Beh, questo almeno lo conosco
La settimana scorsa le primarie del PD si sono risolte con una sorta di plebiscito a favore di Piero Fassino. Non voglio entrare nel merito del valore della persona, anche se non dimentico che quel suo celebre “Abbiamo una banca” fu una frase tanto malaccorta da aver cambiato forse il destino di questo paese. Trovo però degno di essere analizzato questo successo straripante di un uomo che in fondo non gode di una popolarità staordinaria in città ed è inoltre visto da molti come un ex-leader nazionale che oggi si accontenta del ridimensionamento a sindaco, profilo che stona un po’ dopo due sindaci di grande successo, al contrario nati come outsider, come Castellani e Chiamparino.
La mia impressione è che Fassino abbia stravinto semplicemente perché i suoi rivali, nonostante i loro sforzi, non erano sufficientemente conosciuti e invece Fassino in città lo conoscevano tutti. Questo meccanismo mi lascia sempre perplesso: eppure è davvero molto comune. Quando si deve scegliere tra diversi candidati si sceglie quello che si conosce, che si è già visto in giro, in televisione, magari su qualche giornale; sottolineo che non parliamo di conoscenza profonda, magari personale, non si parla di conoscere il curriculum, sapere che non c’è nemmeno un’ombra sul suo passato, basta averlo visto a Porta a Porta un paio di volte e già costui entra nel novero di quelli che conosci.
Alla fine si tratta semplicemente del bisogno di calmare, a livello poco più che istintuale, il nostro livello di insicurezza nel fare una scelta come quella tra più candidati. Tra colui che ti è completamente ignoto e colui che hai visto una volta o due scegli il secondo anche se la ragione ti dice che in fondo non c’è nessun motivo per preferire l’uno all’altro.
L’effetto perverso di questo approccio, come di ogni paura dell’incerto e quindi del cambiamento, è il rendere lento e farraginoso il ricambio della classe politica. Se la classe politica italiana continua ad essere più anziana e a durare di più nel ruolo che altrove, ho l’impressione che sia proprio perché più numerosi che altrove sono quelli che purtroppo di fronte alla scheda elettorale si dicono: “Beh, questo almeno lo conosco”…
L’Italia e la preparazione scolastica
Sfogliando l’Espresso di qualche settimana fa mi ha impressionato una tabella di comparazione tra amministratori locali e rispettivo grado di istruzione: ho scoperto che ben il 22% degli amministratori locali italiani non ha nemmeno il diploma, conseguentemente non ci possiamo aspettare grande preparazione scolastica nemmeno dagli altri: i diplomati sono il 43%, i laureati appena il 28%. Questo mi ha ricordato di una statistica letta tempo fa secondo la quale i parlamentari italiani dal 1948 ad oggi, a fronte di un seppur lento miglioramento del livello di istruzione medio dei cittadini, hanno avuto un calo costante del loro livello di studio medio dal 91 ad un misero 64% di laureati.
Vi è poi un’altra statistica più datata che denunciava il livello di istruzione molto basso di imprenditori e dirigenti d’azienda italiani tra i quali i laureati risultavano meno del 20%.
C’è qualcosa che non va nel nostro sistema se l’80% della classe dirigente italiana, se il 40% dei Parlamentari e se il 72% degli amministratoti locali non hanno una laurea e i call center sono invece pieni di laureati. Il fatto che nei principali paesi occidentali i numeri siano molto diversi mi suggerisce ulteriormente la possibilità che il sistema Italia abbia qualche falla.
Può essere un problema della scuola? Ovvero la scuola non dà un sufficiente valore aggiunto e quindi guadagna punti chi non perde tempo sui libri ed entra subito nel mondo del lavoro? Oppure può essere che la poca meritocrazia che caratterizza la società e l’economia italiana non scelga i migliori ma quelli più raccomandati/inseriti/immanicati per cui approfondire gli studi è solo una perdita di tempo?
Non saprei rispondere, ma certamente ho l’impressione che le conseguenze siano una classe dirigente che conosce poco il mondo, con un’apertura mentale meno pronunciata e forse, alla luce di ciò, anche con una capacità innovativa inferiore.
