Quando la Juve perse il suo stile
Il termine “Stile Juventus” ha un’origine incerta ma molto lontana nel tempo. Giovanni Agnelli (nonno del popolare Avvocato) negli anni venti parlava già di “Eleganza, professionalità e mentalità vincente”. Poi il protocollo è diventato, negli anni successivi, Semplicità , Serietà , Sobrietà . Ma la sostanza dello “Stile Juventus” ha sempre risieduto in un modello di comportamento efficace e operoso, ma con tono sempre sommesso, che è tipico della cultura tradizionale piemontese, dalla figura storica (seppur discretamente romanzata) di Pietro Micca a quella letteraria di Monsù Travet, modello che nell’alta borghesia sabauda si è sempre mescolata ad una certa aria seriosamente altezzosa. Nel passato più recente questo modello fu impersonificato da Gianpiero Boniperti: prima, da giocatore, capitano di lungo corso e recordman di presenze e gol, e poi da Presidente, protagonista di un periodo di grandi successi. Nonostante il suo ruolo da primadonna (che gli valse il nomignolo di Marisa) era poco incline alle interviste, alle esibizioni pubbliche, poco propenso alle polemiche e ai battibecchi, restio ad offrire la squadra ai media come fece negli anni ’80, vietando ai suoi giocatori la partecipazione al Processo del lunedì antesignano dei talkshow calcistici. Poi arrivarono personaggi meno eleganti, come il duo Moggi e Giraudo, ma l’approccio della casa madre rimaneva simile: poca presenza mediatica, poche polemiche, se l’arbitro ci danneggia meglio mantenere bassi i toni e così via, anche se c’era chi mordeva i freni la famiglia invitava a tenersi in disparte. Però il mondo attorno alla Juventus era cambiato nel frattempo: da una parte la sobrietà e la semplicità non erano più valori particolarmente popolari, dall’altra la famiglia Agnelli non aveva più la centralità nella vita pubblica italiana che aveva avuto. Era diventato sempre più importante apparire, esibirsi, esserci. Perché se non c’eri erano gli altri a parlare e quello che gli altri dicevano diventava l’unica verità ; peraltro, a differenza del passato, nessuno si faceva problemi ad attaccare Casa Agnelli, anche perché protetto da padrini di pari se non maggior peso.
Molti però non si rassegnavano ai tempi, nemmeno le bufere mediatiche sempre più forti e dirompenti li preoccupavano, nella convinzione che alla fine i fatti avrebbero premiato la sobria operosità juventina. Venne poi il 2006 e la retrocessione in Serie B e molti, moltissimi, cominciarono a dubitare. All’inizio ci si autopercosse, si pensò che davvero dovevamo averla fatta grossa, ma poi si diffusero i primi dubbi sull’inchiesta, le prime rivelazioni scomode sulla Calciopoli degli altri, quella di cui nessuno voleva parlare, e allora molti hanno cominciato a convincersi che, se disparità di trattamenti c’era stata, se l’inchiesta era andata in una sola direzione, finendo per scambiare un diffuso malcostume per frode, era anche perché quello scenario assecondava un immaginario collettivo e quell’immaginario collettivo si era creato perché negli anni nessuno si era preoccupato di difendere l’immagine della Juventus. I fatti non potevano bastare più, difendere l’immagine era diventato altrettanto importante, e non difendere la propria immagine era il miglior viatico per il disastro. Se in quel frangente si diffusero le voci di un complotto della famiglia Agnelli volto a spodestare Moggi e Giraudo è anche perché sembrava impensabile che la famiglia Agnelli avesse consentito che tutto ciò accadesse, ma anche qui si comprese che l’Italia del duemila era un Italia in cui la famiglia Agnelli valeva quanto altre. Lo juventino si scoprì insospettabilmente vulnerabile. Vulnerabile perché privo di un sistema mediatico asservito, come le altre rivali, vulnerabile perché privo di un potere politico-economico egemone, ed è quando ti scopri vulnerabile che stile ed eleganza fanno più fatica a sopravvivere.
Era sempre più evidente che l’assenza dai media, il rifiutarsi si ribattere, aveva lasciato campo libero a chi vendeva una verità diversa e aveva propiziato quella caccia alle streghe che aveva portato alla cancellazione della Juventus. C’era però ancora qualche duro e puro che resisteva, che sosteneva che aveva sbagliato Moggi, che la Juve non poteva che essere ancora quella di Boniperti, arrivò alfine la vicenda Conte a togliere gli ultimi dubbi, a convincere anche gli ultimi stoici a scendere dalla montagna e a gettarsi nell’arena a combattere con tutti gli altri.
Eh sì, perché lo stile oggi bisogna poterselo permettere, l’Italia non è più quella in cui la famiglia Agnelli dettava legge, oggi altri gruppi, di pari se non superiore consistenza, contendono agli Agnelli il potere nell’economia come nel calcio, e la battaglia si gioca anche e soprattutto di fronte all’opinione pubblica e non la si può combattere con il fioretto perché, come Bossi prima e Grillo poi ci hanno insegnato, l’Italia di oggi al fioretto preferisce la clava. E allora ecco la Juve cambiare volto, diventare rissosa, polemica, pronta a rispondere colpo su colpo. E anche i tifosi sono cambiati: una volta alla provocazione sugli arbitri rispondevano con indifferenza, rimproverando agli altri di sapersi solo attaccare a questi alibi, oggi reagiscono con i dossier, sciorinando tabelle, statistiche e studi, riempiendo i forum di proteste contro televisioni, stampa e altre fonti ritenute faziose. Insomma lo stile, la sobrietà , i toni sommessi non ci sono più, Giovanni Agnelli si rivolta nella tomba e Boniperti non cela il suo disgusto.
