Lapidare Gramellini?
Un paio di giorni fa Gramellini, nella sua rubrica Buongiorno, ha proposto di restringere il diritto di voto a coloro i quali dimostrano di conoscere la Costituzione. Non so se si trattasse di una provocazione oppure lui ci creda davvero: la proposta è talmente grottesca in effetti che mi pare di poter propendere per la prima ipotesi. In ogni caso a me basta constatare che quello che ha scritto sottolinei una cosa che molti dimenticano, ovvero che quel potere contro il quale oggi così fieramente ci scagliamo l’abbiamo scelto noi, noi con il nostro voto, con il nostro consenso ad alcuni modelli di sviluppo, con le nostre azioni quotidiane, dal comprare il giornale al far la spesa al supermercato. Ovviamente nel noi indistinto c’è chi ha fatto delle scelte e chi ne ha fatte altre ma la sommatoria ha prodotto quel potere e non altro e non servirebbe a molto cercare di stilare delle categorie tra quelli che hanno più o meno collaborato. E’ pur vero che nel noi indistinto c’è chi aveva previsto dove saremmo finiti, che una società basata sul debito (pubblico o privato che sia) non sarebbe rimasta in piedi a lungo, che un signore che era entrato in politica per non andare in galera (e che c’è rimasto per poter continuare a fare quello che faceva prima senza andare in galera) avrebbe portato, se eletto Premier, il paese che governava alla rovina. Ci può allora stare che chi aveva profetizzato, inascoltato, queste sventure oggi si lasci andare alla reazione emotiva di chiedere che si sottragga il diritto di voto a chi non c’era arrivato prima. E’ però una razionalità limitata, simile a quella di chi chiede la pena di morte perché spera, sopprimendo chi uccide, di avere in futuro una società senza assassini.
In realtà la risposta non può essere limitare il modello partecipativo della democrazia (che è anzi semmai il suo punto di forza), ma piuttosto capire che le scelte sbagliate sono parte del gioco della democrazia e che il rischio che un elettorato poco avveduto possa scegliere come propri governanti dei mascalzoni incompetenti esiste ed è il motivo per cui la democrazia non è un sistema politico che si possa calare dall’alto, ma che presuppone un tessuto civile e sociale maturo e responsabile, in grado di capire cosa sia bene scegliere e perché. Anche se Berlusconi se ne dovesse andare presto a casa, se i cittadini di questo paese non faranno un’opportuna autocritica, non ne godremo alcun vantaggio e ci sceglieremo altri Berlusconi, altri Bossi, altri Scilipoti.
Non lapiderei quindi Gramellini, contrariamente a quanto da lui ipotizzato, ma mi rallegrerei piuttosto (quale che fosse il suo vero intento) perché quanto da lui scritto ha sollevato un dibattito che evita di acquietarci su un rassicurante rullo di tamburo che preannuncia la caduta di Berlusconi, ricordandoci che l’Italia ricadrà nelle stesse mani dalle quali sta cercando di liberarsi se non cresceranno nel frattempo gli italiani. Val però certo la pena di ricordare a Gramellini e soprattutto ai tanti che hanno applaudito al suo pezzo che una società forte e solida è una società che cresce nel suo complesso: ricchi e poveri, imprenditori e operai, colti e illetterati, progressisti e conservatori, senza lasciare indietro nessuno.
L’Italia allo specchio
Molti di voi avranno sentito parlare della recente condanna della leader politica ucraina Julija TymoÅ¡enko, una dei protagonisti della cosiddetta rivoluzione arancione, a 7 anni di reclusione per “abuso di potere”. L’ex-capo del governo ucraino è stata condannata da un tribunale di Kiev per avere orientato in modo troppo favorevole alla Russia il negoziato sull’approvigionamento di gas naturale. Devo dire che ho avuto più di una difficoltà a farmi un’idea precisa sul tema, perché ho trovato ben pochi dettagli sugli elementi che hanno portato alla condanna. Certamente è molto singolare, anche in paesi in cui i politici non godano di protezioni particolari rispetto all’azione della magistratura, che un capo di governo venga condannato per come ha condotto un negoziato, questo proprio perché è certamente complicato intercettare quanto il risultato del negoziato possa essere o meno genuino. E’ certamente pure curioso che l’accusa sia di aver favorito la Russia, potenza considerata ostile alla TymoÅ¡enko. Tra l’altro, apparentemente, la circostanza sembra non aver favorito né i rapporti con l’Unione Europea, per la quale la TymoÅ¡enko era un importante punto di riferimento, né con la Russia, che teme di dover ora rinegoziare l’accordo. Sta di fatto che l’ex primo-ministro si è dichiarata innocente e vittima di un complotto.
Qualcuno, ma non molti, avranno poi sentito parlare della guerra in corso in Argentina tra il Presidente Fernà¡ndez (recentemente rieletta) e il gruppo editoriale che gestisce il celebre quotidiano El Clarin. Da anni ormai si fronteggiano, da una parte una linea di strenua opposizione al governo da parte del quotidiano, dall’altra il tentativo sistematico di indebolire il giornale ed il gruppo editoriale di riferimento. Anche qui sarebbe lungo ricostruire i termini della vicenda, sa davvero il quotidiano è andato oltre al diritto di cronaca e se la politica persecutoria del governo è davvero arrivata ai livelli che il gruppo editoriale lamenta.
Quello che unisce le due vicende è il facile parallelo con le vicende che hanno attraversato le polemiche politiche degli ultimi anni, da una parte i processi che hanno coinvolto Berlusconi, dall’altra lo scontro pesante e continuo con i media dell’opposizione. In quei paesi, come è successo in Italia, ci si sarà senz’altro divisi tra innocentisti e colpevolisti in Ucraina, tra sostenitori del governo e paladini della libertà di stampa in Argentina. Il punto di vista che in genere ci sfugge, affondati nella rissa tutti contro tutti, è quello esterno, è quello di chi non sa bene chi abbia ragione e chi torto, come il sottoscritto sulle vicende qui descritte, ma che si limita a provare perplessità per paesi in cui un capo di Governo finisca sotto processo, o in cui un grosso gruppo editoriale finisca sotto l’attacco della politica, che si limita ad avere la sensazione che siano paesi in cui i meccanismi della democrazia ancora siano giovani e poco collaudati, con una fragilità istituzionale e civile che non ispira certo fiducia. Il fatto che questa stessa impressione da un quindicennio ce l’abbiano coloro i quali guardino dall’esterno alle vicende italiane ci spiega tante cose di quanto sta accadendo in questi giorni.
