L’affollata collina di San Mauro

Non so se vi è mai capitato di prendere il treno che da Torino va a Ventimiglia passando per uno spicchio di Francia. Se vi capita non potete non notare la differenza tra l’entroterra rivierasco francese e quello italiano. Da una parte colline verdi punteggiate qua e là  da sparuti insediamenti edilizi, dall’altra costruzioni selvagge, cemento, serre, il territorio come pura risorsa da sfruttare fino al suo esaurimento. Vi dirò che la stessa sensazione ce l’ho passando il confine che divide la collina torinese da quella di San Mauro.
3classificata-ponte-vecchio-san-mauro-andrea-gaiardo.JPGPer chi non sia delle mie parti, San Mauro Torinese è una cittadina di 18mila abitanti, confinante con il Comune di Torino, attestata attorno alle due sponde del Po. Una delle due sponde del Po a Torino è a sua volta posizionata alle pendici della collina torinese, un polmone verde che si erge nella zona orientale del capoluogo piemontese. Succede che, se il Comune di Torino ha mantenuto un atteggiamento relativamente intransigente riguardo alla difesa della collina dagli appetiti dell’edilizia, il Comune di San Mauro si è mostrato sempre molto più tenero. I risultati sono visibili ad occhio: da una parte la collina torinese è una distesa verde punteggiata da poche unità  abitative, dall’altra quella di San Mauro è un formicaio di case e casette che ne seppelliscono il verde tappeto. Un esempio per tutti: in tutte le aree protette in genere c’è una distanza minima tra casa e casa superiore a quanto previsto dal codice civile (10 metri). Nella collina torinese è 18 metri, altrove anche 25: a San Mauro la norma prevede il minimo per legge.
C’è ovviamente un rapporto di do ut des: San Mauro vanta una lunga tradizione di sindaci costruttori edili, tra i quali ricordo gli ultimi tre: Antonio Cherio (di destra, in carico fino al 1995),  Angelo Santoro (di sinistra, in carica dal 1995 al 2001) e Giacomo Coggiola (di destra e il cui secondo mandato decade proprio in occasione di questa tornata elettorale). L’elettorato li ha votati e rivotati anche perché l’espansione dell’offerta e quindi il contenimento dei costi delle abitazioni in collina ha consentito a molti (tra i quali devo dire anche il sottoscritto) di comprare casa a San Mauro, negli anni passati, a costi decisamente più favorevoli che nella vicina Torino. Non si può dire che le amministrazioni che si sono succedute fossero delle più efficienti. Non posso non far notare ad esempio che fino a pochi anni fa spesso al mattino non avevo l’acqua in casa. Storico anche il tempo che è stato necessario per il completamento dei lavori di costruzione di un tunnel lungo il fiume che liberasse il centro storico dal traffico verso Torino, diciotto anni! Eppure la cittadinanza ha sempre garantito la massima continuità  agli amministratori in carica.
Oggi la giunta uscente sta preparando un nuovo piano regolatore in cui si prevede di rimettere in gioco un po’ di cubature e le imprese edili sono in agguato per occupare i pochi spazi ancora rimasti. Non a caso anche il nuovo candidato a sindaco PdL è un geometra, Roberto Olivero, che lavora anch’egli nelle costruzioni. Al primo turno però non è stato eletto e Domenica se la vedrà  al ballottaggio con il candidato PD Dallolio che, udite udite, non è un costruttore edile. Importante soprattutto il fatto che la lista Cinque Stelle e la lista di sinistra ecologista, presentandosi con un programma molto avverso all’assalto alla collina, hanno ottenuto un risultato ottimo (insieme quasi il 17 percento dei voti).
Che sia la volta buona che la collina di San Mauro riuscirà  a trovare un po’ di requie? C’è da sperarci. Certo, pare un ragionamento molto egoista: “Tu hai la casa in collina. Perché vuoi impedire ad altri di averla?”. La risposta è in realtà  molto semplice: perché la collina è un posto ambìto proprio perché verde e tranquilla; se lasciassimo campo libero a chi sogna di trasformarla in una enorme gradinata di cemento non ci sarebbe semplicemente più alcuna collina in cui andare ad abitare. E questo non sarebbe un danno solo per i residenti ma per la città  intera che perderebbe un suo patrimonio di valore inestimabile.

May 27th, 2011

Mentira!

