I nervi scoperti dell’opposizione

monopoli.jpgImmaginate di avere l’abitudine di organizzare tutte le settimane una partita a Monopoli con un gruppo di amici. Ad un certo punto però entra nel gruppo un tizio il quale ha l’abitudine di prendere, quando ne ha bisogno, soldi dal banco a suo piacere. Beh – pensate voi – è scorretto, è contrario ad ogni norma, però effettivamente – fa notare lui – non c’è scritto nel regolamento che non si può: quando gli fate notare che è comunque contrario allo spirito del gioco si inalbera, comincia a sbraitare, minaccia di metterla in rissa e allora, per il quieto vivere, ci si calma tutti e lo lasciate fare, anche perché poi non sa proprio giocare e rischia di perdere lo stesso. Però ogni volta che sta per fallire prende un altro po’ di soldi dal banco e si risistema. Per la verità  c’è stata una volta che non è venuto ed avevate pensato di non invitarlo più ma alla fine non vi siete messi d’accordo e la cosa è continuata. Ultimamente la situazione è vieppiù degenerata: fuma, si ubriaca, fa schiamazzi anche a tarda notte, tanto che non avete più il coraggio di guardare in faccia i vostri vicini di casa, le partite sono ormai solo fonte di tensioni e nervosismo, ma non sapete come uscirne. Che in questa situazione ci sia qualcuno al quale viene una gran voglia di rovesciare il tavolo e mandare a monte la partita a Monopoli mi pare qualcosa di prevedible e comprensibile. Certamente è una reazione emotiva e non condivisibile, ma non c’è da stupirsi, né da scandalizzarsi.
Ed invece stupore e scandalo ha suscitato l’articolo di Asor Rosa pubblicato un diecina di giorni fa dal Manifesto, tanto che oggi, che sono tornato da una settimana di vacanza lontano di Internet, lo ritrovo ancora d’attualità . Per chi non abbia letto il pezzo, l’intellettuale ha ipotizzato una sostanziale sospensione della democrazia per deporre l’attuale classe politica al governo, corrotta e screditata, con una sorta di golpe bianco. Ovviamente le polemiche non sono state poche, anche se forse meno di quello che ci si potrebbe aspettare in un paese davvero democratico. A parte le reazioni veementi della intellighenzia berlusconiana, gli altri commenti (segnalo Battista sul Corriere) ruotano intorno a due elementi tutt’altro che originali: il primo è l’ostinato negazionismo rispetto ai pericoli che le democrazia corre in Italia, il secondo è il mantra per il quale l’Italia non berlusconiana considererebbe i successi di Berlusconi come una maledizione e non si chiederebbe mai come mai Berlusconi vinca così spesso le elezioni. In realtà  ho l’impressione che l’Italia non berlusconiana (e anche buona parte del resto del mondo) si chieda spesso come mai Berlusconi abbia più volte convinto gli italiani a rivotarlo, molti rimangono senza una risposta, altri una risposta ce l’hanno ed è ben chiara. La mia personale risposta è che Berlusconi e i suoi hanno costruito un sistema di progressiva occupazione e militarizzazione dei media che consente loro di mantenere una posizione di potere sufficiente a presentare ad un segmento dell’elettorato, quello che si abbevera alle tv ed ai giornali “occupati”, una realtà  costruita in laboratorio, ogni elemento della quale viene modellato per mantenere il consenso. In questo modo un segmento consistente dell’elettorato vive come se fosse sottoposto al giogo di una dittatura, perché le uniche fonti di informazioni a cui si fornisce gli dicono tutte la stessa cosa, esattamente come accade in un sistema dittatoriale. Poi c’è il resto dell’elettorato, quello che naviga su Internet, che legge quotidiani non militarizzati o semplicemente quello che si affida ancora ai rapporti interpersonali. Non trascurerei quest’ultimo elemento: in fondo, quando anche le fonti di informazioni meno schierate sostenevano che Berlusconi aveva risolto il problema dei rifiuti a Napoli, chi mi diceva che non era affatto vero erano, all’unanimità , le persone che vivono a Napoli che conosco personalmente. Questo elettorato demilitarizzato è la spina nel fianco di Berlusconi ma anche la sua arma segreta, perché è grazie a loro, alla loro esistenza e fiera opposizione, che la democrazia italiana resiste come simulacro: quando in un paese la maggioranza dell’elettorato può dire chiaramente di ritenere Berlusconi un incapace come si fa a dire che non siamo in democrazia? Eppure i vantaggi di una democrazia, ovvero il pluralismo, il ricambio continuo della classe dirigente, la sua efficienza, sono inesorabilmente annullati, così come sono compromessi la separazione e l’equilibrio tra i poteri. Questi sono però aspetti che inquietano solo pochi, la maggioranza delle persone crede ed è convinta che siamo in una evolutissima democrazia e questo lo pensano non solo quelli che votano Berlusconi ma anche molti di coloro che non lo votano. Certo, sarebbe bastata una legge sul conflitto di interessi, sarebbe bastato scrivere nero su bianco che chi ha incarichi politici non può detenere, direttamente o indirettamente i media, ma questa legge non è stata fatta e non è stata fatta perché, anche quando la maggioranza per farlo c’era, al momento buono succedeva sempre qualcosa che lo evitava, ma soprattutto perché è estremamente difficile, in democrazia, approvare una legge che impedisca al leader di uno dei due principali schieramenti di presentarsi alle elezioni, per quanto sia una legge che ogni paese democratico dovrebbe darsi, e questo per gli stessi motivi per cui è una fesseria parlare di golpe bianco o altre amenità  ipotizzate da Asor Rosa.
E qui vengo al contenuto dell’articolo che è, a mio avviso, una grossolana stupidaggine, non perché l’analisi sulla degenerazione della democrazia sia sbagliata, ma perché la conclusione di Asor Rosa obbedisce alla stessa razionalità  di colui che manda all’aria il tavolo del Monopoli. Il patto democratico che in questi sessantacinque anni di democrazia è stato rispettato è un patto tra cittadini, tra i cittadini che votavano DC e quelli che votavano PCI, tra quelli che votano PDL e quelli che non lo votano, tra quelli che guardano il TG4 e quelli che leggono i blog. Mandare all’aria il tavolo significa mandare all’aria questo patto, con conseguenze ben più nefaste del non-governo di un vecchio maniaco sessuale. In Italia ancora adesso abbiamo delle difficoltà  a riconoscerci unitariamente in un processo storico, quello della Resistenza, che ci liberò da un regime che aveva fatto macerie del paese nella follia della Seconda Guerra Mondiale: quanti secoli ci vorrebbero perché gli italiani accettino il rovesciamento di un regime che tuttalpiù ha fatto crollare una casa a Pompei? Il patto democratico va salvaguardato e onorato fino in fondo, anche se è ormai ridotto a simulacro. Il tempo gioca a favore di chi in Italia vuole un sistema politico pluralista in cui una destra e una sinistra moderna si confrontino ad armi pari: Internet sta soppiantando la televisione ed anche la televisione diventa sempre meno monopolizzabile. Ho l’impressione che gli italiani ostaggi della cappa mediatica berlusconiana vi stanno lentamente sfuggendo: mettere proprio oggi in crisi il patto democratico è folle ed irresponsabile. L’unico effetto che quello che ha scritto Asor Rosa può sortire è che qualcuno che se ne stava allontandando ritorni sotto la cappa. Ci sarà  pure in giro per l’Italia un pensionato che aveva quasi deciso il 15 Maggio di andare a trovare la nipotina che compie gli anni anziché andare a votare per Silvio, e che dopo aver letto che c’è nell’opposizione chi vuole organizzare un golpe cambi idea e rientri nei ranghi.
Se Asor Rosa, anziché scrivere quell’articolo, ne avesse scritto uno sull’attualità  di Carlo Michelstaedter e avesse, con il ricavato, regalato una linea DSL a quel pensionato avrebbe fatto sicuramente un miglior servigio alla democrazia.

