il fatto di dover venire a giocare in Italia di lì a poche settimane (era appena stato acquistato dalla Juve) non lo indusse neanche un po’ a moderare le parole. Da allora la sua carriera è sempre stata all’insegna dell’assenza totale di peli sulla lingua. Appena lasciata la Juve per la Roma nell’estate dell’85 proclamò eterno amore alla nuova squadra lamentando che alla Juve era stato sottovalutato. Da allora in poi Boniek è sempre stato lì pronto a lanciare frecciate, scatenare polemiche, fare commenti acidi nei confronti della Juventus nelle sue varie espressioni dirigenziali. Il tutto durante 25 lunghi anni non può non avere lasciato tracce nella pancia dei tifosi juventini.
Quando l’anno passato è giunto il momento di decidere quali sarebbero stati i 50 campioni del passato bianconero, destinati a campeggiare nel nuovo stadio in fase di costruzione, la Juventus ha bandito un sondaggio riservato ai soli soci per l’individuazione degli eletti. Alla fine delle votazioni è risultato che Boniek, pur non brillando, aveva raccolto abbastanza voti per essere incluso tra i 50. La votazione in realtà  consentiva ad ogni socio di votare cinque dei candidati, questo aiutava certamente Boniek che ha moltissimi detrattori ma anche qualche estimatore. Dal primo giorno della proclamazione dei risultati nascevano focolai di ribellione tra i tifosi che consideravano la nomina di Boniek un insulto. Iniziavano raccolte di firme e petizioni ma alla fine quello che si scopriva, e che toglieva le castagne dal fuoco, era che c’era stato un vizio iniziale nel sondaggio: infatti al sondaggio erano stati candidati solo un sottinsieme di giocatori che avevano certi requisiti e Boniek non li aveva, così come Jugovic e Paulo Sousa (che però non erano entrati nei 50). Il risultato è stato che l’assegnazione della stella a Boniek è stata sospesa e sarà  riassegnata attraverso una votazione, questa volta aperta a tutti gli utenti che vogliano registrarsi sul sito. Difficilmente questa volta Zibì avrà  la meglio, anche perché si confronta con giocatori dalla popolarità  più recente (Davids ma anche Laudrup) o a miti del lontano passato (Giovanni Ferrari o Luisito Monti) e questa volta vincerà  solo il primo.
Fin qui tutto normale: il mondo del calcio è fatto per il 99% di emozioni e di emotività . Non c’è quindi da stupirsi che nel calcio succedano cose di questo genere e che una società  sportiva dipenda dalle emozioni del pubblico: chi se ne stupisce o non conosce il calcio o è a sua volta un tifoso (il che tra l’altro giustifica anche che si possano scrivere delle assolute corbellerie come quelle scritte sulla vicenda da Stefano Caselli)  di parte avversa.
Quello che mi ha lasciato attonito è la reazione piuttosto scomposta di Boniek che è giunto a collegare, direi con buona dose di fantasia, la sua esclusione alle dichiarazioni che il polacco aveva rilasciato a proposito di Calciopoli e questo per una presunta sudditanza degli Agnelli nei confronti di Moggi. Ora, io capisco che uno possa violare la consegna consueta dei calciatori a usare sempre i guanti in qualunque dichiarazione, per non farsi mai nemici, che non si sa mai. Capisco che non ci stia a non dire quello che pensa solo per paura di rendersi antipatico ai tifosi. Però uno così non può poi aspettarsi di essere un idolo delle folle e ritenersi un perseguitato se così non è. Sarebbe come un obiettore di coscienza che si indigna per non aver ricevuto una medaglia al valor militare, sarebbe volere la botte piena e la moglie ubriaca.
Insomma, Zibì, sarai una persona che dice quello che pensa senza troppo preoccuparsi delle reazioni della gente, e questo può anche essere un pregio, però mi dispiace, non prendertela, ma le stelle non fanno per te…

Jan 28th, 2011

Ma chi sono i moralisti?