Caccia alle streghe
Aristotele diceva che “Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile. Ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, ed al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile.“. Non è facile, è vero, però è molto importante farlo, perché arrabbiarsi con la persona sbagliata, nel momento sbagliato, per lo scopo sbagliato, nel modo sbagliato non fa che rafforzare e alimentare ciò contro cui ci arrabbiamo.
Si arrabbiavano di certo nel modo sbagliato quelli che sfasciavano auto e cassonetti Sabato l’altro a Roma, ma non solo loro. Ho l’impressione che si sia arrabbiato nel modo sbagliato e con la persona sbagliata chi, trovato da qualche parte uno scontrino della mensa del Senato, ha pensato bene di scannerizzarlo e diffonderlo in rete per dimostrare i privilegi della Casta. Secondo però quanto sostenuto da L’Unità (e confermato dal Senato stesso) si tratta semplicemente dello scontrino di un dipendendente del Senato (un impiegato, uno stenografo, un militare di guardia o chissà chi altro) che è andato a mangiare in mensa. E’ poi ipotizzabile che lo sconosciuto dipendente del Senato abbia speso pochi Euro non perché sia un privilegiato ma semplicemente perché, come molte aziende private, il Senato, avendo una mensa riservata ai dipendenti, non rimborsa il pranzo ai suoi dipendenti tramite ticket restaurant, come di solito accade, ma tramite l’erogazione del servizio mensa a prezzi simbolici.
Quello che mi lascia perplesso è che nemmeno la smentita sia bastata a placare la rabbia di chi si è a quel punto rivolto contro l’Unità , accusata di difendere la casta. C’è chi rivolge al quotidiano diretto da Claudio Sardo l’accusa di non aver fornito prove, senza spiegare naturalmente quali sarebbero queste prove, se non evidentemente il nome, cognome e cedolino del dipendente per dimostrare che non è un senatore o un portaborse, ma magari un normalissimo inserviente. Sono arrivato a leggere su “Lettera viola” che l’Unità ha occultato la verità perché, riportando la foto dello scontrino, ha sbianchettato il codice della tessera mensa, in quella che è evidentemente un’elementare misura di privacy e non certo un bavaglio informativo. Cosa vorremmo? Che il nome e cognome dell’interessato fosse messo alla gogna mediatica? Che fosse obbligato a chiedere scusa per il solo fatto di lavorare al Senato anziché in una qualunque altra azienda? E se fosse un qualunque impiegato che magari guadagna poche centinaia di euro al mese poi quanti sarebbero a dovergli delle scuse? Siamo davvero arrivati alla caccia alle streghe?
Ecco sì, quando si perde la misura, quando si perde il controllo, quando la rabbia ci porta alla guerra tutti contro tutti vuol dire che forse è il momento di prendere fiato e cercare di capire esattamente cos’era che ci faceva arrabbiare, cos’è che non ci piace, cos’è che vorremmo cambiare. E non credo che nessuno voglia cambiare la prassi dei contratti di lavoro che richiede alle aziende di rimborsare il pasto ai dipendenti.
Il Quarantotto e quel che ne seguirÃ
Il quarantotto (il 1848, quello autentico) è stato il momento-fulcro del processo storico che ha visto il rovesciamento delle monarchie europee e l’avvento dei sistemi repubblicani che si sarebbero progressivamente trasformati in sistemi democratici, cioè con una forte distribuzione e livellamento del potere. E’ stato il fulcro per un motivo molto semplice: ovvero che in quell’anno in una quantità enorme di paesi europei si sono avuti moti rivoluzionari con significativi impatti politici. Il paradosso è che benché quell’anno sia considerata la chiave di volta di un processo storico così rivoluzionario, gli effetti permamenti di quell’anno possono apparire, ad una sommaria panoramica storica, pari a zero. Tra Febbraio e Marzo di quell’anno si sollevarono contro i propri governanti la Francia, la Sicilia, il Lombardo-Veneto, la Prussia, l’Austria, l’Ungheria e la Polonia. Si formarono qua e là governi rivoluzionari e si promulgarono costituzioni, ma entro un anno dalla sua esplosione solo in Francia si era effettivamente instaurata la Seconda Repubblica, mentre negli altri paesi i rispettivi poteri monarchici erano stati ripristinati e la stessa Seconda Repubblica sarebbe francese stata entro breve (1851) cancellata dal colpo di stato di Luigi Napoleone. E allora perché il quarantotto è così popolare e così importante? Probabilmente perché dimostrò che quelli che fino ad allora erano singoli focolai di rivolta, improvvisati impeti rivoluzionari, si stavano costituendo come nuovo assetto naturale dello stato europeo e da allora furono i regimi conservatori a dover giocare in difesa, soffiando sui temi del nazionalismo e del populismo per arrestare il cambiamento, causando disastrosi e tragici conflitti prima di finire fortunatamente travolti dalla storia. Dopo il ’48 le trasformazioni politiche avvennero in modo quasi fisiologico con la caduta progressiva dei sistemi autoritari, o attraverso la loro pacifica implosione o attraverso la cruenta sconfitta del loro ultimo disperato tentativo militare. Quel che conta è che la restaurazione che il ’49 portò non fu che il tappo apposto alla caffettiera, ma era chiaro che in un modo o nell’altro le energie che il ’48 aveva liberato si sarebbero riconvogliate in altro modo in un processo storico inarrestabile.
