Siamo tutti Corte d’Appello

E’ espressione comune quando si parla della Nazionale di calcio dire che “Siamo tutti Commissari Tecnici”. Questo perché quando gioca la Nazionale anche i meno appassionati di calcio, anche quelli che vedono una partita ogni tanto, si ergono a superesperti e contestano o incoraggiano le scelte del selezionatore del momento. Credo sia qualcosa di simile ad un gioco collettivo al quale ci si sente di dover partecipare anche se non se ne conoscono bene regole e strategie. E’ un gioco nel gioco e quindi del tutto inoffensivo, se non per il povero Commissario Tecnico in carica, il quale si trova ad essere considerato un incompetente anche da chi non sa nemmeno che differenza ci sia tra una traversa e una diagonale. Il discorso è un po’ diverso quando di mezzo ci sono fatti di sangue, c’è un omicidio, una ragazza fatta a brandelli e ci sono alcuni potenziali assassini. Il gioco però è lo stesso: partecipare ad un rito collettivo mettendo in campo la proprie capacità  intuitive e fare della propria risoluzione un vessillo a cui aggrapparsi fino alla fine, nella convinzione che gli imputati siano colpevoli o innocenti con lo stesso trasporto con la quale si parteggia per Cassano o per Balotelli.
amanda-knox-4-1376018_0x410.jpgIl sottoscritto come tanti ha seguito le vicende del processo di Perugia (anche perché era difficile sottrarsene in questi giorni). Ho cercato di farmi un’idea di come erano andate le cose e mi sono rapidamente reso conto che, per quante ipotesi si possano formulare sulla vicenda, per poter essere certi della colpevolezza o dell’innocenza degli imputati è necessario avere un quadro completo del piano accusatorio e soprattutto un’idea precisa di quanto affidabili siano i rilevamenti scientifici sulla base dei quali i due ragazzi erano stati condannati in primo grado. Inutile dire che un’idea precisa in merito poteva averla solo chi abbia esaminato i reperti ed abbia le conoscenze scientifiche per valutarli. E’ quindi evidente che nessuno delle migliaia o milioni di persone, che in questi giorni hanno sentenziato la colpevolezza o l’innocenza dei due, avesse alcun elemento per farlo, eppure questo non impedisce alla folla fuori dal tribunale di dividersi tra colpevolisti e innocentisti, tra quelli che salutano con applausi o fischi gli imputati, i giudici e gli avvocati. Per una volta non facciamone una questione italiana, se a Perugia c’era il tifo da stadio non diversamente andavano le cose negli Stati Uniti, dove si cavalcava l’onda emotiva di una persecuzione verso la povera ragazza da parte di giudizi italiani inetti alla ricerca di un colpevole qualunque, e lo stesso speculare fenomeno accadeva nel Regno Unito dove invece si accusava la giustizia italiana di peloso garantismo nel voler fornire una facile scappatoia ai carnefici di Meredith.
Si renderanno mai conto costoro che stanno partecipando a nulla di più di un gioco, simile a quello che si sviluppa quando segui in compagnia un film giallo e si inizia a discutere su chi sia il colpevole? Il problema è che questo non è un gioco: c’è davvero una ragazza che è stata sgozzata, ci sono davvero due ragazzi che forse sono innocenti e si sono fatti 4 anni di galera per niente o forse sono colpevoli e stiamo mandando liberi due brutali assassini, ci sono davvero i genitori degli uni o degli altri a non darsi pace del perché i loro figli sono stati strappati loro dalla violenza assassina piuttosto che dal sistema giudiziario italiano. Quanto è aberrante giocare su simili disgrazie? Quanto è abbruttente scommettere sul dolore altrui?