May 2nd, 2011

Fotovoltaico: regalìa o lungimiranza?

celle_solari_nanotecnologie_nanotubi_carbonio_celle_solari_cella_solare_1.jpgHo già  scritto altrove di quanto l’energia diventi spesso oggetto di contrapposizione politica anziché scientifica e dell’assurdità  di questo approccio. Per conseguenza da sempre le energie rinnovabili sono di sinistra mentre il nucleare è di destra e conseguentemente il nostro governo ha guardato fin dal suo esordio con scetticismo alle fonti rinnovabili e con entusiasmo al nucleare. Le ultime vicende giapponesi hanno poi fatto oscillare come un pendolo il governo sul tema, così dopo aver seminato il panico nel settore del fotovoltaico minacciando la chiusura dei rubinetti dei finanziamenti alle energie rinnovabili, l’esecutivo ha fatto una parziale marcia indietro, ma ha lasciato comunque molti malumori nel settore. Rimane l’impressione, che traspare dalle parole dal Ministro Romani, che i finanziamenti alle rinnovabili e al fotovoltaico in particolare, siano considerati un regalo concesso a suo tempo dal governo Prodi e che ora si sta considerando seriamente di non rinnovare. E’ proprio così?
Inizierei col dire che le fonti rinnovabili hanno assorbito nel 2010 finanziamenti per 3,4 miliardi di euro. All’interno di questa quota la parte del leone la fa il fotovoltaico che ha ricevuto finanziamenti per 825 milioni. Siccome però negli ultimi mesi c’è stata una corsa all’installazione di nuovi impianti fotovoltaici secondo l’autorità  per l’energia a Giugno avremo installati 180.000 impianti con un costo per la collettività  stimabile nel 2011 a quasi 3 miliardi di euro per una produzione di circa 8 TWh annui. C’è chi dice che 3 miliardi sono pochi, c’è chi dice che sono tanti, come fare a stabilirlo con un certo grado di ragionevolezza? Secondo la teoria economica corrente i finanziamenti pubblici ad una tecnologia sono correttamente allocati se monetizzano i vantaggi che quella tecnologia apporta alla collettività  nel suo complesso per il solo fatto che venga utilizzata, vantaggi che il singolo utente, che nella fattispecie decide se comprare o meno un pannello fotovoltaico, non valuta individualmente. Proviamo ad enumerare questi vantaggi nel caso del fotovoltaico:

  1. Riduzione delle emissioni: l’energia prodotta tramite pannelli non determina direttamente produzione di CO2, quindi produrre energia con il fotovoltaico anziché con fonti non rinnovabili fa risparmiare una quantità  di CO2 pari al mix medio di energia prodotta. Per fare una stima ipotizzo che il costo di emissione della CO2 possa essere stimato sulla base del valore dei Carbon Credit (i crediti che chi non voglia ridurre le sue emissioni può acquistare in sostituzione) che si aggira sui 30 Euro a tonnellata. Tenendo poi conto che il rapporto tra emissioni di CO2 e energia prodotta è di 0,53 KGCo2 per 1 KWh, ciò vuol dire che il risparmio in termini di emissioni di un impianto come quello che ho installato a casa mia (che produce 2000 KWh annui) è di 32 Euro annui. La stima è ovviamente pesantemente influenza dal valore del Carbon Credit che ovviamente è al momento legata alle attuali misure di riduzione dell’effetto serra, misure che la maggior parte della comunità  scientifica considera insufficienti rispetto ai danni che il riscaldamento globale può causare, ma tant’è…
  2. Indipendenza energetica: nella misura in cui l’energia che produciamo non la dobbiamo comprare e nemmeno la dobbiamo trasportare ma ogni casa dotata di pannelli fotovoltaici l’energia se la produce autonomamente lo scenario dell’energia cambia totalmente rispetto all’oggi. Ovviamente lo scenario ha dei caveat perché gli impianti producono poco durante l’inverno e quasi nulla quando c’è nebbia ma ridurre la dipendenza energetica a una parte dell’anno costituisce comunque uno scenario rivoluzionario. Ovviamente è difficile da quantificare in quanto dovremmo considerare i costi legati agli accordi che un paese come il nostro, povero di fonti di energia, è costretto stipulare con le nazioni detentrici di fonti energetiche.
  3. Vantaggio di posizionamento: i costi del fotovoltaico stanno calando rapidamente. Una loro ulteriore riduzione potrebbe portare in un futuro non lontanto l’investimento nel fotovoltaico ad essere economicamente redditizio anche per il singolo cliente domestico, anche senza finanziamenti statali. Esserci portati avanti su questa strada, tanto da essere i secondi in Europa per produzione di fotovoltaico, ci posiziona bene da questo punto di vista. Aver iniziato ad affrontare le tematiche economiche (disponibilità  a concedere prestiti da parte di istituti di credito) e culturali (disponibilità  dei condomini a concedere il tetto per installazione di pannelli) connesse al fotovoltaico ci mette in prima fila per il momento in cui il settore avrà  un boom. Potrebbe essere un vantaggio, anche questo non è però facilmente quantificabile.