La rivolta delle diocesi
Sere fa ero ad un rosario ad Agliè e mi è capitato di sbirciare, affissa in una bacheca in chiesa, una copia del giornale della Diocesi locale, Il Risveglio Popolare. In prima pagina risaltava un editoriale di tale Mario Berardi che si scagliava contro la degenerazione morale del berlusconismo e contro quelli che additano chi si ribella ad essa come “moralisti”. Nell’interno poi c’è un resoconto della manifestazione del 13 Febbraio e in particolare sull’intervento sul palco di Roma di Suor Eugenia Bonetti. Mi capita poi in mano due giorni dopo il settimanale della diocesi di Torino “La voce del popolo” e anche lì trovo un affondo contro il Premier.
Scopro infine che in realtà sono innumerevoli i giornali diocesani in tutta Italia che hanno assunto posizioni intransigenti sulla degenerazione della politica che vediamo in questi giorni. E’ significativo osservare come questa rivolta venga dal basso e non trovi nessun riscontro sui quotidiani a diffusione nazionale dove gli Ostellino, i Romano e i Battista sembrano indifferenti ad ogni scandalo ed alla crescente derisione da parte degli organi di stampa esteri nei confronti del sistema Italia, preoccupandosi invece soltanto di minimizzare e sviare l’attenzione, obbedendo sempre alla antica massima italica di “Franza o Spagna, l’importante è che se magna“.
Nel contempo sentiamo in questi giorni molti osservatori internazionali, alcuni anche solitamente molto disincantati, ripetere che nessuno si aspettava il crollo dei regimi del Nord Africa. Mi viene il dubbio che nessuno se l’aspettasse perché i più sono soliti abbeveravarsi alle fonti sbagliate. Probabilmente parlando di Libia o di Egitto, anche le fonti apparentemente indipendenti trovavano più comodo raccontare una storia di consenso e stabilità che cercare tra le pieghe del sistema i suoi scricchiolii, col rischio di farsi dei nemici e prendere magari una cantonata.
Diciamo la verità : in fondo anche noi, nel nostro piccolo, apriamo ogni giorno i quotidiani e ascoltiamo i notiziari nazionali, nella convinzione che ci raccontino come vanno davvero le cose e invece probabilmente troveremmo una fotografia più autentica della realtà in un bollettino parrocchiale.
Dittature: istruzioni per l’uso
Nei giorni scorsi sono stati diffusi da Wikileaks una serie di cablogrammi inviati dall’ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Italia Spogli al governo americano che contenevano valutazioni sul nostro Premier talmente negative, che se pronunciate da un opinionista di casa nostra, lo avrebbero iscritto al partito dell’anti-berlusconismo più feroce. E’ abbastanza significativo della situazione italiana attuale il fatto che tutto ciò non abbia suscitato grandi emozioni: ormai la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana è divisa tra da quelli per i quali non è una sorpresa che il governo americano la pensi così e quelli che, qualunque cosa succeda, tengono la testa sotto la sabbia come il più pertinace degli struzzi. Non è però di questi aspetti che volevo scrivere, ma della conclusione che trae l’ambasciatore nelle sue missive: l’ambasciatore non invita infatti il suo governo a prendere le distanze da un personaggio così mediocre, ma anzi sottolinea che, pur nella sua incapacità e inefficienza, Berlusconi e il suo governo sono talmente proni alle esigenze americane e talmente riluttanti a chiedere contropartite alle loro concessioni, che non siano passerelle e privilegi personali, che rappresentano un interlocutore ideale per gli Stati Uniti.
L’idea di sponsorizzare governi corrotti e inefficienti ma facilmente arruolabili ai propri interessi può essere antipatica ma è abbastanza diffusa da non poter certo scagliare la prima pietra contro l’amministrazione americana. Non si può negare che sia stata e sia pratica comune dei paesi europei intrecciare strette relazioni di alleanza e parntership con governi dittatoriali, senza preoccuparsi di pilotare transizioni democratiche, anzi spesso ostacolando movimenti di opposizione. Il risultato è quello che vediamo oggi: un’area del mondo gestita da decenni da oligarchie corrotte e bulimiche che esplode determinando un effetto devastante anche sull’Europa. Contriamente a quanto molti sono soliti credere le dittature sono sistemi politici nel luno periodo molto meno stabili delle democrazie. E’ vero infatti che in una dittatura gli interlocutori non cambiano così spesso e trasmettono quindi una sensazione di stabilità , ma i dittatori, non avendo contropoteri che li controllino, perdono rapidamente il rapporto con il proprio paese e con la realtà , finendo per dar vita a sistemi corrotti e inefficienti, votati prima o dopo ad essere travolti dalla storia, con conseguenze spesso disastrose.
