Sorgi, o sole, e uccidi l’invidiosa luna

GiuliettaSuccesse, quando ero ancora un bambino, che, in un pomeriggio in cui vagavo per casa alla ricerca di qualcosa che colpisse la mia curiosità , mi finì tra le mani non so perché (forse per la colorita copertina rossa della sua edizione) una copia della tragedia di Romeo e Giulietta di Shakespeare e la lessi, sorpreso che mi piacesse una cosa che suonava così da adulti e che forse capivo poco. Sarà  per quello, sarà  per altro, ma la mia adolescenza è stata popolata da sogni di grandi amori, animati da infuocate passioni. Poi venne il materialismo, il razionalismo, lo scontro con la durezza dell’esistenza e le disillusioni che l’amore inevitabilmente porta. Il tutto cadenzato dalla progressiva scoperta di un fatto banale ma fondamentale: che cioè l’amore non si consuma con icone della Giulietta Capuleti che fu, ma con persone reali che come ogni persona reale, compreso il sottoscritto, tende immancabilmente a sfuggire ad ogni modello ideale a cui tu cerchi vanamente di ricondurla. Fu forse per quello che quando verso i trent’anni iniziai a dilettarmi con il teatro i miei riferimenti erano diventati altri: Pirandello, Ionesco, Beckett. Fu così che mi parse di sentirmi massimamente realizzato come attore recitando il maestro de La Lezione, il pompiere della Cantatrice Calva o uno dei Personaggi in Cerca d’Autore. Poi però un uomo di teatro che ritengo eccezionale come Toni Mazzara mi propose di recitare Romeo e così di lì a poco mi ritrovai seduto tra il pubblico a raccontare, con tutto l’ardore che potevo, ad un ragazzino che smanettava con il suo telefonino che “E’ la mia donna, è il mio amore….” guardando verso un immaginario balcone. Con mia grande sorpresa la cosa mi entusiasmò quanto poche altre nella mia vita e se oggi penso alla mia esperienza con il teatro penso sempre a quel momento come il suo apice, come il momento in cui ho rivoltato me stesso per buttare sulla scena quanto di più profondo avessi dentro. Questa è davvero, per me, la parte più bella del recitare, ce ne sono altre: inventare, esibire, giocare, ma è quello che senti e che scopri dentro di te, con il pretesto di far divertire il pubblico, che mi ha più entusiasmato e che forse mi ha anche più arricchito. E’ stato in quello stanzone in cui ho recitato Romeo che ho scoperto che, abbandonate sia le illusioni fanciullesche che le disillusioni adulte, contemplare l’oggetto del proprio amore resta quanto di più emozionante la vita ci riservi, guardare la propria compagna di vita con la meraviglia con cui si osserva il sole che sorge è mettere in movimento tutte le rotelle che muovono il nostro spirito, è far risuonare le note più soavi che la nostra interiorità  possa produrre.
Non c’è né illusione né disillusione, funzioniamo semplicemente così (almeno credo) e anche oggi, tra un pannolino e un biberon, ogni tanto ritrovo in me l’energia per far girare quelle rotelle, per rinnovare quello sguardo verso la persona che è compagna della mia vita, come se attorno a me ci fossero il balcone, la luna, le mura di Casa Capuleti. Devo al teatro l’avermelo fatto scoprire e non è assolutamente poco, anzi forse è quasi tutto.