Oct 4th, 2011

Una grande regia

Qualche volta mi chiedo se il Calcio professionistico sia davvero la rappresentazione di una sfida sportiva genuina e verace o non piuttosto una finzione scenica costruita sotto la regia di un grande burattinaio. Non alimento tanto questo dubbio nei convulsi fine campionato in cui miracolosamente squadre che dovevano salvarsi si salvano, né in occasioni di certe provvidenziali decisioni arbitrali, né in certi ancora più provvidenziali svarioni difensivi; il dubbio mi viene piuttosto allorquando la tensione di una partita è talmente ben distribuita, è sorretta fino all’ultimo con tanta maestria, da pensare che lo svilupparsi delle vicende non possa essere frutto del caso ma piuttosto di una sceneggiatura che qualcuno ha sapientemente elaborato.
Mentre ieri sera abbandonavo lo Stadio della Juve, con addosso l’entusiasmo per una serata che più emozionante e felice non poteva essere per il tifo biancoenero, questi pensieri si aggiravano nella mia testa. Eh sì perché la vicenda nel suo intreccio non poteva essere progettata meglio. Gli elementi che facevano da contorno erano una Juve reduce da due annate buie che, con tanti desideri di rivalsa ma anche con tanta paura di ricadere nei vecchi vizi, arrivava piena di interrogativi al primo incontro della stagione con una squadra importante. Fin dall’inizio dalla contesa però, oltre ogni più rosea aspettativa, si delineava una partita disputata splendidamente dalla truppa bianconera, con impegno, dedizione, eccellente disposizione tattica e grande condizione tecnico-atletica. A ricacciare i cuori gobbi nel buio del recente passato c’era però l’impressione di un’incombente malefizio che proteggesse la porta milanista da ogni tentativo dei discepoli di Conte, con un crescente angoscioso presentimento di un ineluttabile pareggio o addirittura di una beffarda sconfitta. E proprio al climax di questa tensione, quando gli ultimi minuti rendevano incombente la rabbia finale per una vittoria che pareva inarrivabile, ecco la carambola inaspettata che gonfiava la porta milanista e la liberazione finale, che esplodeva poi nel secondo gol e nella festa conclusiva.
milan-juve_2.jpgQuello che più lascia increduli della serata di ieri è la differenza atletica che si è palesata in campo. Fin dai primi minuti sul terreno di gioco si sono mosse, da una parte una squadra che macinava gioco e dall’altra una che subiva passivamente con rari moti di ribellione, e se all’inizio ciò pareva solo l’espressione di una superiore motivazione da parte di una Juve non distratta dalle sirene europee, con l’andar del tempo ci si rendeva conto che non poteva che esserci un differente livello di condizione fisica. Lo schieramento a tre centrocampisti dava alla Juve vantaggi indubbi a centrocampo, anche in considerazione della condizione strepitosa di Marchisio, della presenza illuminante di Pirlo e dell’infaticabilità  di Vidal, spesso confuso e frenetico ma in grado di recuperare palloni a piene mani. Conte qualche settimana fa rispondeva a chi gli chiedeva le ragioni per il quale il cileno rimaneva costantemente in panchina che i tre avrebbero potuto giocare insieme solo a patto di essere in 12: il tecnico ci deve aver ripensato e ha fatto bene perché il trio assicurava un dominio totale sul reparto avversario. Certamente lo schieramento juventino con un solo attaccante (Vucinic) consentiva al Milan di allargare il reparto difensivo e proteggersi dagli esterni bianconeri, infatti piuttosto opachi. Tuttavia il punto di riferimento costante che Vucinic rappresentava permetteva alla Juve di penetrare centralmente con sconcertante regolarità  e solo la buona sorte salvava ripetutamente Abbiati.
Nel secondo tempo c’era poi l’ingresso, decisamente positivo, di Giaccherini, il quale sottolineava ulteriormente l’involuzione di Krasic, l’anno scorso leader incontrastato, e oggi spesso scalzato nel suo ruolo dal più economico dei tanti esterni che la Juve ha in rosa. La tambureggiante offensiva del drappello di-biancoenero-vestito continuava, ma l’inutile danza davanti alla porta milanista non produceva risultati finché, quando i minuti si appressavano ormai alla fine, la sorte, fino ad allora così arcigna, abbracciava Madama ed un pallone rinviato a casaccio da Bonera incocciava la gamba filiforme di Marchisio e schizzava impazzito verso la porta rossonera. Il tripudio era condito prima dall’espulsione di Boateng e poi dal raddoppio ancora di Marchisio in cooperazione con una lieve deviazione di Matri. Era il più rasserenante e soddisfacente dei lieti fine per il popolo della Signora che, con questo successo, può cominciare davvero a credere che l’anno del rilancio potrebbe essere arrivato.
Insomma, tornando al dubbio iniziale, se davvero il Campionato di Calcio è il frutto del disegno di un grande sceneggiatore complimenti per le capacità  artistiche, se è invece il caso a governare complimenti a lui, di certo a qualcuno val la pena di farli i complimenti per una serata così avvincente. In ultima analisi i complimenti vanno fatti certamente ad Antonio Conte che, con tutti i dubbi che ancora si possano nutrire sul suo operato, ha allestito in pochi mesi un organico che per ora si sta dimostrando solido e competitivo ben oltre il valore dei singoli.

