Una bomba che forse non esploderà mai

sciopero-cina.jpgNel lontanto 1989, in pieno crollo dei regimi del blocco sovietico, un’altra dittatura sembrava essere arrivata al capolinea, quella cinese. La sconfinata Piazza Tienanmen era piena di studenti che invocavano democrazia e riforme. Arrivarono i carri armati e gli studenti furono spazzati via. Chi di noi di fronte a quanto vedeva non pensava che sarebbe stata una reazione effimera, che alla fine era solo questione di tempo, la miccia era accesa e alla fine la bomba Cina sarebbe infine esplosa? Sono passati ventiquattro anni, molti paesi di quell’area geografica che allora erano governati da sistemi totalitari si sono trasformati in democrazie, ma quella miccia non ha ancora fatto esplodere e non sembra nemmeno sul punto di far esplodere il colosso cinese. Non sembra sul punto di farlo non perché quelle istanze siano sparite ma perché apparentemente disinnescate da una serie di “buone intenzioni” e una sequenza di piccolissimi passi che la Cina sta compiendo per incanalare il malcontento, se non il dissenso, in un processo riformista che scongiuri derive rivoluzionarie. Vi sono fenomeni di corruzione duramente repressi (fenomeno inusitato per una dittatura, solitamente restìa a fare autocritica), vi sono aperture in senso libertario, vi è ricambio del personale politico, vi sono addirittura scioperi che non vengono repressi con la violenza.
D’altronde il mondo di oggi non è più quello di Piazza TienAnMen e la Cina vi gioca un ruolo decisamente più centrale. Una crisi cinese metterebbe in ginocchio l’economia di mezzo mondo. E’ quindi interesse di tanti che la bomba non esploda e che le istanze riformiste siano incanalate in un processo che lentissimamente dovrà  portare in futuro ad una Cina sempre meno allergica a concedere in campo politico quelle libertà  che già  concede abbondantemente in campo economico. E le libertà  in campo economico generano benessere, di cui la crescita del costo del lavoro è indicatore. Il benessere chiama altro benessere e questo circolo viruoso innesca una particolare voglia di essere attivi e l’attivismo economico, alla lunga, difficilmente riesce a fare a meno di quello politico.
Rispetto a questo processo la storia europea ci offre qualche elemento di paragone interessante. Se si pensa all’Europa del diciannovesimo e ventesimo secolo e al ruolo che la Gran Bretagna ha esercitato dall’alto della sua capacità  di trasformarsi senza subire gli scossoni che gli altri paesi europei hanno subito da rivoluzioni, guerre civili ed instabilità  politica, mi viene da pensare che il giorno in cui la Cina avrà  completato una sua fisiologica ma graduale evoluzione verso un sistema politico che garantisca le libertà  civili e la partecipazione dei cittadini alla vita politica, sarà  davvero diventata una potenza straordinaria.

Feb 13th, 2013

Il sogno di alcuni, l’incubo di tutti gli altri

the-sun_vignetta_berlusconi.jpgMi duole dover parlare delle ultime sparate di Berlusconi, ma purtroppo l’agenda del momento è questa e questo ciò di cui si parla. Mi duole perché mi ripugna dover ancora parlare di queste cose e perché sento di star trattando come degli imbelli tanti miei connazionali, solo al toccare quest’argomento, ma l’alternativa è non parlarne e avrebbe in effetti la stessa valenza. Questa volta non c’è nemmeno bisogno di mettere in fila due numeri per capire che la promessa di restituire l’IMU è una ciarlataneria della peggior specie: al di là  delle farneticazioni sul rientro dei capitali dalla Svizzera è evidente che recuperare in termini di riduzioni della spesa pubblica quanto necessario vorrebbe dire creare conflitti sociali peggiori di quelli esplosi in Grecia nei mesi scorsi. Un tempo la reazione di fronte a questi abusi della buona fede dell’elettorato erano rabbiosi, ora domina l’ironia, come per quelle voci ormai talmente grottesche da non meritare nemmeno più indignazione. Eppure, tra lo sbigottimento di molti, c’è ancora chi dà  credito a quest’uomo, c’è chi, lungi dall’essere stato bruciato dalla mancata realizzazione di programmi molto meno ambiziosi, è pronto a dare il proprio consenso a chi lo ha abbondantemente tradito e preso in giro nel passato. Non sono serviti gli scandali e la corruzione, non è servita l’esibizione di modelli di vita da basso impero sbattuta in faccia a chi sopravvive a stento con la sue pensione, non è servito nemmeno l’emergere di figure comunque alternative alla sinistra in concorrenza con Berlusconi (Monti da una parte, Grillo dall’altra, senza dimenticare il successo crescente di Giannino). Berlusconi rischia di tornare in sella al nostro paese, pronto a farne di nuovo, o forse ancor più che in passato, lo zimbello del panorama internazionale, ma soprattutto pronto a riportarlo al collasso finanziario.