Anche chi scrive non nasconde la sua nostalgia per i tempi in cui bastava fare spallucce, in cui i tifosi bianconeri non avevano bisogno di contrapporre propri alibi agli alibi altrui, ma la verità è che la Juve e, di riflesso, i suoi sostenitori, ci ha messo fin troppo tempo ad adeguarsi ai tempi, ha capito con ritardo che era ora di disfarsi di un complesso di superiorità ormai anacronistico. Intendiamoci, i recenti sviluppi di Milan-Juve dimostrano che c’è sempre una differenza, che in circostanze analoghe la Juve sa ancora essere un passo avanti agli altri, ma oggi quel passo in più lo deve mostrare, lo deve esibire, non basta più esserlo soltanto. Alessio deve sottolineare in tv, come ha giustamente fatto, che se l’errore fosse stato in direzione opposta si sarebbe scatenato il finimondo, lasciando intendere quanto sbilanciata sia l’informazione “mainstream”. Lasciare questa constatazione all’acume del pubblico sarebbe oggi un errore.
E’ la legge della modernità che ci dice che è vero solo ciò che appare o che traspare. Se è vero che stile è differenziarsi, non si può negare che è stile anche apparire, esibirsi, ma con forma e contenuti diversi rispetto agli altri: è solo uno stile diverso da quello di Boniperti. Chi rimpiange lo “Stile Juventus” deve rassegnarsi che è stile anche questo, stile terzo millennio…
Perché è una giornata unica
Proprio oggi fanno tre mesi da quando io e mia moglie Cristiana abbiamo celebrato il nostro matrimonio. Non voglio sembrare irriverente ma devo confessarvi che durante la mia lunga vita da scapolo, sentendo chi mi raccontava quanto fosse splendido il giorno del proprio matrimonio, facevo fatica a capire fino in fondo questo entusiasmo. Mi dicevo che in fondo l’amore per una persona non lo scopri certo quel giorno, non è certo un anello al dito o un vestito elegante a farti vedere in una luce diversa i tuoi sentimenti per la donna o l’uomo con cui hai deciso di passare la vita. E infatti non lo è, ho poi scoperto: credo infatti non sia questo il punto.
La vita di ognuno di noi, da quando nasciamo, ruota attorno al nostro bisogno di amore, il bisogno di sentire attorno a sé calore, affetto, vicinanza, presenze costanti e rassicuranti. La maggior parte di ciò che facciamo è un ricercare, magari indirettamente, di soddisfare quel bisogno. Quando poi raggiungiamo l’adolescenza questo bisogno si concentra per la maggior parte di noi sulla ricerca di una compagno o un compagno, di una famiglia, di un focolare, e anche chi alla fine decide di rifuggire da quel modello, cercherà di soddisfare questo bisogno altrove, in modo magari meno stabile e più transitorio, ma per ogni essere umano si tratta di un elemento centrale della propria vita. Eppure ogni giorno lavoriamo, leggiamo libri di narrativa, scriviamo sul nostro blog di temi di attualità , ci infervoriamo per la partita della squadra del cuore, riordiniamo le nostre vecchie foto, pratichiamo con passione il nostro sport preferito, suoniamo uno strumento musicale e, qualche volta, nei ritagli di tempo, esprimiamo i nostri sentimenti alle persone a cui vogliamo bene ed in particolare a quella che è compagna della nostra vita. E qualche volta, nel farlo, ci dobbiamo anche guardare le spalle, perché il solo pronunciare la parola “amore”, il solo esprimere i nostri sentimenti, può indurre qualcuno a guardarci con diffidenza, a giudicarci mielosi e sdolcinati, perfino un po’ fatui.
E così quell’amore a cui abbiamo dedicato sogni, progetti, speranze, fin da ragazzini, è confinato a pochi fugaci momenti della nostra giornata: me lo immagino lì in un angolo, irritato e imbronciato, ad aspettare di ricevere un po’ di considerazione. Viene però un giorno di gloria anche per lui, un giorno che a lui è interamente dedicato. Quel giorno finalmente l’amore ha la priorità su tutto: lavoro, hobby, amici, parenti, cultura, sport. Anche i più cinici, anche quelli che di solito al solo sentir pronuciare la parola amore storcono la bocca, quel giorno sembrano guardarti con uno sguardo indulgente. Una cappa repressiva si solleva e le emozioni hanno il loro sfogo, perfino qualche lacrima viene bene accolta anche dai più severi.
Questo è quello che rende speciale quel giorno. Se si vuole è paradossale, la paradossale riconquista delle nostre emozioni. No, non scopriamo certo quel giorno l’amore per la persona che condivide la nostra esistenza, però riscopriamo quanto quell’amore è importante, quanto è centrale, per la nostra esistenza.
Organizzare un matrimonio è discretamente massacrante ed è anche spesso molto costoso, eppure quella riconquista, quella riscoperta, vale, a parer mio, davvero ogni euro speso e ogni stilla di sudore versato.
La sinistra strabica
Che nel dibattito televisivo che ha contrapposto i candidati alle primarie del centrosinistra ci siano stati balletti ideologici tra centristi e radicali è stato evidenziato da molti. Già Gramellini ha notato quali strane scelte hanno operato i candidati nel pronunciarsi sul loro personaggio preferito. Ci aggiungo un tema più sostanziale. Quando interpellati sull’Europa con una domanda di un provincialismo fastidiosissimo (suppergiù era: “Lei come si comporterà con la Germania e con la Merkel?”), gli unici che hanno risposto volando un po’ più alto e ipotizzando qualche scenario di riforma dell’Unione Europea sono stati paradossalmente Renzi e Tabacci, ovvero i due più centristi. Non dico siano stati emozionanti e convincenti (vedi la storia del servizio civile europeo) ma almeno ci hanno provato. Gli altri hanno risposto in tono con la domanda, con lo stesso provincialismo, con lo stesso approccio da amministratore e non da statista. Se c’è un elemento di fondo che distingue il progressista dal conservatore è la capacità di guardare al futuro, è l’assenza di ansie associate al riformare la sovrastruttura che non funziona, anzi il desiderio di farlo al più presto e il fastidio per chi vi si oppone, mentre il conservatore preferisce amministrare l’esistente nel modo più oculato e ragionevole, senza prenderne in considerazione la riforma. E allora avrei voluto sentire esponenti della sinistra parlare da progressisti, e quindi di Europa dei popoli e non più delle banche, di rafforzamento dell’Unione, di assemblea costituente, di un nuovo progetto federale per il continente. Invece ho dovuto accontentarmi del servizio civile di Renzi e di poco altro.