I vantaggi che, in uno scenario non incentivato,vanno invece direttamente in tasca all’acquirente del pannello fotovoltaico residenziale sono ovviamente gli 0,18 Euro per KWh della bolletta che risparmia, che, nel caso del mio pannello da 2000 KWh sono 360 Euro l’anno. Considerando che ho speso poco più di 14.000 Euro per l’impianto, ho un complessivo rientro nell’investimento fotovoltaico quantificabile in circa 40 anni che sono ovviamente moltissimi ma che se, dovessero essere ad esempio dimezzati nei prossimi lustri grazie al prevedibile progresso tecnologico ed alle economie di scala, potrebbero rendere redditizio l’investimento per il singolo anche in assenza di incentivi (va tenuto presente che i pannelli hanno una durata minima garantita di 20 anni ma ovviamente nessuno sa esattamente quanto può essere la durata media di un pannello visto che sono pochi anni che vengono prodotti).
Tirando le somme non c’è un modo certo per capire se gli incentivi al fotovoltaico sono una regalia a qualche visionario o sono un lungimirante investimento e chi vi proponga l’una o l’altra posizione come certezza vi sta spacciando come verità  quella che in realtà  è una propria teoria. La realtà  è che si tratta di una scommessa: una scommessa su una tecnologia che potrebbe rivoluzionare il panorama energetico ma che richiede di affidare una gran quantità  di denaro e risorse ad un azzardo, esercizio al quale in una società  dominata dal calcolo costi/benefici ci stiamo disabituando. Eppure in questo come in altri ambiti: la ricerca, i trasporti, l’impresa, la cultura, la propensione a correre rischi, ad affidarsi ad una scommessa, è una capacità  fondamentale che un paese che voglia tornare ad essere competitivo deve esercitare. Non so quindi se la scommessa andrà  bene ma sono contento che in Italia si provi, almeno ogni tanto, a provare ad immaginare il futuro, è un segno di vitalità  incoraggiante.

Apr 28th, 2011

L’alcol come nuova forma del Male

vino_birra.jpgE’ successo giorni fa che un ragazzo inglese sia stato picchiato a Campo dei Fiori a Roma, a causa dell’audacia con cui davanti alla folla aveva improvvisato uno striptease. A quanto sembra le movenze del ragazzo avrebbero mosso alla violenza la mente di un paio di ragazzi disturbati che poi si sono dileguati tra la folla. Quello che di questa vicenda mi ha colpito è la reazione di Alemanno che ha puntualizzato: “L’episodio accaduto domenica a Campo de’ Fiori ci indica che purtroppo dobbiamo tornare a utilizzare le ordinanze che, in passato, hanno limitato l’utilizzo dell’alcol nelle zone della movida“. Trovo curiosa l’idea che di fronte ad un pestaggio legato a disturbi psicologici di un paio di ragazzi problematici si dia la colpa all’alcol. A dir la verità  non mi pare nemmeno chiaro a cosa si riferisca Alemanno, se ha ragioni per pensare che gli aggressori fossero ubriachi o se invece pensa che lo fosse l’improvvisato spogliarellista, e quindi consideri ovvia conseguenza la reazione di chi, di fronte all’esibizione di parti intime maschili, reagisca con calci e pugni. Provo ad escludere la seconda delirante ipotesi, anche se, considerando il personaggio di cui si parla, non sono proprio sicuro di far bene. Rimango comunque sempre basito di fronte al fatto che un’autorità  pubblica, di fronte a fatti di violenza o di violazione inconsulta delle regole, possa ricondurre tutto all’alcol, anziché alla responsabilità  di chi, avrà  anche bevuto troppo, ma è comunque ancora in grado di decidere se prendere a cazzotti o no il prossimo. Non so a voi ma a me è capitato alcune volte di bere più del normale e mai mi è venuta la tentazione per questo di prendere a pugni qualcuno per futili motivi. Ho l’impressione che ci sia qualcosa di sbagliato in una cultura che esonera la responsabilità  personale al punto da dire che è l’alcol che ti fa compiere gesti sconsiderati. L’alcol annebbia i riflessi ma non trasforma una persona equilibrata in un disturbato mentale.
D’altronde dello strano rapporto dell’Italia di oggi con l’alcol parla anche il codice della strada. Se viaggio in auto a cinquanta all’ora con la cintura allacciata, dando le giuste precedenze, ma ho bevuto una birra media doppio malto rischio un’ammenda da 800 a 3.200 euro e l’arresto fino a sei mesi, nonché la sospensione della patente di guida da sei mesi ad un anno. Se mi infilo scientemente contromano in autostrada, con buona probabilità  di causare qualche incidente mortale, magari per provare un po’ di brivido, me la cavo con una sanzione da 302 a 1.207 euro e 10 punti di patente persi. Che senso può avere tutto ciò? Che senso hanno del resto le crociate contro la guida in stato di ebbrezza, quando l’incidenza sul totale degli incidenti d’auto è marginale?
Che sia che quella sostanza così gradevole al palato è candidata ad essere il Male del terzo millennio? Fosse mai che scopriamo che il mondo materialista del ventunesimo secolo non possa far a meno del concetto di Male e lo abbia trasposto prima sulla droga (che però ha il problema di essere illegale e quindi non si vede) e ora sull’alcol? Potremmo scoprire che l’uomo di oggi non ce la fa ancora ad accettare che è semplicemente lui stesso che decide, in tutta libertà , di passare con il rosso, di non dare la precedenza, di non rispettare le distanze di sicurezza, di viaggiare oltre i limiti di velocità , di pestare uno che ha un rapporto con il proprio corpo diverso dal suo.

