De minimis non curat praetor
In una recente intervista l’ex-sindaco di Venezia Cacciari (ultimamente protagonista di varie uscite curiose) si è lamentato del fatto che, facendo il Sindaco, ci si trovi a combattere contro una serie di problematiche banali e minimali che sottraggono tempo alle esigenze più strategiche e di larghe vedute. Gramellini su La Stampa ha ripreso questo commento nei giorni seguenti sottolineandone l’assenza più che altro di pragmatismo. Eppure in quelle parole personalmente non ho trovato tanto lo sfogo di un filosofo disadattato traumatizzato dal contatto che ha avuto con la realtà , ma ho ritrovato ben di più molte delle discussioni salottiere su come la politica debba approcciare i temi di ordinaria amministrazione: la sicurezza, il traffico, la convivenza civile quotidiana.
Qualcuno si ricorderà ancora della polemica che lacerò l’allora governo di centro-sinistra a proposito dell’ordinanza del Comune di Firenze contro i lavavetri. Uno degli argomenti più frequenti di quella polemica era: “Prendersela con i lavavetri? Scherziamo? Bisogna combattere il racket, la Mafia, la Camorra!” Il punto è che l’amministrazione di qualunque organizzazione, da un condominio ad un Comune, presuppone una visione delle esigenze presenti e quotidiane insieme a quelle future e strategiche. Ignorare le une o le altre è comunque deprecabile.
Uno degli spartiacque più comuni in politica è tra quelli che considerano più urgente la cura delle problematiche quotidiane (definiti comunemente conservatori) e quelli che invece considerano prioritario il disegno di un processo di sviluppo strategico in armonia con l’evolversi delle condizioni al contorno (definiti comunemente progressisti). Personalmente mi riconosco di più nei secondi semplicemente perché, a mio avviso, la tendenza a far pesare di più il piatto della bilancia che guarda alla pancia dei cittadini è vizio diffuso, ma non si può governare senza occuparsi della strada da asfaltare, del lavavetro arrogante, degli schiamazzi notturni. Ho l’impressione che la tendenza, purtroppo molto diffusa in Italia, a vedere la politica come una lotta del bene (il nostro partito) contro il male (gli altri) porti a pensare molti di quelli che si riconoscono in un fronte progressista che chi governa in nome suo debba necessariamente tralasciare quali inutili perdite di tempo l’amministrazione del quotidiano, e chi non la pensi così viene subito etichettato come conservatore se non populista. Cacciari non esprime altro che lo scontro di questa visione, ahimé molto diffusa, con la dura realtà che ci si ritrova sul campo.
La realtà è poi semplicemente che non è accettabile che chi ci governa faccia necessariamente una scelta e che chi non sappia organizzare contemporaneamente la gestione dell’ordinaria amministrazione con una visione strategica non è semplicemente in grado di svolgere un ruolo di governo.
La responsabilità civile dei ministri
Sprecare a profusione il denaro altrui è operazione abbastanza comune e non sempre i ministri della Repubblica fanno eccezione. Ce n’è uno però che sembra essere un autentico professionista: il Ministro degli Interni Maroni. Due anni fa il suo ministero fu incaricato di organizzare i referendum per l’abolizione della legge elettorale Calderoli (il cosiddetto “Porcellum”). Il nostro Ministro, pur essendo previste nello stesso periodo in cui si sarebbero dovuti celebrare i referendum le elezioni europee e amministrative, fissò la data in un fine settimana diverso, in cui non ci fosse null’altro previsto. Questo con ovvi danni economici alla collettività che si stimarono dai 170 milioni secondo il Ministero ai 400 milioni secondo uno studio che conteggiava anche i costi indiretti (ovvero i costi per la collettività legati alla tornata elettorale supplementare). La giustificazione che addusse Maroni alla sua scelta fu di evitare la confusione nei cittadini, che così oltre che pagare qualche centinaio di milioni in più si videro pure dare degli idioti. Alla fine le aspre polemiche che ne seguirono portarono il Ministro ad un compromesso abbastanza ridicolo: il referendum fu infatti organizzato in coincidenza con il ballottaggio delle amministrative. Così si ridusse solo lo spreco senza eliminarlo, si creò ancora maggiore complessità e alla fine il referendum disse che gli italiani erano favorevoli ad abolire la legge ma la mancanza di quorum rese inutile il pronunciamento: un fallimento totale ed uno spreco di denaro pubblico vergognoso senza nessun vantaggio se non per chi voleva tenersi una legge elettorale cervellotica e che offre poche garanzie di stabilità .