Jul 28th, 2011

Il mostro che è dentro di noi

Quando cerco di immaginarmi la strage di Oslo e Utoya, quando provo a vedere la follia omicida di Anders Breivik le immagini che finisco per accostarvi sono quelle di un film dell’orrore: non c’è null’altro che più mi ricordi l’occhio gelido di chi pianifichi una strage come puro atto dimostrativo quanto quello dei personaggi che popolano i classici del genere. Questo accade probabilmente perché quanto accaduto in Norvegia del film dell’orrore ha la stesse caratteristiche, ovvero la materializzazione dei mostri che si agitano in fondo al nostro io che, liberi da ogni condizionamento ed inibizione sociale, si manifestano allo stato puro nella loro devastante forza violenta.
587px-medusa_by_carvaggio.jpgDi fronte ad atti come quello di Breivik siamo tutti pronti a dissociarci, a dire che è un pazzo, che è disturbato, che è un criminale, ad augurarci la pene più terribili per il colpevole, ma su quante bocche si sono uditi gli stessi slogan che abbiamo letto nel memoriale di Breivik? E soprattutto in quante menti gli stessi slogan hanno fatto almeno una volta capolino? Se l’editorialista di un quotidiano tra i più letti in Italia sente il bisogno di specificare che anche le vittime in fondo hanno le loro colpe, forse significa che nella mente di tante persone c’è una vocina piccola piccola, flebile flebile, che sta con Breivik, che dice che in fondo ha avuto le sue ragioni e Feltri non fa altro che alimentare quella vocina, visto tra l’altro che su quella vocina ci campa.
Ma vorrei allargare il tiro per evitare la solita logica di buoni e cattivi: anche chi come me considera Feltri un delinquente e non si sogna di considerare l’Islam un pericolo, non ha forse mai ceduto alla tentazione di augurarsi il peggio per chi gli è antipatico? Non c’è dentro ognuno di noi una vocina che gli dice che il suo avversario politico, professionale, sportivo, che il suo vicino di casa rumoroso o quello che non gli da la precedenza alla rotonda si meriti il peggio? In alcuni si tratta di una vocina quasi impercettibile e non le daremo fortunatamente mai ascolto ma quella vocina c’è e pensare che Breivik sia una specie animale diversa, distinta da noi, con cui non abbiamo nulla a che fare, non ci aiuta, anzi ci conferma nella convinzione errata che una volta in carcere lui e tutti quelli come lui il problema sarà  risolto.
oslo-norvegia-110725130953_medium.jpgCi aiuterebbe invece considerare Breivik come la personificazione di quella vocina che c’è anche dentro di noi, considerarlo un uomo come tanti altri che per qualche strano meccanismo psicologico ha smarrito per strada tutto ciò che consente agli altri uomini di zittire quella vocina, ci aiuterebbe confrontare Breivik con noi stessi, con quanto facciamo, pensiamo, auspichiamo, ci aiuterebbe anche a smascherare chi alimenta quella vocina per proprie convinzioni o per tornaconto.
E’ dura da farsi, comporta l’emersione di mostri che i più preferiscono tenere ben nascosti in fondo alla propria personalità . E’ una sorta di grande psiconalisi collettiva, che farebbe però tanto bene a chi la fa e renderebbe forse meno vano il sacrificio di quanti purtroppo la follia di Anders Breivik ha strappato al mondo.