Il risultato è che la maggioranza degli italiani, pur non avendo più in comune un colore politico, si ritrova unita dalla preoccupazione per il possibile ritorno al Governo di quest’uomo, e questa preoccupazione si tramuta di giorno in giorno in angoscia. Un’angoscia che è significativmente condivisa nelle ultime ore dai mercati finanziari che prefigurano una nuova crisi finanziaria in caso di vittoria della coalizione berlusconiana. Nelle parole di chi manifesta questa angoscia è frequente l’abitudine di etichettare nelle maniere più varie chi ha intenzione di votare per la coalizione guidata dal PdL, ma trovo ci sia un profondo fraintendimento sotto molte di queste etichette. L’elettore berlusconiano è dipinto infatti spesso come un disperato la cui unica illusoria à ncora di salvezza è il compiersi dei miracoli prospettati da Berlusconi: così descritto sembra un figlio della crisi, un prodotto di questi ultimi anni, ma Berlusconi di consensi ne raccoglieva ben prima che la congiuntura diventasse quella attuale.
In effetti questa interpretazione del fenomeno mi pare decisamente fuorviante: la disperazione è uno stato emotivo che porta gli individui in genere ad essere pragmatici, lucidi, a puntare diritto all’obiettivo, magari a prendere risoluzioni estreme ma con la massima decisione e intraprendenza, ad essere in una parola “adulti”. Chi invece è soggiogato dal flauto berlusconiano adulto non è: è mosso dalla fanciullesca illusione che sia tutto possibile, che i problemi più complessi abbiano una soluzione semplice, che non ci sia bisogno di mettersi in gioco in proprio perché c’è chi lo farà  per noi. E’ un po’ come mia figlia che ha due anni e mezzo e che pensa che Papà  possa sempre rimediare facilmente a qualunque cosa, scrivo “un po'” perché perfino lei già  mi pare sfiorata del dubbio che in effetti non sia così. No, non è un disperato chi ragiona così, è solo affetto da un infantilismo cronico, troppo abituato com’è a pensare che ci sia sempre qualcuno più bravo degli altri che alla fine ti risolve il problema, come in ogni buona serie televisiva. La vita in genere ci abitua a scoprire che per recuperare i nostri errori c’è bisogno sempre di rimboccarsi le maniche, di rinunciare a qualcosa, spesso di soffrire, non c’è mai il supereroe che ti viene in soccorso. E così anche tra quanti nel passato hanno simpatizzato per Berlusconi molti hanno capito ora che non c’è riequilibrio delle finanze pubbliche senza nuove tasse o nuovi tagli alle spese e si accingono a votare per una delle forze politiche che propone una di queste ricette. C’è però una fetta importante, rilevante, di italiani che guarda ancora alla politica come ad un film, al politico come all’eroe che accorrerà  a salvarci, e quella parte di elettorato sentirà  sempre, per quante fanfaluche racconti, per quanto si dimostri un ciarlatano e un cialtrone, l’irresistibile richiamo del flauto di Berlusconi, in nome dell’unica qualità  che il nostro Papi davvero detiene: cioè quella di saper mentire nel modo più spudorato e sfacciato.
lincubo.jpgNon stupiamoci di tutto ciò: poche settimane orsono milioni di persone si sono angosciate per la possibile fine del mondo solo perché sarebbe finito un ciclo del calendario Maya, invocando un’inesistente profezia; più di settecento cittadini torinesi hanno recentemente presentato una petizione al loro Comune per dedicare una seduta del Consiglio Comunale allo scottante tema delle “scie chimiche“. Piace a molti vivere in una realtà  virtuale, proiezione del proprio immaginario: alcuni la riconoscono come tale e, all’occorrenza, sanno abbandonarla per guardare in faccia la realtà , altri non la riconoscono più e non sanno più evaderne nemmeno quando si tratta di decidere il futuro proprio e del proprio paese. Vivono come rinchiusi in una realtà  di sogno, a cui non sanno più sfuggire: purtroppo questo sogno rischia di diventare drammaticamente un incubo per tutti noi. Facciamocene una ragione e speriamo che, almeno questa volta, a vincere sia qualcun altro, chiunque altro.