Tutto questo sproloquio per dire che quello che definiamo il quarantotto arabo non deve lasciare troppe illusioni ma nemmeno troppe disillusioni. Non dovrebbe sfuggire ai più attenti come la rivolta in Egitto sia stata propiziata dall’ostilità dell’esercito verso il regime e che se l’esercito fosse stato dalla parte di Mubarak i manifestanti sarebbero finiti come in Siria. Non dimentichiamoci poi che in Libia i ribelli hanno vinto grazie all’intervento europeo e che le componenti progressiste non sono assenti ma nemmeno prevalenti nella ribellione contro Gheddafi. Non dimentichiamoci infine che una parte delle protesta è una protesta populista che non chiede modernità ma semplicemente pane e che può essere acquietata facilmente da un regime nazionalista che dispensi in modo più generoso favori e privilegi. Se quindi l’ottimismo ingenuo di coloro i quali hanno narrato quello del 2011 come un grande movimento verso la democrazia lascia il tempo che trova, credo non si possa nemmeno dire, come fanno altri, che siano solo lotte intestine, conflitti tribali o chissà cos’altro. Alle stesso modo il “nostro”quarantotto fu propiziato anche da lotte intestine all’ala conservatrice, come quelle che portarono alla caduta di Luigi Filippo in Francia per mano anche dei monarchici legittimisti e dei bonapartisti, o da strategie espansionistiche militari, come gli appetiti dei Savoia sulle terre lombarde e venete. Con tutto ciò era però chiaro che in quelle rivolte aleggiasse un chiaro messaggio progressista e che questo messaggio progressista, pur sconfitto sul campo, stava indicando in modo irreversibile il destino dell’intera Europa.
E’ chiaro quindi il messaggio che ci lanciano i nuovi disordini scoppiati al Cairo, è chiaro il messaggio che ci manda chi assalta una televisione privata tunisina colpevole di aver trasmesso il film Persepolis (peraltro tanto critico con la società islamica quanto con quella occidentale), è chiaro il messaggio che lancia il leader del CNT Jalil annunciando l’introduzione della Sharia in Libia, è chiaro perfino il messaggio che ci viene dalle elezioni in Tunisia vinte dagli islamisti. Lo sviluppo storico di quell’area verso sistemi caratterizzati da giustizia sociale e ridistribuzione più equa del potere troverà molti nemici e molti ostacoli anche tra coloro che hanno collaborato a spodestare i dittatori fino a ieri in carica. L’accelerazione verso il futuro spaventa molti, inducendoli a tirare il freno della storia. Quando però leggo di un convegno salafita in Egitto per discutere l’opportunità di accettare il suffragio femminile mi viene in mente che una delle più massicce estensioni del suffragio nel Regno Unito fu introdotta dai conservatori capeggiati dal celebre Primo Ministro Disraeli. La realtà è che alla fine delle rivoluzioni quasi mai restano al potere i progressisti: quello che le rivoluzioni, violente o pacifiche, in genere fanno invece è spostare lo spartiacque tra progressisti e conservatori e se questo è quello che sta succedendo in quei paesi non possiamo che guardare con ottimismo alla stabilità futura di quell’area ed alla possibilità per il mondo arabo di entrare finalmente nel terzo millennio.
Dogmi
Ogni tanto la parte razionalista di me mi chiede come mai io segua il calcio con così grande fervore. Uno degli alibi più ricorrenti che mi dò è che il calcio è davvero interessante soprattutto in quanto è una dimensione semplificata della realtà , è un campo nel quale ci si esercita a mettere in gioco quegli stessi vizi e virtù morali e intellettuali che la realtà propone, con il vantaggio di essere un gioco, vantaggio che si concretizza nel fatto che qui è più facile che in ogni altro ambito sganciarsi dal vortice delle passioni, prendere distacco dalle cose ed osservarle con occhio analitico. Se gli affetti, il lavoro, la politica coinvolgono comunque nostri interessi personali dai quali è difficile riuscire ad estraniarsi, col calcio è molto meno arduo provare per un attimo a non essere coinvolto emotivamente e guardare quindi a quanto accade da una posizione superpartes. In realtà non è affatto per questo né per nessun altro motivo razionale che il calcio mi appassiona, ma credo sia assolutamente vero quanto fin qui scritto ed è proprio questa caratteristica del calcio che mi spinge spesso, oggi come molte altre volte, a scrivere su questo blog, mescolando temi pallonari a caratteristiche generali della nostra società .
Mi tocca tornare, ad esempio, a parlare di Calciopoli, per dire che se guardo da tifoso bianconero alle vicende del processo su Calciopoli non posso che essere poco originale, irritandomi a pensare ai due scudetti vinti meritatamente (perché si era di gran lunga i più forti) e sfumati a causa di quanto accaduto sui giornali e nelle aule di giustizia sportiva, in un processo di piazza fatto di frasi distorte e di pesantissime omissioni ed in un processo sportivo la cui sentenza era già stata emessa prima di iniziare. Se provo però ad abbandonare per un momento la visuale della contesa sportiva non posso non riconoscere che qualcosa che non andasse c’era indubbiamente e che renderlo pubblico non è stato un male per il calcio, né per la società italiana in generale. E tuttavia, anche prima delle ultime novità uscite dal processo di Napoli, non ero mai riuscito a trovare un solo elemento che mi convincesse che ci fosse tra le maggiori società calcistiche una così abissale disparità . Le cene segrete di Galliani con Collina, le velate minacce agli arbitri di Facchetti erano davvero meno gravi delle SIM svizzere di Moggi? Ma soprattutto erano meno gravi delle incazzature di Foti (presidente della Reggina) che valsero una disperata rincorsa ai calabresi contro una penalizzazione di nove punti, mentre il Milan veleggiava tranquillo in Champions League e l’Inter sfoggiava uno scudetto mai vinto? Forse è comprensibile che il rutilante batage mediatico che aveva accompagnato l’esplosione dello scandalo avesse confuso molti e che quanto emerso successivamente non sia stato sufficiente a cancellare l’imprinting che il 2006 aveva lasciato nella testa dei meno attenti. Francamente però pensavo che, dopo le ultime nuove intercettazioni scovate dalla difesa di Moggi, i maitre-a-penser paladini di Calciopoli facessero qualche passo indietro, cominciassero a scricchiolare le certezze sul Sistema-Moggi, qualche “Forse ci siamo sbagliati” uscisse. Niente di tutto ciò invece: alcuni sembrano avere scelto la ritirata non parlando più dell’argomento, altri invece rimangono in trincea come se niente fosse accaduto. Tra i primi c’è Michele Serra, del quale non sono riuscito a trovare un articolo su Calciopoli che non sia vecchio meno di tre anni (se non questo), ma anche Beppe Severgnini evita ultimamente di pronunciarsi (questa l’ultima sua comparizione). Chi invece non si rassegna è Marco Travaglio (tra l’altro juventino, a dimostrazione che l’incapacità di rivedere le proprie convinzioni talvolta è più forte del senso di appartenenza) il quale continua a tuonare dalle colonne del Fatto Quotidiano contro quelli che vogliono equiparare la Juve di Moggi all’Inter di Facchetti.