Capisco che ci fossero elettori da arruolare, che gli esponenti più radicali temevano di spaventare l’elettorato moderato e quelli moderati l’elettorato più radicale. Però la sensazione che la sinistra italiana continui ad espellere dal suo corpo le tossine del progressismo è sempre forte ed è quello che più mi nausea e preoccupa al pensiero di ritrovarmi presto a dover fare scelte elettorali.
Il Ministro ultrÃ
Avete presente la classica intervista all’ultrà (magari con volto coperto) per approfondire l’ultimo episodio di violenza negli stadi? Le motivazioni addotte dal ragazzo sono più o meno sempre le stesse: “L’anno scorso hanno quasi ammazzato di botte uno di noi, dovevamo fargliela pagare!” o “E’ da mesi che provocano” o ancora “Quando vedi i tuoi amici a terra picchiati a sangue, come fai a non reagire?”. Queste interviste in genere sono seguite da un commento del sociologo o psicologo di turno che ci spiega come sono modalità di pensiero tipiche dei contesti di disagio, emarginazione, disoccupazione, problemi famigliari, eccetera. Poi senti le dichiarazioni del Ministro Cancellieri a proposito delle violenze della polizia in occasione delle manifestazioni dello scorso 14 Novembre e ti vengono molti dubbi. Non pare dal suo curriculum che la Cancellieri abbia vissuto una vita disagiata eppure il suo modo di ragionare è lo stesso. Per sintetizzare: c’erano stati scontri, poliziotti feriti, erano tutti nervosi, il sottotesto è in definitiva: ci sta che qualcuno tiri poi un calcio in testa ad un manifestante inerme a terra. Anche se poi il Ministro promette inchieste anche sulle violenze della polizia, il messaggio passa così.
Perché quindi questo modo di ragionare non è solo esclusiva dell’ultrà ? Cosa c’è di sbagliato nell’interpretazione psicosociologica di cui sopra? Probabilmente perché quello che spinge il disoccupato a tirare la bottiglia molotov o il poliziotto a manganellare selvaggiamente il primo che passa non è il disagio, è la rabbia, e la rabbia nasce nell’individuo per i motivi più disparati: dal licenziamento, al partner che ti lascia, dalle vessazioni di un capo scorretto, a quelle di una madre possessiva. La logica perversa che molti di noi applicano è che la rabbia sia una sorta di morbo che altri ci hanno trasmesso e per il quale compiamo, sì, magari degli atti non condivisibili, ma la responsabilità non è nostra, è della rabbia, come se fosse un entità altra da noi, e quindi di chi ce l’ha fatta venire. In questo modo qualunque azione va bene, di fronte alla rabbia siamo solo dei burattini di cui altri muovono i fili. Se il capo ci fa arrabbiare e picchiamo i nostri figli è il capo che li ha picchiati non noi.
E invece no, la rabbia è solo e soltanto una delle tante emozioni che possiamo provare, che non ci esonera dal nostro status di essere umani e dalle responsabilità che ciò comporta in un contesto civile. Il modello di comportamento che riconduciamo alla definizione di “civile” attiene proprio alla capacità dell’individuo di darsi delle regole di convivenza con i propri simili e di essere responsabile del loro rispetto. Fintanto che molti di noi continueranno a vedere nella rabbia un’area franca in cui siamo esonerati dagli obblighi di cui sopra e finché alcuni di questi saranno addirittura collocati tra le più alte cariche dello Stato, dobbiamo avere l’onestà di dire che non siamo e non saremo un paese civile.
Il problema irrisolvibile
Il calcio vive da anni il problema arbitrale come uno dei più dibattuti. Le polemiche più accese, più violente e che più scuotono l’organizzazione del calcio ad ogni livello sono quelle legate alle decisioni degli arbitri. UEFA e FIFA si sono mobilitate negli anni per risolvere il problema, introducendo innovazioni e sperimentazioni. Si iniziò con il quarto uomo, introdotto per controllare le intemperanze dei giocatori in campo che spesso sfuggono alla visione dell’arbitro concentrato sullo svolgimento del gioco. Vi fu poi l’esperimento del doppio arbitro, che non ebbe grande successo. Infine si è arrivati quest’anno, dopo alcune sperimentazioni, all’arbitro di porta, un giudice ulteriore che oltre a controllare la segnatura di una rete deve controllare l’area di rigore dove spesso si verificano piccole irregolarità che sfuggono alla visione dell’arbitro principale. Non pochi episodi quest’anno sono stati correttamente interpretati proprio grazie alla presenza degli arbitri di porta, eppure proprio gli arbitri di porta sono più volte stati soggetti di contestazione. Non solo ma, se gli arbitri di porta hanno minimizzato gli errori di valutazione sui falli in area, si è tornati invece a considerare gli errori nella valutazione del fuorigioco come oggetto di scandalo. Il prossimo passo sarà l’introduzione dell’occhio elettronico per individuare automaticamente la segnatura, che verrà sperimentata nei prossimi mondiali per club, ma i costi di tali impianti possono sollevare qualche dubbio sul fatto che il gioco valga la candela.