Feb 6th, 2013

La grande paura

Cos’è che spinge tante ma proprio tante persone a rivoluzionare i propri programmi per il fine settimana, a decidere di mettersi in viaggio per raggiungere la capitale del proprio paese, a scendere in piazza per manifestare contro qualcosa o qualcuno? Spiace dirlo ma ho l’impressione sia la paura. Spiace perché la paura nel terzo millennio la percepiamo ormai come un retaggio di un oscuro passato, un’emozione che associamo ad una cultura repressiva e moralistica, sogniamo un mondo senza paura e questo sentimento ci sa un po’ di vecchio e di retrò. Tuttavia mi sa che a spingere in piazza è proprio la paura; questo anche perché non tutte le paure che abbiamo sono immotivate: la paura della guerra, la paura di svolte autoritarie, la paura di perdere un diritto, si riferiscono ad eventi tutt’altro che improbabili. Quando mi sono trovato ad avere paura anch’io che qualcosa di simile accadesse, ho fatto lo stesso, mi sono trovato un autobus, un treno o una macchina e ho contribuito a riempire qualche piazza. Ci sono poi paure motivate ma da una visione limitata ed egoistica delle cose: la paura di perdere una posizione di privilegio, di vantaggio, di esclusiva, che l’interessato percepisce come un diritto acquisito ma che agli altri pare piuttosto un sopruso. Qui possiamo anche criticare chi va in piazza a protestare ma è ben chiaro l’utilitarismo. Ci sono altre volte però in cui mi è molto più difficile spiegare le origini della paura. Uno di quei casi sono manifestazioni come quella che ha attraversato Parigi il 13 Gennaio scorso per fermare Hollande, intenzionato a concedere agli omosessuali il diritto al matrimonio. Che cosa fa tanta paura a quelli che hanno riempito Parigi nel fatto che due persone dotate di attributi sessuali simili decidano di condividere la loro vita?
manifestazione-a-parigi.jpgPartirei col sottolineare che il matrimonio è un istituto che concedere alcuni vantaggi e alcuni privilegi e che quindi può anche darsi che in alcuni di costoro abiti una forma di risentimento per il fatto che tali vantaggi saranno goduti anche da coppie di diverso orientamento, ma ho l’impressione sia una questione davvero poco rilevante. Pensioni di reversibilità , possibilità  di congiungere i regimi fiscali e cose simili: nulla per cui infuriarsi, direi.
Collegato con il tema del matrimonio omosessuale c’è poi quello della possibilità  di adozione di un figlio o di fecondazione artificiale e qui molti spiegano la mobilitazione come opposizione a questo secondo tema. Sarà  una coppia omosessuale l’ambiente più adatto per crescere un figlio? – dicono costoro. Sarà  anche una questione rilevante: forse tra i manifestanti c’è davvero qualche pedagogista che ha precise teorie in merito, che il matrimonio naturale, che le insostituibili figure di padre e madre … eccetera…, ma siamo proprio sicuri che tutti gli ottocentomila saprebbero sciorinarle e soprattutto che a così tanti stia tanto a cuore lo sviluppo ottimale dei bambini che saranno eventualmente adottati da coppie omosessuali? Sono forse così tanti quelli che si preoccupano delle sorti delle diecine di migliaia (solo in Italia) di bambini in attesa di affidamento che di figura genitoriale non ne hanno neanche una?
Alcuni sosterranno poi che alla base dell’ostilità  verso i matrimoni omosessuali c’è la paura verso le tendenze omosessuali che albergano in ognuno di noi, c’è la paura che equiparare le diverse tendenze sessuali sia come aprire un vaso di Pandora che libererà  quelle inconfessate pulsioni, trasformandoci in un’umanità  orgiasticamente bisessuale. Sì, questa paranoia esiste e magari si mescola ad una estremizzazione della paura del diverso, e spiega forse molti atti di violenza omofoba. Ma anche questa componente mi pare di nuovo minoritaria, non sufficiente a riempire le piazze.
matrimonio-homosexual.jpgInsomma, magari mi sbaglio, ma ho proprio l’impressione che quello che è davvero rilevante è la paura di perdere qualcosa di più: un simbolo, un rituale, un elemento a cui si associa una valorizzazione che non può che essere l’unica possibile. Mettere due figurine raffiguranti persone dello stesso sesso sulla torta nuziale è una di quelle cose che urtano moltissimi su un piano simbolico perché sovvertono un modello, è come Babbo Natale in calzoncini e maglietta, è come suonare l’inno nazionale su una base funky. Non riesco nemmeno a biasimarli, in fondo anche a me dà  estremamente fastidio scoprire che il cappotto cammello a cui ero tanto affezionato e che mi pareva tanto bello quando lo comprai, è andato inesorabilmente fuori moda: forse non andrei in piazza a protestare per questo ma forse solo perché avrei paura di essere l’unico a farlo. Questa è quindi, dal mio punto di vista, la paura di costoro: che i modelli culturali su cui hanno basato per tutta la vita la propria struttura valoriale cambino e che improvvisamente costoto si ritrovino con la sgradevole sensazione di essere inadeguati, che i propri riferimenti siano spariti, che nulla più abbia il senso che prima pareva avere. E’ una paura ingenua, semplicemente perché i modelli culturali cambiano comunque e noi saremo comunque inadeguati, se non sapremo continuamente aggiornare i nostri modelli; perché il rischio cui questa paura porta non è solo quello, sociale, di rallentare il processo di sviluppo dei modelli culturali, il rischio è soprattutto personale perchè oggi sono in 800 mila, domani saranno di meno e dopodomani ancora di meno, e alla fine saranno solo uno sparuto gruppo di nostalgici, un po’ ridicoli; ridicoli come chi sfoggi con orgoglio il proprio vecchio cappotto cammello da tempo ormai fuori moda.
Uso la parola “ridicolo” e mi torna alla mente la lettera aperta che il giocatore di football americano Chris Kluwe indirizzò mesi orsono al politico democratico Emmett Burns che aveva criticato i giocatori di football che si esprimono a favore del matrimonio omosessuale. Forse il tono è di un’ironia talmente graffiante e dissacratrice da disturbare la sensibilità  con cui noi trattiamo questo genere di questioni. Ma forse anticipa un’era in cui quelli come Emmett Burns finiranno con l’essere appunto solo più oggetto di scherno.

