Il Quinto Stato
La notizia non è originale: Foxconn ha annunciato pesanti investimenti in Cina nell’automazione del lavoro, con l’intento di sostituire persone con macchinari. Non è originale perché il fatto che l’automazione bruci posti di lavoro è vero da molti anni e non si può certo credere che sia un fenomeno in fase di ridimensionamento, però è significativo che la notizia arrivi dalla Cina, mecca del lavoro a basso costo, a dimostrazione che il contenimento del costo del lavoro non basta a garantire che non possa succedere in un futuro più o meno lontano che la mano d’opera semplicemente non serva più.
Come sarà la società umana quando le macchine saranno in grado di svolgere la maggior parte delle mansioni che oggi svolgono le classi meno agiate della nostra società ? Quando per rendersi utile alla società non basteranno più mani e braccia, visto che di quelle disporranno in abbondanza ed a costi minori dispositivi cibernetici, che ne sarà degli strati meno “dotati” della società ? Saremo tutti programmatori? Saremo tutti creativi? Che faranno il ragazzo o la ragazza che non ha voglia di studiare, che non ha particolari qualità ? Diventerà un mediocre programmatore, passerà da un call-center all’altro, oppure farà parte di un sottobosco sociale di nullafacenti che smetteranno di dare il loro contributo alla società creando un endemico conflitto sociale? Ci sono varie correnti di pensiero che si sono misurate sul tema, dai più ottimisti che sostengono che la società si adatterà alle nuove esigenze senza scossoni, ai più catastrofisti. Ho comunque l’impressione che l’introduzione massiccia della cibernetica porterà ad una progressiva trasformazione non solo del mondo del lavoro ma dei rapporti e della stratificazione sociale. E’ un tema di cui in questi anni stiamo percependo solo i prodromi ma che sarà centrale in questo e nei prossimi secoli.
Se poi a qualcuno verrà in mente di programmare all’interno dei robot quella strana cosa che noi chamiamo ambizione, allora ci troveremo a dover fronteggiare una nuova rivoluzione sociale, una sorta di quinto stato, ma di questo scenario ha già abbondantemente parlato la fantascienza…
Lettera ad un benestante
Caro benestante,
ti scrivo questa lettera aperta perché vorrei confrontarmi con te su alcuni temi di attualità che ci riguardano entrambi. Premetto, per sgombrare il campo da ogni equivoco, che anch’io sono un benestante, un po’ meno benestante di te ma non così tanto da non capire i tuoi problemi, da non avere vissuto anch’io certe pulsioni che si agitano dentro di te. Eppure, nonostante questo, ho l’impressione che abbiamo modi diversi di percepire certe cose e vorrei parlartene.
Mi rivolgo proprio a te, a te che hai da qualche anno varcato la soglia dei 100 mila euro di imponibile, a te che, dopo anni (pochi) di terrore per quello che avrebbe potuto fare uno dei governi di sinistra e che per fortuna non ha mai fatto, ti sei visto insidiare il tuo reddito proprio dalla coalizione berlusconiana alla quale avevi dato tutta la tua fiducia, nella convinzione che loro non sarebbero mai venuti a chiederti altri soldi. E invece te li hanno chiesti e questo ti ha fatto arrabbiare, ti ha fatto arrabbiare così tanto che ti eri già ripromesso di non votarli più anche se l’alternativa fosse stato far vincere quei vampiri della sinistra. Ti chiedevano il 5% del tuo imponibile eccedente la quota di 100 mila euro, più o meno 2000 euro: giusto il prezzo di quel televisore al plasma 60 pollici 3D che avevi deciso di comprarti per far schiattare di invidia i Finetti la prossima volta che fossero venuti a cena a casa tua. Meno male che alla fine quelli che ci governano ci hanno ripensato, che i tuoi soldi sono rimasti lì, sul tuo conto corrente, a darti sicurezza e certezze, a premiarti per tutti i sacrifici di questi lunghi anni, a partire dagli anni dell’università , dagli anni del master, e poi i giorni e le notti, i Sabati e Domeniche a lavorare, le telefonate, le conference call anche quando eri al mare in spiaggia. Avresti avuto davvero tutte le ragioni del mondo per arrabbiarti se davvero fossero venuti a chiederli a te quei soldi, ti capisco e anch’io non sono certo contento di pagare le tasse, cosa che in realtà credo non piaccia a nessuno, anche in considerazione di quanti sprechi vengono poi realizzati con quei soldi: falsi invalidi, opere pubbliche inutili e mai ultimate, finanziamenti dispersi nel nulla.