Jul 26th, 2011

Lo scudetto nella giungla

Da mesi si rincorrono nel mondo del calcio voci e pareri, sulla possibile revoca dello Scudetto del 2006 attribuito da tutti gli albi d’oro ufficiali all’Inter. Negli ultimi giorni però il tema sta diventando sempre più sentito con l’avvicinarsi della data del 18 Luglio quando la Federazione si dovrebbe pronunciare in merito in modo definitivo. In ambito non sportivo invece da settimane uno degli argomenti più ricorrenti è la diatriba sul risarcimento alla CIR per la sentenza comprata che attribuì nell’ormai lontano 1991 la Mondadori alla Mediaset. Ci sono ovviamente molte differenze tra i due casi, ma quello che significativamente distingue in modo chiaro l’uno dall’altra è che da una parte c’è una chiara linea di diritto sulla base della quale la CIR debba venire risarcita non solo del valore della società  ma anche della rendita che la proprietà  di Mondadori le avrebbe fruttato in questi anni, ed in linea con la quale il tribunale di Milano si è espresso, dall’altra parte invece c’è la sensazione che si brancoli totalmente nel buio.
guido rossi-_DSC0178-001Per chi non conosca i fatti li riassumo brevemente. Nel 2006, nel pieno dello scandalo di Calciopoli, la Federazione si ritrovò a dover decidere a chi assegnare il Campionato appena concluso che la sentenza del processo sportivo aveva sottratto alla Juventus, vincitrice sul campo. La Federazione, a capo della quale era stato repentinamente nominato l’ex-consigliere dell’Inter Guido Rossi, designò secondo la scelta personale di Rossi un gruppo di “saggi” per decidere come gestire come la classifica del Campionato. Non si trattava solo di una questione di forma ma vi era anche la necessità  di iscrivere le squadre alla Champions League che stava per cominciare e visto che il regolamento parlava esplicitamente, a proposito delle aventi diritto, di “squadra vincitrice del campionato nazionale” qualcuno ventilava la possibilità  (peraltro tutta da verificare) di un ricorso contro le iscrizioni, in assenza di un chiaro pronunciamento su chi fosse ad aver vinto quel Campionato. Questi celeberrimi “saggi” decretarono che, laddove fosse stato chiaro che una squadra si situava chiaramente fuori dal sistema che era stato processato, fosse lecito attribuire a tale squadra lo scudetto a tavolino. Sulla base di questo pronunciamento la Federazione, con un suo semplice comunicato, annunciò di aver assegnato lo Scudetto 2005-06 all’Inter, la prima classificata tra le squadre non coinvolte nel processo.
E’ accaduto però successivamente che, nel corso del processo penale che la Procura di Napoli ha istruito su Calciopoli, ulteriori addebiti, gravi almeno quanto quelli per i quali la Juve fu retrocessa, siano emersi a carico in particolare di Inter e Milan (ma anche altre squadre sono state coinvolte). Si è scoperto infatti che i dirigenti interisti e milanisti avevano anch’essi rapporti continuativi e conviviali con i designatori (e anche con taluni arbitri), negoziavano con gli stessi le griglie (la cosiddette “griglie” erano la ripartizione degli arbitri in diverse fasce sulla base delle quali venivano poi sorteggiati gli arbitri dei vari incontri), venivano informati sulle designazioni degli assistenti dai diretti interessati prima che dalla stampa, e così via. Poche settimane fa, dopo lunghi mesi di analisi dei fatti, il Procuratore federale Palazzi, lo stesso del processo contro la Juve, ha chiuso l’inchiesta che aveva aperto affermando che vi sono chiare evidenze di illecito nei comportamenti dei dirigenti interisti e di altre squadre non coinvolte nel primo processo, ma che, trattandosi di fatti di sette anni fa, non si può procedere ad un nuovo processo per prescrizione del reato. Nell’impossibilità  quindi di avere un nuovo processo e quindi pene altrettanto severe per gli altri correi quanto quelle che furono comminate nel 2006, il problema rimane appunto l’albo d’oro del Campionato. Che senso ha infatti ora, si chiedono molti, attribuire all’Inter lo scudetto del 2006 quando sono evidentemente decadute le condizioni di limpidezza dei comportamenti che lo avevano propiziato? Sarebbe certamente una minuzia rispetto ai sconquassi che l’iniquità  del processo del 2006 ha determinato, ma ci si aspetterebbe che almeno questa piccola rettifica fosse doverosa. Ed invece la cosa non è così semplice, non perché ci sia qualche legittimo dubbio in merito, ma perché in un mondo del calcio in cui le regole si fanno e si disfano sulla base di patti personali, di accordi e disaccordi, di alleanze e guerre intestine, ristabilire la giustizia è una sfida assolutamente temeraria. Non dimentichiamoci che non stiamo parlando di una sentenza, sebbene sportiva, non stiamo parlando di un atto ufficiale, di una decisione presa a lume di diritto, stiamo parlando di un comunicato della Federazione, emesso sulla scorta della valutazione di un gruppo di persone nominate personalmente da Guido Rossi, personaggio tutt’altro che superpartes, a sua volta salito in un momento di confusione a capo della Federazione senza che si capisse né chi ce l’avesse messo né perché. Non esiste quindi una giurisprudenza, non esiste una linea di condotta, esiste una mera idea di diritto naturale sulla base della quale andrebbe tolto ciò che è stato attribuito su false premesse. Dall’altra parte però c’è la squadra che da anni domina il calcio italiano e salva la faccia del nostro football in Europa, c’è un presidente che caccia fuori soldi come se piovesse, c’è una società  che è stata salvata dalla B già  nel 2001 perché, come disse l’allora presidente della Federazione Carraro, “Io non mando in B Moratti che ha cacciato 600 miliardi per l’Inter“. Con tutte queste premesse la conclusione che si delinea in questi giorni è quella più ovvia, ma anche più mostruosa. Ovvero che quando la Federazione sarà  chiamata il prossimo 18 Luglio a pronunciarsi in merito, pronunci una dura censura nei confronti dell’Inter e dei suoi dirigenti ma confermi lo scudetto. Uno di quei pronunciamenti che sono fisiologicamente iniqui, da qualunque punto di vista lo si guardi.

calciopoli.jpgTutto questo riassume, a mio avviso, un po’ il problema fondamentale del mondo del calcio, un mondo che continua a vivere come in una dimensione parallela, una dimensione senza regole davvero degne di questo nome, in cui regna sovrano l’accordo sotterraneo, il patto d’onore, un sistema di vincoli e siluri che ha caratteristiche molto simili all’associazione mafiosa, ma che, a differenza di questa, mostra le sue piaghe sulla pubblica piazza. Eh sì, anche perché stiamo parlando di società  con bilanci di centinaia di milioni di Euro, alcune delle quali perfino quotate in Borsa. E qui viene un punto fondamentale: perché poi ogni volta che il mondo esterno entra in contatto con il mondo del Calcio succedono disastri. Che succederebbe se ad esempio un risparmiatore che abbia comprato azioni della Juve e che si trova a scoprire che il suo investimento è stato svilito da una sentenza iniqua, dichiarata come tale dalla stessa Federazione che l’ha emessa, decidesse di denunciare la Federazione stessa? Avrebbe diritto ad un risarcimento? In questo caso una class action avrebbe qualche probabilità  di successo? Forse no, forse non sarà  questa la volta buona, però ho l’impressione che il mondo del calcio non possa continuare a vivere sotto la sua cupola di vetro non comunicante con la realtà . Questo sempre che, come tanti invece vorrebbero, non sia invece il mondo esterno ad uniformarsi alla legge della giungla del calcio. E qui bisognerebbe aprire il discorso sulle reazioni alla sentenza sul Lodo Mondadori, ma di questo parlerò magari un’altra volta, magari tornato dalle vacanze…