Jan 31st, 2013

Continassa e tabù

cascina-continassa.jpgCome molti sapranno negli ultimi mesi uno dei temi più dibattuti dal Consiglio Comunale di Torino è stata la vicenda dalla Cascina Continassa e l’accordo di cessione del suo terreno che il Comune sta realizzando con la Juventus. La Continassa è una cascina che si trova a poca distanza dallo stadio della Juventus e che da decenni è in disuso. Fu vagamente ripulita nel 2006 in occasione della rievocazione dell’Assedio di Torino una parte della quale si svolse nel terreno antistante. Da allora è solo un vecchio edificio diroccato. Nel terreno circostante si trova anche la famosa Arena Rock, una spianata predisposta a suo tempo per concerti, e pressoché mai utilizzata, prima di decidere di affittarla ad un soggetto privato che aveva intenzione di predisporvi una pista per gokart.
continassa.jpgMesi fa la Juventus avanzò una proposta per l’acquisizione del cosiddetto “diritto di superficie” del terreno per 99 anni, la stessa formula con la quale aveva acquisito il vicino terreno su cui ha costruito lo stadio. Obiettivo della Juve era costruire lì sede, campi di allenamento e altre strutture commerciali e residenziali, tra cui un albergo. L’offerta e la domanda si sono incontrate alla fine su 10,5 milioni, nel senso che il Comune ha pubblicato a Luglio un’inserzione su Repubblica pubblicizzando l’offerta della Juventus senza ricevere proposte migliori. Succede poi che a Novembre si scopre che la Juventus ha rivisto il progetto aumentando la percentuale di area residenziale (da 6 a 12 mila metri quadri) rispetto al totale edificato che resta di 33 mila metri quadri. Giustamente qualcuno eccepisce, visto che l’accordo era su un progetto diverso, e viene quindi richiesta una nuova perizia che aumenta il valore di un milione e 200 mila (sulla base di un maggior valore a metro quadro dell’area residenziale stimata in 200 euro). In sintesi un’area inutilizzata viene ceduta ad un soggetto privato: niente di particolare né scandaloso apparentemente, specie in un momento in cui il Comune è alla disperata ricerca di fondi per chiudere un pesante buco di bilancio che i cittadini hanno già  pagato nella forma di una stangata IMU. C’è chi però non è d’accordo e ne nasce una campagna portata avanti da una parte dal tifo del Torino, dall’altra dal Movimento 5 Stelle e da alcuni altri consiglieri di opposizione. Si contesta in particolare la cifra ritenuta troppo bassa. Qui e lì si confrontano valutazioni diverse sulla modalità  di calcolo del valore di mercato presunto, alcune delle quali anche piuttosto singolari.
continassa_progettojuve.png L’unica comparazione possibile a mio parere è quella con transazioni simili: un esempio è quello del recente acquisto da parte di Auchan dell’area ex-Viberti di Nichelino per edificarvi un nuovo centro commerciale. In questo caso mi risulta che il prezzo di acquisizione sia stato di 40 milioni per un’area più ampia (230 mila contro 180) di quella della Continassa e soprattutto sfruttata molto più intensamente (180 mila metri quadri edificati contro 33 mila). L’impressione è che quindi l’ordine di grandezza sia quello, il fatto poi che nell’area ci siano già  supermercati e centri commerciali in abbondanza fa ulteriore differenza e rende poco appetibile quell’area per altri soggetti che vogliano comprarlo per scopi analoghi a quelli di Auchan; certamente quindi parlare di regalo mi pare del tutto fuori luogo.
Al di là  però di valutazioni sul prezzo più adeguato, che non possono che essere sempre fatalmente parziali, c’è un punto per me decisivo, ovvero il fatto che, se il prezzo fosse davvero così basso come sostenuto, mi risulta difficile pensare che da Luglio ad oggi nessuno si sarebbe mosso per fare al Comune una controfferta. A questo punto, non essendoci nessun progetto di utilizzo pubblico alternativo, respingere l’offerta della Juventus avrebbe significato per il Comune doversi tenere il terreno e dover rinunciare a 11,7 milioni senza alcuna motivazione concreta: una decisione che non sarebbe facile da spiegare ai cittadini già  furenti per l’appesantimento dei tributi locali.
Descritto il quadro della vicenda, ho l’impressione che ci siano due problemi di fondo di cui questa polemica è metafora. Il primo è legato specificamente alla Città  di Torino, che non riesce a liberarsi di un complesso di persecuzione da cui è afflitta nei confronti della famiglia Agnelli, complesso che porta a vedere complotti pro-Agnelli in ogni atto politico deciso da queste parti. Che gli Agnelli abbiano regnato su questa città  e che, come tutte le eccessive concentrazioni di potere, anche quella degli Agnelli non abbia fatto bene alla città  è sicuramente vero, così come è vero che, come qualunque altra azienda egemone, anche FIAT ha cercato di influire e ha influito sulla politica torinese. Tuttavia da quando sono nato sento accusare FIAT e gli Agnelli di tutto quanto accade di spiacevole a Torino e sento raffigurare Torino come la corte degli Agnelli e questa rappresentazione francamente mi pare eccessiva e inadeguata. Non stupisce che oggi, quando sempre meno il gruppo FIAT si identifica con Torino, questo complesso di persecuzione si concentri con quella che è l’unica parte del gruppo invece ancora fermamente ancorata a Torino, ovvero la Juventus.
Al di là  però di una visione localistica della cosa, c’è un senso e una dimensione più generale che credo di intercettare in questa vicenda. In molti commenti che ho letto alla vicenda si respira infatti, oltre all’anti-agnellismo, un concetto antico e più genericamente italiano di ostilità  aprioristica verso il privato, in quella dimensione di pensiero che colloca privato e pubblico in una contrapposizione assiologica che fa del pubblico un contesto controllato e rassicurante e del privato invece un mondo oscuro, inquietante, in cui tutto può succedere. Quindi meglio un terreno incolto e una cascina diroccata ma in mani pubbliche, che cedere il tutto ad un privato, chiunque esso sia e qualunque siano i suoi progetti.
Questa dimensione di pensiero è storicamente patrimonio della sinistra, ma visto che pare che le ideologie non esistano più (ma è poi vero?), tanto vale appropriarsi di pezzi di ideologia altrui ed ecco che anche tra chi di sinistra non è o almeno crede di non esserlo, si diffonde l’idea che privatizzare sia un atto foriero di sventura. Non so bene se questa concezione ci viene da modelli socialisti dell’economia o affonda le radici anche più indietro. In ogni caso questo genere di tabù ideologici, queste idee che ci fanno fermare un passo indietro rispetto ad una oggettiva (per quanto possibile) valutazione di costi e benefici sono qualcosa che incide negativamente sul modo in cui il patrimonio pubblico viene amministrato. Se da una parte gran parte del patrimonio pubblico giace inutilizzato e dall’altra privatizziamo quello che forse varrebbe la pena rimanesse pubblico è anche perché la scelta tra l’un e l’altro approccio viene fatta troppe volte su base ideologica e non su un’analisi razionale di costi e benefici. Intendiamoci, anche nella mia sensibilità  la parola “pubblico” ha una connotazione positiva, ma perché mi viene da associare a “pubblico” l’idea di un bene di cui tutti possiamo fruire: un parco pubblico, una scuola pubblica, una spiaggia pubblica, un ospedale pubblico, ma un bene pubblico che non posso usare è come un vestito chiuso da anni in un armadio in soffitta, meglio cederlo a chi lo utilizza.
Alla fine è sconsolante che in un’epoca che si definisce postideologica, in cui crediamo di aver superato le categorie di bene o male, si ragioni e si valuti la realtà  ancora e sempre dividendo ciò è buono da ciò che è cattivo sulla base di categorie ampie ed assolutamente eterogenee: i privati sono cattivi, gli imprenditori sono cattivi, le banche sono cattive, gli economisti sono cattivi, la “gente” è buona. Se vogliamo migliorare le nostre vite dobbiamo essere in grado di capire cosa è positivo e cosa è negativo per il nostro benessere e distinguere di conseguenza privato positivo da privato negativo, imprenditore positivo da imprenditore negativo, progetto positivo da progetto negativo. Semplificare e generalizzare è operazione comoda e intellettualmente poco dispendiosa, ma se vogliamo essere buoni cittadini del terzo millennio un po’ di fatica dobbiamo abituarci a farla.