Però, caro benestante, c’è un problema. Stavolta qualcuno questi soldi li doveva sborsare e subito, perché purtroppo quelli che in questi anni hai votato, pur di non venire a chiederti soldi, hanno fatto un sacco di debiti e oggi abbiamo i creditori alla porta e rischiamo il fallimento. Lo so che dici che ci sono altri che li potrebbero tirar fuori i soldi, che i politici guadagnano troppo, che ci sono troppe auto blu, che ci sono troppi privilegi, tutto vero, ma non basta per pagare i creditori: eliminare le auto blu, la bouvette del Senato, i vitalizi, i piccoli comuni, fa risparmiare qualche milione, ma qui si parla di miliardi. Prima di venire a chiederli a te i soldi hanno tagliato la sanità costringendo i malati a correre in fin di vita da un ospedale all’altro per trovare un posto letto, hanno tagliato le scuole costringendo insegnanti pagati due soldi a tenere a bada classi di 40 bambini, hanno tagliato le università condannando l’Italia ad essere fanalino di coda in Europa per tasso di laureati, efficacia della ricerca, sviluppo scientifico e tecnologico, hanno tagliato le infrastrutture, hanno limitato la diffusione di Internet. Per carità , avrebbero potuto monetizzare le licenze per le frequenze televisive, così come fanno per le frequenze della telefonia mobile, ma non possiamo mica pretendere che Berlusconi li sborsi di tasca sua i miliardi di cui sopra. Da te sono venuti proprio quando avevano già raschiato il fondo del barile ma poi, visto che ti sei tanto incazzato, hanno rinunciato perché si sono resi conto che potevano ancora intervenire sull’IVA. Sì, però l’IVA è una brutta bestia, non solo perché il televisore al plasma ti costerà qualche diecina di euro in più e pagherai di più anche tutto il resto; è una brutta bestia perché fa pagare di più i prodotti al consumo e allora la gente che guadagna poche centinaia di euro al mese tende a spendere di meno e i consumi si riducono ancora e per le aziende che sono già in crisi la situazione peggiora, in un momento in cui sono più le aziende che chiudono che quelle che sopravvivono.
L’azienda per la quale lavori nel passato aveva fatto utili record, ma adesso gli utili si stanno contraendo e si comincia a parlare di crisi e di riduzione del personale, e i dirigenti come te non hanno l’articolo 18 a proteggerli. Se dovessi ritrovarti a spasso non sarebbe simpatico: chi prenderebbe un dirigente quarantenne in un momento di immobilità del mercato del lavoro? Ti potresti mettere in proprio, ma con che prospettive? Quante persone conosci che in questo periodo si sono messe in proprio con successo? Quelle che formulo sono tutte ipotesi, certo, ma certamente sono prospettive molto più inquietanti che dover rinunciare al televisore al plasma: in fondo la TV si vede benissimo anche sul tv 42 pollici che hai solo da due anni e che te ne frega poi dei Finetti. E poi dimmi una cosa, in tutta onestà : ma sei proprio sicuro che se ti avessero prelevato il contributo di solidarietà , il tv 60 pollici non te lo saresti più comprato? Quanti soldi hai mediamente sul conto corrente in banca che ti rende lo 0,01% di interesse? Da quanto tempo non ti capita di averne meno di 10 mila Euro? E se non ti incazzi con te stesso per aver lasciato per anni migliaia di euro inutilizzati sul tuo conto in banca, perché ti incazzi con chi ti dice che le finanze del tuo paese hanno evidentemente più urgente bisogno di te di quei soldi?
Dammi retta, fatti una riflessione e poi mi dirai se davvero valeva la pena di trasformare il paese in cui viviamo in un ammasso di rovine, per non aprire i cordoni della borsa. Valeva la pena di incazzarsi tanto con chi voleva qualche punto percentuale in più di aliquota e non altrettanto con chi, con la scusa di tenerti buono, ha fatto macerie dell’economia italiana? Forse tu ed io stiamo imparando una bella lezione: ovvero che non serve a niente chiudersi nel proprio individualismo preoccupandosi solo di controllare il proprio livello di benessere, perché tutto ciò che hai ha un valore solo fintanto che sta in una società che funziona e che produce e dà valore alla ricchezza; se quella società crolla quella che hai in mano diventa carta straccia ed è troppo tardi per fare autocritica. Scrivo che stiamo imparando la lezione ma forse mi faccio prendere da un eccesso di ottimismo: in realtà lo spero soltanto e spero soprattutto che non sia già ora troppo tardi.
Calciatori e demagogia
Le vicende estive riguardanti il rinnovo del contratto collettivo dei calciatori hanno consentito di rispolverare un bel po’ di demagogia sul Calcio e soprattutto sui calciatori. Non è mancato certo all’appello Calderoli, che quando si tratta di parlare del nulla non fa mai mancare il proprio contributo, ma altre voci si sono levate per rimettere in riga i calciatori sindacalizzati e ieri è arrivato perfino Gramellini.
Mi rendo conto che mettersi a scrivere un articolo apologetico nei confronti della categoria calciante pare davvero tempo perso, sicuramente ci sono vertenze sindacali più coinvolgenti dal punto di vista empatico, ma è forse utile chiedersi perché il genere delle polemiche contro i calciatori sia così di successo.
Inizierei col chiarire i contorni della vicenda, giusto per capire di cosa parliamo. I calciatori hanno un contratto collettivo che disciplina i rapporti tra calciatori e società di calcio ed a cui i contratti dei singoli calciatori fanno riferimento, non troppo dissimilmente da ogni altra categoria. Va precisato che il contratto collettivo riguarda non solo i calciatori di Serie A ma tutti i calciatori professionisti, quindi anche quelli di categoria inferiore che guadagnano quanto un impiegato. Entrando più nel merito della vertenza i punti di scontro tra Associazione Calciatori e Lega Serie A sono legati all’eventuale contributo di solidarietà e ai calciatori fuori rosa. Il primo punto è ben spiegato da un articolo su Il Post di Francesco Costa e si riferisce a quei contratti calciatore-società per i quali il calciatore concorda una retribuzione netta. In tali contratti è previsto che il prelievo fiscale sul reddito del giocatore sia comunque pagato dalla società e l’effettivo reddito del giocatore sia quindi indipendente dall’aliquota in vigore: in presenza quindi di un aggravio dell’imposizione fiscale la differenza sarebbe interamente a carico delle società e non dei calciatori. Le società di calcio sostengono adesso invece che il Contributo di Solidarietà (peraltro ancora da approvare) stia fuori da quest’ambito e dovrà essere pagato interamente dai calciatori. Al di là di quanto guadagnino i calciatori, la posizione dell’AIC mi pare abbastanza ragionevole e quella delle Società di difficile comprensione.