Il vocabolo spagnolo mentira (menzogna in italiano) fu una delle parole più citate nelle manifestazioni che precedettero le elezioni politiche spagnole del 2004. Per chi non si ricordi degli eventi: era accaduto che, a pochi giorni dalle elezioni politiche, a Madrid Al Qaeda aveva fatto saltare in aria la stazione ferroviaria di Atocha causando centinaia di vittime e migliaia di feriti. Siccome uno degli argomenti più controversi della campagna elettorale era stato il rapporto con le organizzazioni indipendentiste basche e siccome la coalizione di centro-destra (che sosteneva la rielezione di Aznar) aveva sostenuto l’intransigenza con tali organizzazioni, all’indomani dell’attentato ci fu chi, nell’entourage di Aznar, si affrettò a comunicare al paese, nonostante alcune evidenze contrarie, che l’attentato era stata opera appunto dei baschi dell’ETA. Quando invece si diffusero le informazioni che attribuivano con sempre maggiore certezza l’attentato a cellule dell’estremismo islamico il paese insorse: qualcuno aveva mentito deliberatamente su una questione così alta e drammatica solo per guadagnare qualche voto. Mezza Spagna scese in piazza al grido di “Mentira“, e di “Verdad” (verità ), indignata per la suprema menzogna che le era stata propinata. L’esito fu devastante, il giorno dopo i risultati elettorali ribaltarono ogni previsione. Aznar superfavorito dai sondaggi fu sconfitto ed il suo sfidante Zapatero trionfò, iniziando un periodo di governo che dura tuttora.
moratti_pinocchio.jpg Il paragone con le elezioni comunali milanesi che vado a proporre non suoni irrispettoso: mentire su un attentato che ha causato centinaia di vittime è certamente ben più grave che mentire sul passato del proprio concorrente alle elezioni. Tuttavia mi viene da pensare che nel repentino ribaltamento dei pronostici, che il primo turno delle elezioni comunali milanesi ha proposto, potrebbe avere avuto un peso proprio quel senso di esasperazione che coglie anche l’essere umano più pacato e mite quando la raffica consueta di bugie che ci viene propinata dai nostri politici travalica un astratto senso della misura, che forse si è spinto negli anni più avanti, ma che forse esiste ancora. Ho quindi l’impressione che più che l’Ecopass, più che le promesse non mantenute, abbia pesato il sentirsi presi in giro, oltre ogni limite, da chi gli spacciava per terrorista un pacato signore di mezz’età , da chi gli diceva che garantire la libertà  di culto, garantita dalla costituzione, equivale a svendere Milano allo straniero, da chi gli diceva che chi propone modalità  innovative per gestire la tossicodipendenza è uno sponsor dello spinello. Ho la sensazione che ci sia stato anche tra i più fedeli elettori della destra qualcuno che alla fine si sia ribellato e si sia detto: “Sem minga stupid!” e il voto non l’abbia dato a Letizia in un momento di rabbia ed esasperazione.
Se la Moratti dovesse recuperare, come le voci ipotizzano in questi giorni, sarebbe un peccato ma anche il segno che l’indignazione è sempre una reazione effimera. Anche se dovesse però alla fine rivincere la Letizia, sarebbe comunque stato bello prendere atto che la sopportazione dei cittadini ha ancora un fondoscala…

May 25th, 2011

Il traghettatore che affonda

L’altra sera è andata in onda la prima puntata di “Ora ci tocca anche Sgarbi” a cui RAI Uno aveva concesso addirittura la prima serata. Devo dire che non ho avuto tempo di guardare di cosa si trattasse e devo dire che non mi dispiace di non avere avuto tempo. Sta di fatto che l’impatto sul pubblico è stato talmente disastroso da indurre la RAI a cancellare le quattro puntate successive previste da contratto. Ancora non è chiaro poi se il contratto sarà  comunque onorato dalla RAI e se Sgarbi sarà  quindi pagato per l’intero compenso previsto (1 millione di Euro) nonostante l’esito ma vedremo, d’altronde non mi aspettavo che il pagamento del canone sarebbe stato un investimento proficuo… vittorio_sgarbi.jpg