Oct 3rd, 2011

Torni la prossima volta

Chi, tra quanti hanno frequentato da studenti l’Università , non ha sentito almeno una volta rivolgere a sé stesso o ad altri il sinistro invito: “Torni la prossima volta”? La dinamica è più o meno sempre la stessa: ti viene fatta una domanda che ti prende in contropiede (pensavi non lo chiedesse, avevi perso quel foglio degli appunti, ti sei addormentato sul libro mentre ripassavi e ti sembrava di saperla, hai un’amnesia selettiva…), balbetti una risposta, il docente comincia ad interromperti, ad assumere ostentate espressioni che oscillano tra lo schifato e l’indignato e infine la proposta finale: “Senta… Torni la prossima volta”.
“Ok – ti vien da dire – non sono andato bene su questa domanda, ma ho studiato, il resto del programma lo so, mica c’è solo quello che mi hai chiesto nel programma d’esame, non prenderò 30 ma a me non interessa prendere 30, un 18 o un 20 mica mi sporcano la media, fammi un’altra domanda. Dai”
studente_scheletro_2.jpgProporlo però non serve, se non a posizionarsi in un piano inclinato dal quale scivolerai sempre più in basso nella considerazione del docente, perché il bisogno di perfezionismo che affligge molti docenti dei nostri atenei non consente di accettare che passi l’esame chi l’ha iniziato così male. Credo infatti che sia essenzialmente un bisogno estetico quello che spinge chi hai davanti a proporti di cancellare questa pessima esibizione con una rapida ritirata, nella speranza che non rimanga traccia del tuo passaggio; sembrerebbe quasi che nella concezione del docente la sociologia o l’elettronica applicata non potrebbero sopportare oltre di essere così maltrattate.
Ora, nulla mi infastidisce di più di coloro i quali scoprono i difetti dell’università  solo allorquando si preparano all’assalto alla dirigenza dei finanziamenti alla ricerca, e quindi mi hanno infastidito alquanto coloro i quali hanno partecipato per appartenenza politica al fuoco incrociato contro i professori “baroni” che ha avuto luogo negli ultimi anni, tuttavia non nego che i mali dell’università  siano tanti e siano gravi. Ho l’impressione che uno di questi sia il fatto che molti docenti vivano in una dimensione anacronistica nella quale il tempo è una dimensione di relativa importanza e nella quale tutto ruota intorno ad un senso essenzialmente estetico del sapere. Ed invece al di fuori delle porte dell’ateneo il tempo ha una straordinaria importanza e concretezza e il sapere è speculativamente ciò che mi serve per conseguire gli obiettivi di vita che mi prefiggo; ciò vuol dire che se oggi non passo l’esame perderò tempo, mi laureerò più tardi, inizierò a lavorare più tardi e rischierò di perdermi delle occasioni che non torneranno più. E allora io studente ho pieno diritto ad una seconda ed anche una terza domanda e ho pieno diritto ad essere congedato, con un invito a ripresentarmi la prossima volta, se e solo se nella valutazione complessiva delle mie risposte non raggiungo una preparazione sufficiente, anche se qua e là  ho fatto rivoltare nella tomba Thévenin o Durkheim.
Vivere un’istituzione fondamentale come l’università  come se là  fuori si vivesse con i ritmi della Roma antica fa male a sé e fa male all’università , ma fa male soprattutto agli studenti che scoprono solo quando ottengono il sospirato pezzo di carta che il mondo esterno somiglia poco a quel microcosmo che per molto (spesso troppo) tempo hanno frequentato.