L’altro punto riguarda la “messa fuori rosa”: succede infatti abbastanza sovente che un calciatore, pur essendo ancora sotto contratto, non rientri più nei piani tecnici della società ma non accetti il trasferimento ad altra squadra. In questo caso i calciatori chiedono che comunque il giocatore possa continuare ad allenarsi con i suoi compagni di squadra o comunque assistito da personale tecnico della società , in modo tale da permettergli di conservare la massima efficienza fisica. Le società qui lamentano i costi che devono sostenere per gli allenamenti di giocatori che non giocando, non portano alcun valore aggiunto alla società . Ho l’impressione però che tali costi siano minimi e l’obiettivo sia semmai fare pressione sui giocatori perché accettino di essere ceduti quando ancora il loro contratto è in vigore, questo perché mentre un giocatore sottocontratto può essere venduto ad altra compagine con conseguente ricavo per la società , a scadenza del contratto invece il giocatore diventa libero di accasarsi dove vuole senza alcun vantaggio economico per la società originaria. Qui è più difficile definire la questione: sarebbe come se si chiedesse che un operaio messo in cassa integrazione ricevesse comunque dal datore di lavoro un training periodico che gli consentisse di mantenersi aggiornato. Una società calcistica ha lo stesso problema di una qualunque azienda: in caso di crisi (che per la società di calcio può esser rappresentata ad esempio da un’inattesa retrocessione e un’esclusione dalle competizioni europee) la società si trova ad avere una voce costi per retribuzione dipendenti elevata ed una contrazione dei ricavi. Per evitare il fallimento a quel punto la società può sfruttare la possibilità che hanno le squadre di calcio di cedere i suoi giocatori sotto contratto, ma questi ultimi hanno la facoltà di rifiutare il trasferimento e questo mette poi la società calcistica in difficoltà . Non vado oltre nell’approfondire la questione ma basti questo capire che è una normalissima vertenza tra datori di lavoro e dipendenti.
Il fatto che poi i calciatori scioperino non è nemmeno questo sorprendente: lo sciopero come arma di pressione è riconosciuto a tutte le categorie sociali, non si capisce perché i calciatori non ne abbiano diritto. Abbiamo avuto nel passato scioperi di notai e di avvocati, alcuni dei quali percepiscono redditi pari a quelli di un calciatore di Serie A, quindi anche qui nulla di nuovo.
D’altronde non si può dire che manchino le critiche ai calciatori anche quando non scioperano: quante volte ci sentiamo dire a proposito dei calciatori che guadagnano troppo, che è una vergogna che un calciatore guadagni mille volte di più di un ricercatore e così via. Eppure lo stipendio di un calciatore non è pagato dallo Stato, ma da una società privata (anche se sul fatto che sia privata molti tifosi avrebbero da ridire) che ritiene che quell’emolumento sia congruente con i ricavi che può generare; d’altronde se tali ricavi non venissero ridistribuiti ai calciatori rimarrebbero semplicemente nelle tasche dei proprietari di società che non sono certo persone più bisognose di un ragazzo nato magari nelle favelas brasiliane. Anche trascurando il contesto economico e rimanendo su una dimensione puramente estetica non si capisce comunque perché lo stesso argomento non venga sollevato altrettanto frequentemente anche a proposito di intrattenitori televisivi o altre categorie che percepiscono anch’essi redditi milionari senza svolgere compiti essenziali per le sorti dell’umanità .
Non mi convince nemmeno l’argomentazione di Gramellini per il quale i calciatori sarebbero dei mercenari che tradiscono i sogni di noi tifosi. Francamente quando entro allo stadio, sognando una vittoria della mia squadra, so perfettamente che il centravanti che sto osannando tra pochi mesi, con le stesse espressioni di felicità e amore per la maglia, potrebbe festeggiare i successi della compagine rivale solo perché gli da un po’ di soldi in più. Non è troppo diverso da apprendere che l’attore che mi fa commuovere davanti allo schermo per la delicatezza dei suoi sentimenti va a prostitute e picchia la moglie: non è per lui come persona che piango ma per quello che rappresenta nel momento in cui interpreta un ruolo, esattamente come non è per il calciatore come persona che mi emoziono ma per quello che rappresenta nel momento in cui veste la maglia della mia squadra. Il mondo dello spettacolo (anche quello sportivo) è finzione e nessuno di noi credo sia così ingenuo da non rendersene conto.