Insomma mi sono letto un po’ di fonti sul tema, ci ho riflettuto e alla fine mi sono reso conto dell’origine di questa impermeabilità , come d’altra parte di molte altre impermeabilità intellettuali: un dogma. In effetti in tutte le ricostruzioni innocentiste nei confronti dell’Inter aleggia sempre uno spettro dogmatico, ovvero che in quegli anni la Juve rubava e l’Inter veniva derubata. Questa è l’asserzione, non dimostrata, di partenza, questa è le prospettiva ineludibile in funzione della quale poi si interpretano tutti gli elementi processuali. Chiunque, credo, sentendo un designatore dire ad un dirigente di società : “Non ti preoccupare: Domenica vincete, ci parlo io con l’arbitro” ne concluderebbe che il tentativo di illecito sia conclamato, una squadra normale sarebbe stata retrocessa senza discussioni, ma, visto che il dirigente in questione era della squadra sbagliata, la dissonanza dal dogma obbliga a ridefinire la realtà e l’illecito diventa una sorta di “contentino offerto per digerire ben altro”. Con questo procedimento qualunque evidenza contraria si può assorbire, il fatto che l’Inter procurasse colloqui di lavoro agli arbitri amici diventa un modo per difenderli dalle angherie del sistema Moggi, il fatto che l’arbitro designato per Inter-Juve fosse istruito a favorire i nerazzurri era solo un modo per indurlo a non esagerare in senso opposto, e così via. In fondo è un procedimento che funziona anche al di fuori del contesto calcistico. Non è forse vero che milioni di italiani hanno ridefinito negli anni le proprie convinzioni, la propria morale, le proprie fonti di informazioni per difendere, man mano che uscivano gli scandali, il dogma secondo il quale Berlusconi è tanto una brava persona? Che dire della guerra in Iraq? Non è forse vero che molti paesi hanno combattuto una guerra in Iraq mandando a morire migliaia di giovani in base al dogma che Saddam avesse le armi di distruzioni di massa e quando abbiamo scoperto che le armi di distruzioni di massa non c’erano e probabilmente i governi sapevano non ci fossero, nessuno ha battuto ciglio, accontentandosi semmai di riposizionare gli scopi della guerra sulla famosa “esportazione della democrazia”?
Come nascono però questi dogmi? Perché ad un certo punto una parte dell’opinione pubblica viene così profondamente penetrata da una convinzione da non potersene più liberare?
Il meccanismo mi si è palesato qualche mattina orsono quando il barista dove prendo il caffé al mattino, che solitamente parla poco di calcio ed è pure milanista, mi ha accolto dicendo: “Certo che ‘sto calcio è proprio marcio. Ho visto che hanno dato di nuovo contro l’Inter un rigore che non c’era”. Questo è quello che fitra: possono esserci anni di “zeru riguri“, di “aiutini”, di polemiche da più parti sui favori arbitrali all’Inter passate regolarmente sotto silenzio, giuste o sbagliate che fossero. E’ bastato qualche risultato negativo, qualche scontata lamentazione contro gli arbitri e il filtro mediatico ha rimesso in piedi il complottismo dei tempi migliori. Non è difficile: è sufficiente che i mezzi di comunicazione attribuiscano in gran maggioranza gli sbagli in una direzione alla fallibilità dell’uomo e a quelli in direzione opposta ad un complotto globale e la convinzione si instilla in molti, in quasi tutti.
Non che le voci contrarie siano censurate, ma diciamoci la verità : quante migliaia di volte è passato in televisione il rigore negato a Ronaldo e quante volte (due o tre) il gol sottratto a Trezeguet che regalò all’Inter una Supercoppa (e qui già un dogmatico direbbe: “Eh già ! Vuoi mettere uno scudetto con una Supercoppa!”). Così Rocchi, protagonista di un paio di errori a favore del Napoli nel recente incontro contro l’Inter, diventa l’arbitro che espulse l’anno passato Sneijder (peraltro in modo sacrosanto) dal derby con il Milan e non l’arbitro che risolse a favore dell’Inter il Campionato di qualche anno fa. E’ una polarizzazione continua dell’informazione che come una goccia d’acqua, a lungo andare può bucare anche la pietra: è questione di tempo e di lavorìo ai fianchi ma alla fine il dogma è servito e nessun dato, nessuna evidenza contraria potrà cancellarlo fino in fondo.
Che possiamo fare? Dialogare, discutere, ascoltare criticamente, in questi e altri campi è l’unica arma che abbiamo contro lo spettro del dogma. Certo il dogma spesso non è uno spettro simpatico, spesso diventa un elemento così identitario per chi lo assorbe che se cerchi di attaccarlo rischi di risultare irritante, fastidioso, il tuo interlocutore si infuria, digrigna i denti, ti dà del folle o del rompicoglioni. Ecco, alla fine forse la colpa è tutta del nostro vecchio caro Descartes e delle sue idee sul dubbio sistematico, in fondo coi dogmi si vive anche bene, almeno per un po’.
Stavolta pensiamoci prima
Gli scontati effetti delle azioni dei “cappucci neri” di Sabato si fanno già sentire, non solo nell’ovvio oscuramento mediatico della manifestazione degli Indignati, le cui rivendicazioni sono quasi completamente sparite anche dagli organi di stampa a loro più vicini, ma soprattutto nel tentativo da parte delle forze politiche di sfruttare il clima di rabbia dell’opinione pubblica per introdurre leggi repressive e restringere i diritti civili (e c’è chi a sinistra fornisce assist al bacio per alimentare questa strategia). Tra pochi giorni ci sarà una nuova manifestazione in Val di Susa contro il cantiere della linea Torino-Lione e già c’è chi prospetta nuovi incidenti. Proviamo a capire se non sia il caso di porsi qualche interrogativo in merito.