Sep 29th, 2011

Esperienze singolari

L’episodio del conducente di autobus che si ferma in mezzo alla strada, con il mezzo pieno di passeggeri, per prelevare al bancomat, è talmente curioso e buffo da aver meritato la homepage di Repubblica.it.

Curioso e buffo ma, devo dire, non originale. Al sottoscritto è infatti capitato di essere testimone di un episodio simile e per di più dove non te lo aspetteresti: nell’austero Canavese. Ero infatti sull’autobus che da Ivrea porta al vicino comune di Bollengo quando, ad un paio di fermate dal capolinea, il conducente arresta l’autobus in una viuzza piuttosto stretta e ne scende senza dare spiegazioni. Sguardi tra l’interrogativo e il preoccupato dei passeggeri: chi pensa ad un cambio di percorso, chi ad un malore del conducente. Niente di tutto ciò, semplicemente aveva sete ed è sceso per abbeverarsi ad una distributore di acqua lungo la strada. Ho scattato una foto per immortalare il momento.
Sarebbe bello in effetti se una così spregiudicata mancanza di professionalità  e di rispetto per gli utenti di un servizio fosse un caso così grottesco da diventare oggetto di curiosità , purtroppo è invece una circostanza piuttosto quotidiana.

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Sep 28th, 2011

E se il problema non fosse tutto lì?

Quando troppi sparano tutti nella stessa direzione mi viene sempre il dubbio che stiano solo abbattendo un capro espiatorio ed ho l’impressione che questo sia appunto quanto sta accadendo in questi giorni in Italia. Visto che sono arcistufo di parlare di Berlusconi lo evito, almeno per il momento, e parlo un po’ del Belgio.
belgio-secessione.jpgIl Belgio non è un paese dei più dinamici nello scacchiere europeo e mondiale, nemmeno tra i più solidi, ha anche una storia relativamente anonima: pensate ad un belga famoso che non sia un ciclista o un pittore e non vi viene in mente nulla, diciamoci la verità . Io ci ho pensato un po’ e mi è venuto in mente Peyo, ideatore dei puffi, e Hergé, autore di Tintin. In realtà  anche Carlo V e Marguerite Yourcenar erano di nascita belgi, ma alla fine è davvero poca roba per essere un paese nel cuore dell’Europa. Sui libri di storia non si parla quasi mai del Belgio se non come scorciatoia che le armate tedesche utilizzarono per invadere la Francia sia nella Prima che nella Seconda Guerra Mondiale.
In Belgio come in Italia c’è da qualche anno un partito con ampia base di consenso che propone la scissione di una parte del paese: è il partito Nuova Alleanza Fiamminga, che vorrebbe spezzare il paese secondo la linea, peraltro non chiaramente definita, che divide le zone francofone da quelle fiamminghe. Siccome anche in Belgio gli elettori si fanno facilmente appassionare da infantili contrapposizioni noi/loro, nelle ultime elezioni, tenutesi nel Giugno 2010, il partito in oggetto è diventato, pur con solo il 17% dei consensi, il primo partito del paese. Il problema è che da quelle parti gli scissionisti non sono come Bossi, che predica intrasigenza ma è che pronto a vendersi tutto per un paio di poltrone; lì fanno sul serio e De Weder, il leader di Nuova Alleanza Fiamminga, da un anno in qua si rifiuta di sedersi al tavolo della trattativa con chi non metta nel piatto la scissione delle Fiandre dal resto del paese. I numeri ci sarebbero in realtà  anche per una maggioranza di governo diversa, che escluda quindi gli scissionisti, ma gli altri principali partiti (la sinistra vallone e la destra moderata fiamminga in particolare) non riescono a trovare un accordo alternativo, o forse lo evitano per scongiurare il rischio che un “governissimo” porti ulteriori consensi alla Nuova Alleanza Fiamminga, col rischio di spaccare definitivamente il paese. Questo fa sì che dal Giugno 2010 il Belgio non abbia un governo, battendo tutti i record mondiali in merito.
Orbene, con tutto ciò l’economia del Belgio è una delle più brillanti dell’Eurozona. Nonostante l’assenza di una guida da più di anno la situazione del paese è più che rosea, almeno per gli standard attuali del Vecchio Continente: il debito rimane contenuto, il PIL cresce, la disoccupazione è a livelli accettabili. In sostanza l’esperienza belga ci dice che non è poi così essenziale avere un governo per salvarsi dalla crisi. Qualcuno che aveva già  capito dove andavo a parare potrebbe a questo punto ribattere che forse è meglio non avere un governo che averne uno che usa le istituzioni esclusivamente per fini personali ma l’esperienza belga dovrebbe, a mio avviso, fornirci un’altra prova del fatto che, se l’Italia naviga in pessime acque, non sia solo colpa di Berlusconi e che non basterà  sostituire il governo Berlusconi con un governo vero per rilanciare il paese. Questo ovviamente non significa che non sia la priorità  principale di chi voglia il bene del paese restituire ad esso un timoniere che sappia quello che sta facendo, ma dovremmo ricordarci sempre che chi guida una nazione altro non è che lo specchio di quella nazione e che chi oggi chiede a gran voce un cambio al vertice ha appoggiato fino a ieri quella combriccola di incapaci che ci governano e che erano tali anche ieri, ma che ieri godevano invece di stima e considerazione. Parlo di Confindustria che oggi si fa beffe di Berlusconi ma che ne aveva accolto con entusiasmo il terzo mandato, nonostante il fallimento dei primi due; parlo di Fini che oggi critica il Porcellum ma che ieri l’aveva votato con apparente convinzione; parlo di un arcipelago di intellettuali moderati che oggi si vorrebbe liberare di lui ma che ne è stato a lungo il vessillifero più convincente.
berlusconi_indipendent.jpg Mi rendo conto che il mio discorso non è dei più originali ma credo che proprio oggi, quando anche giustamente tutti puntano il dito sul Premier, sia fondamentale ricordarci che Berlusconi è come l’esantema del morbillo: non è il problema ma la sua manifestazione. Un paese che si affida a più riprese ad un personaggio simile è un paese malato ad ogni suo livello e la cura non può essere solo estirpare l’esantema ma eliminare il virus che ne inquina la vita pubblica ad ogni livello. Se ci limiteremo ad esautorare quella classe politica, che ha vissuto per anni reggendo la coda a Berlusconi, con una identica alla precedente, così come facemmo nel ’92, non avremo fatto un solo passo avanti. Se sapremo invece fare finalmente un po’ di autocritica noi, come società  civile, come paese, come popolo, forse avremo fatto un passetto.