Completato questo excursus arrivo al punto perché, come premesso all’inizio, la cosa interessante è chiedersi per quale motivo uno sciopero o generiche rivendicazioni suscitino tanta indignazione solo quando sono opera di calciatori. Ho un po’ l’impressione che la categoria dei calciatori abbia un peso mediatico troppo sbilanciato rispetto alla controparte. Nell’ambito delle vertenze industriali da una parte c’è l’impresa e dall’altra ci sono i lavoratori, che non hanno nessun peso singolarmente ma valgono molti voti e qualcuno che li difenda, conseguentemente, lo trovano. Altre categorie sindacali hanno poi come controparte lo Stato, e quindi il Governo, e trovano ancora facile sostegno nelle fonti di informazione di opposizione. Il problema dei calciatori è che sono pochi numericamente, che se si blocca il Campionato in fondo non succede nulla anzi un sacco di mogli sono contente, e soprattutto che hanno come controparte il fior fiore dell’imprenditoria italiana, corrispondente alla proprietà della stragrande maggioranza dei mezzi di informazione in Italia.
In definitiva ho l’impressione che questo confermi quanto già visto su tanti altri tavoli: ovvero che i nostri giudizi di valore si formino ormai sempre meno su principi generali e sempre di più su quanti siano gli opinion maker al servizio dell’una o l’altra delle parti in causa e i calciatori di opinion maker al momento ne hanno pochini. A Tommasi, Presidente dell’Associazione Calciatori, bisognerebbe forse consigliare di investire un po’ in comunicazione: in fondo, basta pagare, e qui i soldi direi che non manchino.
L’eleganza del riccio
Quale peso hanno i nostri traumi, le nostre paure, le nostre frustrazioni nel modo in cui scegliamo di condurre le nostre esistenze? E quanto spesso non sospettiamo neppure che ci sia questa influenza, accoccolati nella tranquilla convinzione che quanto facciamo abbia un senso profondo e non sia invece solo una fuga, una reazione di difesa? La storia di ogni essere umano è una storia di continuo adattamento non solo alle condizioni esterne ma anche a quelle interne, in ragione delle quali si costruiscono forme di vita, ambienti, soluzioni ai problemi; ci si convince a non mangiare il formaggio o a non sopportare la vista del sangue per debolezza, rivalsa, timori inconfessabili, carenza di identità e chissà cos’altro. Succede a volte che si vive e si muore ignorando questa realtà , altre volte qualcosa o qualcuno ci fa scoprire la debolezza del nostro impianto vitale e che ci stavamo precludendo delle possibilità , delle scelte che ci avrebbero potuto rendere felici, solo per assecondare qualche curiosa psicosi che si agitava dentro di noi. Renè e Paloma, protagoniste de L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, ci raccontano due di queste storie, due storie che si intrecciano nello stesso stabile di Parigi. Nella vita di René reclusa, per propria libera scelta, in una portineria per paura di ripetere la fine toccata alla sorella, così come nei propositi suicidi e incendiari di Paloma che disprezza la sua famiglia, ci sono le vestigia di una psicosi, che verrà portata insospettabilmente alla luce da un nuovo, insospettato, arrivo nello stabile di Rue de Grenelle.
Fin qui la storia che è originale ma nemmeno troppo, ma la differenza la fa il modo in cui tutto ciò è raccontato dalla Barbery, ovvero con una prosa elegante e raffinata ma pienamente godibile, che si gioca tra riflessioni psicologiche ed estetiche di grande profondità che squarciano la cortina che nasconde i personaggi per mostrarli nella loro nuda realtà , con toni di gustosa ironia ma anche di profonda amarezza nel classico dualismo di commedia e tragedia. Non sia mai che adesso io mi metta a rovinare il finale a chi lo voglia leggere, ma aspettatevi un finale in tutto e per tutto all’altezza del gusto e della profondità del testo. Davvero un libro da leggere e da gustare, come si gusterebbe un buon vino.
Ma questi cosa vogliono?
Ha fatto il giro del mondo il video del ragazzino ferito e derubato durante le sommosse a Londra. All’inizio del video si vede il ragazzo seduto a terra dopo esser stato malmenato, pare per rubargli la bici. Gli si avvicina un giovane che sembra preoccuparsi per lui e lo aiuta a rialzarsi. Un attimo dopo però un altro gli si avvicina, gli apre lo zainetto e ne estrae una Sony PSP, per poi andarsene via tutto contento. A quel punto lo stesso giovane che aveva aiutato il ragazzino a rialzarsi, lascia da parte la sua effimera umanità e prova anche lui a perlustrare lo zainetto alla ricerca di qualche altro oggetto di valore.
In quest’immagine c’è forse tutto il senso di questi giorni di follia britannica. In quest’immagine c’è il senso del conflitto tra i valori sociali e civili su cui la nostra società è stata costruita e i valori del consumismo che ai primi si sono sovrapposti fino a diventarne antagonisti. Quando ci si chiede, come fanno oggi molti osservatori, cosa vogliono, cosa si aspettano, cosa cercano questi ragazzi che saccheggiano i negozi, la risposta è in quel video: si aspettano uno di quei simboli di benessere e di ricchezza che la società in cui vivono ha insegnato loro a considerare il valore più importante, ciò di fronte al quale ogni altra cosa passa in secondo piano.