Jul 14th, 2011

Oggi ci sentiamo meno soli

400px-dominique_strauss-kahn_-_strauss-kahn_meeting_in_toulouse_for_the_2007_french_presidential_election_0032_2007-04-13_cropped.jpgCi ero cascato anch’io, lo ammetto. Anch’io mi ero illuso che a Nord dei nostri confini nazionali i grandi leader fossero personaggi tutti d’un pezzo che evitavano di muoversi come un elefante in una cristalleria, che si guardavano le spalle, che parlavano al telefono solo di cose serie e professionali, che se ne combinavano qualcuna un po’ fuori dalle righe, lo facevano dopo essersi assicurati che nessuno li poteva prendere sul fatto.
Premesso che ritengo comunque espressione di scarsa sanità  mentale il sentire il bisogno di circondarsi ad ogni occasione sociale di giovincelle disponibili almeno cinquant’anni più giovani di sé, ho sempre ritenuto che la cosa più insana di Berlusconi sia proprio l’incapacità  di trattenersi da questa abitudine pur essendo un capo di Governo e quindi sotto l’occhio dei riflettori e sottoposto a possibili ricatti che ricadono poi su un paese intero.
Non posso quindi che considerare altrettanto insano, per quanto il rapporto sia stato consensuale, che un banchiere leader del Fondo Monetario Internazionale rischi la propria carriera per il capriccio di intrattenersi con una sconosciuta cameriera che è entrata nella sua camera d’albergo in un momento in cui era evidentemente particolarmente baldanzoso. Anche se fosse la persona più capace del mondo ad un personaggio simile non affiderei nessuna carica pubblica, tantomeno quella di Presidente della Repubblica. Il fatto che ora, tutto ringalluzzito dalla caduta delle accuse di stupro, e nonostante qualche altro inciampo, Dominique Strauss Kahn provi a ributtarsi nella gara per l’Eliseo, o non depone a favore della sua intelligenza, o non depone a favore di quella dei francesi. Conseguentemente mi viene il dubbio che forse noi italiani nell’autolesionismo con cui ci scegliamo come leader personaggi incapaci di preservare una propria immagine pubblica dignitosa, non siamo poi così soli e che anche questa volta i cugini di oltralpe siano degni emuli dei nostri peggiori vizi.

Jul 7th, 2011

I nonni ritrovati

© Angelo Benedetti - La forza di un bacio...Qualche giorno fa si è svolta alla Camera dei Deputati una votazione che sorprendentemente non ha raccolto nemmeno un voto contrario e non era, come i più maliziosi potranno già  pensare, un aumento di stipendio o di auto blu per i parlamentari. Si tratta della riforma che equipara in tutto e per tutto un figlio naturale (cioè concepito tra un padre e una madre non sposati)  ad uno cosiddetto legittimo, facendo totalmente sparire questa distinzione dalla legislazione vigente. Se quindi anche il Senato approverà , mia figlia vedrà  riconosciute tutte le tutele che la legge riserva ad un figlio, compreso il legame parentale al di fuori di quello con i genitori (ad esempio con i nonni) che la legge, fino ad oggi, non riconosceva a figli di genitori non sposati.
Ritengo che chi decida di fare un figlio senza avere un vincolo di matrimonio lo faccia consapevole della legislazione vigente e quindi degli svantaggi che ne avrà , penso invece che un figlio non scelga di nascere in una coppia non sposata e la carenza di diritti rispetto ad un figlio legittimo fosse un vulnus al principio fondamentale della società  moderna per cui ognuno di noi nasce con gli stessi diritti. Sembra ovvio, eppure sono convinto che ancora qualche anno fa molti si sarebbero opposti ad una simile riforma con la quale si rende un po’ meno disagevole l’avere dei figli al di fuori dal matrimonio: questo mi ricorda che qualche passo avanti ogni tanto lo facciamo.