Apr 23rd, 2011

Lo scontro delle civiltà e lo scontro degli uomini

palestina.jpgCostruire un credo ideologico è difficile e richiede molto sforzo, specialmente quando la storia è sempre lì a fare i dispetti, intrecciando, complicando e contraddicendo quanto ci si sforza di semplificare. Quello dello scontro delle civiltà  è uno dei più faticosi tra i credo e non a caso il meglio degli ideologi dello scontro di civiltà  si sono immediatamente mobilitati per mettere i puntini sulle i rispetto all’uccisione del pacifista Arrigoni a Gaza. Eh sì, perché la vicenda di una persona assassinata dai palestinesi, pur essendo amico di altri palestinesi e non di palestinesi moderati, ma addirittura di Hamas, può erodere il credo di chi vede il conflitto in Palestina come uno dei tanti volti dello scontro di civilità : da una parte gli israeliani e dall’altra palestinesi, da una parte l’occidente dall’altra l’Islam, due fronti compatti e contrapposti. E allora perché mai è successo? Dove stanno i buoni e i cattivi? Se chi ha ucciso Arrigoni fa parte della categoria dei malvagi, allora quelli di Hamas sono buoni? Ma neanche per sogno.
Belpietro su Libero scioglie il nodo attribuendo l’omicidio a quel “groviglio di odio, vendette e integralismo religioso che è oggi Gaza”. Fiamma Nirenstein su Il Giornale conferma: “L’isla­mismo politico può ammicca­re, ma poi uccide, anche se nes­suno di noi, gente della cultura ebraico-cristiana, lo può, oggi, capire.” Insomma, quando ci mescola con gli arabi qualcuno che ti ammazza prima o poi salterà  fuori. Pierluigi Battista invece specifica che chi ha ucciso Arrigoni rappresenta un male ancora peggiore, ma non ci deve far dimenticare che anche Hamas è il male. Altri ricordano che c’è una linea complottista che attribuisce l’assassinio ai servizi segreti di Israele, si tratta di posizioni probabilmente irrilevanti ma che rifocalizzano l’attenzione appunto sullo scontro di civiltà  distraendola dalle contraddizioni.
Nonostante la mobilitazione dell’intellighenzia scontristra, rimane lo spaesamento di chi si aspettava un quadro un po’ più semplice. Il quadro però non è semplice affatto come tutti i quadri politico-sociali. Vi è da tempo un conflitto in atto a Gaza che ha portato a scontri tra gruppi salafiti e Hamas, conseguenza dei continui attentati ad Internet Café e matrimoni portati dal gruppo per intimidire chiunque porti progresso e abitudini moderne in Palestina. L’omicidio di Arrigoni sembra essere il naturale sviluppo di questa vicendam: se per Fiamma Nirenstein non ci sono arabi buoni figuriamoci se ci sono occidentali buoni per un gruppo estremista di Gaza.
Cominciamo con il chiarirci le idee su cos’è il salafismo. Trattasi di un movimento di opinione sorto nel diciannovesimo secolo in opposizione al diffondersi della cultura occidentale nel mondo arabo, e che ha assunto varie forme negli ultimi decenni, forme che hanno fatto spesso da sostegno ideologico ai movimenti terroristici. Oltre che del salafismo il tema della penetrazione della cultura occidentale nel mondo arabo è centrale proprio dell’ideologia, al contrario tutta occidentale, dello scontro di civiltà  che nasce invece dalle teorie di Samuel Huntington. In estrema sintesi la teoria dello scontro di civilità  presuppone che vi sia una chiara separazione tra modernizzazione e occidentalizzazione, ovvero che le istanze di modernità  siano assorbibili anche da culture diverse da quella euroamericana, mentre ci sono delle specificità  della cultura facente capo al mondo cristiano che non sono ricevibili da culture diverse: la separazione tra potere temporale e spirituale, l’individualismo, la presenza di una società  civile e queste proprietà  rimarranno come muro invalicabile tra l’0ccidente ed il resto del pianeta. Sono ipotesi che presuppongono che le caratteristiche citate siano specifiche dell’uomo occidentale e non proprietà  che il cammino storico ha fatto incontrare al medesimo e che chiunque altro potrebbe incontrare percorrendo il medesimo cammino. C’è da chiedersi quanto di individualista, di laico avesse l’uomo europeo di settecento anni fa, quanto nell’Europa del milletrecento si potesse parlare di società  civile.
Sia come sia è di certo curioso che da una parte ci sia chi vuole erigere un muro tra cultura occidentale e cultura araba e dall’altra chi considera quel muro ineluttabile. E se quel muro semplicemente fosse sorretto proprio dagli uni e dagli altri, terrorizzati gli uni e gli altri di fronte alla propria reciproca contaminazione?
In attesa di rispondere a questa domanda scopriamo che in Palestina come in Tunisia, in Egitto come in Libia ci sono molte persone che pur essendo nate e cresciute in una cultura islamica hanno cresciuto individualismo, laicismo e desiderio di costruire una società  civile, proprio quelle caratteristiche che Huntington riteneva peculiari degli occidentali. E anche un movimento come Hamas, di matrice integralista, si sta aprendo verso il mondo suscitando lo sdegno dei conservatori. E allora viene il dubbio che sia nella natura dell’uomo diventare individualista, creare rapporti sociali, non sottoporre la propria libertà  che non ai compromessi che la vita in comune impone e la cultura sia una briglia, una briglia che trattiene l’uomo dal travolgere sé stesso e soprattutto gli altri con la propria libertà  ma che lo trattiene anche dall’imparare ad usare la propria libertà . Se quella briglia per un motivo o per l’altro viene allentata con la giusta gradualità  ecco che l’uomo può raggiungere un modello di società  che non è occidentale ma probabilmente è solo uno dei possibili sviluppi di una società  umana.
E allora magari scopri che lo scontro non è tra le civiltà  ma è tra gli uomini, gli uomini che vogliono la briglia lunga e quella stretta, gli uomini che temono la contaminazione e quelli che la desiderano, e gli uni e gli altri sono sia di qua che di là , forse in diversa proporzioni perché le condizioni sono diverse e professarsi democratico in un regime totalitario è piuttosto impegnativo, così come aprire lo sguardo è difficile in mondo chiuso, ma il desiderio di libertà  cova ovunque.
Rimane la grande domanda: se in un mondo futuro sopravviveranno chiusure e steccati o le differenze si sfumeranno, se la libertà  e la democrazia diventeranno patrimonio dell’umanità  tutta o rimarranno un dato occidentale o magari scompariranno. Non ho certezze in merito, ma credo che la ricerca della libertà  da parte degli uomini continuerà  ad essere una caratteristica di ogni società  ad ogni latitudine con tutte le conseguenze che ciò comporta.