Varrebbe forse la pena a questo punto di fare una breve riflessione sul tema per capire se e perché il problema è così importante e così apperentemente inutili le innovazioni finora introdotte. Da spettatore imparziale (dopo l’eliminazione dell’Italia) degli ultimi mondiali ho trovato incredibile ed inaccettabile quanto accaduto in Inghilterra-Germania con l’Inghilterra che segna una rete vista come tale da milioni di persone in televisione (ancora prima del replay) ma non dall’arbitro né dai suoi collaboratori. La farsa di un arbitro che continua ad arbitrare lietamente essendo l’unico tra i presenti ad non essersi accorto della segnatura di un gol è uno spettacolo che non può che colpirti. Dicevo inaccettabile, ma non perché ritenga sia un errore inaccettabile da parte del direttore di gara: solo chi non ha mai fatto l’arbitro di calcio, e che forse non si è mai nemmeno troppo soffermato a riflettere, può trovare inaccettabile che un arbitro commetta un errore di questa portata. E’ inaccettabile perché il fatto che in tempo reale tutto il mondo sappia che un arbitro ha commesso un evidente errore, ma che non glielo possa comunicare è una assurdità che va evidentemente corretta. Il modo più ovvio per correggerlo, nel 2012, è introdurre quella che si definisce volgarmente la “moviola in campo”, e che nel rugby, dove c’è da molti anni, si definisce invece “Television Match Official”. Si tratterebbe di un arbitro che davanti ad un monitor televisivo riveda le immagini di taluni episodi controversi, venendo in aiuto dell’arbitro in campo. Questo risolverebbe tutti i casi più ecclatanti ma rimarrebbero altri casi, non pochi, in cui anche le immagini non sono così chiare e non mettono tutti d’accordo.
Prendiamo la partita di Supercoppa Juve-Napoli di quest’estate, che questo blog ha trattato a suo tempo. Ancora oggi i tifosi del Napoli considerano quella partita un autentico sopruso, eppure non c’è nessuno degli episodi controversi della partita per le quali le immagini abbiano dato chiari elementi contrari, anzi forse il Television Match Official avrebbe confermato le decisioni prese in campo dall’arbitro Mazzoleni. E già qui non può che sorgere qualche dubbio sulla natura reale del problema ma prima di affrontarlo veniamo alle polemiche delle ultime settimane.
Due settimane fa si gioca Catania-Juve; nel primo tempo c’è un’azione rocambolesca in area della Juve, una doppia deviazione dei giocatori del Catania manda la palla a sbattere sul palo, Bergessio interviene e mette in goal. Sulle prime l’arbitro Gervasoni sembra convalidare, poi, accortorsi dei dubbi dei suoi collaboratori si consulta con assistente e arbitro di porta e dopo un lungo conciliabolo decide di annullare il gol che invece dall’esame dei filmati risulta assolutamente regolare. Il Direttore sportivo del Catania Pulvirenti reagisce scompostamente accusando il sestetto arbitrale di essere stato influenzato dalle proteste della Juve, solo che si scopre che un episodio identico, con cambio di decisione dopo lunga consultazione, sia accaduto il giorno prima a Bari in Bari-Padova senza che nessuno si sia sentito in dovere di protestare così animatamente, chiamando in causa rapporti di potere a altri miti. Qualcuno ha fatto poi notare a Pulvirenti che solo una settimana prima il Catania aveva giocato a Milano contro l’Inter e la squadra etnea aveva contestato l’arbitraggio per un rigore non concesso, apparso a tutti evidente. L’errore appariva ben più chiaro di quello di Gervasoni ma qui Pulvirenti non aveva avuto granché da ridire.
Dopo una settimana così piena polemiche si arriva a Juve-Inter. Neanche a volerlo dopo soli 18 secondi di gioco la Juve segna sugli sviluppi di un’azione avviata da Asamoah in posizione di fuorigioco. Succede inoltre che verso la fine del primo tempo il giocatore della Juve Liechsteiner entri in scivolata su Palacio. I giocatori e tifosi dell’Inter chiedono l’ammonizione del giocatore che, essendo già stato ammonito, lascerebbe il campo. In effetti l’ammonizione ci potrebbe stare, ma c’è chi farà notare che la distribuzione dei provvedimenti disciplinari è stata piuttosto generosa da ambo le parti e si sono visti durante la partita interventi più pericolosi di quello di Lichsteiner senza alcuna sanzione discliplinare. Sia come sia il clima a quel punto è pesante, la curva interista comincia a contestare tutto e tutti, la protesta sale alta anche sui forum, probabilmente anche negli spogliatoi qualcosa arriva all’orecchio dei direttori di gara. Sta di fatto che quando si riprende molti hanno la sensazione che qualcosa nell’arbitraggio di Tagliavento sia cambiato. Se due cronisti che non passano certo per filojuventini come Caressa e Bergomi dicono in diretta su Sky che l’assistente Preti (quello che non aveva visto il fuorigioco di Asamoah) “Non segnala più nulla” facendo riferimento ad un netto fallo di Palacio su Asamoah non fischiato, dal quale scaturirà il possibile gol del 2-1 sventato da Buffon, potrebbe darsi che la sensazione di un forte condizionamento abbia qualche fondamento. Neanche a farlo apposta capitava poi a Tagliavento l’occasione perfetta: una strattonata di Marchisio a Milito, del tipo che se dai rigore ti dicono che di strattonate così ce ne sono mille in una partita, ma se non lo dai ti dicono che era fallo (e il bello è che hanno ragione tutti e due). Sta di fatto che Tagliavento lo dava e che una buona metà dello stadio si alzava ad applaudire ironicamente la curva interista che ai loro occhi appariva, con la sua contestazione, come l’artefice del rigore e del gol conseguente. Alla fine vinceva l’Inter e la contestazione si stemperava anche se le polemiche non mancavano lo stesso. Non parrebbe superfluo ricordare a tal proposito che l’anno scorso Inter-Juve fu condizionata da un evidente errore a favore dell’Inter dell’arbitro Rizzoli, reso ininfluente dalla vittoria che la Juve conseguì ugualmente, e che, a perfetta parità di condizioni, non vi furono sostanziali strascichi polemici. Non è banale chiedersi retoricamente cosa sarebbe successo a ruoli invertiti, se anche in quel caso la convalida di un gol irregolare o la mancata espulsione di un giocatore avrebbe condizionato l’operato dell’arbitro, i precedenti ci suggeriscono che le cose avrebbero potuto seguire un altro corso.