Jul 6th, 2011

Le regole del gioco

Chi, come il sottoscritto, ha fatto per un po’ di anni l’arbitro di calcio, non può non aver notato la tendenza dei giocatori a ricadere sempre negli stessi errori. Alla fine ti veniva sempre da dir loro: “Eppure lo sai che quando sei dentro l’area non devi rischiare il tackle perché due volte prendi la palla, la terza prendi l’avversario ed è rigore, e probabilmente non avrebbero mai segnato senza quel tuo regalo.” Eppure era più forte di loro, vedevano la palla lì a portata di piede, erano convinti di arrivarci nella trance agonistica della partita, quasi la prendevano ma poi no, prendevano il piede dell’attaccante; io gli fischiavo il rigore ed eccoli tutti a circondarmi, a dire che quello si è buttato, che il difensore ha preso la palla, che non l’ha nemmeno toccato. Eppure bastava lasciarlo andare, avrebbe tirato fuori, si sarebbe magari inciampato sul pallone,  e invece hai voluto portagliela via ed eccoti con un rigore regalato e una vittoria servita agli avversari su un piatto d’argento.
NO TAV - Stefano Snaidero-Qualcosa di simile accade ogni volta che un movimento si cimenta con una protesta di piazza. Si va avanti per settimane a parlare di rivolta, di abbattere il sistema, questa volta si è parlato perfino di guerra civile, di confronti con la Resistenza. Poi qualcuno pensa che davvero stiamo facendo la rivoluzione, e allora ci sono i bulloni, le pietre, gli scontri con la polizia che ovviamente ci va giù pesante, ed ecco poi molti prendere le distanze, dire che bisogna isolare i violenti, scandalizzarci perché si parla degli scontri e non delle ragioni della manifestazione. Eppure le regole del gioco sono quelle. A loro volta molti media non aspettavano di meglio che di dimostrare che i manifestanti erano solo un mucchio di agitatori, di sbattere in faccia al movimento le dichiarazioni incautamente bellicose della vigilia. Lo sapevamo, lo sapevano, eppure ci sono caduti e di fronte alle ovvie conseguenze adesso ci si scaglia contro il sistema. A posteriori poi ci sono quelli che danno un colpo al cerchio parlando di infiltrati, di violenti che non hanno a che fare con il movimento, ma ci sono anche quelli che danno un colpo alla botte, ricordando che l’esasperazione può portare alla violenza: questo per paura di sfaldare il movimento in cui le teste calde ci sono, anche perché richiamate dalle bellicose trombe di cui sopra. Può essere anche che ci siano gli infiltrati, magari della stessa polizia, sostiene qualcuno, e forse è anche vero, però se non ne prendo le distanze è come se fossero parte integrante del movimento.
Avevo parlato di amo e pesce in occasioni delle manifestazioni di Dicembre contro la riforma della scuola, vedo con rammarico che anche stavolta non è cambiato nulla e che quanto scrissi allora può valere benissimo anche stavolta. Un movimento politico non si improvvisa, una cultura politica non nasce dal mattino alla sera, se sei cosciente delle regole del gioco e le usi bene, puoi portare in piazza 3 milioni di persone e nessun bullone e bloccare la modifica dell’articolo 18 o puoi portare alle urne 25 milioni di persone e nessuna pietra e bloccare il nucleare e la privatizzazione dei servizi idrici. Se nella foga della partita le regole del gioco te le dimentichi, la sconfitta è dietro l’angolo.