Quest’anno è prevista una nuova tornata referendaria e il nostro Maroni ha pensato bene di ripetersi fissando le date dei referendum nuovamente in una data diversa da quella delle elezioni amministrative. Quest’anno non ci sono elezioni sull’intero territorio nazionale (a differenza delle europee del 2009) ma sovrapponendo i referendum alle elezioni amministrative avremmo almeno contenuto i costi, ma non sono mica soldi di Maroni: “e allora sprechiamo un po’” – si sara detto il ministro leghista – decretando che un altro paio di giorni si dedicheranno ai soli referendum a Giugno (con la cortese collaborazione di alcuni esponenti dell’opposizione che hanno disertato l’aula della Camera quando si votava in merito). Per darvi un’idea il governo ha appena fatto indispettire milioni di italiani alzando le accise sulla benzina, con le ovvie ricadute negative sull’economia, per recuperare i 236 milioni di tagli che altrimenti si sarebbero abbattuti sulla cultura. Quei soldi avrebbe potuto recuperarli Maroni, almeno in parte, ma ho l’impressione che il problema sia proprio quello sopracitato: che non sono soldi suoi.
Ma allora, in tempi nei quali si invoca la responsabilità civile dei giudici, perché non invocare anche quella dei ministri? E perché non una bella class action dei cittadini italiani contro Maroni o contro i ministri spreconi che sacrificano denaro pubblico ai propri interessi di bottega? Forse di fronte alla prospettiva di dover sborsare di tasca sua qualche centinaio di milioni, pur dall’alto del suo stipendio da Ministro e Deputato, anche il Ministro Maroni avrebbe qualche esitazione a fissare i referendum in date improbabili? Non trovate?
Guerra o non guerra?
Devo ammettere che sono un po’ confuso. Sono passati 8 anni da quando andai a Roma con qualche centinaio di migliaia di altre persone (se ben ricordo secondo la questura eravamo io e un mio amico) per manifestare contro la guerra in Iraq. A distanza di 8 anni siamo di nuovo ad ascoltare il tuono dei cannoni, ma questa volta le bandiere multicolori sono rimaste per il momento nel cassetto, lo stesso dove fino a pochi giorni fa c’era ancora il tricolore. Di fronte ai bombardamenti su Tripoli le voci dissenzienti sono poche e nemmeno troppo stentoree. Da una parte c’è la Lega che si oppone, un po’ per isolazionismo a tutti i costi, un po’ per poter alimentare il terrore di un’invasione di immigrati, un po’ forse perché l’idea di accorrere a sostegno dei ribelli dà a costoro la patente di buoni e l’idea che ci sia un arabo buono alla Lega non può andare giù. Poi c’è Vendola che ci spiega che se fosse in Parlamento voterebbe contro, ma naturalmente non sta in Parlamento e allora pazienza. C’è naturalmente Grillo che è contrario ma Grillo è contrario a troppe cose per fare testo. Di sicuro l’orientamento dell’opinione pubblica rispetto a questa guerra è molto diverso rispetto a quello che accompagnò la guerra in Iraq. Perché questo cambiamento? Ci sono delle ragioni concrete?
Iniziamo col dire che il contesto è sicuramente diverso. L’Iraq era un paese in cui non mancavano le tensioni contro Saddam ma era in pace. Portarci la guerra è stato un atto di mera aggressione: il fatto che il pretesto per questa aggressione fossero le celebri “armi di distruzione di massa” e che si trattasse di una truffa vergognosa i cui responsabili dovrebbero rispondere di genocidio è un discorso più ampio, ma anche se le motivazioni fossero state più fondate e più nobili, di aggressione si sarebbe comunque trattato. In Libia invece c’è la guerra civile e l’intervento può essere spacciato, almeno in teoria, come intervento teso a por fine ad un conflitto, e minore anche il rischio di sollevare il risentimento antioccidentale delle masse arabe. Nella realtà però l’attacco occidentale pare molto di più come un intervento teso a parteggiare per uno dei due fronti piuttosto che un intervento di pacificazione: è pur vero che è ben difficile intervenire militarmente limitandosi a dividere, perché per dividere devi in genere colpire chi sta vincendo e se stessero vincendo quelli per cui parteggi non ci sarebbe bisogno di intervenire. E’ da considerarsi illegittimo intervenire in un conflitto per qualcuno che ritieni abbia ragione? Era illegittimo intervenire a fianco della Polonia contro la Germania di Hitler? La nostra etica ci dice che Gheddafi è un pessimo elemento e chi vi si oppone deve essere per forza migliore, ma ne siamo proprio certi? E anche se lo fossimo, questo ci dà questo diritto ad entrare in Libia e decidere chi deve vincere la guerra civile? Non ci esponiamo all’arbitrio del primo bulletto a cui prudono le mani? Non rischiamo allora di giustificare anche Mussolini solo perché era soggettivamente convinto che Hitler fosse migliore della Francia e della Gran Bretagna?
L’attacco occidentale alla Libia farà delle vittime, militari e civili. Dobbiamo considerarci responsabili di quelle vittime? Certo, forse se non fossimo intervenuti le vittime sarebbero state molte di più, forse la Libia sarebbe stata riempita di fosse comuni di ribelli giustiziati, ma è un’ipotesi, una scommessa, nulla di più…
Ma allora qual è il principio che dobbiamo seguire? Non si aggredisce nessuno, ma se c’è già una guerra siamo autorizzati a parteciparvi al fianco di chi ci piace di più? Oppure la guerra non la si fa mai, se non per difendersi? Ma se pensi che dopo toccherà a te, anticipare le mosse del nemico attaccandolo può configurarsi come legittima difesa?