L’intervista al cappuccio nero pubblicata su Repubblica dice tante cose, ma soprattutto a mio modo di vedere una: ovvero il retroterra culturale di questi personaggi. Il linguaggio, il modo di esprimersi, il modo di concepire il proprio operare ha tutte le caratteristiche di un videogioco. Perché un videogioco? Perché una battaglia vera ha sempre uno scopo finale, occupare un territorio, impossessarsi di una risorsa, arrecare danni al nemico. Gli anarchici di un tempo, così come le BR successivamente, puntavano ad attentati, a colpire obiettivi mirati, a far sentire al potere che la sua intangibilità era soltanto apparente. Far la rivoluzione in quel modo era pura illusione, ma almeno si facevano danni al fronte “nemico”. Invece per i “cappucci neri” la vittoria è occupare una piazza per una mezzoretta, spaccando tutto, con l’unico effetto concreto di obbligare qualche povero cristo a ricomprarsi la macchina, a rifare la vetrina del negozio, a ridipingere la facciata della casa. Non ci vuole un genio per capire che l’esito politico della cosa sarà solo ricompattare sul potere chi magari se ne stava lentamente allontanando, ma non ha importanza, perché l’obiettivo è solo raggiungere il livello successivo del videogioco, non c’è una vittoria finale a cui puntare, ci sono solo delle sfide personali da vincere, come in un qualunque videogioco di strategia. Può essere un’analisi sociologica semplicistica ma ho l’impressione che si tratti di personaggi cresciuti attaccati ad una console e che adesso non vedono nessuna prospettiva di lungo termine ma solo dei livelli di sfida personale da superare uno alla volta. Mi pare di capire che il livello successivo qui sia il cantiere di Chiomonte, ovvero tranciare qualche pezzo di rete, sfondare qualche ruspa e così via: non so quanti punti vale ma forse varrebbe la pena di far ritornare costoro a sfogarsi solo su una Play Station, e per far ciò varrebbe la pena che chi fa parte di quella protesta facesse una riflessione in merito.
In quest’ottica le parole apologetiche nei confronti delle possibili violenze pronunciate dal leader NOTAV Perino fanno rabbrividire. Nutro non da oggi molti dubbi sul progetto della Torino-Lione ed in generale su quanto si è speso in Italia sull’alta velocità , tuttavia non ho mai compreso l’emotività che circonda l’opposizione all’opera, una delle tante linee ad alta velocità in corso di costruzione in Europa ed una delle tante opere pubbliche in Italia costruita a dispetto dei dubbi sulla sua efficacia e il suo rapporto costo/benefici. Pur essendo quindi piuttosto freddo rispetto alla irruenza del movimento, ritengo che l’esito violento della manifestazione che Perino prefigura e pregiustifica significherebbe gettare al vento l’entusiasmo di migliaia di persone, che meriterebbe almeno un minimo di riflessione mediatica sul tema delle opere pubbliche: riflessione che invece sarebbe ancora una volta oscurata dall’ennesimo dibattito su violenze, insurrezione e altre amenità .
Di fronte a questo si impone una presa di posizione chiara di chi a Chiomonte ci va per opporsi alla TAV e non per superare il livello di un videogioco, presa di posizione da assumere prima di Domenica, dicendo che quanto dichiarato da Perino è delirante e che non rappresenta il movimento. Non serve a nulla adombrare presunti complotti o mistificazioni, come fa il blog di Beppe Grillo: l’intervista di cui sopra di Repubblica può essere autentica o il frutto di un’invenzione, ma di certo il personaggio e i toni che assume riecheggiano il clima che si respira sui siti dell’area “antagonista”. Non serve nemmeno rimarcare come le strategie di chi organizza l’ordine pubblico sembrano fatte apposta per lasciare libero campo ai devastatori, sappiamo che è sempre stato così e che tutti i cortei sono lasciati a sé stessi: non in tutti i cortei però si verificano gli incidenti e questo è un fatto. Serve ancor meno lamentarsi poi Lunedì prossimo perché giornali e tv parlano delle violenze e non delle ragioni del NOTAV, sarebbe solo l’ennesimo pianto del coccodrillo che personalmente trovo ormai solo ridicolo. Serve invece oggi dire con chiarezza se si sta con i videogiocatori oppure si crede davvero in quello che il movimento
propone e lo si vuole portare avanti con l’unica strada oggi possibile, cioè quello del confronto e del dibattito civile e democratico. Ad esempio sarebbe interessante capire come mai Perino, che dice di parlare a nome della gente, e il movimento in generale, si è sempre dimostrato poco interessato ad un referendum consultivo sul tema della TAV, che sarebbe l’unico modo per verificare cosa ne pensa davvero la “gente”.
Mancano tre giorni, non c’è molto tempo per evitare di regalare un’altro successo a chi vorrebbe farci andare alle manifestazioni passando per i tornelli. Vedere un’altra volta Larussa gongolante e Maroni trionfante sarebbe una cocente sconfitta per tutti: SITAV, NOTAV e NITAV.
Segnali incoraggianti
Apprendendo Sabato alla radio di quanto accaduto a Roma, la mia prima reazione è stata di sgomento. Ecco – ho pensato – la solita stampella anarchico-insurrezionalista al potere traballante, ecco che, come sempre, al richiamo di un governo in crollo di consenso arriva il puntello dello scontro di piazza, della violenza, del “Dopo di noi il caos”, ecco Larussa e i suoi scagnozzi riemergere sorridenti. Non avrei sinceramente saputo cosa aggiungere a quanto scritto a Dicembre dell’anno scorso o a Settembre di questo.
Però questa volta forse c’è stata una novità , questa volta gli organizzatori non hanno ceduto alle lusinghe delle dichiarazioni bellicose, questa volta i violenti non sono stati parte della manifestazione ma sono stati protagonisti di un attacco alla manifestazione. Questa volta, anche a causa di quanto sopra, l’intervento di violenti non si è configurato come una scintilla che ha fatto degenerare la situazione; è stato piuttosto una sorta di attacco squadristico a chi voleva la manifestazione, che ha impedito lo svolgimento della medesima e non a caso ci sono stati molti feriti tra i manifestanti, vittime non di una reazione sproporzionata della polizia, ma dei colpi delle squadracce violente. Sarà forse un segno del fatto che oggi in Italia finalmente la rivolta in Italia sta diventando ribellione civile e consapevole e sempre meno emotiva e populista? Sarà forse un segno del fatto che quei gruppuscoli, da sempre consapevolmente o inconsapevolmente funzionali al sistema, stanno finalmente per essere isolati e combattuti nella consapevolezza che sono un danno per il paese quanto lo è Larussa? Sarà forse un segno che il nostro paese è sempre meno popolato da masse che quando si incazzano si armano di forcone e danno l’assalto ai forni, per poi tornarsene, finita la sbornia, buoni buoni a casa propria, e sta invece diventando un paese nel quale un’opinione pubblica matura e consapevole è pronta a collaborare alla costruzione di una società più equa e più moderna?