Una delle parole che ricorrono più frequentemente in questi giorni è “moralismo”. E’ comune che questa espressione venga utilizzata contro chi denunci gli eccessi del potere ed ovviamente in periodo di smisurati eccessi rimbomba ad ogni angolo. Pochi giorni fa l’Economist, una delle riviste più lette in giro per il mondo, ha pubblicato l’ennesimo articolo in cui descrive il nostro Capo del Governo come un individuo poco raccomandabile, in particolare in questo caso dominava la similitudine con il personaggio di Cetto Laqualunque che il film di Albanese sta rendendo famoso anche oltre confine. Il Giornale di casa Berlusconi ha prontamente reagito con un editoriale che definirei rabbioso di Marcello Fo che iniziava così: “Non sopporto il moralismo dell’Economist“. Il seguito assecondava il consueto formato di questi attacchi anti-moralisti: “E’ moralista perché critica tizio ma tace invece su caio” accennando alla poco conosciuta Bilderberg, associazione poco pubblicizzata che riunisce periodicamente alcuni esponenti di finanza, industria e giornalismo internazionale a parlare di non si sa bene cosa; pare che molti giornalisti dell’Economist sarebbero coinvolti in questa associazione. Sempre dalle colonne de “Il Giornale” Sgarbi attaccava anche lui, pochi giorni fa, “I moralisti che godono a gettar fango“. Stavolta il critico d’arte accomunava Berlusconi a Agnelli, Onassis e Pasolini in termini di moralità , ovviamente senza ricordare però che costoro non erano capi di governo. Cito questi due articoli come esempio ma mille altri casi si potrebbero citare in questi giorni…
Ma alla fine cosa significa moralismo? Perché è così ricorrente nei discorsi dei fidi berlusconiani e perché l’acredine abbonda nei confronti dei moralisti? Provo a partire dando un’occhiata alla definizione che dà  di moralismo il Sabatino Coletti: “1. Atteggiamento che tende a dare un posto di primaria importanza ai valori morali; 2. spreg. Rigido e spesso preconcetto giudizio nel campo della morale, spec. nella valutazione del comportamento altrui“. Partiamo dal presupposto che l’accezione sia quella dispregiativa e mi concentrerei sulla parte che si riferisce ai giudizi morali nei confronti degli altri (non mi pare che l’intervento dell’Economist fosse rigido o preconcetto). Ma alla fine che cosa c’è di così fastidioso in chi emette giudizi morali verso gli altri? Non ho mai conosciuto nessuno in realtà  che non abbia una morale, inteso come un impianto di principi etici a cui sostiene di attenersi, e molti di questi sono portati a criticare chi non segua i propri stessi principi, velatamente o esplicitamente. Quando i principi etici sono condivisi diventano morale corrente e, chi se ne discosti facilmente si espone alla condanna del gruppo sociale di cui fa parte. Può parlarsi allora di moralismo? Non sempre. Non ho mai sentito nessuno essere accusato di moralismo perché criticava l’uso del burka o della infibulazione eppure anche quelle che vietano queste pratiche sono norme morali. Ma allora cosa si imputa il realtà  al moralista? L’ipocrisia? La doppia morale? Pensa forse Foa che i giornalisti dell’Economist vadano a letto con minorenni? Non credo.
La realtà  è che l’espressione “moralista”, nell’uso che se ne fa spesso, perde effettivamente il suo ruolo semantico diventando espressione irrazionale del punto di vista di chi riceve una condanna morale e se ne ribella: il termine “moralista” è solo quindi un modo dispregiativo per definire chi denuncia una violazione della morale stessa.
Qualunque norma, legislativa o morale che sia, contempla una limitazione della nostra libertà  e per molti questa limitazione è gravosa, ma altrettanto gravosa è la condanna morale che consegue alla sua violazione. Taluni, incapaci di rispettare le norme etiche, accettano, seppur a fatica, la condanna morale, altri non possono accettarla o non se la possono permettere per il proprio ruolo pubblico e quindi nascondono il proprio operato creando la cosiddetta doppia morale: una pubblica (in armonia con la morale corrente) e una privata (del tutto personale e spesso totalmente dissonante dalla prima); una doppia vita che lascia strascichi pesanti quando infine viene scoperta e ci viene rinfacciata. Può emergere lo sgomento ma può anche emergere una reazione. Una delle reazioni più comuni è appunto definire moralista in tono dispregiativo chi ci rinfacci la doppiezza, reazione accompagnata spesso dall’accusa di essere, a sua volta, poco rispettoso della morale che professa, di essere comunque incoerente o di qualunque altro vizio, in un tentativo scomposto di alleggerire la propria posizione mettendo in difficoltà  l’interlocutore.
Alla fine è un po’ come chi per strada insulta quello che gli ha fatto gli abbaglianti per rimproverarlo di non avergli dato la precedenza: “stronzo” piuttosto che “moralista”, il senso è lo stesso. Ricorda un po’ quell’episodio di vita vissuta narrato tempo fa da “Non è vero niente” che introdusse nel mio vocabolario lo strano neologismo “multarolo”. Siamo sempre lì: è la frustrazione di chi viene scoperto nella sua incoerenza, nella sua debolezza morale, e non sa che altro dire.