Jul 5th, 2011

La camicia di forza di Loretta Napoleoni

482px-loretta_napoleoni.jpgE’ girato in rete e su alcuni quotidiani un editoriale dell’economista Loretta Napoleoni sulla situazione dell’economia greca che, riassumendo all’osso, identifica nell’Euro l’origine delle sventure dello stato ellenico, o meglio ciò che impedisce alla Grecia di risollevarsene. Non sono un economista e non ho intenzione di giocare a farlo, tuttavia sono sempre molto irritato quando chi si qualifichi come tale mi racconta ciò che mi appare essere, a lume di naso, una grossa fesseria. Mi irrito perché i casi sono due: o è davvero una fesseria e l’economista la sta raccontando scientemente, credendomi tanto ingenuo da bermela, oppure sono talmente stupido io da prendere per fesseria un ragionamento in realtà  finissimo. Entrambe le ipotesi le trovo irritanti, sebbene per motivi comprensibilmente diversi.
Il ragionamento della Napoleoni, riassunto più in esteso, è più o meno il seguente: se la Grecia non fosse nell’Euro, quindi avesse una politica monetaria indipendente, potrebbe fare come hanno fatto Islanda e Argentina, ai tempi delle rispettive crisi finanziarie, ovvero consolidare il debito estero e svalutare la moneta. In questo modo potrebbe salvare e rilanciare la propria economia. Invece la Grecia non può farlo a causa di vincoli monetari e politici e quindi la soluzione sarebbe uscire dall’Euro (definito dall’economista una “camicia di forza”).  Da profano mi pare francamente una teoria che ha delle debolezze evidenti per non dire di più. La principale è che le due mosse fondamentali, svalutazione e consolidamento del debito, vengono presentate come azioni sostanzialmente senza conseguenze ed invece sono due mosse devastanti, in confronto alle quali la “Finanziaria lacrime e sangue” di Papandreu è uno scherzo.
Ricordo che l’Argentina durante la crisi del 2002 fu costretta a svalutare la propria moneta del 300%, questo significa che non ci fu solo un aggravio della fiscalità , come succede oggi in Grecia, ma i cittadini si ritrovarono in mano carta straccia: è vero che da allora il PIL argentino è ricresciuto a gran ritmo, ma è anche vero che il buco è stato così profondo che solo recentemente il paese è rientrato ai livelli di PIL precedenti alla crisi del 2002 e nel frattempo ha avuto un’inflazione a due cifre. E’ infine vero che l’Argentina ha rinegoziato lungamente il proprio debito, con concessioni pesanti all’FMI.
Il caso dell’Islanda è un po’ diverso anche perché l’entità  della bancarotta è stata meno devastante rispetto a quello Argentina ma anche lì la svalutazione è stata pesantissima. Il consolidamento del debito poi è stato il risultato di un referendum, a cui ovviamente la maggior parte dei cittadini ha risposto negativamente, negando quindi ai principali creditori, Regno Unito e Olanda, il dovuto. E’ una mossa possibile e che ha salvato populisticamente la faccia ad una classe politica per altri versi squalificata, ma altamente scorretta e che, in una teoria dei giochi a livello internazionale, mette l’Islanda nella condizione di perdere in futuro qualunque affidabilità  e quindi fascino come cassetta di sicurezza, ruolo che aveva fatto la sua fortuna nello scorso decennio. Non è poi escluso che quello che non è uscito dalla porta non debba poi uscire dalla finestra, visto che l’azione piratesca compiuta ha reso estremamente più complicato l’avvicinamento dell’Islanda all’Unione Europea, avvicinamento considerato necessario da chi ritiene che l’Islanda non possa tornare ad essere una grande isola di pescatori. Non escludo che possa esser vero che sia psicologicamente diverso vedersi aumentare le tasse del 10% o svalutare del 10% la moneta, perché è diverso vedersi sottrarre ciò che ritieni tuo o vedersene semplicemente sottratto l’equivalente valore, e non escludo che ciò possa giustificare, ad esempio, il fatto che in Grecia ci siano rivolte di piazza e in Islanda no (ma magari è anche una questione di latitudine), ma forse un’economista non dovrebbe fermarsi alle conseguenze di ordine pubblico di una scelta economica. Sono conscio del fatto che l’Euro presenta molte debolezze, prima fra tutte quelle di una valuta che ha, sotto di sé una struttura politica troppo debole per sostenere quella finanziaria. Che però l’Euro non solo non sia uno scudo per i paesi finanziariamente più esposti, ma addirittura un peso mi pare davvero una tesi poco credibile, per non dire grottesca.
Alla fine mi viene un dubbio che non vale solo per la Napoleoni e non vale solo per l’economia e che nutro ogni volta che sento, ad esempio, su uno stesso argomento due studiosi pronunciarsi in modo diametralmente opposto. Davvero la scienza, ogni scienza, è ormai totalmente inesatta? Oppure tale e tanta è la polarizzazione che caratterizza il nostro modo di pensare che la scienza ha smesso ormai di essere uno strumento per formarci delle convinzioni ed è diventato solo uno strumento per rafforzare convinzioni di tutt’altra origine?