Sep 27th, 2011

La scuola in tribunale

anne_frank.jpgUn tribunale tedesco ha ingiunto ad una ragazzina sedicenne, che aveva imbrattato i manifesti elettorali con scritte naziste, di leggersi il Diario di Anna Frank. Mai sentenza fu più avveduta, cosa proporre di meglio a chi si avvicina ad un’ideologia mossa solo dall’ignoranza, come ammesso dalla stessa interessata, che si informi su quello che significano i simboli che sfoggia e quali crimini immondi sono stati commessi in nome di essa? Tutto giusto tranne un piccolo problema: perché in un paese come la Germania una ragazzina arriva a 16 anni senza sapere cosa sia stato il nazismo e imbratta i muri di simboli delle SS solo perché scimmiotta magari altri suoi compari? Possibile che il sistema scolastico anche in Germania sia così farraginoso da dimenticarsi di spiegare cosa siano stati i campi di concentramento e la Shoah?
Qualcuno doveva provare a recuperare la situazione e bene ha fatto il tribunale di Kassel, ma bene sarebbe anche scoprire se la ragazzina è mai andata a scuola e se i suoi insegnanti di storia le hanno raccontato qualcosa del nazismo, oppure non era nel programma o magari non c’è stato tempo o magari c’era il supplente…
Non ho elementi per pronunciarmi sulla Germania ma ho l’impressione che in Italia, nonostante i  rovesci del governo in carica, i gelminiani siano tanti, dove per gelminiani intendo definire coloro i quali nutrono la convinzione profonda che la scuola sia un inutile orpello per una società  e che andarci sia essenzialmente una perdita di tempo. Quanti davvero sanno cos’è stato il fascismo, cos’è stato il nazismo, ma anche lo stalinismo e cosa sono state le foibe? Quanti sanno riconoscere gli stessi germi che infettarono quelle epoche storiche nel nostro quotidiano? La mia risposta è troppo pochi, ancora troppo pochi e questo è uno dei principali problemi che l’Europa ha ancora oggi. La scuola è lì per quello, non solo per togliersi di casa i figli e sarebbe bene che ne fossimo tutti consci.