Jan 24th, 2011

Il nuovo quarantotto

Di fronte alla deposizione del dittatore Ben Alì in Tunisia e le contemporanee rivolte in Algeria e Egitto c’è chi parla di ’48 del mondo arabo. E’ vero? C’è davvero la possibilità  che il mondo arabo imbocchi con decisione la strada dello sviluppo democratico proprio mentre la via militare alla democrazia denuncia il suo fallimento?
Per rispondere a mio avviso dovremmo provare a ricordare come è nata in Europa la democrazia e perché è nata. Nel lontano ’48 ciò che accadeva è che la classe media si rivoltava contro lo strapotere del ceto nobiliare che sosteneva il carrozzone parassitario delle Corti, ormai privo di qualunque funzione che non fosse puramente simbolica. Già  allora si distinguevano economie come quella russa ancora basata prevalentementea sullo sfruttamento delle risorse e meno su industria e servizi e quindi meno condizionata dai malumori del ceto medio. La Tunisia ha la caratteristica di avere una disponibilità  di materie prime bassa e questo l’ha orientata prima di altri paesi dell’area araba su un’economia di mercato. E’ abbondantemente il paese che ha maggiori scambi commerciali con l’Europa, con un alto livello di scolarizzazione e con i migliori servizi che attraggono nel paese frotte di turisti. La conseguente ridistribuzione delle ricchezze ha bruciato il terreno sotto i piedi del fanatismo religioso che non ha mai avuto molto successo nel paese. Le proteste di piazza ci sono state in Tunisia, come in Egitto o in Algeria, ma la differenza l’ha fatta in Tunisia il tacito o meno tacito appoggio della classe media alla protesta che infatti è nata, tra le altre cose, da una protesta degli avvocati.
La scintilla tunisina sicuramente minaccia di diffondere l’incendio anche ai paesi limitrofi ma la possibilità  è resa remota dall’assenza in Algeria, Egitto e Libia dei presupposti presenti sotto il regime di Ben Alì. Un’economia di sfruttamento delle risorse tende infatti a limitare il potere del ceto medio e la massa critica per spodestare i regimi in carica conseguentement non c’è. Non aiuta certamente l’atteggiamento dell’Europa che guarda con indifferenza, mista ad un po’ di preoccupazione, l’evolvere della situazione nel Nord Africa. Indifferenza da parte dei governi che semplicemente si interessano di democrazia solo quando si tratta di giustificare azioni militari, preoccupazione da parte di quei governi che hanno sfruttato i dittatori per farci affari e adesso hanno paura che qualcuno rompa loro le uova nel paniere. Si è fatta sentire per una volta Miss PESC, Catherine Ashton, condannando le violenze e promettendo alla Tunisia democratica il concreto aiuto dell’UE. Ovviamente da noi non ne ha parlato nessuno, questo forse perché facendo vedere che l’Europa è immobile a qualcuno potrebbe venire il dubbio che l’immobilità  del nostro governo sia il risultato di una direttiva europea o forse perché l’Europa varrà  poco a livello politico ma sicuramente non vale nulla a livello mediatico.
Da questo punto di vista è interessante il parallelo tra Tunisia e Italia: là  si protesta ancora oggi, dopo la fuga di Ben Alì, per scongiurare qualunque continuità  tra il regime corrotto al potere e quello che porterà  il paese alle prime libere elezioni, qui si considera un compromesso accettabile che a Berlusconi succeda il fido Gianni Letta o Giulio Tremonti che dal lontano ’94 ha costantemente accompagnato la carriera politica del Premier. Siamo abituati a pensare alle società  europee come a società  che hanno una reattività  sociale superiore a quelle del sud del mondo. Forse dovremmo riconsiderare questa nostra presunzione.