A prescindere però dall’esito della trasmissione, ho l’impressione che il tentativo di riesumare il personaggio Sgarbi, portato avanti con sincero entusiasmo da un drappello di berlusconiani, in nome fondamentalmente dei vecchi tempi, era ed è destinato al fallimento. Questo non deve farci dimenticare però l’impronta notevolissima che Sgarbi ha lasciato nella cultura del nostro paese. Pensiamo un po’ agli anni in cui costui ha iniziato a popolare i talk-show televisivi. Era la fine degli anni ottanta ed eravamo un’Italia abituata a toni moderati, a parole misurate, alle pause di Craxi, all’ironia di Andreotti, alla calma di Forlani. De Mita, solo per la sua accento spiccata, era già  considerato un personaggio folcroristico. Eravamo l’Italia del sorriso stampato di Pippo Baudo, un paese che tuttalpiù si indignava quando Mike Bongiorno faceva una delle sue gaffes. Era la fine degli anni ottanta, mica l’anteguerra: ne sono passati poco più di venti ma pare un’altra era geologica. Non esito a dire che Sgarbi fu uno dei personaggi televisivi più importanti nella trasformazione che avvenne in quegli anni attorno ai salotti dei talkshow televisivi (tra i quali in prima fila proprio il Maurizio Costanzo Show). Lui che arrivava con la sua aria da intellettuale, con un fisico slanciato, sfoderando una ragguardevole cultura e discrete doti divulgative e poi, improvvisamente, prima che il pubblico cominciasse ad annoiarsi, iniziava a spararle grosse, ad alzare la voce, ad insultare questo e quello, a trasformare la discussione in rissa verbale giungendo talvolta al limite di quella fisica. La rissa già  allora piaceva ma inconfessabilmente, e allora tutti dicevano: “Ma come parla bene questo Sgarbi” anche se in fondo non aspettavano altro che si partisse con i vaffanculo. Se al posto suo fosse arrivato un ometto tarchiatello e sgrammaticato non lo avrebbe considerato nessuno, eravamo un po’ snob in fondo.
Se una parte degli italiani ha fatto outing e oggi si mette davanti alla tv per vedere l’ultima litigata al Grande Fratello o l’ultima rissa all’Isola dei Famosi fiera di sé, è anche grazie a Sgarbi, che ha rivalutato, coniugandoli artificiosamente con la cultura propriamente detta, gli impulsi più belluini che i modelli della civiltà  moderna avevano messo in un angolo. Se sia una colpa o un merito lascio a voi giudicare, ma Sgarbi sicuramente in questo processo ha avuto una parte importante, come un traghettatore di una parte della società  italiana verso un diverso modello culturale. Adesso però l’outing dell’opinione pubblica è stato completo e le mezze misure non interessano più. Perché ascoltare pistolotti noiosissimi su Longanesi o Pasolini per sentire alla fine magari un paio di urli (peraltro spenti sul nascere perfino dal fido Morgan) quando altrove si possono avere risse, calci e sputi molto più a buon mercato? Il personaggio di oggi è Scilipoti che è proprio come non è Sgarbi: brutto, tarchiato e ignorante. Il suo turpiloquio è più naturale, pare più spontaneo, ha quel quanto di dialettale che lo rende decisamente più appagante, l’urlo esce più schietto, più genuino, come i fruttivendoli al mercato della Vuccirìa. Se volessi fare un talkshow-rissa oggi inviterei Scilipoti mica Sgarbi. Per quanto riguarda i pistolotti culturali ormai sono riservati al pubblico di Saviano che però ormai sta da un’altra parte e se anche, per sbaglio, finisce su Sgarbi cambia canale quando si accorge che Sgarbi non usa la sua tribuna per attaccare camorristi e politici corrotti ma per attaccare i giudici che indagano su di lui.
Sgarbi ha contribuito in anni di insulti, turpiloquio e aggressione verbale dei suoi interlocutori a scavare un solco tra una parte e l’altra dell’audience televisiva, disgustando alcuni e esaltando altri. Oggi si ritrova in mezzo a quel solco e da una parte, così come dall’altra, non lo apprezza più nessuno. Forse un domani il solco si colmerà  di nuovo e ci sarà  di nuovo bisogno di qualcuno che passi da Balthus al vaffanculo con la stessa naturalezza, oggi Sgarbi è superfluo e il suo declino è irreversibile. Quelli interessati a questo fenomeno sono rimasti in pochi: da una parte quelli come il sottoscritto, che l’hanno subito per anni e oggi sono decisamente sollevati nel vederlo tramontare, ma soprattutto dall’altra quelli che cercano disperatamente di riesumarlo nella speranza di riesumare, con lui, anche sé stessi.