Jul 1st, 2011

Tempo scaduto

342px-giulio_tremonti.jpgPochi giorni fa il Ministro dell’Economia Tremonti ha fatto pubblicare (pare brutto dirlo così ma è quanto ha fatto) sul Corriere della Sera una proposta del suo ministero su una serie di misure per contenere i costi della politica. Si tratta di ridurre o contenere i compensi per i politici alla media europea, ridurre la cilindrate sulle auto blu, ridurre l’uso dei voli di stato, tagliare le donazioni a istituzioni e partiti politici, rendere obbligatorio l’accorpare in una sola giornata tornate elettorali che siano previste nello stesso periodo.
Nel merito c’è già  da eccepire: al di là  del fatto che molti dei provvedimenti avranno effetto solo dalla prossima legistatura, c’è da anche da chiedersi che senso ha ad esempio limitare la cilindrata dell’auto blu, continuando però a fornirla a parlamentari e altri esponenti politici che hanno certamente i mezzi economici per girare su auto proprie. Se siamo di un ordine di grandezza davanti a tutti gli altri principali paesi industrializzati nella classifica delle auto blu vuol dire che il problema è la quantità  non la qualità .
Non è però irrilevante anche guardare alla storia di chi fa una simile proposta. Tremonti fa il Ministro dell’Economia dal lontano 1994 e da allora ne ha visti di sprechi, di utilizzo improprio di denaro pubblico, di abuso degli aerei di stato, senza fare apparentemente una piega. Al contrario si è spesso andati in direzione opposta. Per dirne una, quest’ultimo governo Berlusconi nel 2008, a pochi mesi dalla sua entrata in carica, ha pensato bene di rivedere in termini meno restrittivi la normativa sui voli di stato. Per dirne un’altra posso ricordare che, per quanto riguarda l’accorpamento delle tornate elettorali, anche se la legge oggi non obbliga a farlo non lo vieta neppure. Nonostante questo il governo Berlusconi ha ripetutamente spezzettato elezioni e referendum, ignorando le reiterate proteste di opposizioni e società  civile. E’ quasi psicotico che questa maggioranza si voglia obbligare a fare ciò che in libertà  non ha mai fatto e che invece una maggioranza appena decente avrebbe fatto senza discussioni.
Si dirà  certo che tutto ciò è meglio che nulla, che è già  un buon segno che in un governo che ha fatto del mercanteggio della politica la sua ragione di esistenza si apra qualche spiraglio di moralità , che la batosta elettorale ha sortito qualche positivo effetto e che ciò dovrebbe ricordarci quanto sia proficuo ogni tanto dare qualche lezione alla coalizione politica che pur preferiamo. Si dirà  che l’amante fedifrago che chiede scusa e fa sinceri buoni propositi per il futuro può anche essere perdonato. Il problema è che dopo 17 anni il credito di fiducia di Tremonti e di questa maggioranza di governo è abbondantemente finita, il tempo a sua disposizione per poter manifestare un credibile spirito riformista e moralizzatore è abbondantemente scaduto. Quello che da Tremonti e dai suoi ci possiamo aspettare sono delle scuse per il sacco del nostro paese che hanno compiuto in questi anni ed una mestissima uscita di scena, nulla di più. Il gatto e la volpe ti possono fregare una volta, due, magari tre, ma dopo diciassette anni di fregature anche il più ingenuo dei pinocchi gli zecchini vuole poterli affidare a qualcun altro.

Jun 29th, 2011

Le guerre col silenziatore

Negli ultimi mesi ci sono stati ben due interventi militari di marca europea in Africa per porre fine a conflitti interni. Dico due perché, anche se pochi ce l’hanno raccontato, la Francia insieme alle Nazioni Unite è anche intervenuta in Costa d’Avorio per por fine al conflitto nato dopo le elezioni politiche.
guerralibiaitalia.jpgE’ in realtà  curioso vedere come questo genere di interventi militari, contrariamente al passato, interessino pochissimo i media. Iniziamo col parlare del conflitto in Libia: pochissimi sono i reportage dal fronte, le uniche notizie che i telegiornali riportano sono quelli legati a dichiarazioni incrociate di ministri, non si sa chi sta vincendo e perché, non si sono visti quasi mai i volti dei capi ribelli che rimangono di identità  quasi indefinita. Questo disinteresse fa a pugni con la tradizione di seguito quasi morboso che le guerre precedenti hanno avuto: non parlo solo di quelle in Iraq e Afghanistan, delle quali, almeno nei loro primi mesi, ci veniva data notizia ad ogni apertura di notiziario, ma anche del conflitto in Serbia o di quello in Bosnia seguiti ossessivamente. Una scorsa sui notiziari online mi fa capire che anche all’estero vi è lo stesso disinteresse italiano per gli eventi di Libia. Cosa rende il nostro giornalismo così indifferente alle bombe che i nostri soldati giornalmente depositano sul territorio libico? Perfino Battista sul Corriere lamenta questo disinteresse. Ci sono naturalmente le tesi complottistiche, che non mancano mai, e che spiegano il disinteresse come un tentativo di tenere sottocoperta il grande inganno di una guerra motivata da ragioni strategiche, e che ritengono che stragi e fosse comuni non sono in realtà  che pure invenzioni.
Sotto il più totale silenzio è poi passato l’intervento in Costa d’Avorio. E’ vero che lì non c’era un contingente italiano ma c’erano comunque i nostri vicini francesi e un contingente ONU, ma ci vuole la Rete per scoprire come è andata a finire la vicenda che i nostri notiziari avevano sommariamente raccontato finché era uno scontro tra i due contendenti Ggagbo e Ouattara, per poi eclissarsi quando il tutto si è risolto con un intervento militare straniero che ha ripristinato al potere il vincitore delle elezioni, Alassane Ouattara. Non entro nel merito della legittimità  dei due interventi: quello che ho già  scritto sulla Libia può essere, con qualche distinguo, applicato anche alla Costa d’Avorio. C’era un verdetto delle elezioni, considerate dagli osservatori internazionali regolari, e non si poteva auspicare altro che quel verdetto fosse rispettato, a prescindere dalle responsabilità  delle varie parti nel vortice che ha portato alla guerra civile, nel quale vortice non mi pare ci siano stati vittime e carnefici, ma semmai due fronti che sembravano molto ben disposti a menare le mani. Ci sono certamente ragioni strategiche che giustificano l’intervento, ma nella sostanza l’intervento può avere delle giustificazioni in base alle competenze delle Nazioni Unite.
Tuttavia, tornando al silenziatore dell’informazione, provo a scartare ipotesi complottistiche e ad avanzarne una più commerciale. Ho come l’impressione che le guerre siano passate, almeno per il momento, di moda. Ho il sospetto che ai tempi dell’Afghanistan o dell’Iraq ci fosse chi godeva, come nel guardare una partita a Risiko, nel vedere l’avanzata delle truppe occidentali, gli uni per spregio generico per gli arabi, altri per la nobile missione di esportazione della democrazia. Era un bottino troppo ghiotto per l’informazione per farselo sfuggire. Oggi che a casa nostra si perde il lavoro da un giorno all’altro, che non ci sono soldi per mandare avanti ospedali e scuole, forse godiamo un po’ di meno che nel passato nel vedere i nostri preziosissimi cacciabombardieri mandati in missione in giro per il mondo, specialmente quando scopriamo quanto il tutto ci costa 50 milioni al mese. Anzi, forse ricordarcelo troppo spesso diventa controproducente e allora è meglio parlare d’altro, potrebbe suonare un po’ fastidioso a chi si è sentito dire per mesi che tutti dobbiamo fare sacrifici e magari ha l’impressione di essere l’unico a farli.