Jan 16th, 2013

La valle dell’Eden

john-steinbeck.jpgSe non avessi dovuto preparare un autore americano a scelta per l’esame di Letteratura Anglo-Americano e non mi fossi reso conto di non aver mai letto nulla di Steinbeck magari sarei rimasto ancora a lungo a digiuno di questo scrittore e se il riferimento al mito dell’America come giardino dell’Eden non fosse stato frequente nel programma d’esame magari avrei scelto testi più gettonati dalla critica: “Furore” o “Uomini e topi”. E invece la scelta è caduta proprio su La Valle dell’Eden, nonostante avessi trovato anni fa tutt’altro che esaltante il film omonimo di Elia Kazan. Raramente scelta così poco consapevole è stata più azzeccata: devo dire infatti che ho trovato  il libro assolutamente delizioso. Splendido l’intreccio in cui il bene e il male sono sistematicamente rappresentati come due facce della stessa medaglia che alla fine si mescolano e si confondono. Indimenticabili i personaggi, a partire dalla splendida Cathy, donna inerosabilmente e gelidamente crudele e per la quale pure Steinbeck finisce per instillare nel lettore un’insospettabile empatia, smitizzando una volta in più la contrapposizione tra bene e male e riconducendo il mostro a fattezze umanissime. Indimenticabili però ho trovato  soprattutto due personaggi tra tutti: il contadino irlandese Samuel Hamilton e il cameriere cinese Lee (non a caso nel suo film Kazan li aveva ignorati). E’ già  affascinante la stessa idea che i due personaggi più positivi dell’opera siano due uomini socialmente e moralmente umili, e questo dice tanto su Steinbeck e sulla sua scala di valori sociali. Non dimentichiamoci del resto che l’autore californiano abbandonò una prestigiosa carriera universitaria a Stanford per andare a lavorare in fabbrica. Soprattutto però quello che emerge dai tratti che l’autore assegna ai due personaggi è una concezione della cultura per nulla scontata. Mettere tanta curiosità  intellettuale, tanto entusiasmo per la conoscenza, in due uomini di umile estrazione e di umile collocazione sociale trasmette un’idea della cultura ben diversa da quella che spesso ci figuriamo. Leggendo le parole di Samuel Hamilton o di Lee capiamo che la cultura può non essere un accumulo utilitaristico di nozioni, né uno strumento di crescita sociale, né ancora uno sfoggio narcisistico di conoscenze fine a sé stesse, ma può essere conoscenza del mondo raccolta per proteggere sé stesso e i propri cari dal medesimo, finalizzata a saper fronteggiare le proprie e le altrui sventure, a poter navigare nel mare dell’esistenza proteggendo la propria chiglia dalle ondate più devastanti. Conoscere significa capire e interpretare, e ciò ci permette di interagire con noi stessi e con gli altri, magari non di avere successo, denaro e fama, ma di poter vivere bene, di essere felici e rendere felice chi ci circonda. Questo è il messaggio che “La Valle dell’Eden” mi lascia ed è un messaggio di quelli che ti lasciano una sensazione estremamente piacevole.

Jan 10th, 2013

D for democracy

vforvendetta.jpgSe penso ai film degli ultimi dieci anni ai quali sono più affezionato, un posto di tutto rispetto ce l’ha senz’altro V for Vendetta. Mi piacque la prima volta che lo vidi, su un aereo intercontinentale per il Sudafrica. Mi piacque per la profonda convinzione che trasmetteva nella possibilità  del singolo di lottare efficacemente contro l’oppressione, e nel momento stesso l’affermazione della precisa responsabilità  che il singolo si assume, nel momento in cui accetta passivamente lo status quo. Mi piacque perché sottolineava come ciò che spesso trattiene il singolo dalla ribellione è la paura di perdere ciò che in realtà  vale molto di meno della propria libertà , quando non è la sottovalutazione della possibilità  di influenzare realmente il sistema che lo governa. E’ un film che nasce d’altronde in epoca post-undici Settembre, in un periodo nel quale la retorica sul terrorismo e sul rischio islamico aveva indotto le opinioni pubbliche dei paesi occidentali ad approvare azioni abbastanza avventate da parte dei loro governi, manovrati da lobby economico-finanziarie. Il tutto pareva abbastanza paradossale da indurre molti a dubitare della capacità  di controllo delle opinioni pubbliche sui loro governi e da poter pensare che fosse quindi il caso di dare dei messaggi chiari a chi teneva ai valori su cui si fondano le democrazie occidentali.