Oppure possiamo pensare che, così come il monopolio dei mezzi coercitivi in una società moderna è detenuto dalla polizia, ci sia una polizia internazionale che intervenga laddove si compiano atti violenti? Ma gli atti violenti sono sparare sulla folla o anche solo ammazzare una giornalista che fa inchieste scomode? Nel secondo caso, e forse anche nel primo, temo che una lunga di lista di paesi sarebbero poco propensi a stare sotto l’egida di una tale polizia…
Troppe domande, vero? D’altronde l’avevo scritto all’inizio che ero confuso. Le alternative a questa ridda di domande e dubbi sarebbero non far la guerra mai, neanche in caso di aggressione, ma poi il primo invasato può conquistarti ed imporre lo svedese come lingua ufficiale, oppure la guerra la puoi fare sempre, senza tanti problemi, come usavano fino a qualche secolo fa, ma nel frattempo ci siamo civilizzati e la guerra con tutti quei morti ci dà un po’ fastidio.
Non rimane nulla? Beh, una cosa mi viene in mente. Proviamo a mettere da parte questioni di principio e guardiamo al cinico perseguimento di determinati obiettivi che poi è quello che fa chi ci governa. Quali sono i nostri obiettivi? Poter vivere in pace e importare materie prime ai costi più favorevoli, direi. Fino a ieri abbiamo puntato su qualche dittatorello locale che ammansivamo con qualche perlina, avendo in cambio stabilità e bassi costi energetici; adesso scopriamo che invece i dittatori, almeno dalle parti del mondo arabo, cominciano a non essere più tanto popolari: la gente si ribella, ci sono disordini: meglio qualche bella democrazia che faccia stare tutti più tranquilli allora? Sicuramente, però a differenza del dittatorello, la democrazia è molto più complicata da installare, ci vogliono delle premesse socio-economiche e culturali perché una democrazia funzioni, senza le quali un sistema politico istituzionalmente democratico implode presto in un sistema autoritario e siamo daccapo con le proteste, gli spari sulla folla e il prezzo del petrolio che ricomincia a salire. E allora come possiamo fare? Aprire scuole e università , favorire la nascita di una classe media finanziando l’imprenditoria locale? Sembra molto costoso (anche se pare che la prima notte di bombardamenti sia costata già 58 milioni di Euro) e ci vuole molto tempo, nel frattempo il costo dell’energia rimane alto e noi come facciamo? Bisognerebbe forse muoversi prima, iniziare a porre come condizione degli accordi commerciali le riforme, la modernizzazione, lo sviluppo sociale e civile ma è una roba complicata da gestire come merce di scambio: non si vede, non si tocca, non porta popolarità e consenso.
Il problema di fondo è che nell’immenso scenario della storia i Gheddafi, i Bin Laden, i Saddam Hussein sono solo miseri figuranti che si possono mettere e togliere senza che cambi molto: sono i processi storici, è l’evoluzione di tali processi (evoluzione della società , dell’economia, della cultura) il toro che bisogna prendere per le corna se si vuole cambiarne il corso. Prendere per le corna un toro senza usare violenza è piuttosto difficile e presuppone una delicatezza ed una strategia di lungo termine che è dote molto rara tra i politici di casa nostra (e anche quelli non di casa nostra), ma rinunciare a prendere il toro per le corna può significare consentire a qualcun altro di farlo al posto nostro e magari di aizzare pure il toro contro di noi.
Nel mio piccolo continuerò ad essere fermamente contrario a quelle guerre che portano distruzione e morte senza dare nulla in cambio a chi la subisce, e semmai perplesso sull’alea che sta dietro ad altre come a quella che andiamo a combattere in Libia, escludendo comunque che l’idea di sparare missili su qualcuno possa mai entusiasmarmi. Continuerò anche però a ricordare che anche le guerre più ineluttabili sono il frutto di superficialità , di scarsa programmazione, di incapacità di guardare abbastanza lungo da evitare che si creino le condizioni perché la guerra diventi l’unica risorsa rimasta.
Perché ho festeggiato
Tra moltissime bandiere tricolori esposte alle finestre, tanta retorica certo, ma anche tanta sincera emozione e autentico fervore, si è consumata la festa per il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. Anche le contestazioni non sono mancate e non parlo solo di quelle più note dei leghisti ma anche di quelle meno pubblicizzate degli autonomi napoletani contro l'”annessione” del 1861. Se vi interessa: io ho festeggiato, con tanto di bandiera al balcone e ci terrei a raccontarvi anche il motivo per cui ho festeggiato.