Ciò che trattiene molti di noi dallo spaccare la vetrina non è l’antifurto, non è il rischio di essere malmenato e arrestato, ma i valori etici che la società ha costruito e inculcato in noi e senza i quali la società del benessere crollerebbe, valori che per noi sono più importanti del televisore al plasma o della Play Station. Purtroppo non è così per tutti e anzi in questi anni quei valori sono considerati da una parte crescente della nostra società un retaggio borghese, un polveroso reperto di cui potremmo fare tranquillamente a meno, che ci ingabbia ad un passato oscurantista e retrogrado. E’ una concezione che ha spesso saldato visioni iperliberiste e superomistiche a visioni di carattere anarchico. Senonché, cancellati quei valori, quando tutto ciò che ci separa da quello che ci è stato insegnato essere l’oggetto del desiderio è solo una vetrina, romperla non è poi una tragedia, anche se ciò significa mandare in fumo il lavoro duro di una persona che voleva anch’essa ad ogni costo guadagnarsi quegli stessi simboli del benessere, ma voleva farlo rispettando i valori sociali di cui sopra. D’altra parte chi non riconosca alcuna dignità a quei valori non riconosce nessuna dignità nemmeno al lavoro e quindi al negoziante che lo svolge, anzi percepisce tutto ciò come un’ingiustizia.
Nell’esplosione di rabbia e follia di questi giorni ha avuto sicuramente un peso il disagio sociale, la crisi, la sperequazione economica che caratterizza la società britannica, le politiche di Cameron: con la pancia vuota si è molto più nervosi e più propensi ad esplodere. Tuttavia il giovane che ruba dallo zainetto del ragazzino ferito non è Robin Hood, è solo un ragazzo cresciuto in un contesto nel quale la Play Station è più importante dell’incolumità del tuo prossimo e che conseguentemente si comporta. Non è solo colpa sua, non è colpa nemmeno solo di Cameron, è colpa soprattutto di un progressivo imbarbarimento della nostra società dovuto forse al progressivo peggioramento del nostro sistema scolastico o forse ad una fisiologica usura di certi meccanismi di controllo e autocontrollo che richiedono periodicamente una revisione. Che poi questo imbarbarimento sia più marcato negli strati meno agiati della popolazione è scontato, ma non stiamo parlando di un fenomeno che non tocca la classe media, tutt’altro. Anche da noi i casi di figli di buona famiglia pizzicati mentre taccheggiano negozi o supermercati è sempre più frequente.
Sicuramente non serve a nulla riempire le città di poliziotti, se non ad aumentare la spesa pubblica facendone magari gravare il peso di nuovo sulle classi meno agiate, serve invece che chi ha ancora caro un modello di convivenza civile capisca che è il momento di far sentire alta la propria voce, non tanto, in questo caso, per contestare la politica, quanto per riaffermare quella base valoriale che fa da pilastro ad un sistema la cui sopravvivenza conviene, direi, proprio a tutti.
Odio l’estate!
L’estate ha, nella dinamica del rapporto tra società di calcio e loro sostenitori, una funzione ben precisa: ricompattare il rapporto messo in crisi da eventuali insuccessi maturati durante la stagione precedente, convincendo che questo sarà l’anno buono, che ci siamo rinforzati, che non ce n’è per nessuno. Il calciomercato assolve quindi ad una funzione quasi ipnotica. In questa stagione i tifosi guardano con ammirazione i nuovi arrivi sognandone gesta epiche e trionfi irripetibili. Da Settembre le cose potranno forse cambiare, ma ci vorrà comunque qualche mese per riprendersi dalla sbornia estiva e nel frattempo le società possono vivere un sospirato idillio con i propri tifosi. Succede però che questa dimensione nirvanica, nel caso di quel miracolo di malagestione che è la Juve del dopo Calciopoli, si realizzi ormai sempre di meno, e questa fase si trasforma ogni anno in uno stillicidio di polemiche che alimenta frustrazioni anzichè illusioni.
Dopo la disastrosa conclusione della scorsa stagione ci si aspettava una reazione vigorosa della società , con un deciso rafforzamento sul mercato, convinzione divenuta quasi certezza dopo il prestito da parte della proprietà EXOR di 70 milioni per il calciomercato, in vista di un aumento di capitale di 120 milioni previsto a Novembre. Che questa reazione fosse nei piani della dirigenza era per di più confermato da Marotta stesso che ad Aprile dichiarava che sarebbero arrivati tre o quattro top player. La maggior parte dei sostenitori di Madama, e il sottoscritto con essi, si erano illusi che per top player si parlasse di giocatori tra i primi 10-20 al mondo nel proprio ruolo (altrimenti che vuol dire? Top come abbreviazione di toppa?) invece si è lentamente passati attraverso un progressivo ridimensionamento delle mire, che ha condotto, inutilmente, prima sulle tracce di Aguero, poi di Giuseppe Rossi, per prendere infine Vucinic, grande talento ma ventottenne e proveniente da una stagione piuttosto deludente alla Roma. Per contro se ne è andato Melo, apparentemente più per motivi disciplinari che tecnici, rimpiazzato da Vidal, centrocampista cileno di belle speranze ma che ancora si deve misurare con la realtà del nostro Campionato. E’ arrivato Pirlo, nonostante i 32 anni ancora in grado di dare molto, ma solo se eviterà lo stillicidio di infortuni che ha caratterizzato la sua ultima stagione al Milan. Sono arrivati gli svizzeri Lichsteiner e Ziegler a potenziare le fasce difensive, che l’anno scorso furono la spina nel fianco della difesa di Delneri. Ancora un paio di giocatori arriveranno forse, un centrale difensivo e un laterale di sinistra, ma nessuno dei candidati fino ad ora individuati ha l’aria di essere in grado di stravolgere il peso della squadra.