Apr 20th, 2011

Il fascino della demagogia

CLANDESTINIIl Movimento Cinque Stelle si è sempre segnalato per una circospetta collocazione tra i fronti di sinistra e destra. Ho sempre trovato questo un atteggiamento soprattutto tattico, più che un segno di novità  politica. Avendo a che fare con un’opinione pubblica italiana per la maggioranza legata più ad un’appartenenza emotiva alla destra e alla sinistra che ad una preferenza razionale per uno dei due (o più di due) fronti, nel Movimento 5 Stelle si è pensato probabilmente di massimizzare la propria capacità  di sottrarre voti sia a destra che a sinistra presentandosi come forza politica trasversale a queste due categorie. Fino ad ora però il Movimento era parso cimentarsi più su temi cari all’elettorato di sinistra: l’ecologia, l’anti-nuclearismo, il no-TAV, l’acqua pubblica e così via… Ultimamente però noto apparire sulla blog di Beppe Grillo (da sempre riferimento del movimento) un numero crescente di post sul tema dell’immigrazione, che riecheggiano luoghi comuni cari alla Lega: “In Italia l’immigrazione non serve perché siamo un paese pieno di disoccupati”, “Siamo un paese ad altissima densità  abitativa”, “L’Europa non fa nulla” (tema questo di scottante attualità ). Val sempre la pena di ricordare a proposito di queste affermazione alcune cose.
Innanzitutto i dati ISTAT ci dicono che negli ultimi tre anni il numero di stranieri occupati in Italia è cresciuto di 600.000 unità  a fronte di una riduzione di un milione degli occupati italiani, non c’è quindi un legame tra disoccupazione e capacità  di assorbire manodopera, l’analisi dovrebbe semmai andare al motivo per cui c’è questa sostituzione nel mondo del lavoro e non tanto al fenomeno dell’immigrazione in sé che ovviamente è finalizzata ad una riduzione del costo del lavoro di determinate professioni poco qualificate. Un’analisi seria dovrebbe quindi andare alla ragione del motivo per il quale in Italia riusciamo a creare posti di lavori poco qualificati e ne perdiamo di più qualificati.
Per quanto riguarda la densità  abitativa questo è un dato rilevante in un mondo agricolo, in un’economia industriale e di servizi la densità  abitativa diventa un fattore di nessun peso: per quanto sia più in alta in Italia che altrove non abbiamo certo problemi a trovare lo spazio per costruire una fabbrica, un’officina o un ufficio laddove il dinamismo dell’economia lo richieda.
Del punto sull’Europa ho già  parlato due giorni fa. L’Unione Europea non fa nulla di più che stanziare fondi e aiuti (che comunque non è poco) per arginare l’immigrazione, semplicemente perché non ha nessun potere coercitivo nei confronti dei paesi membri e non ce l’ha perché i paesi membri, compresa l’Italia, sono sempre molto restii a concedere troppo potere all’UE tranne poi lamentarsi per la sua inerzia quando sono in difficoltà .
Complessivamente si tratta quindi di argomenti privi di fondamento. Perché allora quest’improvvisa fascinazione per la demagogia da immigrazione? Ho l’impressione che nelle ultime settimane la prospettiva sempre più concreta, confermata dai sondaggi, che una coalizione di sinistra abbia delle chance di superare quella berlusconiana alle prossime elezioni ha ricompattato l’elettorato progressista sotto le tradizionali bandiere e l’ormai incontrollabile delirio di Berlusconi non fa che rafforzare sempre più questa tendenza. Dall’altra parte ci sono: un elettorato leghista che appare sempre più confuso dall’indifferenza del partito verso la degenerazione politica in atto nel PdL, dalla incapacità  dimostrata nel gestire l’emergenza profughi, dalla sensazione che la Lega sia ormai diventata la quintessenza della politica mangiona e inefficiente che era nata per combattere, e c’è poi un elettorato non-leghista ma di destra sempre più insofferente alla guerra continua tra Berlusconi e Fini, indignato dalla paralisi del governo e molto tentato dal non-voto o da un voto di protesta. E’ quindi possibile che si cerchi di raccogliere consensi anche da quella parte? E’ possibile e non c’è nemmeno molto di cui scandalizzarsi: la politica è sempre per una parte costruire il futuro, per un’altra parte trovare elettori che ti sostengano in questo tentativo anche a costo di ridefinirlo. C’è da semmai da chiedersi che cosa c’è allora di nuovo in tutto ciò rispetto ai partiti tradizionali, rispetto a quella vecchia politica che tutti vorremmo superare ma nei giochetti della quale poi ricadiamo.