Ci sono certamente versioni diverse dei fatti di Roma e non sapremo mai come sono andate davvero le cose, ma in certi casi le parole sono pietre e dissociarsi, almeno a parole, è qualcosa di davvero fondamentale per consegnare alla storia quello di Sabato come un giorno di rivolta anche contro la logica della violenza cieca e dello sfogo belluino. Aver capito e fatto capire che le vittime di Sabato non sono stati gli obiettivi della protesta, ma sono stati cittadini come noi che si sono visti auto, motorini, case, sfasciate e deturpate, è stato già un grosso passo avanti.
Sul web impazza il tamtam della denuncia e della condanna di quanti hanno compiuto le violenze. Io credo che questo rappresenti un momento di grande unione civile con una forte simbologia, simile a quella che rivestì la reazione popolare dei londinesi ai “riots”di Agosto. E’ un momento nel quale possiamo riprenderci il nostro paese, dire a tutti che l’Italia è nostra, che l’Italia è un paese meraviglioso che non consentiremo venga distrutto né dalla P4 né dagli anarchico-insurrezionalisti (o chi per loro), che le auto bruciate sono anche le nostre auto, che le vetrine spaccate sono anche le nostre vetrine, che la vergogna e l’indignazione che proviamo per essere rappresentanti da chi ci governa è la stessa che proviamo per chi manifesta in quel modo e che ci fa essere l’unico paese al mondo in cui la manifestazione di Sabato è finita nelle fiamme.
Vita da stadio
Da quando l’8 Settembre scorso è stato inaugurato il nuovo Stadio della Juve (ma un giorno avrà un nome?) vi ho passato già un certo numero di serate, abbastanza per farne un bilancio, un po’ meno emozionale di altri.
Il primo punto è, contrariamente ai miei propositi, emozionale o almeno estetico: lo stadio offre una visuale che migliore non si potrebbe immaginare, la vicinanza è davvero quella minima che è umanamente immaginabile, tanto da leggere dalla 27esima fila il nome sulla schiena dei calciatori (quelli più vicini naturalmente). Non bastasse la novità (per il pubblico torinese) della vicinanza c’è soprattutto quella dell’assenza di barriere, nè verso la tribuna né verso le curve. Scrivo le curve ma in realtà la curva (nell’accezione più recente del termine) è unica, quella cosiddetta Sud (cosiddetta perché per me la curva dello stadio della Juve non può che richiamarsi al nome di Gaetano Scirea), l’altra è una tribuna laterale in cui il pubblico assiste seduto all’incontro. Non so quanto la maturità del pubblico biancoenero resisterà alle tensioni crescenti del Campionato ma per ora, dopo tre gare, compresa quella con il Milan, non si è andati oltre ad un tentativo di scappellotto a Di Vaio (giocatore del Bologna) andato a vuoto ma costato un DASPO al tizio che ci ha provato. Se davvero ce la faremo a imporre un nuovo modello di civiltà negli stadi italiani otterremo una delle più belle vittorie della storia della Juventus.
La parte meno esaltante è quella dell’accesso allo stadio, almeno al settore Est che ho frequentato in queste prime uscite. La zona antistante agli spalti non ha alcun allestimento e l’eleganza promessa al momento pare latitare, non so se questo è il motivo per il quale la Tribuna Est costa molto di meno della Ovest a parità di visuale: se è così, pazienza… Ma se l’eleganza può essere un optional l’organizzazione no, e se è vero che tutta la tribuna Est fa riferimento a due soli ingressi (il C e il D), non è accettabile che ci siano la miseria di 6 tornelli e quattro varchi per il controllo dei documenti in ognuno dei due. Il risultato è la solita coda chilometrica per entrare, che è una delle classiche cose che scoraggia i frequentatori da stadio occasionali. Altri particolari come la cartellonistica non vanno trascurati: all’angolo tra Strada Druento e Strada di Altessano c’è un cartello a doppia faccia che indica la direzione da prendere per raggiungere i diversi ingressi. Purtroppo chi ha montato i cartelli ha evidentemente invertito le facce con il risultato di fornire su entrambe le facce un’informazione errata (con riferimento alla foto, vi assicuro che il settore C è a destra e quello D a sinistra).
Un’altra questione piuttosto complessa è quella dei parcheggi: i 4000 parcheggi antistanti allo stadio si riempiono in un battibaleno e, per chi arriva dopo, resta soltanto la ricerca di un parcheggio esterno. Da questo punto di vista è curioso il fatto che il Comune di Venaria abbia disposto ovunque parcheggi in cui si prevede una sosta a pagamento alla tariffa di 5 Euro complessivi. Peccato che, secondo quanto comunicato dalla società che gestisce i parcheggi, i tagliandi siano venduti sul posto dal personale addetto che però è introvabile. Il risultato è che tutti parcheggiano senza pagare, il che non guasta: auguriamoci solo che non venga in mente a qualcuno poi di andare in giro a fare le multe ai non paganti…
Un altro problema piuttosto evidente è quello del traffico: nonostante lo stadio sia in periferia e molto vicino alla tangenziale, nonostante siano stati anche fatti lavori di adeguamento, ogni volta che ci sono stato l’afflusso e il deflusso sono stati una pena. Paradossalmente l’Olimpico, trovandosi in città , è più efficiente, perché, offrendo svariate possibilità permette un deflusso più rapido, invece una posizione periferica offre solo tre o quattro arterie dove si creano incolonnamenti epici.
C’è infine il problema, legato più alla legislazione maroniana che allo stadio, delle restrizioni all’acquisto di biglietti. Da quest’anno infatti l’abbonamento è caricato sulla tessera del tifoso. Ciò fa sì, per una restrizione, credo, imposta da Lottomatica, che se ho un impegno e non posso andare alla partita posso passare il mio abbonamento solo a chi è, a sua volta, munito di Tessera del Tifoso (e badi bene del Tifoso della Juve non di altre squadre). Tenuto conto che per ottenere una tessera del tifoso valida è necessario un tempo di parecchie settimane ciò esclude coloro che non siano già affezionati frequentatori di stadio. Passare l’abbonamento a qualcun altro è sempre stato un ottimo modo per coinvolgere chi non ha ancora il trasporto sufficiente per comprarsi un biglietto di suo (io ho iniziato molti lustri orsono proprio così); impedire questa possibilità non va certamente nella direzione di riportare le persone allo stadio.