Non mi trovo quindi d’accordo con chi (Leonardo) lo individua come film grossolanamente populista, se non per un fatto che mi è appunto sovvenuto leggendo certi riferimenti, ovvero la scena finale: l’esplosione della House of Parliament. E’ chiaro che ci sono nella vicenda una serie di collegamenti che identificano quell’edificio con l’oppressiva dittatura che la narrazione immagina instauratasi nel Regno Unito del 2015, ma è anche chiaro che nella nostra cultura il Parlamento britannico rappresenta tutt’altro, rappresenta la più antica delle democrazie moderne e la sua distruzione è la distruzione di un patrimonio democratico che se ne va insieme alle macchie che la dittatura ci aveva lasciato sopra. Ecco, questo non mi piacque nel film e questo riconosco come il suo punto debole, questo rito catartico che pare più cancellare le vestigia della democrazia che fu, che quelle della dittatura appena deposta. Va detto che è abbastanza tipico delle rivoluzioni quello di avere la tendenza a buttar via il bambino insieme all’acqua sporca, ma è una tendenza che spesso finisce coll’instaurare nuove oppressioni in luogo di quelle deposte. E’ anche tipico di tutte le insurrezioni contro un potere oppressivo e totalitario che chi la conduce si ritrovi nel momento della vittoria (qualche volta anche prima), a rendersi conto che tra i propri più fidati alleati ce ne sono molti che non lottavano tanto contro quel potere, ma contro il potere in generale in tutte le sue possibili manifestazione, ovvero contro l’ordine gerarchico, contro l’istituzionalizzazione di quell’ordine indipendentemente dalla sua struttura e dai valori che difende: è il momento in cui, sconfitta l’oppressione totalitaria, il democratico e l’anarchico si trovano di fronte l’uno all’altro. Ho quindi la vaga impressione che per molti proprio quella scena finale sia stata quella più qualificante del film e ciò abbia contribuito al proliferare delle maschere di Guy Fawkes nelle manifestazioni politiche degli ultimi anni.
Tutto questo ha un risvolto nell’attualità  di queste ultime settimane. Non sono molti giorni infatti dacché Grillo ha affermato, ribattendo a chi accusa il Movimento Cinque Stelle di scarsa democrazia interna, che “siamo in guerra, siamo con l’elmetto, […] allora chi è dentro il movimento […] e fa domande su domande e si pone il problema della democrazia del movimento va fuori dal movimento […] e andranno fuori”. Ho scritto spesso delle distorsioni della democrazia italiana, non solo a riguardo dello squilibrio introdotto dalla presenza di Berlusconi a capo del primo partito in Parlamento, ma anche della allergìa degli italiani per il ricambio e la tendenza quindi della nostra classe politica all’invecchiamento. Con tutto questo l’Italia è una democrazia e lo sarà  ancora di più dopo il tramonto di Berlusconi e della conseguente anomalia in termini di concentrazione di media e politica nelle mani di un uomo solo. Lo stesso emergere di nuovi soggetti politici, alcuni dei quali privi di qualunque appoggio di gruppi economici o mediatici, dimostra quanto la politica italiana sia oggi pluralista. E allora non siamo in guerra, non siamo oppressi da una feroce dittatura, siamo in democrazia, nessuno ha bisogno di mettersi l’elmetto, anzi, come sempre in democrazia, c’è bisogno di difendere e di riconfermare ogni giorno i valori che la democrazia difende. Poche settimane fa qualche milione di persone è andato a scegliere Bersani come capolista della coalizione di sinistra: non sono d’accordo con questa scelta ma è una scelta democratica e legittima che qualche milione di elettore ha fatto in piena libertà . Sostenere che siamo in guerra, che la democrazia non è una priorità , sono cose che mi ricordano troppo certi slogan propri di chi la democrazia non la sopporta proprio.
Questo in ultima analisi è quello che mi induce a non votare per il Movimento Cinque Stelle, di cui pur condivido alcune critiche nei confronti della politica italiana, ovvero l’idea che abbattere e riformare il sistema sia la priorità  e che la democrazia sia solo un fastidioso ostacolo. E invece la democrazia è proprio lo strumento per farlo, ed è quello che ha consentito al Movimento Cinque Stelle di avere i successi che ha avuto. Non a caso il Partito Democratico si è giovato, secondo i sondaggi, delle sue primarie e della prospettiva delle sue parlamentarie.
democracy.jpgCapisco l’insofferenza di tanti nei confronti della classe politica che ha governato l’Italia negli ultimi vent’anni e la tentazione di buttare tutto a mare, ma la maggior parte di questi insofferenti sono stati elettori in questi ultimi vent’anni e hanno scelto e votato questa classe politica. Non incolpino costoro il sistema, non incolpino la democrazia, incolpino sé stessi, come diceva proprio il protagonista del sopracitato film :“Ma ancora una volta, a dire la verità , se cercate un colpevole.. non c’è che da guardarsi allo specchio”. E allora la contemplazione del disastro sia uno stimolo a votare meglio, a non ascoltare di nuovo le sirene di chi dimostri insofferenza verso uno strumento, la democrazia, che è l’unico che potrà  risollevare il nostro benessere; sia uno stimolo a far sì che, tra vent’anni, non ci ritroviamo di nuovo a fare i conti con una classe politica talmente incapace da indurci a cercare consolazione in un comico, un piazzista o altri personaggi simili.
Farnetichi pure Grillo di guerra e di elmetto; io, senza nessun elmetto, andrò a votare il 24 Febbraio nella coscienza che quello che sarà  del paese, come sempre, dipende da come voterò.