Apr 15th, 2011

Benvenuto al Sud

maronitamburello.jpgE’ vecchio quanto il mondo, il mondo della politica almeno, il fenomeno del governante locale un po’ cialtrone che, non riuscendo a risolvere un problema per sua incapacità , si rivolge con arroganza allo Stato reo di non averlo aiutato. Chi di noi non ha sentito almeno una volta attribuire questo atteggiamento dalla vulgata leghista agli indolenti politici del Sud Italia? E vai di “Bisogna rimboccarsi le maniche” e “Non si può aspettare la manna dal cielo”. Oggi che quella stessa incapacità  affligge il ministro Maroni ed il governo tutto, i ruoli si ribaltano, il ministro leghista si ritrova ad interpretare il ruolo del politico del Sud e siccome lo Stato è lui stesso cerca un livello gerarchico superiore trovandolo nell’Unione Europea. Ci ha provato il Ministro ad impietosire i rappresentanti di Francia, Germania e degli altri paesi europei ma niente da fare. Come facevamo d’altronde a pensare che la Francia che ogni anno accoglie più di 100mila immigrati si commuovesse per i nostri 50mila (presunti)? Come puntualizzato dal ministro tedesco Friedrich quella italiana è una finta emergenza, che, detto tra noi, è diventata tale solo perché il Governo ha tutt’altro da fare che occuparsi degli immigrati. Potevamo pensare che una truffetta da quattro soldi come quella che abbiamo cercato di fare con i permessi di soggiorno temporanei funzionasse? Vivendo in Italia forse sì, ma il Nord è pur sempre Nord col suo peloso rispetto per le regole e la sua patologica allergia per le furberie che a noi italiani (padani compresi) piacciono così tanto. E così, come spesso accade ai governanti cialtroni, Maroni è ritornato rapidamente indietro da Lussemburgo, evitando conferenze stampe imbarazzanti di fronte alla stampa straniera, ma ha subito dopo tuonato contro l’Europa egoista, minacciando la fuoriuscita dall’Unione Europea.
Certo, ci sarebbe una possibilità : quella di un passaggio di poteri, quella per cui la gestione dell’immigrazione sia totalmente demandata alla Commissione Europea, sarebbe l’Europa ad essere responsabile della gestione dei flussi migratori, sarebbe Barroso a dover spiegare agli elettori italiani come mai non è riuscito a convincere la Polonia ad ospitare un po’ degli immigrati arrivati a Lampedusa. Allora sì che in caso di una nuova emergenza si potrà  dire, se le cose non vanno per il verso giusto, “la colpa è dell’Unione Europea” senza essere considerati dei cialtroni. Sarebbe bello certamente ma purtroppo ai nostri politici viene l’orticaria quando si tratta di perdere potere, piuttosto un braccio e una gamba ma non il potere. Come farebbero poi? Dovrebbero rinunciare ad andare a Lampedusa ad arringare la folla e magari anche a costruire un casinò, magari da far gestire al figlio di un vecchio amico specializzato nel campo. Ve lo immaginate Barroso che fa costruire un casinò o che racconta una barzelletta sporca? Per carità … Ma no. Lasciamo perdere questa inutile polemica: in fondo noi italiani siamo così. Da una parte ci diciamo che bisogna rimboccarsi le maniche e che la manna dal cielo non arriva, ma poi quando tocca a noi ecco che se la manna dal cielo non arriva ci incazziamo. Ci incazziamo sì, perché noi siamo mediterranei, un po’ emotivi, ma poi torniamo amici di tutti, anche dell’Unione Europea; l’importante è che ci lascino vivere a nostro modo. Perché noi in fondo, da Trieste a Trapani, siamo così: ci piace il sole, ci piace suonare il mandolino (e Maroni da musicista qual è potrà  senz’altro concordare), ci piace il mare. Sì, ci piace il mare, anche quando è pieno di barconi.

Apr 13th, 2011

Sei mesi da Papà

Mi hanno sempre raccontato che la prima cosa che facciamo quando, appena nati, veniamo posati sul petto della Mamma è andare a cercarne il seno. Non ricordo se è andata così quando sono stato io l’interessato, ma posso testimoniare che è proprio andata così quando sei mesi fa Matilde, mia figlia, è venuta al mondo.
Per il nostro modo di pensare da adulti tutto ciò è curioso: fino a quel momento non abbiamo mai visto un seno né mai gustato il liquido che ne scaturisce e, anche se ci fosse capitato, non ce ne ricorderemmo perché la facoltà  mnemonica non si è ancora formata. Non abbiamo aspettative, il concetto di causa-effetto ancora non l’abbiamo assimilato, eppure ci trasciniamo verso quella strana protuberanza mossi da quel curioso meccanismo che si chiama istinto. Per un po’ funziona ancora tutto così, dormiamo quando ci viene sonno, mangiamo quando ci viene fame, piangiamo quando qualcosa ci disturba, non ci sono perché, non ci sono scopi, nulla di tutto questo… Piano piano però cominciamo a indovinare quello che sta per succedere, cominciamo ad avere delle aspettative, ci attacchiamo al seno sicuri che ne sgorgherà  il latte, iniziamo a piangere convinti che arriverà  la Mamma. Lentamente entriamo in una dimensione mentale in cui tutto ciò che facciamo ha delle conseguenze, e prevedendo quelle conseguenze diamo ad esse valore e sulla base di quel valore cominciamo a prendere addirittura delle decisioni, a fare delle scelte. Ci vorrà  un po’ di tempo, ma inizieremo a dormire perché il giorno dopo ci dobbiamo alzare presto, a mangiare perché se no rischiamo di saltare il pranzo, a piangere per commuovere la ragazza che ci vuole lasciare. Finiamo per riempire la nostra vita di cose che hanno uno scopo, un senso, un significato e allora finiamo per applicare lo stesso meccanismo alla vita stessa, sforzandoci di dare un senso alla vita attraverso i modi più vari: l’amore, la religione, il lavoro, i passatempi. Verità  assolute? Illusioni? Non lo sappiamo e forse non ci interessa saperlo perché lì per lì è solo un modo per rendere la vita coerente al nostro modo di pensare, per evitare di litigare con i nostri istinti primordiali che sotto sotto sono ancora lì all’opera: la cosa importante alla fine è che il tutto funzioni.
Poi, tra i tanti modi per dare senso all’esistenza ti viene un giorno in mente quello di fare un figlio e così ti ritrovi a rivivere, attraverso gli occhi di un’altra persona, l’affannosa ricerca del seno materno e tutto quello che viene dopo. Ecco: sei mesi da papà  sono stati un po’ tornare quarantatrè anni indietro quando sul petto della Mamma c’ero io, tornare a vedere la realtà  liberi della schiavitù del senso, del significato: pura scoperta della vita e meraviglia di fronte ad essa. E’ un’avventura che non dà  solo emozioni profonde, dà  le vertigini, e che consiglio anche ai più scettici.
Buoni sei mesi, Matilde!