In più la Juve si presenta alla griglia di partenza guidata da un tecnico come Antonio Conte, amatissimo dal popolo bianconero e in grado nel passato di raccogliere numerosi successi nelle serie inferiori, ma che nell’unica esperienza avuta finora in Serie A, all’Atalanta, fu licenziato dopo poche giornate. Non sono affatto pochi i casi di giovani allenatori che riscuotono grandi successi, Guardiola e Allegri sono solo gli ultimi della lunga lista, ma certamente la cosa rappresenta un ulteriore elemento di rischio.
No, non sono contento. Non sono contento perché anche i più ottimisti tributano alla Juve al massimo la possibilità di competere con il Napoli per il terzo posto. Non sono contento perché la società che ha i ricavi più alti da diritti televisivi, i ricavi più alti da merchandising, che oggi ha anche un asset della dimensione di uno stadio di proprietà , non può presentarsi alla linea di partenza di un campionato aspirando al massimo ad un terzo posto, obiettivo il cui fallimento significherebbe di nuovo perdere una trentina di milioni di entrate legate alla Champions League, di nuovo trovare difficoltà ad acquisire giocatori per i quali la presenza in Champions è una vetrina ineludibile, di nuovo contare minori entrate da sponsor e diritti televisivi. Una società con le entrate di cui sopra non può accettare un consistente rischio di rimanere fuori dalla Champions per il terzo anno consecutivo.
Non è nemmeno la prima estate che noi, popolo biancoenero, viviamo in questa antipatica condizione: era successo nel 2007, perplessi per l’acquisto di Tiago, che il presidente del Lione considerava un peso che si ero tolto, e di Andrade, rottosi dopo poche domeniche e costretto ad abbandonare il calcio; era successo nel 2008, allibiti dall’incomprensibile ballottaggio tra Xabi Alonso e Poulsen vinto purtroppo da quest’ultimo; era successo nel 2009, perplessi dagli strani regali alla Fiorentina il più grave dei quali si rivelò l’apparentemente innocuo Marchionni; e anche nel 2010, nonostante il cambio al vertice, con gli sciagurati innesti di Motta e Martinez, di questi tempi si era già afflitti da presagi funesti. Nel passaggio di consegne tra Alessio Secco e Beppe Marotta i tormenti estivi sono rimasti purtroppo una costante.
Come ogni anno, anche questa volta le delusioni estive saranno senz’altro superate quando le magliette a strisce cominceranno a saltellare per il campo, e la razionale perplessità lascerà il campo ad un’irrazionale illusione. Nella girandola delle speranze e delusioni estive i tifosi si dividono tra scettici e superottimisti, ma quando comincia a parlare il campo ci si ricompatta a sostegno dei palladini dai piedi bullonati. Rimane però la grande domanda di fondo sul motivo per il quale la macchina perfetta chiamata Juventus continua ad incepparsi, domanda insoluta che potrebbe accompagnarci purtroppo anche nei prossimi mesi.
L’Arena della competizione
La storia dei liberali in Italia è sempre stata piuttosto tormentata. Fin dai tempi in cui avevano un loro partito che raccoglieva pochi punti percentuali i liberali in Italia sono stati un drappello di intellettuali ciarlanti con pochissimo seguito nell’opinione pubblica e politica. Non c’è dibattito sullo stato dell’economia italiana in cui non spunti fuori qualcuno che parla di mercato, di competizione: sembrano tantissimi, sembra che la libera concorrenza sia la priorità per quasi tutti ma poi tutte queste parole rimangono tali quando nelle stanze della politica ci si ritrova a dover prendere le decisioni. Rimangono tali forse perché in quelle stanze ci si ricorda di amici e conoscenti, ci si ricorda che la rete delle complicità che regge il sistema politico ha solide basi anche in quei grumi di privilegi che sono i monopoli, che sono gli enti pubblici, che sono gli ordini professionali. Ogni volta che timidamente la politica ha cercato (paraddosalmente in Italia l’ha fatto in genere la sinistra) di attaccare questi centri, la cosa ha fatto più male agli attaccanti che agli attaccati. E’ il caso recente della giunta piemontese guidata da Mercedes Bresso che, dopo la rottura del tavolo di trattativa con Trenitalia per il rinnovo del contratto di servizio, aveva deciso di bandire una gara di aggiudicazione del servizio ferroviario regionale aperta al mercato. La sconfitta elettorale del 2010 e la conseguente ascesa al governo del leghista Cota ha mandato in soffitta la gara, la concorrenza e il mercato, con la rapida firma di un nuovo contratto di servizio con Trenitalia, estremamente generoso dal punto di vista economico, e che inoltre recepisce tutte le richieste dell’amministratore Mauro Moretti (sì, quello del “Prima di prendere il treno dotatevi di acqua, panini e coperte“).