Prima di farlo però provo a fare una premessa sul concetto di patria così spesso tirato in ballo in questi giorni: patria è un termine con connotazione prettamente emotiva associato al concetto di nazione. A sua volta per nazione si intende solitamente un insieme di persone che, condividendo una serie di elementi comuni (lingua, sistema culturale, sistema sociale, caratteristiche etniche, cammini storici)Â condividono un sentimento di solidarietà reciproca che li porta con naturalezza a ritrovarsi nelle istituzioni di uno Stato, detto appunto Stato nazionale. Tuttavia in una visione più materialista, in cui personalmente mi trovo più a mio agio, si possono anche rovesciare i termini del discorso e ipotizzare che invece la nazione sia un insieme di persone che, volenti o nolenti, la storia ha posto di fronte alla necessità di condividere comuni istituzioni statuali e che quindi si ritrovano ad andare in cerca di comuni radici culturali, storiche, linguistiche, rituali o simboliche, per dare un senso ad un progetto di convivenza sotto uno stesso tetto politico. Meno si è predisposti, per abitudini e cultura, ad accogliere con entusiasmo un’entità statuale (qualunque sia il suo nome e la sua origine) e l’organizzazione sociale che la presuppone con le sue regole e le sue costrizioni, e maggiore sarà la freddezza con cui si accoglieranno eventuali iniezioni di simboli e rituali tesi a cementare un istinto nazionale. Ho l’impressione che, se nei centocinquant’anni della patria italiana ce n’è fregato ben poco, non è tanto perché i suoi promoter non sono stati all’altezza, ma perché gli italiani sono per abitudine culturale (questa sì estesa all’intero stivale) restii ad accogliere una qualunque organizzazione sociale che si estenda oltre ad una ristretta cerchia di conoscenze che corrisponda al concetto di clan. Oggi il padano ci spiega che non festeggia perché l’unità d’Italia è stato un tragico errore che ha portato un peso intollerabile al Nord, peso senza il quale sarebbe una delle principali potenze europee (dimenticandosi che se il Nord è così sviluppato è perché ha avuto un mercato privilegiato nel Sud); il partenopeo invece ci spiega che non festeggia perché con l’unità d’Italia il sud è stato assoggettato ad un regime di colonizzazione che l’ha votato ad un destino di sottosviluppo (dimenticandosi che, quando le è stato consentito di esprimere un consenso, l’Italia del Sud non ha mai mancato di dare il suo sostegno alla classe dirigente italiana) . La mia impressione è che gli uni e gli altri farebbero gli stessi ragionamenti anche se la bandiera che sventola sul balcone di fronte al loro fosse diversa. Ho l’impressione che in un’ipotetica Repubblica di Sardegna i veneti si scaglierebbero contro Torino ladrona ed in un’ipotetica repubblica delle Due Sicilie i siculi si lamenterebbero dello sfruttamento che ne fanno i campani. Escludo che questa caratteristica possa essere iscritta nel DNA degli italiani, ma sono portato a pensare che l’avere avuto a lungo entità statuali deboli se non controllate dalle potenze straniere abbia contribuito a questo rigetto nei confronti del concetto di nazione e quindi di patria.
Così ho sbandierato anch’io, ho cantato l’inno e mi sono un po’ commosso. Sì, lo so che Garibaldi era un avventuriero, che Cavour era un vecchio volpone e che a Vittorio Emanuele II gli puzzava pure l’alito. Lo so che molte delle forze che hanno unito il paese lo hanno fatto per interesse e che lo si poteva fare senz’altro molto meglio. Lo so che dall’unità d’Italia in poi Nord e Sud hanno intrapreso un rapporto malato di reciproca dipendenza e reciproca insoddisfazione. Lo so che in Germania sono bastati meno di 20 anni per riequilibrare Est e Ovest mentre in Italia lo squilibrio tra Nord e Sud è rimasto enorme. Ma non è tenendo la bandiera nel cassetto che cambieremo la storia.
Lo so anche che il concetto di stato nazionale è in fase di decadenza e che gli stati cederanno sempre più potere alle entità sovranazionali, il cui potere crescente è necessario a controbilanciare quello sovranazionale dell’economia, e che quindi tra entità di dimensione regionale e istituzioni continentali il livello intermedio diventerà in futuro sempre meno necessario. Che però la storia ci obblighi in futuro ad essere europei o ad essere padani, qualunque sia la bandiera che ci troveremo a sventolare, se verso le bandiere continueremo ad avere l’attuale allergia ci ritroveremo più deboli e più fragili degli altri.
Alla fine quindi il motivo per cui ho messo la bandiera al balcone è fondamentalmente terapeutico: è la speranza che una overdose di simboli nazionali aiuti gli italiani a sentirsi, almeno per un po’, una nazione, una qualunque.