Apr 8th, 2011

L’ultima cena di Leonardo

leonardo.jpgCi sono state tante volte che, da questo blog, ho criticato il movimento ultrà , per le sue degenerazioni violente, per la sua insofferenza ad ogni controllo, ad ogni elemento di legalità , per l’aver trasformato gli stadi e le loro curve in un Far West in cui vigono una legge e dei rapporti sociali diversi da quelli che vigono al di fuori di essi. Ci sono volte però che la passionalità  che caratterizza profondamente queste organizzazioni non assume la veste aberrante e abbruttita della violenza, ma quella di un insospettato senso estetico, che non può non generarmi simpatia per non dire ammirazione. Mi riferisco in particolare a quanto accaduto in occasione del derby milanese di Sabato.
Faccio una breve premessa per i profani: l’allenatore dell’Inter Leonardo fu per molti anni un grandissimo giocatore del Milan fino a diventarne quello che si definisce una “bandiera”, ovvero un giocatore che i tifosi identificano con la squadra stessa.  Quando l’ex-giocatore brasiliano è diventato allenatore dell’Inter, il passaggio all’altra sponda di Milano è stato considerato come un tradimento. La coreografia organizzata Sabato sera dai tifosi milanisti era tutta imperniata su questo tema, ma la realizzazione è stata, a mio avviso, splendida. Un gigantesco striscione ritraeva “L’ultima cena” (inteso come soggetto artistico caro ad un altro Leonardo) con tanto di cavalletto sottostante realizzato esponendo cartoncini multicolore. La riproduzione era condita da qualche elemento innovativo rispetto alla tradizione iconografico, come i boccali di birra disposti sulla tavola. Va da sé che, nella riproduzione dell’Ultima Cena, Leonardo (l’allenatore) era identificato con il discepolo traditore Giuda Iscariota, messaggio rafforzato da altri striscioni come “Giuda Interista” o “Per 30 denari amore a prima vista”.
Per carità , l’idea della bandiera è illusoria in un mondo assolutamente professionistico e fa parte di una retorica settaria e di clan, ma queste logiche sono la terra fertile da cui cresce quell’espressione di entusiasmo e passione che porta a spendere tempo e denaro per organizzare una simile coreografia e che costituisce la parte bella dell’Ultrà . Purtroppo dalla stessa terra germina anche l’altra componente, quella aberrante e violenta che vede nell’avversario un male assoluto da combattere in ogni modo e senza alcun freno. Riusciremo mai a scinderle? Riusciremo mai ad avere stadi belli, entusiasti e gioiosi ma privi delle insidie di bombe carta, spranghe e coltelli?

Apr 6th, 2011

Basta un’assoluzione per fare il ministro?

saverio-romano.jpgIl caso del neo-ministro Saverio Romano è significativo ed emblematico perché accomuna tutta una serie di pratiche politiche e di espressioni di valori che caratterizzano profondamente la realtà  politica italiana attuale. Intanto il ministro deve il suo incarico al fatto di aver semplicemente cambiato gruppo: non c’è competenza, non c’è valore politico, c’è solo un tradimento monetizzato. Questo di per sé dovrebbe generare indignazione ma non basta. Infatti al Ministro non è stato semplicemente assegnato il ministero del Ministro dimissionario, Sandro Bondi, ma è stato destinato al Ministero dell’Agricoltura, quello al quale era stato destinato a sua volta Galan per evitare che si ricandidasse, come aveva ventilato, alla Regione Veneto in concorrenza con il leghista Luca Zaia. Anche qui un’inutile rotazione di un ministro in carica da neanche un anno che testimonia l’assoluto primato della convenienza rispetto ad ogni espressione di efficienza e di salvaguardia degli interessi del governo del Paese. Ultimo, ma non in ordine di importanza, è il fatto che la scelta sia caduta su un personaggio con un passato e un presente di rapporti non cristallini con la giustizia. Qui una pletora di giornalisti inchinati hanno già  spiegato che, per l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso rivolta al Romano, è stata richiesta l’archiviazione da parte del PM (pur respinta dal GIP). L’altra accusa di corruzione è però ancora in piedi, ma soprattutto non sono mai stati smentiti i rapporti intrattenuti con personaggi di Cosa Nostra (la famiglia dei Mandalà  di Bagheria), rapporti non sufficienti probabilmente ad un rinvio a giudizio ma sufficienti a rendere torbida la figura del personaggio ed inopportuno quindi l’incarico a Ministro della Repubblica, carica alla quale si richiede una moralità  cristallina, non semplicemente la fedina penale pulita. E qui il coltello entra nella piaga: su che valori basa la propria convinenza civile un Paese nel quale ci viene spiegato, come Porro Martedì scorso a Ballarò, che è un assurdo moralismo avanzare perplessità  sull’incarico a Ministro di un uomo che ha avuto tra le sue frequentazioni noti Boss mafiosi? Se queste voci arrivassero solo dall’accolita che si stringe attorno a Berlusconi si potrebbe pensare alla solita difesa a priori del capo, ma ho l’impressione che opinioni simili siano tutt’altro che rare anche all’interno dell’opposizione.
Giusto per chiarire: frequentare un Boss mafioso è un reato? No, se non ci si fanno affari illeciti o almeno se non si lasciano in giro delle prove. E’ tuttavia appena normale che chi ha tra i suoi amici un Boss mafioso non può fare il Ministro. Non tanto per un giudizio in merito, quanto per la consapevolezza che il giudizio in merito sarà  espresso da una parte cospicua dell’opinione pubblica, nazionale e internazionale, togliendo credibilità  al governo. Quindi scegliere per Ministro un tipo che non abbia mai avuto a che fare con Boss mafiosi è semplicemente una misura di cautela, esattamente come un’azienda che vende prodotti per smettere di fumare non assumerà  come venditore un accanito fumatore. Un governo che voglia veicolare un messaggio di legalità , di onestà , di distacco da ogni fenomeno malavitoso non solo non recluterà  pregiudicati ma nemmeno “pregiudicabili”.
A questo punto però nasce il dubbio: ma perché allora così frequentemente i volti nuovi che si affacciano alla politica sono personaggi con torbidi precedenti? Perché gli apparati di partito, non solo quelli del PdL, scelgono in modo così leggero i propri rappresentanti? Credo che la risposta sia nella caratteristiche di una struttura, di un sistema politico, nel quale il legame personale, lo scambio di favore, il do ut des, sono il criterio fondamentale di scelta. La competenza, l’efficienza, il modo in cui ci si presenta all’opinione pubblica diventano secondari e rimangono solo l’oggetto di articoli di giornali d’opposizione o di blog come questo.
Forse se non avessimo avuto la sfortuna di vivere sotto la cupola di vetro dei media berlusconiani, pronti a coprire i vizi della nostra politica, questa struttura sarebbe stata fatalmente scardinata, il sistema sarebbe crollato, forse. Dico forse perché si tratta di superare un modello culturale consolidato in secoli di cultura e i cui sostenitori sono ancora oggi molti ma molti di più dei sostenitori di Berlusconi.