Anche qui torno a domandarmi: cosa sarebbe cambiato con la moviola in campo? Sarebbe probabilmente stato annullato il gol di Asamoah, ma non si vede perché la moviola avrebbe dovuto cambiare la valutazione del fallo di Lichsteiner, visto che è avvenuto sotto gli occhi dell’assistente. In definitiva, al di là di quelli che possono essere errori che il mezzo televisivo può intercettare, la maggior parte degli errori o presunti tali da cui nascono le polemiche e le contestazioni, sono interpretazioni soggettive di un evento per la quali un ulteriore più approfondito giudizio potrebbe rivelarsi solo un’interpretazione addizionale che, come visto a Catania, potrebbe in casi particolari addirittura generare un errore. Tutto questo non per negare l’utilità della moviola in campo, che personalmente ho sempre sostenuto e continuo a sostenere, ma per avvertire chi la invoca che la moviola in campo non farà cessare le polemiche perché le polemiche sono, nella maggior parte dei casi, semplicemente il tentativo di scaricare su altri, ovvero sull’arbitro, la frustrazione per un esito diverso da quello voluto, operato da adetti ai lavori ma anche da giornalisti e opinionisti. L’esultanza che la sala stampa dello Juventus Stadium non ha nascosto al gol del Chelsea di Mercoledì scorso dice chiaramente come anche in ambito calcistico (come d’altronde in ambito politico) il mestiere di giornalista non è sentito come una missione, la cui responsabilità induce chi ce l’ha a sforzarsi di assumere un punto di vista super partes, ma al contrario uno straordinario strumento di pressione per permettergli di orientare l’esito di ciò che commenta, secondo le proprie preferenze. Su questo arbitri di porta, moviola, sensori e ogni altra innovazione non potranno farci granché. Ripensiamo agli episodi che ho citato e alla curiosa coincidenza che hanno tutti coinvolto la stessa squadra, eppure di errori arbitrali ce ne sono stati tanti (vedi qui e qui), anche più evidenti, eppure poi le polemiche interessano sempre le casacche bianche e nere e guardacaso sono rinate proprio quando la Juve è tornata a capeggiare la fila.
Insomma ho proprio l’impressione che se vogliamo risolvere il problema arbitrale, ridare serenità all’ambiente, evitare che in futuro un arbitro debba sperare di poter dare un rigore ad una squadra per salvarsi da un linciaggio mediatico, dobbiamo liberare il calcio di giornalisti-tifosi (per passione o per convenienza), di direttori di testate giornalistiche troppo sensibili a logiche geopolitiche, di dirigenti di società che rilasciano interviste con scopo solo ed esclusivamente intimidatorio. Ma se lo facessimo forse rimarrebbero in tre o quattro, e allora teniamoci il calcio così com’è, con i suoi Moratti, i suoi Galliani, i suoi Pulvirenti, i suoi De Paola, le sue polemiche e suoi scandali manovrati, le sue folle di tifosi-marionette pronte ad indignarsi a comando. La moviola in campo mettiamocela pure ma per il capriccio di alcuni puristi, non certo per placare chi non ha nessuna intenzione e interesse a placarsi.
Ti scappa una parola…
Sarà perché studio Scienza della Comunicazione e faccio un lavoro in cui la comunicazione è importante che trovo sempre curioso come le regole della comunicazione sembrino essere percepite da taluni personaggi pubblici di rilievo come una crudele vessazione, un insostenibile vincolo alla propria libertà espressiva. Ieri Elsa Fornero si è sentita in dovere di ricordare il fatto che, nella veste di ministro, non le venga consentito di farsi scappare nemmeno una parola fuori dalle righe. “Ti scappa una parola ed è quella che fa il titolo dei giornali. E determina dibattiti che durano una settimana, ma questo è uno stato del mondo e quindi e inutile lamentarsi”. Più che uno stato del mondo è uno stato dei mestieri nei quali la comunicazione ha un ruolo fondamentale e certamente il Ministro è uno di quelli. Non è l’unico, anzi vi sono pochi mestieri e pochi contesti in cui una parola sbagliata non possa creare disastri.
Del resto succede a tutti noi di sentire come un’ingiustizia profonda il fatto che una cosa sbagliata detta ad un colloquio di lavoro, durante una presentazione al Direttore Generale, ad un esame universitario, perfino ad un appuntamento amoroso, ne abbia compromesso l’esito vanificando un lungo lavoro di preparazione, le nostre speranze, i nostri sogni. Tutto per colpa di una parola, una piccola parola dal sen fuggita. La ricchezza di concetti che sentiamo di detenere chiusi nella nostra mente è così smisurata che percepiamo come una vessazione il dover convogliare tanta opulenza nello stretto imbuto del messaggio comunicativo. Ma non è che ci sopravvalutiamo un po’? Non è che effettivamente comunichiamo male perché pensiamo male? Non è che la parola sbagliata al colloquio di lavoro esce a noi e non ad altri perché altri sono più bravi di noi o almeno più adatti di noi a lavorare in un’azienda? Se ad appuntamento amoroso diciamo la parola sbagliata forse è perché pensavamo la cosa sbagliata o forse eravamo la persona sbagliata con la persona sbagliata?