May 20th, 2011

Scusarsi sarebbe un bel gesto

palombo-lacrime_367.jpgDomenica scorsa, al termine della penultima giornata di Campionato, la Sampdoria ha dovuto salutare la Serie A al termine di un Campionato folle che era iniziato con ben altre ambizioni. La squadra genovese era infatti l’anno passato, dopo molti anni, tornata in Champions League, dove aveva però subito ad Agosto una sfortunata esclusione dai preliminari per colpa di un gol balordo preso all’ultimo minuto della doppia sfida con il Werder Brema. Poi è venuto un inizio di stagione non esaltante, l’inopinata cessione prima di Cassano e poi di Pazzini (i due protagonisti della splendida scorsa stagione) ed il crollo che ha portato alla inattesa retrocessione. Sta di fatto che a fine partita il capitano della Samp Palombo si è sentito in dovere di andare a chiedere scusa, con le lacrime (credo sincere) agli occhi, ai tifosi ai quali la sua squadra aveva inferto una così terribile delusione. Non importa quanto schietto sia stato il gesto: è stato bello cercare, in un momento così triste anche per un giocatore, di ritrovare un contatto con quel pubblico che sostiene, spesso un po’ a fatica, il carrozzone del calcio.
Non voglio offendere la sensibilità  dei sampdoriani che leggano questo blog ma il secondo settimo posto consecutivo (sempre che non diventi ottavo) della Juventus non è, per i suoi tifosi, abituati ben diversamente, un’umiliazione minore. Eppure l’allenatore Delneri che ha appena condotto i suoi a questo disastro continua a rilasciare dichiarazioni soddisfatte, sostenendo che è stata una stagione positiva, che era difficile fare meglio, quasi meravigliandosi dei travasi di bile da cui i sostenitori di Madama sono affetti ormai quotidianamente e dei fischi che quindi tributano ai loro beniamini. E’ sempre più chiaro che il problema di Delneri è di non avere profondamente mai capito dov’era finito, che cosa ci si aspettava da lui e quali erano i suoi reali obiettivi. Forse se lo avesse capito in tempo avrebbe detto: “No, grazie” e sarebbe rimasto dov’era, ovvero proprio alla Sampdoria, evitandole magari i disastri di questa stagione, ma le cose sono andate, purtroppo per tutti, diversamente. Non mi aspetto quindi nulla dal tecnico che è stata solo una delle mille scelte sbagliate di Marotta.
Però per i giocatori è diverso, specialmente per quelli della vecchia guardia, quelli che c’erano quando eravamo in cima al mondo, quelli non possono non capire cosa prova il popolo biancoenero nel vedere la squadra fuori dall’Europa. E allora Domenica sera, quando il Campionato si chiuderà , non sarebbe male vedere Del Piero, Buffon e magari qualcun altro che ha visto la Juve primeggiare in Europa solo in televisione, ma che comprende lo stesso il disagio che lo juventino sta vivendo in questo periodo, andare sotto gli spalti a scusarsi per il disastro combinato in quest’anno così come in quello scorso. Non ci troveremmo, certo, mezzo punto in più in classifica, ma sarebbe un gesto che salva moralmente un’intera stagione e che forse riconcilia quei giocatori con un pubblico che vive oggi sentimenti molto contrastati anche nei confronti dei suoi idoli più affezionati. Che ne dite? Si può fare?