Dec 28th, 2012

Tecnicismo patologico

il-tecnico.jpgFu quando al liceo, tra il terzo e il quarto anno, cominciai ad appassionarmi di informatica che il mio destino culturale e professionale si delineò. In quel periodo iniziai a prendere in considerazione un corso di laurea scientifico; poi, in un momento di picco positivo dell’autostima, decisi di iscrivermi ad ingegneria. Fatti i miei sette anni nell’atmosfera inconfondibile (non necessariamente in senso positivo) del Politecnico di Torino, mi ci trattenni ancora per un anno nel post-laurea. Uscito di lì, eccomi ancora a fare il tecnico in un’azienda, dove ho continuato a lavorare in ambito tecnico pertinacemente, fino ai giorni nostri. Questo breve curriculum per farvi capire che ho passato buona parte della mia vita scolastica e l’intera vita lavorativa circondato da quella strana razza che viene correntemente definita “tecnico”, non nel senso di professionista prestato ad incarichi di governo, come è invalso nell’uso del gergo politico, ma nel senso più generico di chi abbia appunto seguito studi tecnici e praticato professioni tecniche. C’è poi chi come il ministro Profumo può assommare entrambe le definizioni di “tecnico”. E’ infatti il Rettore del Politecnico di Torino un ingegnere elettrotecnico che ha passato una vita da ricercatore e da professore, prima di raggiungere infine l’incarico di Ministro.  Di questo però parlerò più avanti, vorrei prima concentrarmi sulla prima definizione di tecnico.
Per anni ho pensato che la fama negativa del tecnico, come una strana sottospecie del genere umano caratterizzata da una mentalità  chiusa e ristretta, fosse priva di fondamento.
Possibile – mi chiedevo – che il tuo modo di essere e di pensare sia così influenzato dal tipo di studio o di professione che svolgi? E perché?
Con gli anni mi sono dato una risposta che mi ha dapprima sconcertato, per poi trovarla sempre più convincente. Il tecnico, da che abbandona gli studi liceali, spesso per lui noiosi, di letteratura, storia o filosofia, non fa che relazionarsi con oggetti: strumenti meccanici, strutture edili, sostanze chimiche, campi elettrici, elettroni o altre particelle subatomiche. Tutta roba che ha caratteristiche, comportamenti, regole, ma che non prova emozioni e che tendenzialmente non sa prendere una decisione che sia una. Se selezioni una struttura portante, la sostanza per una reazione, un semiconduttore adeguato, sai che difficilmente deluderà  le tue attese e se lo farà  sarà  perché hai sbagliato tu a misurarne le caratteristiche, non è stato l’oggetto a deluderti. Così il tecnico pensa anche al mondo sociale, come fosse popolato da oggetti, pensa alle persone come a entità  misurabili, che ricevono degli stimoli in ingresso e che reagiscono in uscita in modo prevedibile e misurabile. Per carità , il comportamentismo ha a lungo analizzato la possibilità  che si riesca a trovare un modello di questo tipo, ma alla fine i risultati di questo filone scientifico sono stati piuttosto deludenti. Eppure l’ingegnere rimane spiazzato dalle difficoltà  che gli esseri umani ti creano quando cerchi di prevederli, quando cerchi di razionalizzarne fino all’osso i comportamenti, quando li pensi come un elettrone che reagisce sempre e comunque in quel certo modo ad un flusso di energia. Ci cadevo anch’io un tempo, quando trovavo tempo perso l’allestire coloratissime e animate slide powerpoint, quando percepivo come una pagliacciata le convention aziendali, quando il concetto di comunicazione, gestione delle risorse, motivazione e simili attività  mi parevano concetti astratti ed astrusi. E invece quegli sgradevoli non tecnici che mi dicevano che sbagliavo avevano assolutamente ragione. Una persona va coccolata, stimolata, emozionata, convinta, affinché faccia quello che desideri faccia. Tutto ciò è forse pochissimo razionale ma purtroppo o per fortuna funziona proprio così.
profumo-pallottoliere-1024x659.jpgTutto questo per dire che ho l’impressione che il trionfalismo con cui Profumo ha commentato l’esito della preselezione per il concorso nazionale insegnante, possa essere il frutto perverso proprio di questo modo di ragionare. L’idea per cui se tizio sa cos’è un monopsonio o cos’è un doppino telefonico o che ora è a Roma mentre Fiona, Gina e Pamela prendono il sole a New York, allora appartiene ad una stirpe eletta sulla quale costruire la scuola di qualità  del futuro, è come la cristiana separazione del grano dal loglio. Il problema è che le persone non sono meri esecutori di semplici proprietà  scientifiche che li governano e che dipendono dalle loro proprietà , le persone sono esseri molto più complessi le cui capacità  hanno numerorissime dimensioni non necessariamente l’una legata o correlata all’altra. Un individuo può essere abilissimo a risolvere quiz matematici, può conoscere perfettamente una lingua straniera, o avere straordinarie capacità  analitiche, ma essere un totale incapace quando si trova di fronte ad una classe di ragazzini urlanti a dover spiegare il teorema di Pitagora o un sonetto di Petrarca. C’è di più: anche se trovassimo un modo migliore per misurare le capacità  teoriche di un essere umano (ed è da dimostrare che ciò sia possibile) ci troveremmo di fronte ad un’altra proprietà  degli esseri umani che i tecnici faticano ad assimilare: gli esseri umani prendono decisioni e quelle decisioni possono anche portarli a decidere di sfoderare le proprie capacità  solo al bisogno e di tenerle per il resto ben nascoste. Un candidato può quindi benissimo sgobbare per qualche anno per passare i concorsi, conseguendo brillanti successi e poi trasformarsi nel più scansafatiche degli insegnanti. Se quindi un’azienda che produca auto può, selezionando meglio il suo controllo di qualità , attendersi legittimamente di avere delle auto migliori, senza doverne seguire le prestazioni dal primo chilometro alla rottamazione, chi invece si aspetti delle performance dalle persone non può aspettarsi che una selezione a priori basti ad avere una miglior qualità  della prestazione, senza un adeguato e continuo controllo.
Abbiamo letto ovunque commenti sulla preselezione al concorso nazionale per insegnanti: le domande erano ambigue,  astruse, spesso formulate male o in modo fuorviante. Soprattutto era poco orientata alle capacità  richieste per essere un buon insegnante. Ma anche se la preselezione fosse stata strutturata in modo più orientato alle capacità  cognitive che un insegnante deve avere, anche se il concorso che ne seguirà  non avesse alcune incomprensibili paradossi (ha senso richiedere una conoscenza dell’inglese e a livello B2 per gli insegnanti della primaria?), rimarrebberro solo delle selezioni teoriche. Il concetto di scuola moderna, di scuola di qualità , nella mia testa si coniuga con un controllo continuo dei risultati di chi insegna, della qualità  quindi della didattica. Sarebbe come se un capo ufficio si vantasse di avere un metodo di selezione delle persone assunte talmente efficace da non avere bisogno poi di verificare come se la cavano i suoi collaboratori quando messi all’opera.
Profumo o il prossimo ministro dell’Istruzione potranno legittimamente parlare di scuola di qualità  quando ci si sarà  messi nella condizione di valutare giorno per giorno l’effettiva qualità  della didattica. Valutare la qualità  di un servizio solo dal metodo di selezione di chi lo eroga è illusione tecnocratica che trovo rasenti francamente il patologico.

Dec 22nd, 2012

Ridacci la destra!