Il Tuttosport ribelle
Nei giorni scorsi la Juventus ha emesso un comunicato in cui criticava duramente Tuttosport per aver ipotizzato la sostituzione dell’allenatore Delneri, ipotesi secondo la società priva di fondamento. Visto che i quotidiani sportivi sono costantemente corredati di voci, spesso infondate, sul mercato di calciatori è allenatori, l’impressione è che dietro al comunicato si nasconda una certa irritazione per le critiche pesanti di Tuttosport a Delneri ed alla dirigenza, avanzate nelle ultime settimane. Francamente mi ha fatto discretamente sorridere l’idea suggerita dalla Juventus del Tuttosport come giornale troppo graffiante nei suoi attacchi alla società . Ci sarebbero tonnellate di citazioni di titoli proposti negli ultimi 12 mesi incensanti la nuova dirigenza, la squadra e le sue prospettive, o di prime pagine che sembrano fatte apposta per minimizzare i primi insuccesi. Tra tutte però ne ricordo una che sta un gradino sopra: all’indomani del pareggio in casa contro il Salisburgo che prospettava l’eliminazione dalla Coppa Europa, il Tuttosport aprì il giornale con un titolo il cui livello manipolatorio poteva far invidia a Il Giornale: “Juve, l’Europa porta sfortuna!”. Il messaggio subliminale era: tifosi, non preoccupatevi, siamo eliminati ma è meglio così, perché la coppa porta infortuni, fatica e grattacapi.
Tuttosport è da molti anni un quotidiano con connotazione più provinciale (ed è tutto dire… ) rispetto agli altri quotidiani sportivi ed in particolare dopo Calciopoli e dopo la guerra che i tifosi bianconeri hanno intrapreso contro la stampa italiana, ha ancor più saldamente assunto il ruolo di quotidiano di riferimento di casa Juve. Ovviamente è però vero che le entrate del quotidiano vengono alla fine dalle vendite e il fatto che quindi Tuttosport si sia rassegnato a cavalcare la rabbia dei tifosi, dopo essersi ingegnato in ogni modo per placarla, mi pare appena il minimo che ci si possa aspettare da un giornale che non ha interesse a diventare lo zimbello dei suoi lettori. Che poi oggi la classe dirigente italiana sia talmente abituata ad avere una stampa addomesticata da non tollerare nessuna critica e nessun attacco, seppur parziale e tardivo, non stupisce affatto.
L’ingenuità di Fini
Intervistato Domenica da Maria Latella su Sky, il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha commentato una frase pronunciata nei giorni precedenti da Berlusconi “Con la riforma della Giustizia non ci sarebbe stata Tangentopoli”, dichiarando quanto segue:“Che significa? Che un sistema di corruzione non sarebbe stato svelato? àˆ evidente che se per Tangentopoli si intende un sistema diffuso di corruzione, voglio trovare qualcuno che dica che sarebbe stato meglio tenerlo nascosto.”. Fossi in Fini proverei a cercare quel qualcuno tra quelli con cui ha mangiato la merenda per quindici anni.
Io voglio essere comprensivo: ci saranno stati dei compromessi a cui scendere, ci saranno stati dei bocconi da mandar giù, ma il nostro Fini è stato per quindici anni fedele alleato di quelli che cercano di convincerci che la corruzione in Italia è un’invenzione dei giudici. Il risultato è stato il disfacimento della destra italiana trasformata nel partito della corruzione e del malaffare, senza legge e senza limiti. Ora Fini si è svegliato dal torpore è ha deciso di risfoderare vecchi cavalli di battaglia della destra, messi in soffitta da Berlusconi, come legge e legalità . E’ un tentativo lodevole e spero che abbia più successo di quello che ha conseguito finora, ma sarebbe più onesto non nascondere dietro una foglia di fico la cloaca in cui Fini, negli ultimi quindici anni, ha contribuito a trasformare la destra italiana. Nessuno gli impone le scuse formali, nessuno gli chiede di camminare sui ceci, ormai in questo disgraziato paese un malfattore pentito lo consideriamo già una benedizione, ma almeno Fini non ci prenda per i fondelli, per favore…
Questa sentenza non s’ha da fare
Quando si parla di sentenze e del tentativo di differirle, si pensa subito ai processi a esponenti politici e magari a quelli a Berlusconi, ma il caso di cui vorrei parlare non c’entra con la politica ed ha soprattutto una straordinaria peculiarità : al contrario di quanto avviene di solito, non sono le difese a allungare i tempi in modo artificioso, ma sono i PM a cercare ogni modo per dilazionare i tempi, in vista di una possibile prescrizione. Si tratta del processo di Napoli a Luciano Moggi e agli altri coinvolti in Calciopoli.
Già mesi fa il PM Narducci aveva tentato la ricusazione del giudice Teresa Casoria, adducendo il pretesto di sue dichiarazioni tendenti a sminuire l’impianto accusatorio, dichiarazioni che avrebbero anticipato in qualche misura il suo verdetto. Nelle settimane scorse è arrivata poi una nuova richiesta di ricusazione che pare ancor più strumentale, in quanto non direttamente correlata al processo, ma legata a presunti comportamenti poco in linea con la deontologia professionale tenuti dal giudice stesso e per il quale è sottoposto a procedimento disciplinare. Questa richiesta è giunta subito dopo che l’accusa aveva proposto nuovi testimoni, tra i quali alcuni già sentiti durante il processo, come l’ex-arbitro Nucini o l’ex-dirigente del Parma Baraldi, che avrebbero avuto improvvisi ritorni di memoria. Alcuni dei testimoni in oggetto, i due più attesi: lo stesso Danilo Nucini e Gianfelice Facchetti, non si sono presentati all’ultima udienza, mentre i testimoni che si sono presentati hanno riferito di episodi difficilmente considerabili attinenti con il processo o di voci e dicerie senza alcuna fonte certa, confermando ulteriormente la tattica dilatoria dei Pubblici Ministeri.