Sarebbe stato forse meglio pensarci prima, provare a condurre verso governi più efficienti e democratici quei paesi, invitare per tempo le oligarchie a farsi da parte? Facile domandarselo ma non è un compito facile: ho già espresso altre volte su questo blog le mie opinioni su quanto complesso sia il processo di democratizzazione e quanto complicato sia orchestrarlo. Ci sono tuttavia una serie di misure attraverso le quali si possono indurre fenomeni di modernizzazione e si pensi a quanto il miraggio dell’integrazione europea abbia spinto la Turchia su una strada virtuosa da questo punto di vista. Se un paese come il Marocco non ha manifestato fino ad ora gli stessi malcontenti degli altri paesi del Maghreb potrebbe essere per le politiche di cooperazione ivi sviluppate ed i loro risultati?
Non mancano in questi giorni coloro i quali giurano che l’Islam non è compatibile con la democrazia, eppure ben ricordo simili argomentazioni a proposito dell’incompatibilità dei paesi sudamericani con sistemi moderni, e invece bastò che gli Stati Uniti cessassero di sostenere i regimi dittatoriali del Sud America perché uno dopo l’altro quasi tutti i paesi del continente, verso la metà degli anni ottanta, diventassero democrazie e, con qualche scossone, diventassero ragguardevoli potenze mondiali.
I paesi del Maghreb richiedevano riforme che concedessero maggiori libertà in campo economico, dalle quali potesse germogliare una classe media in grado di chiedere sempre più autonomia e sempre più libertà , fino a congedare fisiologicamente i vecchi dittatori. Costava tanto negoziare questo genere di cose insieme al gas, al petrolio e alle odalische del bunga bunga? Probabilmente no, ma siamo purtroppo sempre legati alla visione miope delle elite politiche che, in Italia come altrove, guardano sempre all’effetto sul quotidiano, alla prossima mossa tattica, se va bene alle prossime elezioni, tanto il cataclisma forse non ci sarà e se ci sarà mica toccherà proprio a me. E invece sì…
Viva l’improvvisazione
Sul Corriere della Sera di qualche giorno fa il sociologo Giuseppe De Rita ha esposto ai lettori un’interessante tesi. Secondo lui infatti nella realtà di oggi ci troviamo a “fronteggiare solo delle contingenze: la ripresa degli sbarchi di immigrati, la esplosione politica del Nord Africa, il rientro dal debito impostoci dalle nuove direttive europee, l’egoismo aziendale di molte imprese che vivono di globalizzazione, la risistemazione della finanza locale in vista del federalismo, l’incidenza del permanere della crisi occupazionale sulle decisioni economiche delle famiglie, la bolla dei due milioni di giovani che non studiano e non lavorano“. La conclusione profonda che trae è che “siamo obbligati a introiettare la contingenza come riferimento strutturale di una cultura di governo meno nobilmente ambiziosa e più faticosamente quotidiana di quella che ha ispirato la politica negli ultimi decenni.”
Che cosa significa tutto ciò? Dove andiamo a finire seguendo il ragionamento del dottor De Rita? Direi esattamente dove siamo. Non so francamente dove abbia visto in Italia De Rita una “politica nobilmente ambiziosa” ma se oggi ci troviamo a dover affrontare una buona parte di quanto De Rita definisce contingenze è appunto perché la politica in questi anni è stata ben poco ambiziosa. Le emergenze che De Rita cita non sono state determinate da un meteorite che è piombato sulla terra, non stiamo parlando dell’invasione degli alieni, stiamo parlando dell’immigrazione, un fenomeno i cui rischi ci sono noti da decenni, della caduta di una serie di regimi i cui scricchiolii erano udibili anche dai meno avvertiti, del debito pubblico contro il quale Cossiga ci ammoniva già sul finire degli anni 80, della globalizzazione sulla quale si dibatte da metà degli anni ’90. Solo la crisi del 2008 è forse (e dico forse) qualcosa che è caduto su di noi in modo imprevedibile ma l’aver derubricato i problemi di cui sopra ci ha impedito di affrontarla nei tempi e nei modi più efficaci, come gli altri paesi europei hanno invece fatto. Non c’era tempo per riforme, per programmi di lungo termine, per politiche che guardassero un po’ più avanti, bisognava controllare i giudici, i giornali, accaparrarsi appalti e nel frattempo non perdersi nemmeno un punto di consenso perché perdere il potere poteva voler dire la fine, visto che gli armadi erano pieni di scheletri pronti a spuntar fuori come in un film horror. Oggi che anche i meno attenti si rendono conto di quanto la nostra classe politica abbia spinto nel baratro il paese, dopo anni di improvvisazione, di immobilismo, tutti presi a guadagnare posizioni di potere, a difendere il proprio diritto di farsi gli affari propri, qualcuno arriva e ci dice: “Perché non concludiamo che le riforme e i programmi sono inutili?“. Perché non elaboriamo il disastro dicendo a noi stessi cha abbiamo ragione noi e non quegli infelici che hanno che hanno programmato il futuro dei loro paesi e oggi non si trovano spiazzati come noi di fronte alle contingenze? E’ un bel modo per risolvere il problema e anche assolvere (perché no?) quella classe politica che è responsabile per prima di questo disastro, ma all’interno della quale chiunque conti un po’ in questo paese ha almeno qualche amico.