Apr 4th, 2011

Fatevi prendere dal panico

ok-panic.png“L’aereo più pazzo del mondo” (Airplane) è un film cult nell’ambito del genere della commedia demenziale, soprattutto in quanto tra gli iniziatori del genere. Una scena particolarmente celebre della pellicola è quella in cui, di fronte al panico dei passeggeri, il pannello luminoso esibisce la scritta: “Okay, panic”. Il senso del contrario rispetto al tradizionale “Don’t panic” faceva molto ridere chi, come il sottoscritto, era allora ragazzino e si trovava per la prima volta di fronte ad un film simile. Adesso rivedere quello schermo mi fa meno ridere e non solo perché sono più vecchio e scafato, ma soprattutto perché il messaggio “Okay, panic” è uno dei più comuni tra quelli passati dai media.
In questi giorni il primo argomento sui notiziari è rappresentato dagli sbarchi di migranti a Lampedusa, in un fiorire di scenari sempre più apocalittici: le invasioni barbariche sembrano essere cosa minima in confronto all’afflusso devastante di stranieri che giungeranno nella nostra martoriata penisola, almeno secondo la percezione trasmessaci. Eppure le stime del governo parlano alla fine di 50mila persone: quando nel ’91 ci fu la crisi albanese dal paese balcanico arrivarono 27mila persone in pochi giorni. Non mi pare che quello sia stato un evento apocalittico, non si capisce perché lo debba essere questo. Eppure i notiziari sembrano obbligati a cercare di seminare il panico, sembra necessario passare il messaggio che ognuno di noi si ritroverà  un gruppo di immigrati sul divano del salotto.
Ci sono poi le vicende di cronaca che costituiscono un ottimo generatore di panico: i delitti efferati riproposti cento volte nei loro particolari più agghiaccianti che ci inducono a pensare che gli assassini siano ovunque e che ogni volta che si gira l’angolo bisogna essere sul chi va là , pronti a fuggire in caso di pericolo. A tal proposito scopro, grazie ad un articolo di Leonardo su L’Unità , che c’è un blog che si occupa specificatamente di lotta contro la pedofilia, ma lo fa non tanto per fare chiarezza sul tema, quanto per esibire le violenze, linciare mediaticamente i presunti colpevoli prima ancora della loro condanna, per armare emotivamente l’opinione pubblica contro tutti i casi confermati o meno di pedofilia o maltrattamenti nei confronti dei minori, come in una continua mobilitazione emozionale e ansiogena.
Questo bisogno di panico e di irrazionalità  è talmente vasto e ossessivo che non si placa nemmeno quando ci sono elementi materiali non da poco che consiglierebbero la prudenza. Parlo della crisi nucleare giapponese, nella quale i vasti interessi economici in gioco parrebbero un buon motivo per minimizzare, mettere la sordina ad un evento che rischia di far sfumare un progetto come quello del nucleare in Italia, che avrebbe fruttato un bel po’ di denaro ad alcuni costruttori e sicuramente qualcosa di grosso in cambio a molti politici. Tuttavia anche qui il desiderio di seminare il panico pare essere prevalente e così pochi giorni fa i media hanno preannunciato l’arrivo di una “nube radioattiva” seminando il panico: il giorno successivo nel mio ufficio non si parlava di altro, chi cercava informazioni sui siti dell’ARPA, chi sosteneva che “Non ci stanno dicendo tutto…”, chi proponeva pastiglie miracolose… Alla fine si trattava di una minima variazione della radioattività  sostanzialmente appena rilevabile dagli strumenti.
Tutto questo spesso viene spiegato con una tesi complottista: il potere ha interesse a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla politica e dalle sue quotidiane degenerazioni proponendo emergenze allarmanti, sollecitando paure diffuse. C’è una componente di verità  sicuramente in questo, ma ho l’impressione che una componente importante sia data anche dai meccanismi comunicativi della società  odierna. Nel vertiginoso caleidoscopio della comunicazione mediatica diventa sempre più difficile superare la soglia di attenzione di un pubblico sempre più disattento e allora bisogna colpire, spaventare, rendere ansiosi, per rendere i notiziari interessanti, per far salire l’audience dei talk show, per rendere ancora appassionante una comunicazione di massa che probabilmente lo è sempre di meno.

Mar 31st, 2011
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