Detto in sintesi, se la sfida del Nuovo Stadio è riinstillare nel popolo del tifo il piacere di andare allo stadio, non basta lo Stadio in sé, le stelle, la visuale, il pathos; servono quelle piccole facilitazioni a cui l’homo sapiens del terzo millennio è troppo abituato per poterne fare a meno quando va allo stadio. Se la Juve riuscirà a trovare la capacità organizzativa e commerciale per renderle disponibili, la sfida dello Stadio sarà vinta.
Le radici dei bavagli
In questi giorni si incrociano nelle cronache, tra gli altri, due tra i tanti esempi del lavoro continuo ai fianchi che certa politica fa da anni alla nostra libertà di informazione, entrambi contenuti nel cosiddetto “DDL intercettazioni” . Da una parte è stato riproposto (e poi ritirato) l’obbligo di rettifica per i siti web entro 48 ore, dall’altra è stata rilanciata l’introduzione di sanzioni penali per i giornalisti che diffondono le intercettazioni.
Partirei dal primo punto per provare a spiegare perché questi interventi sono particolarmente strategici nel panorama mediatico dell’Italia di oggi. In sostanza si sarebbe trattato di obbligare chiunque faccia affermazioni su qualcun altro su un sito Internet (di qualunque genere) di correggerle entro 48 ore, laddove tali affermazioni siano ritenute offensive dall’interessato. L’aspetto ridicolo della norma è che la valutazione dell'”offensività ” delle affermazioni è del tutto lasciata all’interessato. Se io faccio un’affermazione assolutamente vera e verificabile ma che l’interessato mi chiede di rimuovere perché la ritiene insultante io devo farlo entro 48 ore anche se io nel frattempo sono partito per un viaggio in Polinesia. La norma è quindi di per sé piuttosto bislacca, ma è soprattutto del tutto assurdo che tale obbligo sia esteso anche a siti blog amatoriali, ovvero non registrati come organo di stampa.
Ogni volta che io, normale cittadino, al bancone di un bar, sull’autobus, in coda alla posta, faccio un’affermazione in luogo pubblico, sto rendendo nota la mia opinione. Facendolo posso offendere qualcuno ma non avrebbe senso una legge che mi ingiungesse di tornare entro 48 ore nello stesso bar o nello stesso ufficio postale smentendo, usando lo stesso volume di voce, quanto precedentemente affermato: eppure qualcuno ha potuto pensare di richiedere che tale assurdità sia prevista laddove un caso simile si verifichi su Internet. Perché si arriva a tanto? – ci si chiederà .
Provo a risalire al cuore del problema. Ognuno di noi forma le sue opinioni sulla base di una mole di informazioni che riceve dall’esterno che interagiscono con un suo orizzonte di convinzioni e attese. Un tempo tale mole informativa era costituita prevalentemente dal passaparola realizzato attraverso i contatti sociali diretti, esisteva parallelamente un canale informativo ufficiale, accreditato e credibile, (i giornali prima, la radio poi, la televisione successivamente) che arrivava però solo ad una parte della popolazione e per un tempo limitato della giornata. Poi gradualmente i mass media, e la televisione in particolare, hanno eroso questa quota fino a diventare fonte prevalente nella formazione delle opinioni e quindi del consenso, facendo anche leva sulla propria immagine di fonte credibile ed accreditata. In realtà le fonti ufficiali sono sì più credibili, ma anche più facilmente controllabili perché la possibilità di informare tramite esse è limitata strutturalmente (ad esempio da temi di costo) o artificiosamente (ad esempio da leggi di regolamentazione orientate o, nel caso dei giornalisti, dalla presenza degli ordini professionali). Internet ha sconvolto questi equilibri: aprire un sito Internet è qualcosa alla portata di tutti e permette una visibilità pressoché universale. Questo non significa però che aprire un blog o anche solo un gruppo su Facebook significhi accreditarsi come fonte affidabile, non significa accollarsi oneri più pesanti di quelli di una chiaccherata al bancone del bar, ma significa farlo verso  una platea estesissima. Questo ha rispostato l’ago della bilancia verso il passaparola, verso la comunicazione interpersonale, con una fondamentale differenza: che oggi puoi comunicare interpersonalmente non solo col barista del bar sottocasa o con il tizio che incontri all’Ufficio Postale ma con un ampia platea di persone che ti possono spiegare che a Napoli i rifiuti ci sono, anche se la tv ti dice che non ci sono più, o che L’Aquila è ancora un cumulo di macerie, anche se i giornali ti dicono che il terremoto è solo più un lontano ricordo. Certamente chi comunica con te non è un giornalista accreditato, non ha studiato, non ha sostenuto degli esami ed è mediamente meno affidabile di una fonte ufficiale, ma è anche più libero, meno controllabile. Questa non significa che la comunicazione ufficiale sparirà : anzi nell’era di Internet la comunicazione ufficiale ha un suo preciso ruolo, come elemento di riscontro, ma avrà un ruolo decisamente ridimensionato rispetto al passato recente.
Non deve suscitare sorpresa che ci siano tanti a cui questo nuovo equilibrio non piace, che preferirebbero tornare al dominio di un ristretto coro di voci e che ci provano in tutti i modi a trasformare Internet in un canale controllato e controllabile.