May 17th, 2011

Lukashenko chi è?

Qualche settimana fa ha destato una certa impressione il fatto che il Ministro La Russa abbia dimostrato in un fuori onda a Ballarò di non sapere chi fosse Lukashenko, presidente e dittatore della Bielorussia. Non so dirvi se ci siano ancora molti che si impressionano per il fatto che un Ministro si dimostri un incompetente o se l’impressione è legata piuttosto ai rapporti di amicizia che Berlusconi ha con Lukashenko e da cui evidentemente La Russa è escluso. Sta di fatto che mi è venuta la curiosità  di scoprire chi è davvero Lukashenko, cosa succede in Bielorussia, se in un momento in cui molte dittature in giro per il mondo scricchiolano quella di Lukashenko è solida o meno e chi si batte contro di essa.
alexander_lukashenko.jpgLukashenko pare essere un personaggio che definirei quantomeno poco raccomandabile. Ha più volte manifestato simpatia per Hitler sia a parole sia nella sua predilezione per i gruppi neonazisti che spesso ne hanno supportato le attività  di repressione. Le persecuzioni operate dal suo regime nei confronti delle minoranze polacche e ebree sono uno dei principali motivi di isolamento dalla comunità  internazionale. Anni fa pare aver addirittura auspicato che a quelli che si oppongono al regime sia spezzato il collo “come ad una papera”.
Il dittatore della Bielorussia è in realtà  un ex-militare passato alla carriera politica ai tempi in cui il paese era ancora una repubblica sovietica per poi segnalarsi come paladino anti-corruzione nei primi anni dell’indipendenza. Questa immagine lo portò a vincere le prime e ultime elezioni presidenziali democratiche svoltesi nel 1994. Nei due anni successivi una serie di riforme della Costituzione portarono ad una progressiva involuzione autoritaria dello Stato, garantendo a Lukashenko una serie di rielezioni di dimensioni plebiscitarie nel 2001, 2006 e in ultimo nel Dicembre 2010. Queste ultime elezioni sono state le più agitate a causa di numerose manifestazioni di protesta placate nel sangue dal governo, con il grave ferimento di uno dei candidati dell’opposizione e con successivi arresti dei membri dell’opposizione. Il principale partito dell’opposizione si chiama Fronte dei Giovani (Malady Front) e il suo sito web è fondamentalmente un notiziario delle condizioni dei suoi molti aderenti rinchiusi in carcere. Uno dei principali militanti del movimento è tale Pavel Severinets che è finito più volte in carcere. Non se la cava troppo bene nemmeno lo scienziato Yury Bandazhevsky che, a forza di indagare sulle conseguenze dell’esplosione del reattore di Chernobyl, si è trovato in galera con accuse di corruzione, pare, mai provate. Ancora pochi giorni fa altri esponenti dell’opposizione sono finiti sotto processo.
In definitiva la situazione non sembra così diversa da quella dei paesi del mondo arabo che si sollevano contro i regimi che li governano. Senonché per motivi non meglio identificati pare che le fonti di informazioni di casa nostra sorvolino su quanto accade dalle parti di Minsk.
D’altronde non si può nemmeno dire che la politica occidentale sia rimasta indifferente. Ripetute condanne sono giunte da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti ma anche queste non hanno avuto sostanziale rilevanza sui nostri mezzi di informazione. Il fatto quindi che un italiano medio, che legge giornali e ascolta la tv non sappia nulla di Lukashenko e della Bielorussia ci sta tranquillamente. Potrebbe semmai stupire che un italiano medio faccia il Ministro della Difesa, ma ormai nulla più ci stupisce di questa classe politica, no?