Intendiamoci, non vorrei banalizzare il tema, vi è un dibattito da almeno un secolo su quanto la politica debba limitarsi ad affrontare di volta in volta le ondate che la storia riserva ai sistemi sociali, o su quanto invece deve interpretare l’evoluzione della società e seguirne il corso modellando i sistemi sociali sulle base della direzione in cui la storia si muove. Non molto tempo addietro lessi un pezzo dello storico Edward Carr di critica verso un grande pensatore come Karl Popper, in cui affermava che la linea di intervento politico propugnata da Popper: “corrisponde a quello di un funzionario dell’amministrazione statale inglese che ha il compito di porre in atto la politica del governo […] ma non quello di mettere in dubbio i presupposti fondamentali e gli scopi ultimi. Si tratta di un’attività utile ma questa subordinazione della ragione alle condizioni poste dall’ordine esistente mi pare, alla lunga, del tutto inaccettabile“. Sarebbe quindi utile ripercorrere queste critiche e magari, per contro, l’esegesi di Popper. Ma lasciando per tempi migliori la dotta discettazione mi vien da dire che quando, dopo vent’anni di politica dell’improvvisazione nei quali abbiamo visto il nostro paese sfilarsi dal gruppo dei paesi più sviluppati come un ciclista in crisi, qualcuno mi dice che l’improvvisazione è il modo giusto di muoversi, mi sento come quello che è immerso nello sterco fino al collo ed a cui dicono che ciò che lo circonda non sono escrementi ma squisito cioccolato fondente. Per carità , Dottor De Rita, l’opinione pubblica non ha dimostrato in questi anni una sopraffina sagacia, ma prenderci tutti per idioti non è mai elegante.
Una squadra senza qualitÃ
Domenica allo stadio Via Del Mare di Lecce si è consumata l’ennesima roboante delusione della stagione juventina. A sette giorni dal convincente successo con l’Inter la Juve ha finito col soccombere di fronte al modesto Lecce, gravato di 4 giocatori squalificati (e pensare che per due bolognesi squalificati nella stessa partita ci mandarono in B!).
La cocente sconfitta non è certamente solo riconducibile all’espulsione di Buffon, giacché nei dodici minuti che Gigi ha passato tra i pali ha fatto in tempo a sventare un paio di palle gol ed un’altra l’ha sciupata Mesbah, e nemmeno quando nel secondo tempo Vives, con un fallo stupido e inutile, ha riaperto la partita, regalando alla Juve la parità numerica, i bianchieneri figli di Delneri hanno reagito con qualche efficacia. Rimane però il fatto che la Juve per la seconda volta quest’anno si è trovata dai primi minuti in inferiorità numerica (la prima era stata Juve-Parma per la follia di Melo) e per la seconda volta ha subìto, dopo di ciò, una sconfitta netta ed umiliante contro un avversario non irresistibile. Potrebbe essere interessante chiedersi se è una coincidenza e se non lo è il perché. Teniamo presente che le statistiche dicono che giocare in 80 minuti in 10 regali all’avversario mediamente 1,1 gol, non 4 come è successo al Parma né 2 (ma potevano essere molti più) come è successo con il Lecce.