Ma perché mai un Pubblico Ministero tenta in tutti i modi di far arrivare a prescrizione un processo che aveva istruito lui stesso? La risposta è abbastanza evidente, ovvero in un impianto accusatorio già di per sé molto debole, ulteriormente indebolito dalle intercettazioni scoperte dalla difesa e mai trascritte che testimoniano dell’imperizia e superficialità con cui l’inchiesta è stata condotta. La domanda successiva è allora: ma come è possibile che un PM istruisca un processo in cui lui stesso non crede? La risposta potrebbe essere nella valanga mediatica che ha fatto seguito alla diffusione delle intercettazioni e al conseguente processo sportivo che ha obbligato sostanzialmente la Procura di Napoli a proseguire come se si trattasse di un’inchiesta con solide basi, oltre che nella possibilità di visibilità personale che l’inchiesta ha offerto alle persone coinvolte. Insomma, l’impressione è che, da una parte la paura di una figuraccia, dall’altra l’ebrezza delle luci della ribalta, abbiano incaponito i PM e l’intera macchina giudiziaria nel portare avanti un processo inconsistente. La speranza era probabilmente che, allorquando i nodi fossero venuti al pettine, l’Italia avesse già dimenticato i fatti in oggetto e che l’assoluzione potesse a quel punto occupare al massimo qualche trafiletto. Purtroppo per gli stessi così non è stato e ci si è ritrovati a dover far arrivare a sentenza un processo quando non c’erano nemmeno le premesse per un rinvio a giudizio; il risultato è che ci ritroviamo alla vigilia della sentenza in un contesto nel quale un verdetto di assoluzione parrebbe quantomeno imbarazzante per la Procura di Napoli e per tutti quelli che hanno prosperato per anni sul dogma di Calciopoli.
Se ritengo che la richiesta (avanzata da Alfano) di estensione della responsabilità civile dei giudici, prevista oggi per dolo o colpa grave, sia irricevibile e frutto semplicemente del desiderio di una parte della nostra classe politica di intimidire chi deve indagare o decidere su chi abbia denaro e potere, è proprio perché un giudice (sia inquirente che giudicante) deve,a mio avviso, essere messo in condizione di lavorare serenamente, senza la preoccupazione di dover risarcire chi sia stato condannato su base di proprie soggettive valutazioni. Tuttavia la serenità di giudizio del magistrato deve essere garantita anche dai mezzi di informazione che invece trasformano ogni processo in un processo di piazza portando alcuni magistrati, non dotati evidentemente di troppo coraggio, a venir meno ai propri doveri pur di assecondare le aspettative dei media. Non so quali motivazioni abbiano portato Narducci e i suoi collaboratori in questo vicolo cieco, ma ho l’impressione che il condizionamento mediatico abbia avuto un peso determinante e, se è grave il fatto che la politica possa cercare di determinare l’iter dei processi, il fatto che lo determinino i mezzi di comunicazione non lo è di meno.
La testa di Khartoum
In genere anche i meno appassionati di cinema hanno visto almeno una volta “Il Padrino“, film di Francis Ford Coppola ispirato al romanzo di Mario Puzo. Per chi non se lo ricordi Khartoum è il nome del cavallo preferito del produttore Jim Woltz, a cui la famiglia Corleone ha fatto una proposta che per il momento ha respinto. In una delle scene più celebri del film, il produttore, svegliandosi al mattino, si accorge che le sue lenzuola sono intrise di sangue e scopre in fondo al letto la testa del suo cavallo decapitato. E’ un’immagine che deve simbolicamente trasmettere un concetto molto semplice: abbiamo un obiettivo chiaro e non abbiamo nessuno scrupolo a perseguirlo a costo di lasciarci per strada le vittime più innocenti.