Il caso scuola in questo ambito è però quello della società Arenaways. Si tratta di una società fondata da tale Giuseppe Arena che ha cercato di lanciare il guanto di sfida a Trenitalia nell’ambito del servizio ferroviario interregionale. Prima Arenaways si era lanciata sulla linea Torino-Milano, una delle più redditizie per Trenitalia, che operando in monopolio si permette di stipare in carri bestiame i molti passeggeri che viaggiano su questa linea, minimizzando i costi e massimizzando quindi i profitti. Pareva una direttrice sulla quale fare efficace concorrenza a Trenitalia, ma ad arrestare i sogni del signor Arena sono arrivati, da un lato RFI (il gestore della rete ferroviaria tuttora legato a Trenitalia) che ha messo a disposizione di Arenaways solo gli orari meno “pregiati”, dall’altro lato soprattutto il ministeriale Ufficio per la Regolazione dei Servizi Ferroviari che ha vietato ad Arenaways ogni fermata intermedia tra le due città , paventando in modo del tutto strumentale (si parlava in realtà delle stesse fermate che fa l’Intercity di Trenitalia) una possibile concorrenza al servizio regionale, su cui Trenitalia detiene, come visto sopra, ancora il monopolio. La conseguenza è stata l’insuccesso della linea che è stata recentemente sospesa. Arenaways ci aveva provato anche sulla tratta che dal Piemonte va al mare, creando una linea Santhià – Torino-Genova-Cinque Terre, appetibilissima dai viaggiatori vacanzieri stanchi del servizio osceno fornito da Trenitalia. Anche qui però il monopolista è entrato a gamba tesa, minacciando ritorsioni, in termini di sospensioni unilaterali dei termini del contratto di servizio con la regione Liguria, sempre con lo stesso insostenibile pretesto della concorrenza al traffico regionale. In questo caso l’URS ha dato ragione ad Arenaways ma questa vittoria non basterà . Arenaways pare avviarsi infatti verso il fallimento e con essa il tentativo, uno dei tanti, di ribaltare quella che è la concezione del mercato in Italia, che ancora oggi non è il luogo in cui realizzare una competizione ma quello in cui realizzare una spartizione.
Non voglio nascondere che non è facile introdurre competizione e libera concorrenza nel servizio ferroviario. I binari sono pochi ed è difficile sviluppare una concorrenza equa tra soggetti che possono scegliere su che tratte movimentare i propri treni e chi invece deve garantire il servizio su tutto il territorio. E’ tuttavia l’arroccata difesa della posizione dominante, l’arroganza con la quale Trenitalia tratta con istituzioni e concorrenti a lasciare attoniti. è la capacità di costoro di dettare l’agenda alla politica a convincermi che una soluzione per creare un sistema concorrenziale si può anche trovare, ma che il problema di ben più ardua risoluzione è creare una mentalità concorrenziale, è sganciare le istituzioni al controllo dei potentati economici e ricondurre questi ultimi al loro alveo dal quale troppo spesso debordano.
Bevetevi anche questa!
Confesso di aver cercato di evitarmi il discorso alle Camere del Presidente Berlusconi perché ormai, come scrive oggi Gramellini, è solo più un vecchio catafalco che non indigna nemmeno più. Tuttavia quando sono arrivato a casa la televisione era accesa sul discorso e ne ho sentito poche parole ma mi sono bastate per rimanere attonito. Le parole erano, così come riportato dalle agenzie: “Recentemente, qualche minuto fa, alla Camera, l’opposizione ci ha domandato perché l’Italia in questo momento appare meno brillante, con uno spread inferiore a quello della Germania: ne siamo consapevoli, perché oggi l’Italia ha il quarto debito del mondo ed un’eredità consegnata dai governi precedenti che dal ‘78 all’80 hanno moltiplicato il debito pubblico“.
“Che boiata è mai questa?” – mi sono detto. Non ricordavo alcun particolare spunto del debito pubblico in quegli anni e ricordavo anzi che la salita decisa del debito si fosse verificata successivamente. Le ricerche che ho poi fatto mi hanno confermato che non c’è stato nessun particolare picco tra il ’78 e l’80, anzi in quei due anni l’impennata del PIL ha fatto descrescere il rapporto Debito/PIL. Se avesse parlato a braccio avrei potuto immaginarmi che ricordasse male le date ma leggeva da un foglio quindi qualcuno gli aveva scritto quelle date. Forse l’obiettivo era quello di addossar la responsabilità sui governi di solidarietà nazionale (appoggiati esternamente dal PCI) ma anche in quel caso le date sarebbero state sbagliate, visto che la solidarietà nazionale ebbe proprio nel ’78 la sua conclusione. Insomma ha sparato fondamentalmente una boiata a caso, e tra l’altro non dimenticherei che, anche se invece tutto ciò avesse avuto senso nel merito, non ne avrebbe in assoluto citare qualcosa avvenuto negli anni ’70 come giustificazione delle difficoltà di un governo entrato in carica nel 2008, anche tralasciando di ricordare che Berlusconi ha nel frattempo già due volte ricoperto la carica di capo di governo.