Forse la Fornero pensa effettivamente che siamo troppo schizzinosi o “choosy”. E forse ha anche ragione, o meglio avrebbe ragione se fosse una delle tante signore che sul divano in velluto rosso di un caffé del centro discettano su quanto i giovani d’oggi non vogliano fare più certi lavori. Invece è un ministro e un ministro più che lamentarsi di quanto i giovani siano schizzinosi, dovrebbe chiedersi cosa può fare un ministro per rendere i giovani un po’ meno “choosy”. Ad esempio potrebbe suggerire al suo collega Profumo di rendere l’università italiana un po’ meno specialistica ed un po più interdisciplinare. Non è così strano che dopo aver passato cinque anni della tua vita a spaccarti la testa su cellule e microorganismi l’idea di lavorare in un call center ti faccia schifo, o dopo aver approndito per anni il pensiero di Nietzsche e Heidegger imparare ad usare MS Access ti sembri una maledizione. Se nella società di domani le persone dovranno cogliere tutte le opportunità che gli capitano, dovranno essere persone di ampia apertura mentale, che trovino interessante Jung quanto Keynes, Max Weber quanto Heisenberg. Abituarli alla specializzazione può non essere una buona idea in questo senso.
Questo genere di idee un ministro deve proporre, recriminare sul caratteraccio dei giovani pare un modo per non fare il proprio mestiere e non è un approccio adeguato al ruolo che ricopre. Metterci una pezza accusando il modo in cui va il mondo è ancora meno meno adeguato.
Da Gomorra al bidet
Mi raccontano che mio bisnonno avesse un repertorio di storielle sui cuneesi che, in quanto abitanti della provincia più meridionale e rurale del Piemonte di allora, erano bersaglio, nella Torino a cavallo di ottocento e novecento, di quella che si definirebbe oggi ironia a “sfondo discriminatorio”. In particolare ne ricordo una legata alla visita del Re Vittorio Emanuele II a Cuneo e all’imbarazzo degli organizzatori di fronte alla necessità di dotare il bagno regale dell’immancabile bidet.
Questo raccontino mi lascerebber pensare che, contrariamente a quanto sostenuto da Roberto Saviano, nel Piemonte del diciannovesimo secolo il bidet non era affatto un oggetto sconosciuto. O meglio era conosciuto, come probabilmente nel resto di Italia, negli ambienti nobiliari mentre era ovviamente assolutamente ignoto al popolo, di cui probabilmente faceva parte il funzionario che non seppe dare un nome all’oggetto trovato nella Reggia di Caserta. Il gap culturale, nella società italiana dell’ottocento, era ben più netto tra diverse classi sociali che tra diverse regioni. Dimentico invece di quest’ultima elementare nozione di storia (più che della storia dei bidet), il popolare scrittore ha fatto riferimento a questo episodio per buttarla sulla caciara regionalista e replicare quindi ai tifosi di calcio delle città del Nord, che accusano nei loro cori beceri i napoletani di essere poco inclini all’igiene (succede da anni il ripetersi di questi cori, ma Sabato ci sono cascati anche quelli juventini e la cosa quindi è immediatamente diventata una notizia).
Lo stesso bisnonno di prima raccontava anche di un suo zio che, da soldato, fu inviato a Napoli nel burrascoso periodo postunitario. Pare che uno dei suoi compiti fosse girare per le strade della città munito di frusta per dissuadere con una frustata sulle terga coloro i quali defecavano dalla finestra, come anticamente si usava nelle città non dotate di rete fognaria ed in cui i rifiuti venivano gettati quindi nella sede stradale. Questo probabilmente accadeva anche perché, come evidenziato da Gramellini, mentre Torino era dotata già nel 1845 di una moderna rete fognaria, Napoli ne avrebbe iniziato la costruzione solo nel 1910.
Al di là di questi episodi curiosi, anche se dalla storicità tutta da dimostrare, la cosa davvero preoccupante di questa vicenda è proprio il fatto che un affermato scrittore, protagonista nel passato di ben più nobili e scomode battaglie, si metta sullo stesso piano dei beceri tifosi a cui ha così infelicemente controbattuto. Entrare nella polemica campanilistica vuol dire mettersi nella condizione di dire solo un sacco di scempiaggini, pensando di proporre come verità luoghi comuni o falsi storici. Ricostruire la storia ha di certo una grande utilità per capirne i meccanismi ed aiutarci a capire quando e come essi ripropongono, ma la storia non si ricostruisce né con i bidet, né con le storielle raccontate dal proprio bisnonno o almeno non solo con quello.
Ma in fondo credo che anche Saviano lo sappia e magari si sia anche pentito di aver scritto quella cretinata su twitter. La colpa però è anche un po’ del calcio che è una brutta bestia, è in grado di accendere quel germe di follia che cova in ognuno di noi e di renderci pronti a crisi emotive di ogni genere, compreso mettere in gioco tutta la tua credibilità di personaggio pubblico per rincorrere lo sfottò di qualche ragazzotto ignorante. Replicare all’ignoranza con l’ignoranza, alla superficialità con la superficialità , al luogo comune con il luogo comune non è un buon esempio da offrire a chi si abbevera a Saviano come a fonte di verità , proprio per questo è necessario usare un po’ di accortezza. Il calcio è da maneggiare con cura, è qualcosa che ti porta in una dimensione diversa: dopo aver visto un partita è meglio tacere per un po’ e riprendere a parlare, specialmente se in pubblico, solo dopo avere respirato profondamente e avere ben riflettuto. Nel mio piccolo non scriverei mai un articolo sul blog subito dopo la fine di una partita: scriverei bestialità inguardabili (ammesso che non lo faccia normalmente). In questo caso la tastiera e la bella scrittura che un blog richiede ti vengono in aiuto, richiedendoti il tempo sufficiente a rimettere il guinzaglio la tua emotività : twitter è troppo immediato e quindi pericoloso.
In definitiva sarebbe meglio se Saviano anziché twittare sul calcio e sui cori dei tifosi di calcio, tornasse a parlare di Mafia e Camorra, di corruzione e malcostume. Meglio per tutti: per lui, ma anche per noi. L’Italia di oggi ha bisogno di personaggi positivi e il divano di fronte alla televisione che trasmette la partita della tua squadra del cuore (specie se perde) non è uno dei luoghi che generano più positività in ognuno di noi, Saviano compreso.