Il gioco del calcio, come molti altri giochi di squadra, basa la sua fase offensiva sul tentativo continuo di trovare un giocatore smarcato da avversari che possa avanzare verso la porta avversaria o, se sufficientemente vicino alla porta avversaria, concludere l’azione verso la medesima. Nel calcio questo tentativo si attua fondamentalmente in due modi: movimentando la palla e i giocatori in modo da creare degli spazi in cui potersi incuneare, oppure saltando il diretto avversario. Quando si è uno di meno è molto difficile procedere nel primo modo perché per quanto si provi ad indurre gli avversari a lasciare degli spazi liberi, per quanto movimento si faccia, la coperta è sempre troppo corta: in quella situazione l’unico modo possibile per essere pericolosi è riuscire a saltare l’avversario diretto perché in questo modo si riguadagna, anche solo momentaneamente, la parità numerica. Nel calcio moderno la capacità di saltare l’avversario non è diffusissima ma ognuna delle squadre che capeggiano la classifica ha uno, due giocatori che sanno farlo con regolarità : Ibrahimovic e Robinho nel Milan, Eto’o e Sneijder nell’Inter, Lavezzi e Hamsik nel Napoli, Hernanes nella Lazio, Menez, Vucinic e Totti nella Roma. Alla Juve rimane il solo Del Piero che sempre più spesso parte dalla panchina e che non ha comunque più l’efficacia dei tempi migliori: per il resto punte da area di rigore, centrocampisti con piedi buoni che sanno ben movimentare il pallone ma nessun giocatore che sia in grado di saltare l’avversario. Qualcuno penserà : “Beh, c’è Krasic” che ha certo la capacità di saltare l’avversario ma solo sulla velocità e difficilmente il serbo può trovare lo spazio per lanciarsi in velocità quando siamo uno in meno. A dire il vero uno che sapesse saltare l’avversario ce l’avevamo ed era Diego, talento fragile e con poca personalità ma con i piedi inequivocabilmente buoni, però è stato lasciato andare al Wolfsburg l’estate scorsa senza cercarne un sostituto.
Il risultato è una squadra che, ogni volta che si trova in inferiorità , comincia a far circolare il pallone freneticamente a cercare di riproporre le stesse geometrie che in 11 funzionano ma in dieci diventano un tentativo continuo ma vano di quadratura del cerchio che si risolve in una completa abulìa. Possiamo lamentarci della follia di Melo o dell’eccesso di generosità di Buffon, ma il problema temo sia di un organico con troppe falle, troppe per poter affrontare credibilmente una stagione che doveva essere del rilancio ed invece continua ad assomigliare sinistramente a quella passata.
La piazza di tutti
Mi ha allargato il cuore la notizia secondo la quale, dopo la smobilitazione del lungo presidio dei manifestanti egiziani in Piazza Tahrir, un numero nutrito di volontari si sono preoccupati di ripulire la piazza dallo sporco lasciato dai molti giorni di permanenza dei manifestanti. Sarà stato senz’altro un atto più che altro simbolico, ma mi viene da dire che è un simbolo importante. E’ il simbolo dell’appropriazione che i cittadini fanno di ciò che fino il giorno prima era di qualcun altro, di un re, di un dittatore e del suo governo, e che oggi i cittadini egiziani sentono un po’ più loro. Una democrazia si alimenta proprio della percezione dei suoi cittadini che lo Stato la cosa pubblica sia qualcosa di proprio, la cui sovranità condividono con gli altri cittadini: è questa percezione che porta i cittadini a partecipare, ad esserci, a battersi per migliorarlo, come si fa con le cose che si percepiscono come proprie. In ultima analisi è proprio questo spirito che rende le democrazie più forti e più competitive delle dittature.
E proprio qui, credo, risiede la grande difficoltà che affligge il nostro paese: nel non riuscire a vedere lo Stato come cosa propria e più non lo si vede come cosa propria, più qualcuno pensa di poterne fare cosa sua in un circolo vizioso che ci porta, se non alla dittatura, ad una sorta di democrazia depotenziata, nella quale una classe di governo, eternamente rieletta per ignavia, fa i propri affari nel disinteresse del pubblico interesse, più o meno come accade nelle dittature, senza però il bisogno di difendersi dietro un apparato repressivo.
Non è un processo irreversibile, sia in una direzione che nell’altra, perché spesso fattori contingenti innescano o disinnescano questo meccanismo. Così quindi come c’è una speranza di rinascita civile per l’Italia, c’è il rischio che l’Egitto ricada all’indietro. Di certo abbiamo un bel vantaggio rispetto agli amici dell’altra sponda del Mediterraneo: riusciremo a non dilapidarlo completamente?