May 16th, 2011

C’è garanzia e garanzia

Ad ogni tornata elettorale italiana scorre, sulle varie fonti di informazione, la lunga lista di pregiudicati, indagati, sospettati, chiacchierati, messi in lista dai vari partiti, chi più chi meno (e quando scrivo “chi più” non c’è bisogno di un grande sforzo di fantasia per capire a chi penso…). E così nascono le solite polemiche tra quanti considerano doveroso il dare la possibilità  di presentarsi di fronte agli elettori anche a chi ha o ha avuto qualcosa da spartire con la giustizia e quanti invece considerano inopportuna la candidatura di costoro.
nunzia-stolder-napoli.jpg Anche questa volta i casi scuola non sono mancati: c’è il candidato Pdl a Milano che al telefono con un boss mafioso augurava “di morire come un cane” all’esercente di un locale notturno che si era ribellato al racket, c’è il PD che a Torino candida il vecchio volpone della politica torinese Giusi Laganga più volte sottoprocesso e qualche volta pure condannato, c’è perfino l’esponente della Lega di un comune del bresciano che appena scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare ha subito ripreso la sua campagna elettorale. Il caso però più intrigante è secondo me quello di Nunzia Stolder, figlia di un boss della Camorra candidata a Napoli nelle liste del PdL. Lei ovviamente sostiene di non avere nulla a che fare con suo padre, di aver scelto una strada diversa, ed in effetti non risulta abbia mai svolto attività  illecite. Il fatto d’altronde che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli è una massima a cui siamo certamente tutti fedeli. Eppure devo dire sinceramente che io escluderei di votare per la figlia di un boss o per il partito che la candida. Mi devo forse sentire poco garantista?
Il problema sta appunto attorno alle garanzie. La garanzia che è concessa doverosamente a qualunque cittadino è di essere responsabile solo delle proprie colpe, di pagare per le colpe sono quando queste colpe sono accertate nel modo più chiaro ed incontrovertibile, secondo quanto la legge dispone, e di pagare non oltre quanto disposto dal sistema giudiziario, tornando, dopo avere saldato il proprio debito con la giustizia, ad essere un cittadino con pari diritti a tutti gli altri.
C’è però un’altra garanzia da cui i cittadini devono essere tutelati e devono tutelarsi: che chi li governa lo faccia sulla base dei più profondi principi di onestà , disinteresse e perseguimento degli interessi pubblici prima di quelli personali ed è una garanzia che considero prevalente sull’altra perché il rischio che colui o colei al quale affido la gestione del mio paese tradiscano la mia fiducia è elevato tanto quanto lo è il rischio che chi ha le chiavi di casa mia ne asporti tutta l’argenteria. Per questo costui o costei non può essere solo una persona come tutte le altre ma ben al di sopra di esse, una persona di cui mi devo fidare incondizionatamente. Così come nessuno mi può biasimare se preferisco dare le chiavi di casa mia ad un vecchio amico che ad un ex-carcerato, altrettanto non mi si può biasimare se non affido il mio voto a chi ha commesso nel passato reati, è sospettato di averlo fatto o è parente stretto di malavitosi. Si dirà  allora: “ma in questo modo si legittima una discriminazione”. Ebbene sì, ma bisogna tenere in buon conto che una carica politica non è un mestiere come un altro: chi ricopre una carica politica rappresenta un paese, una regione, un comune e tale rappresentanza è un servizio che si offre alla collettività , non semplicemente un modo per portare a casa lo stipendio. Chi sia interessato alla politica deve avere ben presente che nella deontologia di un eletto la prima priorità  è preservare gli interessi e l’immagine di ciò che rappresenta. In termini di immagine cosa penseremmo se scoprissimo che un ministro colombiano è figlio di un noto narcos e cosa penserebbe dell’Italia il mondo se la signora Stolder arrivasse un domani a far parte di un governo? E’ un pregiudizio, lo so, ma nell’impossibilità  di estirpare il pregiudizio dal mondo forse sarebbe meglio pragmaticamente cercare di non alimentarlo. E allora per chi abbia avuto o abbia problemi con la giustizia, per chi abbia parentele scomode, il modo migliore per offrire un servigio al suo paese, alla sua regione, al suo Comune è quello di dedicarsi ad un altro mestiere, a fare altro che non sia la politica. Questo è quello che mi aspetterei dalla signora Stolder, che ha tutto il diritto di condurre una vita onesta e diversa da quella di suo padre ma che ha anche il dovere, se vuole il bene della comunità  di cui fa parte, di difenderla dal suo ingombrante cognome.
Difenderla, anche perché da sola non si difende, ed infatti vedrete che Lunedì ci ritroveremo con un esercito di neoconsiglieri pregiudicati, sospettati o figli di boss mafiosi, con le solite devastanti conseguenze per l’immagine del paese.

May 14th, 2011

Sbatti il mostro in prima pagina

E’ giunta oggi la notizia per la quale l’AGCOM ha comminato una multa al TG1 per l’eccessivo spazio dato al Premier. Devo dire intanto che la notizia non mi esalta, in quanto ho dei seri dubbi che, come auspicato da qualcuno, sarà  Minzolini di tasca sua a pagare la multa. Il direttore del TG1 ha avuto la sfrontatezza di far pagare alla RAI, e quindi a noi contribuenti, le sue (e forse non solo sue) vacanze dorate, il tutto con la benedizione dell’azienda. Sarei molto sorpreso se pagasse lui la multa. Ma non è questo che più mi sconcerta oggi.
primapaginarepubblica.pngSe infatti Minzolini dà  spazio al Premier sulla base di un chiaro mandato e il suo obiettivo era chiaro fin dall’inizio la domanda che mi faccio è un’altra. Perché quotidiani teoricamente non schierati come La Stampa o addirittura decisamente schierati contro Berlusconi, come Repubblica, oggi aprono con un titolo dedicato al Premier? Ricostruiamo i fatti: ieri Berlusconi ha fatto una delle sue mille sparate contro la Costituzione, giusto per sottolineare sempre che se negli otto anni che ha governato dal 2001 a oggi non ha combinato quasi nulla è per colpa dell’arbitro, del vento e del pallone sgonfio, non perché non sappia giocare. Poi, come non manca mai di fare, ha condito questa sparata con una stupidaggine qualsiasi (“Quelli di sinistra non si lavano”). Cose per lui usuali, quotidiane, che non fanno nemmeno mezza notizia. Ti aspetteresti un levarsi di spallucce come di fronte agli sproloqui di un vecchio pazzo. Ed invece misteriosamente Berlusconi questa mattina è su tutte le prime pagine dei giornali e perfino i giornali di sinistra gli dedicano il titolo principale. Che senso ha? Quale linea editoriale porta direttori di testate non asserviti a proporre come grande notizia del giorno una nenia che sentiamo ininterrottamente da 17 anni? Davvero tanti lettori della Repubblica, o de La Stampa, o del Corriere, sono ansiosi di sapere qual è l’ultima stupidaggine detta da Berlusconi, per farsi due risate o un po’ di sangue amaro? Sono solo io al quale queste fesserie ormai generano solo noia? Non credo. E allora perché questo gusto per l’orrido? E’ forse ormai il nostro Premier un fenomeno da baraccone che viene esibito solo per generare raccapriccio? Una specie di mostro da sbattere in prima pagina? Non lo so.
Di sicuro, quando sbircio la rassegna stampa al mattino, vorrei delle notizie vere, non nenie divenute ormai solo estremamente noiose.