Provo a spiegarvi perché ho ripensato a quella scena quando ho visto la presentazione della riforma della giustizia voluta da Berlusconi e dai suoi accoliti. Inizio col ricordare che la riforma della giustizia appena proposta è una riforma costituzionale e quindi necessita prima di tutto di un doppio passaggio parlamentare, quindi con approvazione di entrambe le camere per due volte a distanza di almeno tre mesi. Nel caso in cui la riforma venga approvata dai due terzi di entrambe le camere essa entra in vigore, ma in caso di maggioranza semplice, perché entri in vigore viene richiesto un referendum confermativo. E’ vero che anche a sinistra non manca chi si frega le mani di fronte ad una magistratura al guinzaglio, tuttavia escludo che il centrosinistra possa votare a favore ed è quindi pressoché certo che si andrà al referendum. Un sondaggio della IPSOS dice che il 54% degli italiani pensa che la riforma della giustizia serva solo a Berlusconi, e solo il 37% la ritiene indispensabile, ma oltre a questo terrei soprattutto conto del fatto che la parte dell’elettorato contraria alla riforma è sicuramente oggi molto più motivata della restante parte e, in caso di referendum, e quindi in cui la motivazione diventa decisiva nell’esito, difficilmente potrebbe divenire minoranza. Considerando poi che il referendum si svolgerebbe, considerando l’intero iter, tra un paio di anni quando la popolarità di Berlusconi rischia di essere ancora più bassa del presente, le prospettive che la situazioni migliori sono poche. Ricorderei infine che quando nel 2006 si votò per la precedente riforma costituzionale voluta da Berlusconi, sulla quale tra l’altro i leghisti sembravano molto più motivati, i contrari conseguirono un clamoroso successo. In definitiva la riforma non ha nessuna chance di approdare a felice conclusione. Ma allora qual è il suo senso? Direi che è lo stesso della testa del cavallo, un atto di per sé inutile e distruttivo ma che deve veicolare un messaggio forte verso la magistratura: ovvero che il clan che Berlusconi capeggia non si fa nessuno scrupolo a smantellare l’ordinamento costituzionale italiano pur di salvare il suo capo: il cavallo è appunto l’Italia, la sua costituzione, la sua speranza di combattere la corruzione della politica e di chi vive alla spalle della politica. La magistratura è chiamata a prendere atto di ciò e a ridurre a più miti consigli la Procura di Milano, sistemando opportunamente, come già fatto in passato, i processi del Premier e trovando così la via d’uscita a questo tunnel in cui si è cacciato il sistema Italia.
La via d’uscita questa volta non può essere però solo la classica prescrizione, il classico collaboratore che si assume tutte le colpe giurando di non aver mai detto nulla al grande capo; bisogna considerare che questo è un caso diverso rispetto agli altri processi a Berlusconi: a differenza di tangenti o appalti la prostituzione è qualcosa che tutti possono capire e solo pochi fedayyn credono davvero che Ruby potesse venire ad Arcore solo per una cena in compagnia. Berlusconi quindi ha bisogno di un’assoluzione completa e questo è quello che sta chiedendo alla magistratura con questa e altre esibizioni muscolari.
Non saprei nemmeno ipotizzare se, come per le altre minacce (ovvero le altre riforme), non se ne farà poi nulla oppure la riforma sarà condotta fino al disastro finale, ma intanto la testa del cavallo è lì e ci ricorda che chi oggi canta il de profundis del Premier potrebbe avere anche lui un risveglio simile a quello del produttore Woltz.
La corsa ad ostacoli dello studente universitario
Secondo le ultime rilevazioni laureati e iscritti sono in calo nelle università italiane. Tutto ciò accade in un paese già afflitto del problema di una scolarizzazione bassa rispetto agli altri paesi europei. Fino a ieri si sosteneva che il problema stava soprattutto nella percentuale scarsa di iscritti che arrivavano alla laurea, accusando di ciò la pigrizia degli studenti italiani, oggi però ci troviamo a dover fare i conti anche con una contrazione di coloro che scelgono l’università . Perché accade tutto ciò? Era prevedibile?
Non sono riuscito a trovare dati nazionali ma la mia esperienza personale è sicuramente di crescita delle tasse universitarie che: da quando mi sono iscritto all’università (estate 2007) le tasse sono costantemente cresciute fino ad un totale del 30% e d’altra parte i tagli del governo legittimano il ricorso degli atenei agli aumenti delle rette. Questo però significa uno sforzo in più per quelle tante famiglie per le quali mandare i figli all’università è uno sforzo economico importante, e significa anche che un numero sempre maggiore di studenti si trovano costretti a trovarsi un lavoro da portare avanti in parallelo allo studio. La politica di chiusura delle sedi decentrate, sponsorizzata dal governo negli ultimi anni, rende ancora più difficile il compito delle famiglie che non abitino in una città universitaria e chi deve pagarsi un alloggio ancora più facilmente si ritrova a lavorare e studiare. Sempre in un’ottica di riduzione delle spese, presso la Facoltà che frequento, Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, negli anni gli appelli d’esame si sono progressivamente ridotti ed oggi sono solo più sette a fronte di una dozzina di esami annui (almeno in Scienze della Comunicazione). Questo naturalmente danneggia soprattutto gli studenti lavoratori che, avendo parte della giornata impegnata dal lavoro, sono molto più in difficoltà a preparare più esami in parallelo. Gli effetti di tutto ciò sono evidentemente il prolungarsi della durata media degli studi, visto che molti studenti si rassegnano a procedere lentamente verso la laurea, anche se naturalmente conseguire una laurea a 30 anni non vale quanto raggiungerla a ventidue.