Radical chic
Commentando la manifestazione di Domenica scorsa il ministro dell’Istruzione e Università Mariastella Gelmini ha affermato: “Sono solo poche radical chic“. Al di là del concetto molto personale che il Ministro ha dell’espressione “poche”, visto che si parla più o meno di un milioncino, quando un termine non tradizionale comincia ad essere usato anche dalla Gelmini direi che ha raggiunto davvero le parti più recondite della nostra cultura e val la pena di soffermarcisi. Sembra che il termine “radical chic” nasca dalla definizione che un giornalista americano dava dei borghesi locali che sostenevano i Black Panther e che il termine fu importato in Italia da Montanelli. Negli ultimi anni questo termine è stato rivalutato ed è diventata un’espressione usata ed abusata dall’establishment berlusconiano.
Il termine storicamente aveva preso a designare quei rappresentanti della borghesia che, in un’epoca di scontro di classe, prendevano le parti dei più umili anziché della borghesia stessa e che venivano considerati quindi alla stegua di traditori. Adesso però lo scontro di classe non c’entra più nulla, anzi i valori che la manifestazione di ieri propugnava sono quelli cari alla borghesia: di misura, etica, moralità , tanto da far definire i suoi partecipanti moralisti da molti dei generali berlusconiani. Che c’entra allora il termine “Radical chic”? C’entra perché il termine negli anni ha trasformato il suo significato a designare, da parte dei boiardi della politica, quella borghesia che non sta in riga, che non si fida, che non se ne sta a casa, che sfida il potere. Qui bisogna ricordarsi che l’Italia è un paese nel quale la borghesia non ha mai avuto l’autorevolezza che altrove in Europa è stata sua. La borghesia italiana ha sempre preferito defilarsi dalla politica, delegata nel ventennio alla rassicurante gerarchia fascista, e nel quarantennio della Prima Repubblica ad una struttura politica fortemente burocratica come quella democristiana che la rassicurava contro il pericolo comunista. La borghesia è quasi sempre rimasta davanti al focolare domestico, preoccupandosi di portare a casa la pagnotta e mai troppo concentrata su quanto succededeva negli oscuri palazzi della politica. Sparito il pericolo comunista la borghesia provò a far la voce grossa nei primi anni ’90 ma si disperse rapidamente tra chi seguì il cammino progressista e chi gli slogan leghisti o quelli berlusconiani, in una posizione comunque subalterna. Cambiate così le facce della politica, la borghesia si ritirò per lo più di nuovo attorno al suo focolare, alla sua fabbrichetta, al suo quotidiano, lasciando che chi era stato messo al posto della classe politica precedente non facesse altro che rioccupare gli spazi lasciati liberi, con lo stessa segreta convinzione di chi l’aveva preceduto: ovvero che il segreto della politica italiana sia quello di guadagnare abbastanza potere da non poter essere più scalzato dalla propria seggiola.
Oggi siamo giunti di nuovo ad un punto di rottura, ad un punto nel quale quella borghesia si è decisamente rotta i maroni: si è rotta i maroni di continuare a starsene di fronte al focolare per mandare avanti un paese i cui governanti passano le giornate ad arricchire i propri sodali e le serate con donnine di facili costumi. In quella borghesia c’è un’ala progressista che da un pezzo si è rotta i maroni, ed un’ala conservatrice, che se li era rotti più o meno allo stesso modo, ma che conteneva la propria frustrazione per paura di far vincere l’avversario e oggi, probabilmente nella speranza nel Terzo Polo, può dar voce al proprio sdegno. Ci sono certo altre componenti certo tra chi è sceso in piazza Domenica e non voglio sottovalutare la caratterizzazione femminile, ma la notizia è soprattutto che c’era la borghesia ed è la notizia più allarmante per chi si ostina ad occupare lo Stato.
Di tutto questo si è evidentemente accorta la Gelmini, che non è una cima, ma ha capito che la rivolta non è più solo rivolta della sinistra, ma rivolta della classe media, e contro di essa vale ben poco mobilitare il popolo dei pensionati e delle casalinghe. Per questo, di fronte all’esito di Domenica, la reazione dei berluscones è disorientata: si va dall’insulto (più o meno camuffato) a chi invece invita a tornare proprio al focolare borghese.