Jan 21st, 2011

Sceneggiature mediatiche

Negli ultimi tempi spesso Sky ha prestato soccorso a Berlusconi nei momenti di maggiore difficoltà , questo nonostante le frequenti polemiche su temi televisivi tra Sky e il governo. Una ragione sta sicuramente nel fatto che Murdoch è pur sempre di orientamento politico conservatore, ma ho l’impressione che pesi soprattutto la doppia veste che rispetto Sky ha Berlusconi, da un lato di concorrente in ambito televisivo, e dall’altro di capo del governo in ambito normativo. In particolare da mesi Sky sta attendendo la gara per le frequenze del digitale terrestre che Romani sta facendo slittare di mese in mese e questo fa sì che verosimilmente Sky sia ben pronta a contraccambiare lo sblocco della vertenza con un sostanzioso aiuto mediatico di cui il Premier ha oggi grande bisogno.
Ho trovato, in questo senso, un colpo da maestro l’intervista che Sky TG24 ha realizzato Domenica con la celeberrima Karima el Mahroug alias Ruby. Era ben noto che dall’indomani, ovvero Lunedì, in seguito alla presentazione dei documenti in Parlamento, sarebbe stato diffuso il contenuto degli atti processuali e sarebbe stato possibile quindi operare uno stridente confronto tra ciò che era negli atti e ciò che diceva Ruby. Sky però si è affrettata, contro ogni logica giornalistica, ma con forti logiche politiche, ad intervistare Ruby proprio Domenica.

L’intervista era una sequenza di domande scontate le cui risposte non venivano mai messe a confronto con le indiscrezioni, che comunque già  si delineavano, sulla natura delle notti di Arcore. Il pezzo si chiudeva poi con una frase riassuntiva della versione della ragazza che veniva più volte ripetuta nei tg: “Quando non riesci a colpire i potenti te la prendi con i deboli”. ruby-rubacuori-alias-karima-el-mahroug-600x450.jpg Mirabile anche l’aspetto estetico dell’intervista: la lady Godiva che avevamo visto ovunque in foto provocanti, in molte delle quali mancavano giusto un lampione ed un copertone in fiamme, si scopriva una dolce educanda acqua e sapone, con la carnagione chiara chiara ed appena un velo di trucco. Peccato che non si sia riusciti ad inserire nell’intervista l’immancabile annuncio di matrimonio (il fidanzato è infatti sbucato fuori provvidenzialmente come già  accaduto per Noemi Letizia).
Nella testa dei telespettatori che non leggono i giornali, che dei telegiornali sentono solo la pagina di cronaca, resterà  l’immagine di una ragazza acqua e sapone che dei magistrati cattivi stanno cercando di traviare; a loro dei lesbo-party e degli spettacolini probabilmente non arriverà  nulla.
Che dire: questo è il giornalismo dell’Italia oggi…

Jan 19th, 2011

E’ tornato!

gianluigi-buffon-juve.jpgIl ruolo del portiere di calcio è quello sicuramente meno gratificante. Spesso i portieri sono poco pagati, poco premiati, spesso anche mal valutati. Se prendono troppi gol devono avere per forza delle colpe anche se non ne hanno alcuna. Spesso viene elogiata la parata spettacolare, la parata da palo a palo, ma il grande portiere è quello in grado di anticipare il tiro e che non ha bisogno nella maggior parte dei casi della parata sensazionale. Non c’è così da stupirsi che ci sia chi non si renda conto di quanto grande sia Buffon, di quanto sia ancora oggi il miglior portiere al mondo e di quanto folle sarebbe privarsene, foss’anche per una cifra interessante e per risparmiare un ingaggio di 6 milioni annui.
Qualcuno in questi mesi si era dimenticato di lui, si era dimenticato che l’eliminazione dai mondiali era stata legata non all’esclusione di Cassano e Balotelli, ma alla schiena malandrina del portierone. C’era chi pensava fosse finito e fosse urgente venderlo prima possibile. Giovedì sera è rientrato, così come si era fermato, con l’entusiasmo dell’esordiente e con l’autorevolezza del più grande. Non parlo tanto della parata spettacolare che nel finale ha evitato il gol del 2-1. Parlo di quei due episodi del primo tempo nei quali il Catania ha liberato un uomo davanti alla porta con lanci in profondità  e sui quali un portiere normale sarebbe stato incolpevolmente battuto. Buffon con naturalezza e semplicità  è invece uscito di piede bruciando sull’anticipo l’attaccante avversario, sosituendosi ai suoi difensori distratti ed evitando i due gol. Molti non se ne sono nemmeno accorti ma è come se avesse fatto due gol.
Questo è uno di quei pochi giocatori che fa davvero la differenza, che si eleva una spanna sopra a tutti gli altri ed è un miracolo che nonostante tutte le delusioni di questi anni sia ancora alla Juve. Capisco il fair play finanziario e capisco il monte ingaggi ma chi voglia far ritornare la Juve ai vertici che le competono non può privarsi di un giocatore che ne vale dieci.

Jan 16th, 2011
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