Quelli che se la cantano e se la suonano
Qualche giorno fa è stata diffusa la notizia della condanna, da parte della Corte dei Conti, di una serie di arbitri coinvolti in Calciopoli. La Corte ha giudicato che i comportamenti tenuti da costoro siano stati lesivi della reputazione della Federazione e quindi ha disposto un salato risarcimento a vantaggio della Federazione stessa. Non entro nelle diatribe giuridiche più tecniche ma di certo trovo singolare che tra gli arbitri soggetti al risarcimento figurino anche personaggi come Babini o Gabriele assolti sia nel processo penale di Napoli che in quello sportivo.
La cosa però ancor più singolare è il fatto che il firmatario della sentenza sia un certo Ivan de Musso che, oltre che magistrato della Corte dei Conti, figura anche nell’organico della Corte di Giustizia Federale della Federazione Italiana Gioco Calcio, ovvero del beneficiario della sentenza che ha pronunciato. Un po’ come se il sottoscritto fosse chiamato ad emettere una sentenza su una causa di risarcimento verso l’azienda per cui lavora.
Insomma, contrariamente a quanto molti pensano, il problema del conflitto di interesse non è sorto e tramontato seguendo la parabola politica di Berlusconi, Il conflitto di interesse è frutto della cultura del “Lui lo conosco”, del “E’ del giro”, dell’intrallazzo e dell’inciucio, tanto per citare due parole sempre di moda: una cultura che guarda con sospetto a chi è super-partes, a chi sta fuori dai giochi, e che invece vede con fiducia chi è “sul pezzo”, chi conosce la materia, anche se sul pezzo e sulla materia ci sta solo per poter tutelare i propri interessi.
Nobel e Rimozioni europee
La giuria del Premio Nobel ha deciso di assegnare all’Unione Europea il Premio Nobel per la pace. E’ successo molte volte prima di oggi che il Premio non sia andato ad un essere umano ma mai era stato assegnato ad una organizzazione politica. Ho sentito molte voci polemiche levarsi sul tema. Il tenore è “Ma come? L’Unione Europea che ha propiziato la crisi dell’Euro, che detta i tempi delle riforme liberiste, che tiene sotto scacco i governi?”. Questa visione risente, a mio modo di vedere, di un paio di rimozioni a cui spesso ci abbandoniamo quando abbiamo a che fare con la valutazione di organizzazioni socio-politiche.
La prima è una rimozione storica, ovvero ci dimentichiamo da dove veniamo. Cento anni fa era il 18 Ottobre del 1912, era scoppiata da pochi giorni la Prima Guerra Balcanica a cui ne sarebbe seguita una seconda che culminerà nella Prima Guerra Mondiale. Da quel momento l’Europa sarà in uno stato di belligeranza quasi perenne culminata con la Seconda Guerra Mondiale. Il bilancio sarà di quasi 80 milioni di morti complessivi, non sono pochi. Sembrerebbe difficile dimenticarsene e dimenticarsi quindi che l’Unione Europea ha contribuito a creare uno spazio pacificato in un continente che per decenni non aveva fatto altro che automartirizzarsi. Eppure oggi molti, che pure hanno passato anche del tempo ad approfondire questi eventi, vedono solo l’Unione Europea come gli errori degli ultimi decenni, come quel pachiderma che da vent’anni non sa più andare né avanti né indietro, e non come quel patto che ha pacificato un continente che pareva non saper far altro che la guerra. Se oggi mi dicessero che tra settant’anni il Medio Oriente sarà una zona pacificata in cui israeliani e palestinesi vivranno pacificamente sotto un’unica bandiera, non avrei dubbi a salutare con entusiasmo un Premio Nobel per la pace a quella bandiera e troverei folle chi rigettasse questo riconoscimento, e stiamo parlando di una guerra che in nulla può essere paragonabile a quello che è successo in Europa nello scorso secolo. Non solo ma, come ricordato dalle motivazioni che hanno accompagnato l’assegnazione, l’Unione Europea ha anche contribuito senza dubbio al processo democratico di quei tanti paesi che all’alba degli anni ’70 vivevano ancora sotto il giogo di dittature di vario colore, e che poi, anche per la pressione dello spazio di democrazia che CEE prima e UE hanno costituito, si sono trasformate in democrazie oggi in rapido sviluppo. Altrettanto irragionevole quindi è lamentare la scarsa democraticità dell’Unione Europea quando dobbiamo proprio a questa organizzazione il processo democratico che il continente ha vissuto negli ultimi quarant’anni.
E qui veniamo alla seconda rimozione che è invece di carattere socio-politico. Cos’è l’Unione Europea? E’ forse un sovrano assoluto che Dio ha dato agli europei? No, è un’organizzazione che è costituita da una serie di istituzioni le cui principali sono: il Consiglio, espressione dei governi dell’Unione (tutti democraticamente eletti secono le rispettive procedure), il Parlamento Europeo (anch’esso democraticamente eletto dagli elettori di tutta Europa) e la Commissione Europea (a sua volta nominata dal Consiglio Europeo, con la ratifica del Parlamento). Si può dire che la sua organizzazione sia complicata e cervellotica, che ciò che fa sia poco visibile e tante altre cose negative, ma non si può certo dire che non sia l’espressione della società che rappresenta. Chi ne lamenta le politiche liberiste si dimentica che, fino a pochi mesi fa, tutti i principali paesi europei erano governati da coalizioni conservatrici, chi ne lamenta l’incapacità di far fronte alla crisi si dimentica che non mi pare che a nessuno livello della catena di comando (compreso quello delle amministrazioni locali) si sia fatto molto meglio, almeno in Italia. Chi ne lamenta la scarsa decisionalità si dimentica che quando si sono proposti nuovi trattati che estendessero il potere decisionale delle istituzioni europee, moltissimi elettori europei (spesso in maggioranza) hanno votato contro. Insomma parlare male dell’Europa è come parlar male di noi stessi. Non voglio dire che l’autocritica non sia pratica sempre raccomandabile, basta sapere che è autocritica però.