Sep 23rd, 2011

Putin e l’invidia

vladimir_putin_2_april_2002-2.jpgE’ certo che Vladimir Putin non sia un uomo che si dimentica degli amici e non dimentica sicuramente che Berlusconi non ha mai perso occasione per difenderlo da chi lo attaccava e attaccava il suo apparato di governo sui diritti umani e sulle vicende cecene. Non ha quindi perso l’occasione di restituire il favore, dando degli invidiosi a tutti quelli che rimproverano a Berlusconi la sua monomaniacalità  verso sesso e giovani donne. Ho letto con estremo piacere quanto scritto da Gramellini in proposito (laddove il nostro rimanda l’accusa al mittente chiedendosi in sostanza come si fa ad essere individiosi di un vecchio maniaco sessuale) e ne condivido ogni riga, ma il dubbio mi è rimasto ancora: davvero neanche un po’ di invidia? Possibile che accarezzare l’idea di una possibile notte con l’Arcuri non smuova neanche un minimo di immaginario maschile? Non c’è nemmeno un po’ di moralismo o di piccolezza borghese in chi, come il sottoscritto, la pensa come Gramellini?
Ho l’impressione che tutto ruoti intorno a quel senso di machismo del quale ogni uomo si nutre fin dalla pubertà . L’idea che uno dei fondamenti del riconoscimento sociale di un individuo di sesso maschile sia costituito dalla capacità  di accompagnarsi con ragazze belle e numerose sfiora anche i più aperti di vedute. Ed in effetti la natura aiuta questo modo di pensare perché un individuo di sesso maschile che si affaccia all’età  adulta e scopre i piaceri dell’amore spesso si sente travolgere dagli stessi, come il bimbo che quando scopre quanto sono buone le ciliegie ne fa subito indigestione. E allora voglio dire con tutta franchezza che quando avevo 16 anni l’idea astratta di un uomo, qualunque esso sia, che la sera di Capodanno abbia 11 fanciulle procaci ad aspettare fuori dalla porta, mi avrebbe fatto decisamente un po’ di invidia. L’idea astratta, intendiamoci, perché nello specifico altri aspetti della vicenda mi avrebbero ripugnato anche allora, però certo… 11 ragazze fuori dalla porta…
Poi però passano gli anni e ti rendi conto che il sesso, come ogni altra sensazione piacevole, non migliora se ripetuta ossessivamente anzi sbiadisce, trascolora, esattamente come il piacere di un buon vino si sbiadisce se ti ci ubriachi; ti rendi conto che quello che davvero rende magico il sesso non è né la quantità  né la qualità , fintanto che è misurata in larghezza di seno o di fianchi, ma la dimensione emozionale che attorno al sesso ruota che dipende da quello che la persona con cui lo vivi ti trasmette e non da quello che trasmette la televisione. Quando arrivi a questa scoperta ti accorgi che per trascorrere una serata indimenticabile non serve il book di Tarantini ma serve trovare una persona speciale che sappia mettere in moto la tua dimensione emotiva. C’è chi poi con quella persona speciale vuole passarci la vita, chi si sente più portato magari, dopo un po’, a cercarne altre, così come c’è chi preferisce un sicuro approdo e chi invece preferisce vagare nel mare aperto, ma le emozioni, stanziali o nomadi che siano, non si trovano su un catalogo. E allora chi alla veneranda età  di settantacinque anni tutto questo non lo ha ancora capito, chi ancora vive il sesso come un ragazzotto imberbe, non ti suscita e non ti può suscitare alcuna invidia, semmai commiserazione, compassione e non perché lo consideri immorale ma solo perché lo trovi profondamente, miseramente e forse patologicamente immaturo.
Se poi scopri, cercando nel passato di Putin, che l’ex-esponente del KGB aveva manifestato tempo fa invidia per il Presidente israeliano Katsav, accusato di stupro, ti viene il dubbio che le affermazioni fatte su Berlusconi non siano solo il saldo di un debito, ma corrispondano davvero al suo pensiero. Ed ecco che magari un dubbio che ti balena in testa: non è che l’allergia per la democrazia che affligge Putin come Berlusconi sia dovuta ad una forma di immaturità  simile alla loro immaturità  sessuale? Sarà  per caso che una delle origine delle nostre sventure è che mettiamo al volante dei nostri paesi bamboccioni mai cresciuti? Temo non sia un caso, ma semplicemente il fatto che una gran parte di noi si sente esattamente come loro.