May 11th, 2011

Una mesta conclusione

La stagione della Juve che si era aperta con limitato entusiasmo lo scorso Agosto, si è virtualmente chiusa ieri sera nella più nera tristezza. Se riguardo alle sensazioni di inizio stagione, perplesse e dubbiose, che solo raramente si sono sciolte nelle speranze e illusioni di cui si nutre il tifoso di calcio, mi viene l’impressione che addirittura questa stagione non sia mai iniziata e che si sia trattato solo di un lunghissimo incubo.
Il copione della serata di ieri è stato quello al quale le ultime due stagioni ci hanno abituato. In tutte le circostanze nodali di queste due ultime stagioni la Juve si è fatta regolarmente rimontare proprio quando il successo pareva a portata di mano. Successe l’anno scorso nell’ultima gara del girone di Champions quando la Juve era sul punto di sbattere fuori il Bayern (che sarebbe poi diventata vicecampione d’Europa), in un incontro nel quale alla Juve bastava un pari e che pur, aperto da un gol di Trezeguet, la Juve riusci a perdere 4 a 1. Qualcosa di simile accadde a Londra con il Fulham: 3 a 1 all’andata e gol ancora di Trezeguet in apertura: anche qui sconfitta 4 a 1. Infine la gara interna contro il Siena, decisiva per rientrare nella lotta per la zona Champions: anche qui Juve sul tre a zero dopo 10 minuti e prodigioso 3  a 3 del Siena a finale. Quest’anno, ogni qual volta si prospettava un riaffacciarsi della Juve nella zona Champions, magari attraverso vittorie insperate come quelle a Roma con Roma e Lazio, gli sforzi sono stati puntualmente vanificati dalle follìe maturate contro Cesena, Catania e ieri sera Chievo, tre incontri che la Juve aveva già  vinto e che si è trovata a pareggiare.
delneri_r400.jpgTutto ciò pare soprattutto dirci che i problemi da cui è affetta la Juventus non sono solo la cifra tecnica dell’organico ma anche equilibri psicologici ancora tutti da trovare ed il fatto che un anno sia passato senza apparenti cambiamenti non depone a favore di chi ha guidato la squadra. Quanto dichiarato da Delneri dopo la partita, “Alla Juve è difficile giocare: se vinci hai fatto il minimo indispensabile, se pareggi storcono la bocca, se perdi è una tragedia“, la dice lunga sul personaggio che probabilmente non era all’altezza, caratterialmente, di allenare la Juve e il cui ingaggio è solo uno dei tanti errori commessi dalla dirigenza in carica, così tanti da far quasi rimpiangere quella precedente.
L’inizio della partita non della Juve non era certo da applausi: il gioco era svagato e impreciso. Aquilani metteva una seria ipoteca sul suo ritorno a Liverpool con una serata pressoché disastrosa, Marchisio era il solito giocatore evanescente degli ultimi mesi, Pepe e Krasic non sfondavano mai e Matri e Del Piero stavano troppo distanti tra loro per poter aiutarsi a vicenda, Motta era più efficace del solito in fase offensiva ma difendeva con la solita imprecisione. Eppure un generoso rigore fischiato da Gervasoni, per una cintura a Pepe, regalava ai nostri un primo vantaggio (definisco il rigore generoso e mi rendo conto che se tale aggettivo è stato usato in queste ore da alcune fonti di informazione è solo perché è un rigore per la Juve, altrimenti sarebbe stato sacrosanto, ma tant’è…). Nulla però cambiava e l’incontro procedeva sonnolento: noi provavamo con convizione altalenante a raddoppiare, ma qualche imprecisione in zona gol vanificava i pochi sforzi almeno fino alla fine del tempo.
Ad inizio ripresa però improvvisamente un passaggio in profondità  del Capitano trovava un guizzo di Matri che sciabolava in rete, mettendo apparentemente il cuore in pace ai volenterosi veneti. Si poteva pensare a quel punto ad un incontro concluso, ma al contrario la partita si vivacizzava d’improvviso e Krasic sbagliava a porta vuota il gol del 3 a 0. Poi, tutto d’un tratto, succedeva l’incredibile: una punizione da trequarti fatta spiovere in mezzo all’area da Bogliacino trovava una deviazione improvvisata di Sardo che mandava il pallone a sbattere sul palo dal quale Uribe ribadiva in porta. C’era appena il tempo di preoccuparsi per l’ennesima possibile rimonta che la rimonta era già  realtà : il tutto grazie ad un secondo colpo da biliardo dei veronesi. Questa volta era Pellissier a fare sponda sul palo e Sardo ad imbucare. Di lì alla fine poi succedeva di tutto: due pali e mischie furibonde davanti alla porta veneta, ma non c’è nulla di più autodistruttivo della disperazione ed era solo la disperazione che guidava i piedi bianchieneri in quel momento. La disperazione portava perfino il nostro Gigi ad abbandonare i pali offrendo al Chievo il gol della vittoria che con malaccortezza oratoriale Uribe sbagliava. Il fallimento della gestione tecnica di questa squadra stava proprio qui: nella frenesia che portava la squadra, dopo aver subito abbastanza occasionalmente il 2-1, a perdere completamente il controllo tattico dell’incontro, proprio nel momento in cui si sarebbe dovuto invece serrare le fila per portare in porto il risultato, così vitale per i destini della squadra.
E’ finita così: con la Juve fuori dalla Coppa Campioni e forse anche dalla Coppa Europa (dobbiamo sperare che il Milan vinca questa sera a Palermo in Coppa Italia). E’ finita con una squadra da ricostruire, un nuovo allenatore da trovare. Insomma è finita più o meno come l’anno scorso ma con un anno in più che è passato del tutto inutilmente. Se l’errore fondamentale è stato, nel mercato dell’anno scorso, affidarsi ad una pletora di giocatori mediocri senza nessuna concessione al talento e alla qualità , quest’anno proprio questo deve cambiare. Marotta, o chi altro farà  la campagna acquisti, dovrà  spendersi per portare in bianconero uno/due giocatori che facciano la differenza, a costo di dovere poi fare con quello che abbiamo in casa negli altri ruoli. Il calcio è talento, è genio, è invenzione, non basta correre e sgobbare. Avrei desiderato che non ci volesse un anno di amarezze perché chi ha la direzione tecnica della società  se ne ricordasse, ma non ci resta che sperare che costoro se ne siano infine resi conto.