Qualcuno si chiederà però: “Dov’è la novità ? Sono anni che lui e suoi ci rifilano boiate simili…”. La novità è che una volta quest’uomo si diceva proponesse fascino e incanto, e che tutti si sciroppassero le sue boiate perché ipnotizzati da un pifferaio magico. Oggi che quest’uomo ha l’aspetto solo di un vecchio malato, nemmeno più troppo lucido, che il suo consenso cala di giorno in giorno, e che pur tuttavia le boiate che dice passano del tutto inosservate, mi viene il dubbio che il senso critico non ci sia stato strappato da televisioni e propaganda ma che non ce l’abbiamo proprio, anche con una classe politica meno pervasiva e meno ossessivamente presente sui media, anche con dei comunicatori meno persuasivi, ci berremmo comunque qualunque fesseria. L’aspetto più triste è che Berlusconi fortunatamente passa, i bevitori restano…
You don’t know who am I
C’era un tempo in cui “Lei non sa chi sono io” era un espressione tipicamente italica, indice di arroganza a malcostume e di cui pensavamo di doverci vergognare un poco all’estero. A forza di mandare i loro Premier in vacanza in Italia evidentemente anche i britannici si sono abituati a considerare ovvio e scontato che chi è celebre e potente goda di favori e privilegi, solo così spiega l’improvvisa notorietà della quale ha goduto una cameriera di Montevarchi che ha osato rifiutarsi di servire al tavolo il Primo ministro britannico David Cameron, in vacanza da quelle parti. La cosa che mi ha rammaricato di questa vicenda è il fatto che la cameriera, che diversamente sarebbe diventata un mio idolo, scoperta la cosa, si è affrettata a chiedere scusa dichiarandosi dispiaciutissima della “figuraccia” fatta, non avendo riconosciuto e quindi riverito opportunamente il così celebre cliente.
Di cosa si deve rammaricare mai la nostra Francesca? Di avere trattato Cameron come qualunque altro cliente? Di essersi comportata come sarebbe doveroso che ogni persona si comportasse, senza baciamani e piaggerie verso il potente di turno? Pensate che bello se la nostra Francesca, intervistata da Euronews, avesse detto: “Era il Primo Ministro? E allora? Se non serviamo al tavolo non serviamo al tavolo per nessuno, nemmeno per il Papa”. Lo so, non succederà mai, non in questo mondo, e sicuramente non in questa Italia, ma mi piace tanto immaginarlo…
Morire di musica
Doverosa premessa: chi si aspetta un pezzo celebrativo su una che è morta per un cocktail di farmaci e alcolici non legga oltre. Un elogio dell’idiozia non è nelle mie corde. Però la storia quarantennale dei musicisti prematuramente scomparsi fa impressione, non c’è nulla di simile in nessun ambito. Fama, celebrità e denaro in tenera età investono anche altri: calciatori, attori, soubrette, eppure bene o male si barcamenano ed invece la lista dei cantanti prematuramente scomparsi è troppo ricca per non farsi delle domande. Ci sono stati gli anni ’60 e i primi anni ’70 con l’impazzare di droghe e modelli di vita sregolata eppure gli attori sono sopravvissuti quasi tutti, per i musicisti invece è stata una decimazione. Poi è venuta l’epoca del salutismo, delle cinture di sicurezza, del palloncino, eppure i musicisti hanno continuato a cadere come pere mature. Non sempre il colpevole è un cocktail di alcol e droghe, qualche volta c’è di mezzo un omicidio, qualche altra volta addirittura un incidente aereo a delineare i contorni di una maledizione, ma non si può negare che il comun denominatore sia un vita di eccessi.
Cosa distingue allora un musicista da un calciatore o da un attore? Ho un dubbio: non è che la fregatura è che grande musicista si nasce, molto più che qualunque altra cosa? Intendiamoci: anche se mi fossi allenato dal mattino alla sera ogni giorno dall’età di 6 anni probabilmente non sarei mai diventato Messi, ma certamente per aver successo nello sport è necessaria, anche se non sufficiente, un’applicazione continua; forse recitare è una dote che non è altrettanto faticoso coltivare, ma bisogna passare attraverso scuole di recitazione e poi studiare il copione, provare e riprovare. Invece la musica leggera sembra scaturire così, dall’inconscio: certo, anche qui si deve imparare uno strumento, qualche prova bisogna farla, ma l’impressione è che sia molto meno faticoso, che richieda molti meno sacrifici, che alla fine uno si possa riempire di sostanze alteranti e suonare lo stesso divinamente.
Non vorrei far risuonare un mito in cui non credo: non è che se Jim Morrison fosse stato un salutista i Doors non avrebbero avuto successo, né che i Nirvana non sarebbero mai stati un gruppo di grido se Kurt Cobain avesse condotto una vita regolare, però l’autodistruzione non impediva loro di produrre, di creare, di avere successo, fama e denaro. Ma allora, mi chiedo, è per questo che tutti gli altri, quelli che si devono alzare presto tutte le mattine feriali (e magari molte di quelle festive), quelli che “se no il capo comincia a rompere”, che “oggi ero rincoglionito, stasera vado a dormir presto”, che “ho una responsabilità …”, che insomma tutti questi qua sono così attenti a non pregiudicare la propria salute? Non è autoconservazione, conservazione della propria salute, della propria persona, ma è conservazione del proprio ruolo sociale che diviene in realtà la propria vera ragione di vita, di autoprotezione. Se il ruolo si concilia con il poco sonno, alcol, droga e ogni altra sfrenatezza va bene tutto, anche se questo ti porta ad una spirale depressiva che apre la strada alla distruzione finale. Non è così per tutti, intendiamoci, la maggior parte dei musicisti gode di buona salute e molti conducono una vita abbastanza regolare, ma per i più deboli, i più inclini a farsi travolgere dalla vita, la musica rischia di diventare un veleno letale.
Alla fine mi viene quindi il sospetto che i musicisti di successo non siano altro che persone che hanno inaspettatamente vinto alla lotteria della vita ed a molti dei quali questa vincita finisce per rovinare l’esistenza. Mi ricorda un po’ la storia di quel tale che vinse 9 milioni di sterline alla lotteria e che finì la sua vita solo e in miseria pochi anni dopo. Mah…