Sep 21st, 2011

Un caso scuola

liceo-martinetti-caluso.jpgLunedì scorso la maggior parte degli istituti scolastici superiori italiani hanno iniziato le lezioni. L’autonomia scolastica però fa sì che gli istituti possano scegliere più o meno liberamente il proprio calendario e c’è qualcuno quindi che ha deciso di essere originale. Un caso interessante è quello del Liceo Martinetti di Caluso che ha iniziato le lezioni il 5 Settembre, quindi ben una settimana prima. Apparentemente negli intenti del suo Preside c’è quello di ridurre il numero di ore settimanali e questo aumentando il numero di giorni nell’anno. Potrebbe anche essere una buona idea, anche se ridurre il numero di ore settimanali complica sicuramente la vita dei genitori che lavorano. C’è un grosso problema però, ovvero che gli orari scolastici della GTT decorrono dal 12 e quindi per tutta la prima settimana gli studenti che abitano fuori Caluso hanno dovuto organizzarsi autonomamente per raggiungere l’istituto. Non ci aveva pensato nessuno? Non era venuto in mente al Preside Mauro d’Amico che per una settimana centinaia di famiglie avrebbero dovuto stravolgere la propria vita per accompagnare a scuola i figli? Io non lo credo, non credo nessuno possa essere così superficiale. Credo che avessero semplicemente soppesato vantaggi e svantaggi e avessero concluso che si poteva fare. E qui appunto è il problema. Il problema è che l’opinione pubblica italiana è un sacco senza fondo che puoi riempire indefinitamente senza preoccuparti che scoppi. L’idea per cui a fronte dei mille disagi che già  affliggono chi studi (libri costosi, classi di 40 ragazzi, nomine sempre in ritardo) si debba anche rinunciare al trasporto pubblico parrebbe troppo, sembrerebbe scontata la protesta dei genitori, nelle forme e nei modi più esasperati, ed invece tutti bravi a prendere un permesso dal lavoro (che poi dicono che bisogna preservare la produttività ) per andare a prendere i figli a scuola. Scuola dove ovviamente i figli non troveranno altro che supplenti, visto che le assegnazioni sono ancora da fare.
Non ce l’ho con il Preside Signor Mauro d’Amico, uno di quei tanti che in Italia, occupando una posizione di relativo potere, vivono nella consapevolezza di poter fare quello che vogliono senza suscitare reazioni; ce l’ho con i tanti che vivono ogni assurdità  che la vita propone loro, come prigionieri di un romanzo kafkiano, senza mai essere pervasi da un minimo moto di ribellione.

Sep 16th, 2011

Ellissi

Siamo tutti d’accordo che un titolo deve comunicare nel modo più rapido il contenuto dell’articolo e che, per di più, in un’era come questa, dominata dall’ansia, un messaggio deve essere sempre il più telegrafico possibile, ma il titolo della Repubblica di ieri sugli sproloqui del nostro Capo di Governo suona davvero eccessivo: Aiutata famiglia rovinata giudici. La lingua italiana è sicuramente molto ridondante dal punto di vista semantico, ma articoli e preposizioni hanno ancora una loro funzione.