May 10th, 2011

Una strana requisitoria

Al processo di Napoli su Calciopoli è iniziata Martedì 3 scorso la requisitoria del PM Narducci. Molti aspetti sono stati ovviamente attraversati durante il monologo del Pubblico Ministero ma uno in particolare mi ha colpito: la parte in cui ha difeso il capo d’accusa, quello di frode sportiva, dai molti che in questi mesi ne hanno messo in evidenza la debolezza. Per chi non abbia seguito la vicenda, provo a chiarire le critiche all’impianto accusatorio, pur ben specificando di non avere conoscenze di diritto e di essere quindi esposto alla possibilità  di esprimermi in modo del tutto impreciso.
Il processo vuole dimostrare che c’era un’organizzazione costituita dal Direttore Tecnico della Juventus Luciano Moggi, i designatori arbitrali Bergamo e Pairetto e un gruppo di arbitri capeggiati da Massimo De Santis, che intratteneva un rapporto fatto da favori reciproci. Tali favori sarebbero stati costituiti da una parte nel far carriera, dall’altra in piccoli favori arbitrali ben dosati a favori della Juventus o delle squadre che le si alleavano. Il problema è che i  vari elementi a sostegno di questa tesi sono di volta in volta caduti. Dapprima sono venute meno tutte le prove di reciproci vantaggi: da una parte non si è riusciti ad evidenziare neppur un caso in cui ci sia stato un effettivo inquinamento deliberato del risultato di un incontro, dall’altro non si è dimostrato che la carriera dei vari membri degli organi arbitrali si sia giovata dell’organizzazione, nel caso di De Santis poi non è stato nemmeno possibile dimostrare qualunque rapporto di natura non istituzionale con gli altri presunti sodali.  Infine, con la rivelazione di intercettazioni che fino a quel momento erano rimaste nei files della procura, è emerso che non c’era nemmeno un rapporto preferenziale dei personaggi in oggetto, e dei designatori in particolare, con Moggi, rispetto a quelli intrattenuti con i pari grado delle principali squadre rivali, Inter e Milan in particolare.
A questo punto il dubbio viene: se io non ho comportamenti illeciti (il divieto di parlare con i designatori è stato introdotto dopo il 2006), non avendo addirittura comportamenti illeciti che altri avevano (Moggi è uno dei pochi mai scoperti al telefono con un arbitro), se non ho un rapporto personale preferenziale con i designatori, se non ci sono elementi provanti un vantaggio che una della parti avrebbe avuto, come si può parlare di frode? Anche Narducci l’ha capito e quindi si difende (strano ruolo per l’accusa!) in questo modo: “Il reato di frode in competizione sportiva, previsto dalla legge 401/89, prevede due tipi di condotte illecite che integrano ciascuna la condotta di frode. La prima è quella di chi offre o promette denaro ai partecipanti alla competizione al fine di raggiungere un risultato diverso da quello del campo, la seconda di chi compie altri atti fraudolenti volti al medesimo scopo, ed è il nostro caso. Assumono rilievo anche condotte che non riescono a conseguire il risultato previsto dalla legge. La legge punisce anche solo il comportamento, essendo un reato di pericolo. In tema di elemento costitutivo deve cercarsi l’esistenza di dolo specifico, accertarsi che lo scopo dell’alterazione sia presente nella mente di chi compie il reato. Non è quindi importante capire se in una partita di calcio sia stato concesso o meno un rigore, sia stata comminata o meno un’espulsione. La norma ci dice che si rintracciano indici o elementi di prova. Dovremo guardare alle attività  effettuate in quel campionato, a ciò che si verifica in altri momenti attraverso la lettura incrociata di conversazioni che avvengono sulle utenze intercettate e quelle che avvengono subito dopo sulle utenze riservate, le dichiarazioni effettuate da persone interrogate.” Peccato che l’unica persona interrogata che ha confermato l’esistenza di questa “organizzazione” sia Nucini, testimone che in aula si è più volte contraddetto, si è mostrato a tratti reticente e soprattutto, allorquando gli è stato chiesto su quali basi fosse certo dell’esistenza dell’organizzazione, ha sempre fatto riferimento a sue intime certezze basate su sensazioni o sull’interpretazioni di frasi sentite qua e là . Nessuno degli altri innumerevoli testimoni ha in alcun modo rafforzato l’ipotesi di esistenza dell'”organizzazione”.
Uno dei più frequenti tormentoni dei colpevolisti è stato inoltre quello delle SIM svizzere, cioè quelle SIM non intercettabili che Moggi aveva, nell’inverno del 2005, acquistato e distribuito in giro tra amici e conoscenti (a suo dire per proteggersi da voci che gli sarebbero arrivate sull’esistenza dello scandalo Telecom) e una parte delle quali si sospetta (pur sulla base di riscontri geografici del tutto arbitrari) che sarebbe andata ad alcuni arbitri. Ma se, come riaffermato da Narducci nella sua requisitoria, il sodalizio fosse addirittura ben precedente al 2004, come si spiega che non ci sia evidenza di telefonate sospette prima della disponibilità  delle SIM svizzere? E anche se fossi certo che quelle SIM erano state regalate ad arbitri (e così non è) e anche se con quelle utenze Moggi avesse deciso di iniziare a contattare direttamente gli arbitri (cosa che apparentemente non faceva prima) cosa rende tutto ciò più grave e più fraudolento dei contatti telefonici frequenti che gli arbitri intrattenevano con dirigenti di Milan e Inter?
cervello.jpgTornerei allora sulla frase evidenziata sopra in grassetto per chiedermi come si possa capire ciò che è presente nella mente di chi voglia compiere un reato di frode (sportiva o meno), quando ciò non ha effetti pratici misurabili e riscontrabili, se non attraverso la confessione di costui o dei suoi sodali? In altre parole, anche se nella mente degli accusati ci fosse stata davvero l’intenzione del dolo, se non scopro che qualcuno ha avuto dei vantaggi o se questa intenzione non è stata manifestata in modo chiaro a qualcuno, come faccio a dimostrare che intenzione di dolo c’è stata? E’ anche se ci fosse qualcuno che sostiene che l’intenzione gli è stata chiaramente manifestata (e non è il nostro caso) come farei ad arrivare ad una condanna se non ho alcun riscontro materiale di tali affermazioni?
In definitiva dalla requisitoria di Narducci emerge soprattutto quell’imbarazzo di cui avevo già  scritto e che porta questo processo verso una conclusione tutto sommato imprevedibile, ma che rischia comunque di rappresentare una brutta pagina della giustizia italiana: sia nel caso di un’assoluzione, che genererebbe panico in un paese vissuto per cinque anni nel dogma della colpevolezza di Moggi, sia nel caso di una condanna, che suonerebbe un voler salvare la faccia della Procura. Viene quindi come già  altre volte un dubbio di fondo: aveva allora senso protrarre così a lungo, fino alla sentenza, un’inchiesta ed un processo per il quale l’accanimento terapeutico pare l’unico reato effettivamente riscontrabile?

May 6th, 2011

L’outing di Giovanardi

carlo_giovanardi.jpgCi aveva provato il nostro sottosegretario Giovanardi a balbettare sconclusionati riferimenti alla Costituzione quando è stato chiamato a commentare severamente i manifesti dell’IKEA che ritraevano una coppia omosessuale. Alla fine quello che si agitava sotto questa patina di istituzionalità  è però emerso: ha infatti poi candidamente ammesso che semplicemente due omosessuali che si scambiano effusioni gli danno fastidio. Buon per lui che l’ha manifestato, è sempre bene non reprimere le proprie fobie, è il primo passo per guarirle.
Al di là  però del caso Giovanardi cosa porti una persona apparentemente sana ad essere infastidita da uno scambio di effusioni tra due sconosciuti, solo perché dello stesso sesso, è sempre qualcosa che mi incuriosisce, ancor più quando si trasforma, come accaduto nel passato, in follia collettiva.
Secondo la letteratura ci sono varie origini che questa fobia può avere: un generico senso di fastidio verso la diversità , il condizionamento che viene dalla storica condanna morale dell’omosessualità  o una propria intima incertezza sessuale e quindi la paura della tentazione di pulsioni inconfessate. Probabilmente in ogni omofobo è presente un mix di queste componenti. Difficile poter dire che origine abbia la fobia di Giovanardi, certo che se il Sottosegretario, anziché parlarne ai giornali, ne parlasse al suo analista, farebbe di certo cosa alquanto opportuna.

May 5th, 2011
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