Non troppo diverso è d’altronde il tema delle intercettazioni. E’ abbastanza evidente che una cosa sbagliata, anche se sostanzialmente inoffensiva, detta nel modo sbagliato rimbalzando qua e là sulla Rete, può generare effetti devastanti sulla reputazione di qualunque personaggio pubblico. Non posso negare che questo aspetto del sistema mediatico contemporaneo sia assolutamente sgradevole, anche perché le fonti di informazione, di qualunque colore o clan, sembrano non veder l’ora di presentare in modo manipolatorio e fuorviante quanto dichiarato da personaggi pubblici nel proprio privato per ottenere determinati effetti comunicativi. Tuttavia non c’è un modo di evitarlo che non sia di vietare tout court le intercettazioni, cosa che avrebbe evidentemente conseguenze enormemente più gravi del male che combatterebbe. Non funziona nemmeno il rendere più efficaci nelle procure i controlli sulla riservatezza del materiale intercettato giacché, nella stragrande maggioranza dei casi, le intercettazioni vengono diffuse nel momento in cui vengono messe a disposizione delle difese, né sono accettabili i filtri che con il DDL si volevano introdurre sulla diffusione del materiale alle difese. Il processo di Napoli su Calciopoli ci ha dimostrato ricorda quanto sia un fondamentale principio di difesa quello per il quale l’intero materiale intercettato debba essere a disposizione della difesa per un’eventuale controindagine. Il semplice divieto di pubblicare le intercettazioni da parte delle fonti di informazione è anch’esso anacronistico nell’epoca di Wikileaks. Un file audio su un sito web negli Stati Uniti diventerebbe comunque di dominio pubblico nel giro di mezza giornata. L’unico sbocco praticabile sarà di avere nel futuro un modello diverso di personaggio pubblico, che non potrà più permettersi, a differenza di quanto accade oggi e accadeva ieri, una doppia vita. Chi cerca il consenso delle masse non potrà più pensare di dedicarsi al Family Day di giorno e al bunga bunga di notte, di essere proibizionisti di giorno e cocainomane di notte e così via. Sarà una società più trasparente di quella di oggi. La cosa avrà vantaggi e svantaggi ma credo tutto ciò che possiamo fare è adattarci a questa ineluttabile trasformazione storica.
Il problema però non è tanto nel merito dei danni che questo o quel provvedimento potrebbero fare, quanto nella furia ossessiva con cui chi ci governa sforna a ritmo incalzante proposte di legge che hanno un unico comune denominatore: quello di voler fermare la storia, quello di ergere una diga contro le trasformazioni a cui la società sta andando incontro. Il rischio non è tanto che ci riescano, che effettivamente la diga tenga, che effettivamente la storia si fermi: le vittorie degli oscurantismi sono sempre state effimere. Il rischio è semmai che costituiscano, come altri oscurantismi in passato, un freno tirato in una competizione mondiale nella quale altri avanzano con l’acceleratore premuto, che siano un tappo ad un processo di adattamento al nuovo nel quale in Italia non certo solo negli ultimi venti anni siamo sempre arrivati un po’ più tardi.
Responsabilità civile e irresponsabilità incivile
Non si era ancora placato il clamore per l’esito del processo di Perugia che già Alfano cercava di strumentalizzare la situazione a favore del suo capo, rilanciando le accuse alla magistratura di superficialità e giustizialismo e risfonderando il discorso sull’introduzione della responsabilità civile dei giudici. Lo considero un grande assist per tornare su un mio cavallo di battaglia: la responsabilità civile dei ministri. Quando l’avevo provocatoriamente proposto su questo blog mi ero occupato della possibile responsabilità di un Ministro degli Interni, ma pensandoci bene anche un Ministro della Giustizia che passa il tempo ad occuparsi delle questione private del suo datore di lavoro anziché della Giustizia potrebbe a buon titolo essere per ciò soggetto ad una richiesta di risarcimento da parte del popolo italiano del danno che il ministro in questione ha recato al sistema giudiziario italiano, lasciandolo senza un guida da parte dell’Esecutivo per tre lunghi anni di permanenza in carica.
Al di fuori della provocazione la realtà è che la richiesta di Alfano è grottesca. Un pubblico ufficiale nell’adempimento del suo ruolo può naturalmente commettere degli errori, o comunque avere dei comportamenti che soggettivamente un altro pubblico ufficiale considera erronei, senza in ciò poter essere sottoposto a procedimento giudiziario, non solo perché non avrebbe senso, ma perché in un simile contesto il pubblico ufficiale in oggetto avrebbe grosse difficoltà a svolgere il proprio mestiere: nessun giudice ad esempio formulerebbe più una sentenza di condanna laddove ciò potrebbe esporlo, se la sentenza fosse ribaltata successivamente, ad un risarcimento al condannato. E’ evidente d’altronde che l’intento di Alfano è, come tante altre volte in passato, puramente inditimidatorio, e anche se non lo fosse, la cordata politica di cui Alfano fa parte è talmente screditata ai nostri occhi da rendere sinistra e pericolosa qualunque proposta di riforma della giustizia che ne provenga. La cosa potrebbe essere liquidata con la solita espressione di disgusto per chi ci governa oggi ed un ausipicio che domani qualcosa di meglio sia riservato al nostro paese.
Quando però la classe politica italiana si sarà finalmente depurata da simili metastasi ci si dovrà pure interrogare sulle storture che la Giustizia italiana presenta, a ben guardare, e che paraddossalmente la strumentalità degli attacchi berlusconiani ha spostato erroneamente nell’immaginario collettivo sul piano della dialettica politica. Il j’accuse pronunciato al processo di Napoli su Calciopoli dall’avvocato Prioreschi non può non sollevare interrogativi preoccupanti, al di là del merito di un processo su cui ognuno avrà il suo punto di vista. Può accadere in un paese civile che chi è chiamato a condurre un’indagine scelga deliberatamente di cercare prove a carico e ignorare quelle a discarico? Può accadere in un paese civile che un cittadino debba condurre una sua indagine parallela per potere organizzare la sua difesa? Può accadere in un paese civile che un cittadino debba spendere 35mila euro in “cancelleria” per trascrivere intercettazioni che crede possano dimostrare la sua innocenza?
A Napoli le prove raccolte dalla difesa sono state il frutto di un lavoro certosino di ascolto di migliaia di conversazioni telefoniche realizzato da un team di consulenti e da un gruppo di tifosi juventini giunti in soccorso dell’ex-dirigente bianconero. Grazie a questa struttura organizzativa il Tribunale potrà ora formulare una sentenza con un quadro completo e, si spera, senza ulteriori, omissioni ma questa struttura è stata possibile solo grazie al ruolo e al denaro di Moggi. Se un’inchiesta con le stesse modalità da Inquisizione Spagnola fosse stata condotta contro un normale cittadino, come si sarebbe potuto difendere? E’ davvero il sistema giudiziario italiano di oggi una macchina a cui un normale cittadino deve guardare con preoccupazione nella speranza di non essere mai risucchiato nelle sue fauci?
Oggi l’Italia non è un paese civile, perché in un paese civile non potrebbe verificarsi lo scempio delle istituzioni che vediamo oggi. Tuttavia quando un giorno, spero non lontano, l’Italia si sarà data di nuovo un sistema politico da paese civile, sarà forse il momento di provare a darci anche un sistema giudiziario altrettanto degno e civile.