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Sep 13th, 2011

Benvenuti a casa

“Benvenuti a casa” è lo slogan con cui la Juventus ha cercato di far risuonare le corde emotive dei suoi tifosi in occasione dell’inaugurazione del nuovo stadio. In effetti lo slogan è molto più azzeccato di quanto non si potrebbe immaginare, anzi forse più che benvenuti si potrebbe dire bentornati perché, guardandosi alle spalle, è certo che il periodo vissuto da Madama nello Stadio Olimpico ha il sapore di un periodo di sradicamento, come se quella non potesse che essere una sistemazione provvisoria. Nessuna responsabilità , intendiamoci, sulle spalle del gioiellino di Corso Agnelli a cui i torinesi sono per di più emotivamente legati per quell’evento epico che sono stati i Giochi Olimpici del 2006, eppure la confusione societaria e tecnica di questi cinque anni, la sensazione di passività  e impotenza che ha caratterizzato questo periodo, hanno dato a questo trasloco la veste di un autentico ritorno a casa. Non è però un vero ritorno, visto che il Delle Alpi non sapeva certo di focolare domestico, anzi suonava freddo e impersonale, ma semmai un ritorno emozionale a tempi nei quali le maglie bianconere sapevano di magìa, in cui i miracoli erano di casa dalle parti della Gà¶ba, lo spezzarsi di una maledizione che andava ben oltre alle scelte sbagliate, all’incompetenza dei dirigenti e alla pochezza dei giocatori.
08092011058.jpgVedere quindi, a pochi giorni dalla scintillante notte inaugurale di Giovedì scorso, la Juve proporsi Domenica, contro il Parma, con un gioco spumeggiante, con una tonicità  ammirevole, con personaggi vincenti e convincenti è sembrato il ritorno ad un passato di cui lo stadio è solo la materializzazione. Tutto ciò parrà  aria fritta a chi pensa che alla fine vincono i più forti, ma ognuno di noi è fatto di emozioni che possono renderlo più forte o più debole e i calciatori non fanno eccezioni. Le emozioni si costruiscono anche su questi simbolismi che, per quanto non abbiano cittadinanza nella materialità  di un campo erboso, ce l’hanno nella testa di chi su quel campo corre e lotta. Vedere quindi un Pirlo sontuoso snocciolare gioco allo schioccare delle dita, vedere un Vidal lottatore indefesso, vedere un Liechsteiner prodigioso cursore, non mi ha stupito quando vedere un Marchisio fiammeggiante, nemmeno comparabile al pallido ologramma che aleggiava in campo non più di qualche mese fa. Perfino la coppia centra difensiva Chiellini-Barzagli, la stessa che pochi mesi fa prendeva gol ad ogni folata di vento, pareva diventata come solida roccia. Tutte illusioni naturalmente, probabilmente il Parma era ancora in versione estiva e dalla prossima settimana ripiomberemo nella cruda realtà  di un organico con qualche falla e poche luci abbaglianti, ma questa sorsata di entusiasmo serviva al morale funereo del popolo juventino e anche a quello dei suoi paladini. Sicuramente gli serviva un tecnico come Conte che avesse le idee chiare su cosa voleva e come, non solo dal punto di vista tattico (e qui va segnalata l’ottima circolazione di palla e la capacità  di creare spazi e di proporre ipotesi di gioco con straordinaria continuità ) ma anche da quello emozionale e avere obbligato anche i più pigri a filare sotto la curva a ringraziare il pubblico è un altro segnale di ritorno a casa, forse uno dei più forti. Se il nostro saprà  temperare qualche eccesso caratteriale potrà  diventare uno dei massimi protagonisti di questo ritorno a casa.
Rimango ancora dell’idea che se avessimo lasciato a Cagliari Matri, a Roma Vucinic, e ad Amburgo Elia e avessimo preso Aguero ci saremmo garantiti un organico appena un po’ meno solido ma con una stella di oggi e domani, un riferimento che così non abbiamo. Tuttavia le cose non sono andate così e forse ci divertiremo lo stesso, almeno lo speriamo fintanto che la malìa del ritorno a casa terrà  in piedi il nostro entusiasmo.
Buon Campionato a tutti

Sep 13th, 2011
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