Jun 26th, 2011

Una falsa partenza

Prima ancora che con il ritiro estivo, la stagione calcistica delle squadre di Serie A inizia, ad ogni Giugno, con la partenza della campagna abbonamenti e Martedì scorso è iniziata quella della Juventus. L’occasione era particolarmente importante perché si trattava di dare inizio alla vendita degli abbonamenti per il nuovo stadio e quindi, se da una parte era previsto un afflusso abbondante di pubblico atratto dalla curiosità  per il nuovo impianto, dall’altra c’erano dei meccanismi organizzativi totalmente nuovi da rodare, il tutto in un momento difficile per la società  che ha un disperato bisogno di ritrovare credibilità  dopo un paio d’anni di fallimenti su tutta la linea.
Con tutte queste premesse i risultati non potevano essere peggiori: dei 700 tifosi in coda solo 200 circa hanno avuto il loro abbonamento, a tutti gli altri è stato risposto di ritornare il giorno dopo o di recarsi presso gli sportelli di Lottomatica dove avrebbero acquistato potuto ritirare un coupon corrispondente alla prenotazione dell’abbonamento che potrà  essere poi ritirato in seguito. Inutile dire che la delusione dei sostenitori bianconeri è stata enorme e chi era presente mi dice che la rabbia è stata palpabile.
coda_abbonamenti.jpgNon è la prima volta che accadono episodi simili, anche questo blog ne racconta qualcuno, ma certamente quella del nuovo stadio è un’opportunità  che la Juventus dovrebbe cogliere per dimostrare di avere una fatto un cambio di passo circa la concezione del tifoso degli anni ’10. Ho l’impressione che se negli altri principali campionati europei gli stadi sono pieni ed in quello italiano sono vuoti sia perché in Italia le società  calcistiche hanno visto nella bulimia della televisione solo una fonte di maggiori introiti sotto forma di diritti tv, senza tenere in considerazione la concorrenza che il comodo, caldo e asciutto salotto di casa fa slealmente allo scomodo, freddo e magari anche bagnato seggiolino dello stadio. Questa concorrenza ha spinto le società  calcistiche europee a trasformare gli stadi in luoghi comodi, accoglienti, di facile accesso, ma in Italia questo non è accaduto. La maggior parte degli stadi italiani è ancora scomodo, l’accesso agli impianti è reso difficile da controlli spesso cervellotici, comprare un biglietto è frequentemente un’impresa: il tutto sembra fatto apposta per invogliare anche i più appassionati a ripiegare sul salotto di casa ma questo ha un prezzo: il calo degli introiti da stadio che, è vero, sono ormai minoritari rispetto a quelli garantiti dalle televisioni, ma rappresentano comunque una voce di entrate che ammonta a circa il 10% dei ricavi di una società  di Serie A e che quindi fanno sempre molto comodo.
Se la Juventus vorrà  invertire questa china dovrà  cominciare a capire l’esigenze dei suoi sostenitori, a proporsi con un volto diverso, a far sì che andare allo stadio sia comodo e sicuro quanto andare a teatro o al cinema. Se l’inizio è quello di Martedì ho l’impressione che la strada sia tutta in salita.

Jun 24th, 2011
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