Ecco, in questo senso, delle due rimozioni, quella socio-politica mi preoccupa di meno. E’ pratica quasi quotidiana dell’essere umano non riconoscere il suo contributo al fallimento o alle difficoltà di un gruppo di cui fa parte, di antropomorfizzare un’organizzazione per attribuirgli le responsabilità che sono in realtà dei suoi membri. Dimenticarsi della storia invece è più preoccupante anche perché quando ce ne si dimentica spesso la storia si ripropone e qualcuno, che evidentemente di certe carneficine ha una morbosa nostalgia, potrebbe approfittarne.
L’assemblea costituente nascosta
I notiziari ci bombardano ogni giorno con le notizie più disparate su spread, crisi dell’Euro, conti pubblici di Spagna e Grecia, banche sull’orlo del fallimento, rigurgiti nazionalisti e indipendentisti. Contemporaneamente sulle stesse reti televisive o sugli stessi giornali si possono seguiri dibattiti e approfondimenti politici nei quali si discute animatamente di tasse, mercato del lavoro, matrimoni omosessuali, legge elettorale, riforma delle intercettazioni, cene di Renzi ad Arcore e così via. Faccio fatica a trovare una coerenza tra le notizie che paiono essere in cima alle preoccupazioni dell’opinione pubblica e ciò che la politica propone per rassicurarci.
Quando la crisi è pesante in genere le soluzioni proposte (giuste o sbagliate che siano) lo sono altrettanto, ma in questo caso alla crisi europea le ricette nostrane sembrano essere o assenti o comunque di piccolo cabotaggio. Nel Luglio scorso una serie di intellettuali inviarono una lettera aperta al Premier Monti invitandolo ad una presa di posizione circa una roadmap verso la cosiddetta Unione Politica dei membri dell’UE, rinnovando l’adesione ad una proposta che, al di là di quello che se ne può pensare, è anche l’unica sul tavolo, se si esclude quelle di dissoluzione dell’Unione. Non mi risulta Monti abbia mai risposto a quella lettera e non mi aspettavo lo facesse, in fondo è solo un amministratore. Certo, ha detto che ci vorrebbe l’Unione Politica, ma è un po’ come dire che ci vorrebbe una legge sul conflitto di interessi: dire che ci vuole una legge e non dire quando e come pensi di poterla attuare è come non dire nulla. Nel frattempo il dibattito sul tema ha continuato a svilupparsi in ambito intellettuale, con ben pochi sconfinamenti in contesti politici, giungendo ad avanzare una proposta strutturata di assemblea costituente europea.
Poi nelle scorse settimane qualcosa si è poi mosso, Bersani ha parlato di Stati Uniti d’Europa, Sandro Gozi, apparentemente candidato alle primarie del centro-sinistra, ha addirittura rilasciato un’intervista in cui propone in sostegno della proposta costituente e altri nel centro-sinistra si sono allineati. Mi aspettavo che ne parlassero tutti, che il dibattito si accendesse sul tema su giornali e televisioni: gli uni a dire—”Finalmente il timone dell’Europa affidato ad un processo democratico e non a “vertici” tra i poteri forti”, gli altri più cauti—”Bisogna valutare con i partner europei…”, altri ancora negativi—”Basta con quest’Europa, padroni a casa nostra!”(frase quest’ultima che piace molto a quelli che di casa nostra sono già oggi i padroni). Invece sono rimaste urla nel silenzio che sul tema si è rifatto tombale. Nel frattempo dal Regno Unito giunge notizia di un accordo sotterraneo tra i partner europei (con esclusione dei soliti britannici appunto) per un’Unione Europea più decisionale ma costruita dall’alto e senza un processo democratico.
Ecco forse la spiegazione è qui: non vorrei insomma che chi occupa le stanze della politica pensi seriamente che ogni ipotesi di Unione politica è preferibile passi dai vertici della politica, della finanza e dell’economia, piuttosto che dal consenso democratico. Non ne faccio una questione di involuzione autoritaria: non credo ad un gruppo di incappucciati che si riuniscono per disegnare l’Europa del futuro senza coinvolgere nessun altro, sulla base di una brama accentratrice ed egemonica. Credo solo che si sia diffusa la convinzione nei piani alti dell’Europa che l’irrazionalità , che domina apparentemente le opinioni pubbliche europee, non sia compatibile con un processo che è necessario sia rapido e privo di pericolose oscillazioni e che quindi è bene che questo processo, probabilmente inevitabile, sia guidato dall’alto. Non mi sento nemmeno dire che abbiano torto, le ripetute bocciature che nel passato i trattati hanno europei hanno incontrato fa pensare che un processo democratico sarebbe lungo e costoso e nel frattempo l’Europa continuerebbe ancora per anni a restare senza un governo. Non è colpa loro, è colpa nostra di elettori, che continuiamo a pensare alle cene di Renzi e non a dare un senso alla nostra democrazia futura, che continuiamo a vivere in una dimensione nazionale che ha senso solo per rendere emozionanti la competizioni calcistiche, che sbraitiamo contro l’Europa come se l’Europa fosse qualcosa diverso da noi stessi e come se l’Europa non fosse in realtà quel malato che è, solamente perché i cittadini d’Europa, e quindi noi, non siamo stati capaci di forgiarla diversamente.
Sarà per questo che per molti è meglio che di possibili vie democratiche all’Europa, di assemblee costituenti europee e di simili cose, si parli il meno possibile. Anche perché a qualcuno, come a me, potrebbe venire in mente che non è affatto una brutta idea…