Con tutte queste premesse l’Università di Palermo si è inventata un ulteriore sgambetto agli studenti nella loro corsa ad ostacoli verso la laurea. L’ateneo siciliano ha infatti deciso di fissare un termine ultimo entro il quale gli studenti si dovranno laureare: Marzo 2014. Ovviamente la decisione è retroattiva, ovvero investe anche chi si è iscritto all’università e ha pagato per anni le tasse universitarie facendo conto di non avere vincoli temporali ed ha impostato il suo obiettivo di studio in questi termini ed ora si trova a dover rivedere i tempi della propria vita o, in alternativa, buttare dalla finestra anni di rette pagate, oltre al tempo dedicato allo studio, naturalmente.
Va da sé che, con tutte queste premesse, è più che prevedibile che un ragazzo che raggiunge il diploma di scuola secondaria sia sfiorato dal dubbio che anni di sacrifici propri e della propria famiglia non valgano quel foglio di carta che in molti casi non è indispensabile e nemmeno troppo utile per salire nella scala sociale. Il problema è che temo non siano queste le premesse perché lo stivale italico entri nel terzo millennio, anzi lo predispongono probabilmente a riprendere posto nel secondo. E’ con l’alta scolarizzazione che i paesi emergenti hanno abbandonato il terzo mondo. Con questa descolarizzazione l’Italia nel terzo mondo rischia di piombare.
A me Martinez fa pena
Lo dico senza cattiveria: è vero che i giocatori di calcio sono strapagati e ritrovarsi insultati e derisi da migliaia di persone può essere un piccolo svantaggio a fronte di un ingaggio principesco, però non riesco a trattenere un sentimento di compassione verso chi non si meriti i dileggi e i fischi che sono piovuti Sabato sera sull’uruguagio. Non mi fanno pena i giocatori spocchiosi e presuntuosi che si irretiscono come primedonne isteriche alle prime difficoltà : mi fanno invece pena i giocatori che si sfiancano in sforzi sovrumani per fare il meglio che le loro possibilità consentono, ma si scontrano contro i propri invalicabili limiti e si ritrovano ad essere trattati come traditori della causa, vittime solo dell’incompetenza di chi li ha scelti. Jorge mi suscitò questo sentimento la prima volta che lo vidi giocare, quest’estate al vernissage di Villar Perosa, e continua a suscitarmi la stessa impressione ora, dopo la tristissima serata passata di Sabato, passata a sbattere la testa contro la difesa del Milan, come un moscone che sbatte contro il vetro della finestra.
Non è stata solo una serataccia per Martinez, è stata una serataccia per tutta la squadra contro la quale il Milan è parso giocare con studiata pazienza, nella convinzione che prima o poi il gol sarebbe venuto. La Juve non ha fatto altro che convalidare questa apparente convinzione, tenendo a lungo palla senza mai rendersi pericolosa e lasciando, di tanto in tanto, che si aprissero brecce preoccupanti nella sua difesa. Non si può quindi dire che il Milan abbia dominato: dopo un paio di palle gol nei primi minuti sbagliate malamente da Ibra e Cassano, la Juve iniziava a prendere il possesso del pallone e qualche volte faceva anche paura alla difesa rossonera, ma alla fine l’unica risorsa di gioco era il solito Milos che, mai appoggiato dal timido Sorensen, finiva sempre in inferiorità numerica e i miracoli stavolta non gli riuscivano.
Non aiutava nemmeno l’arbitro Rizzoli, che lasciava correre tutto, penalizzando di certo il gioco più statico della Juve. La confusione che regna nel mondo arbitrale italiano appare sempre più marcata: vedere arbitrare una partita da Rizzoli o Romeo oppure da Gervasoni o Damato vuol dire sostanzialmente vedere sport diversi e la regolarità del Campionato non può non risentirne. Non so quale sia il modo giusto di arbitrare ma sicuramente l’AIA deve fare una scelta tra metri di giudizio troppo distanti tra loro.
Se la serata non era abbastanza triste la incupiva ulteriormente la papera di Buffon, non tanto perché spianava la strada ad una sconfitta, ampiamente nell’aria, ma soprattutto perché faceva crollare anche l’ultima certezza dei tifosi bianchieneri, l’invincibile Gigi. Dal gol di Gattuso alla fine non sono nemmeno mancati episodi che avrebbero potuto salvare la serata ma la fortuna aiuta gli audaci e l’audacia non è una qualità che contraddistingua la Juve attuale.
Alla fine il pubblico inveiva contro Delneri che probabilmente avrebbe anche potuto fare di più, stasera ed in altre sere, ma il responsabile di aver affidato le sorti della Juve a Martines e Motta, a Bonucci e Barzagli, non è Delneri, è almeno un gradino più su e dovrebbe assumersi anche lui le sue responsabilità .
Rimane la malinconia nel vedere Martinez affannarsi dietro un sogno impossibile che si sta trasformando in un incubo. Spero che possa presto ritornare in una squadra che rispecchi la sua dimensione, nella quale non ci aspetti da lui gioco, geometrie e precisione, ma solo tanta corsa e qualche spunto personale. Lo spero per lui e lo spero anche per la Juventus.