Sarà insomma la volta buona per la borghesia italiana? Sarà l’inizio di una nuova era o la classe media, dopo aver fatto la voce grossa, tornerà a casa a guardare Domenica In, dopo esser stata rassicurata da qualche nuovo imbonitore? Non ci vorrà molto per scoprirlo…
Cose che non cambiano
Nella storia della Juventus spesso il 2006 è sentito come uno spartiacque, un punto di discontinuità netto tra un’età felice ed una buia. Quando però le magliette bianconere si incrociano con le tante vituperate magliette nerazzurre è come se il tempo si riavvolgesse e la Juve tornasse ai fasti di allora. Nonostante la compagine sabauda abbia in questi anni costantemente guardato dal basso in alto gli avversari (chiudendo i tre scorsi campionati con una media di 16 punti in meno dell’Inter), quando si tratta di affrontare direttamente i rivali le cose cambiano e, dopo il successo di Domenica sera, il bilancio delle ultime quattro stagioni è che in otto gare di Campionato la Juve ha vinto 3 volte, pareggiato 3 volte e perso solo 2 volte. Insomma c’è qualcosa di assolutamente speciale, quasi surreale, nello Juve-Inter di questi anni e l’edizione di Domenica sera è rientrata pienamente in questa regola.
La Juve arrivava a quest’incontro dopo aver appena interrotto una serie disastrosa, questo mentre l’Inter invece galleggiava sull’entusiasmo dell’arrivo di Leonardo e del rilancio che il brasiliano sembrava aver portato in casa nerazzurra. Insomma si poteva tranquillamente pensare al peggio. Nonostante questo, l’entusiasmo del pubblico era ai massimi storici, il catino dell’Olimpico tuonava come mai in questo Campionato e la squadra pareva dimostrarsi sensibile a tutto ciò con un avvio anche troppo audace. Le prime controffensive avversarie potevano indurre alla prudenza, ma la Juve pareva animata da un sacro furore e mentre Krasic sulla destra si trovava, come spesso da quando lo affianca Sorensen, isolato e fuori dal gioco, sulla sinistra Chiellini, di nuovo convincentissimo come difensore laterale, si sovrapponeva ad un esplosivo Claudietto Marchisio che quando vede l’Inter sembra trasformarsi. Al centro Aquilani e Melo combattevano aspramente con la ragnatela nerazzurra e raramente erano abbastanza lucidi da sostenere con fantasia il gioco, ma trovavano in Matri e Toni due riferimenti offensivi talmente efficaci che era fin troppo facile servirli. La difesa sorprendentemente reggeva, il sirenetto Sorensen non si faceva spaventare da Eto’o e la coppia Barzagli-Bonucci pareva davvero ben assortita. Il tutto produceva un primo tempo nel quale il gol di Matri non era che il risultato di un continuo lavorìo ai fianchi e nel quale l’Inter pungeva pochissimo.
Se il primo tempo era stato sorprendente, l’inizio del secondo andava ancora oltre e prima Toni, poi Matri ed infine Chiellini si mangiavano il 2-0 che avrebbe reso epica la serata. La Dea Bendata non si limitava però a frustrare i tentativi di raddoppio bianconeri: decideva infatti di attendere al varco il primo cambio di Delneri, Iaquinta per l’eroico Toni, per scatenare una incrdibile serie di infortuni. Nel giro di un minuto si facevano male Matri, Marchisio e Melo, Delneri sceglieva di togliere i due centrocampisti e lasciare l’ex-cagliaritano in campo a fare numero. E così l’ultima mezzora proponeva la Juve virtualmente in dieci, con l’Inter che si riscuoteva come uno squalo che sente la scia di sangue della preda. Vedere Eto’o e Sneijder attaccare le mura dell’area bianconera era un po’ come vedere gli orchi assediare la fortezza del Fosso di Helm, ma con la stessa tenacia dei seguaci di Théoden e Aragorn, i seguaci di Buffon tenevano duro e le mura resistevano. Una breccia la apriva poi imperdonabilmente Pepe quando tentava una sconsiderata sortita, l’Inter ne approfittava con la sua inesorabile velocità ed era Eto’o ad incaricarsi di appoggiare in porta il pallone dell’1-1, ma la Dea Bendata decideva che qualcosa doveva pur tornare alla Juve ed il pallone si impennava fino a sbattere sulla miracolosa traversa. Era finita, era finita bene.
Sarà vera gloria? Juve-Inter ha una fenomenologia talmente strana da non lasciare troppe illusioni sul fatto che il successo basti a rilanciare la Gà¶ba. E’ vero però che Matri e Toni sembrano avere la condizione per essere quei riferimenti offensivi che alla Juve erano mancati dall’inizio della stagione e la soluzione Chiellini laterale, se non garantisce grande qualità , permette almeno di intercettare molti dei problemi difensivi che nascevano dalla fragilità delle fasce laterali. Insomma, la strada verso la Coppa Campioni è tutta in salita ma qualche chance in più di raggiungere la vetta forse da oggi la Juve ce l’ha…
Basta con Calciopoli? Proprio ora?
Durante il ritiro della nazionale, tenutosi in settimana, il portiere della Juve Gianluigi Buffon, è stato fatto oggetto da parte del giornalisti del tentativo immancabile di scaldare con qualche bella polemica i giorni che avrebbero condotto a Juve-Inter (in programma domani sera), rinfocolando le discussioni su Calciopoli. Buffon ha risposto: “Basta con Calciopoli, guardiamo avanti“, nel tentativo chiaro di dribblare polemiche e discussioni. Capisco benissimo la risposta di Gigi, purtroppo però l’uscita di Buffon è stata subito strumentalizzata da un drappello di personaggi che hanno pensato bene di sfruttare le parole del portierone (prontamente rettificate dallo stesso) per manifestare il proprio desiderio che in effetti Calciopoli finisca finalmente nel dimenticatoio. Suona davvero curioso che qualcuno possa pensare che sia il momento di dimenticare. Potevamo dimenticarcene all’indomani delle sentenze sportive quando sembrava chiaro come erano andate le cose: la Juve aveva truccato il Campionati, altri avevano tollerato contando su qualche piccolo favore, altri erano rimasti fuori da questo sistema e ne andavano fieri. Era tutto chiaro, le sanzioni erano giuste forse anche miti e ci si poteva mettere il cuore in pace.
Poi però qualcuno trovava il tempo di leggersi le carte e scopriva che la cosa non era così semplice, che le ammonizioni mirate non esistevano, che il sorteggio arbitrale non era truccato, che l’arbitro che avrebbe dovuto essere il referente, De Santis, arbitrava poco la Juve e quando la arbitrava la scontentava, che il contenuto di molte delle conversazioni che erano rimbalzate sulla stampa era stato del tutto travisate (pensiamo al famoso “Ho dovuto dare il rigore” dell’arbitro Dondarini), tanti dubbi insomma ma un’apparente certezza: Moggi chiamava con continuità i designatori, li incontrava, ci andava a cena, gli altri no. Si può condannare qualcuno per corruzione solo perché incontra qualcun altro se non si scopre cosa si dicono? Teoricamente no, però rimaneva l’impressione che in quel rapporto ci fosse qualcosa di oscuro, anche perché apparentemente esclusivo. Avrebbe potuto finire così, con la sensazione di una sanzione sproporzionata, forse ingiusta ma a fronte di un comportamento fuori dalle righe da una regola non scritta.
E invece non era finita neanche così, si è scoperto che anche i dirigenti delle altre società chiamavano, incontravano, familiarizzavano con i designatori, e addirittura con gli arbitri stessi. Si scopriva che chi aveva sbandierato la propria estraneità ai fatti teneva comportamenti anche più ambigui di quelli di Moggi. Si scopriva che non risulta che il capo della cupola arbitrale, il solito De Santis, parlasse mai con Moggi ma certamente parlava spesso con Facchetti, Presidente dell’Inter. Si scopriva che lo stesso Facchetti andava negli spogliatoi prima degli incontri a lanciare velati avvertimenti agli arbitri. Si scopriva che Bergamo prometteva a Facchetti di aiutarlo a rimediare la situazione e l’Inter iniziava a risalire la classifica. In sostanza i comportamenti ambigui erano diffusi, e non esclusiva di Moggi, anzi spesso quelli di altri erano ben più ambigui di quelli di Moggi. Ovviamente quale comportamento sia più ambiguo è puramente soggettivo, ma la distanza tra una retrocessione con 9 punti di penalizzazione addizionale e uno scudetto assegnato per meriti sportivi è talmente abissale da non lasciare spazio alla soggettività .
Oggi quindi siamo qui, ansiosi di sapere come sono andate davvero le cose, ansiosi di sapere se un’inchiesta che ha prodotto una sentenza così iniqua sia stata solo il frutto di leggerezza oltre ogni limite o di malafede, ansiosi di sapere se il Procuratore della Repubblica Narducci, che che non ci sono telefonate che coinvolgono dirigenti dell’Inter, ha mentito deliberaramente oppure è solo stato male informato, ansiosi di sapere se la Federazione ha intenzione di chiedere scusa ai milioni di tifosi di calcio italiano, i cui sentimenti sono stati vessati e traditi. No, non è proprio il momento per dire basta. Prima che ciò accada, ci sono un sacco di domande che si aspettano un sacco di risposte