destra-sinistra1.jpgC’era un’illusione che aleggiava nei mesi scorsi, c’era l’illusione che in Italia nascesse un partito di destra. Lo so che in Italia, quando qualcuno dice destra, la mente va subito all’immagine di un manganello ed una camicia nera, ma questa è una delle tante perversioni italiane, per le quali ci sentiamo in dovere di aggiungere ovunque il prefisso “centro” (centro-destra, centro-sinistra, centro-centro) per dare un’aria un po’ più rispettabile alle idee a cui ci riferiamo. Per partito di destra invece intendo un partito conservatore, come ce ne sono in pressoché tutte le democrazie europee, in Inghilterra i Tories, in Germania la CDU, in Spagna il PP, in Francia l’UMP e così via. Ecco, in Francia la ripartizione sinistra/destra è talmente ovvia che si parla più spesso di droite e di gauche che di UMP e PS. In Italia invece un partito conservatore non è mai esistito in realtà : almeno non nella sua storia repubblicana; esisteva un partito-stato come la DC che includeva in sé tutto e il suo contrario e che, non a caso, una volta andato in pezzi ha visto la sua diaspora ripartirsi più o meno equamente tra i nuovi poli creatisi. Il problema è che uno dei poli creatisi dopo il crollo della DC era dominato da un personaggio come Berlusconi la cui unica idea di Stato era quello di uno strumento per la conservazione del proprio potere, per la salvaguardia delle sue aziende e per garantirgli la possibilità  di farsi i fatti propri liberamente. Così chiunque avesse un’idea diversa di Stato, qualunque essa fosse, si spostò dall’altra parte, fino all’espulsione dall’area dominata da Berlusconi, e verso il polo di sinistra, persino di parte degli ex-missini.
Non posso certo dire di essere un elettore di destra: sarà  che la società  mi appare come un’entità  abbastanza dinamica da concepire con difficoltà  l’idea che a governarla sia chi si definisce conservatore, ma mi trovo quasi sempre più facilmente d’accordo con chi manifesti idee progressiste. Però riconosco che una democrazia funziona bene se competono in essa due idee di società  diverse e contrapposte, che operino un reciproco contenimento su un confine sempre in movimento, in modo da tenerci sufficientemente lontani sia da un eccessivo avventurismo che da un eccessivo immobilismo. La nostra democrazia, caratterizzata da vent’anni da una sorta di CLN in funzione anti-Berlusconi, è stata così una democrazia sostanzialmente incompiuta, come in una guerra civile incruenta. Il declino di Berlusconi ha lasciato la scena allo schieramento progressista, ma lasciato anche lo spazio ad un intenso lavorìo per creare una fantomatica entità  “centro-liberale” (sempre perché destra suona male), nella convinzione che il tentativo del PdL di ricostituirsi attorno ad una leadership nuova, spolpato come è stato di qualunque personalità  rilevante dal narcisismo berlusconiano, era destinato al fallimento. Il problema è che in quest’ultimo fronte nessuna personalità  carismatica è riuscita ad imporsi e l’idea di Monti come leader si sta avanzando solo in queste ultime ore, così i voti in uscita dal PdL hanno deciso di andare dritti dritti verso Grillo.
berlusconi_mummia.pngOra che Berlusconi è tornato a reclamare la sua fetta di visibilità , forse preoccupato dall’andamento delle sue aziende, questa vaga speranza sembra svanita. Al di là  dei tatticismi, mi pare chiaro che ritenga di doversi impegnare di persona per sperare di essere ancora in grado di influenzare il prossimo Parlamento. Dico influenzare perché non credo che Berlusconi abbia chance di vincere questa volta, con tutta la scaramanzia del caso non ci credo; però la sua presenza sarebbe probabilmente sufficiente a rendere velleitaria ogni speranza di creazione di un fronte conservatore degno di questo nome. Dirò di più, per un elettore probabile del fronte progressista, come il sottoscritto, questa assenza di novità  nel fronte opposto e la conseguente inevitabile vittoria a mani basse di Bersani, svuoterà  la proposta politica dello schieramento di sinistra e mi aspetto quindi una facile navigazione che non farà  bene al nostro paese.
Insomma, come da una ventina d’anni a questa parte, l’unica speranza è che ci ripensi, che valuti che tutto sommato non è più giovanissimo e forse passare quello che gli resta da vivere nel modo che sappiamo a lui piacere, magari in una delle sue residenze nei paradisi fiscali, non è una cattiva idea; oppure che, come forse le ultime notizie ci lasciano immaginare, di nuovo qualcuno lo inviterà  caldamente a farsi da parte.
L’alternativa ancora sarebbe sperare negli italiani, ovvero che finalmente gli voltino le spalle e lo confinino a percentuali irrisorie, scegliendo un’alternativa, una qualsiasi. Ma temo che questa sarà , ancora una volta, una speranza illusoria.

Dec 14th, 2012

Ma che scuola vuoi?

La situazione della scuola italiana, vista dall’esterno, è un ribollire di conflitti più o meno armati, una guerra non dichiarata tra il Ministro in carica e il personale scolastico, con scontri, incontri, accordi e colpi bassi.
Gli ultimi round si sono combattuti nelle ultime settimane sulle ore di lezione degli insegnanti di scuola media, che il Ministro Profumo aveva proposto di aumentare da 18 a 24. Considerando che più ore di lezione significano più classi, quindi più compiti da correggere, più colloqui con i genitori, più riunioni eccetera, l’aumento di orario effettivo poteva realisticamente essere ben maggiore di 6 ore. Anche il più inflessibile negriero stenterebbe a proporre ai suoi schiavi un aumento di un terzo dell’orario di lavoro senza nemmeno una fetta di pane in più nel rancio, ma Profumo non è sembrato in un primo tempo porsi il problema; poi però ci ha ripensato e ha deciso di soprassedere per il momento. Alla fine l’aumento di orario è saltato, questo soprattutto per bloccare lo sciopero della scuola previsto per il 24 Novembre. Oltre all’aumento il governo si è giocato, per fermare i sindacati, un’apertura sugli scatti di anzianità  per gli insegnanti, lo sblocco però al momento pare destinato a gravare per la maggior parte sui fondi di istituto, ovvero il denaro necessario per le attività  scolastiche, quindi l’insegnante rischia di avere più soldi in tasca ma di non avere gli strumenti per insegnare. Insomma la guerriglia continua.
Come per molte guerre che si trascinano da anni la domanda che viene da farsi è “Perché?”, ovvero qual è l’obiettivo finale di questo lavoro ai fianchi che il Ministero dell’Istruzione, Università  e Ricerca sta compiendo da anni sugli insegnanti.
Che il Ministro precedente, Mariastella Gelmini, fosse stata messa lì solo come curatore fallimentare di una Scuola la cui utilità  il capo di quel Governo non aveva chiara, è evidente e non mi sorprende quindi che non ci fosse un piano che non fosse di sottrarre alla scuola progressivamente risorse. Stento a credere invece che un personaggio come Profumo non abbia un piano: magari il suo piano non lo condividerei, ma sarebbe già  consolante ne avesse. Possibile invece che non abbia in testa un’idea di come dovrebbe essere la Scuola italiana del terzo millennio? Se ce l’ha certamente non l’ha lasciata trasparire nei mesi in cui ha ricoperto il dicastero.
Di idee se ne possono proporre tante: iniziamo con il dire che la scuola di oggi è diversa da quella di vent’anni fa, non c’è crescita demografica da molti anni e il reclutamento di insegnanti deve essere certamente ripensato. Ho l’impressione che in un mondo dove le informazioni sono facilmente reperibili, la funzione di semplice trasmissione delle informazioni è irrilevante e l’insegnante deve diventare soprattutto un attivatore delle attitudini dei ragazzi e un controllore dei loro progressi. L’insegnante che recita la lezione leggendo dal libro non era un bello spettacolo ai tempi dei miei studi, oggi diventa davvero un anacronismo. A proposito di insegnanti qualcosa di cui si parla da anni è il premio al merito, ma verso questa idea sono stati fatti davvero pochissimi passi e non si capisce anche qui quale sia il punto di arrivo: un pagellino per ogni insegnante? E redatto da chi? Dal dirigente di riferimento? Da una commissione super-partes? O dal risultato dall’immancabile test a crocette? E in quest’ultimo caso il test va somministrato all’insegnante o ai suoi studenti? La risposta a queste domande fa molta differenza ovviamente: il test a crocette come sempre è difficilmente contestualizzabile (gli stessi risultati possono essere un miracolo in una scuola di una periferia disagiata e un fallimento in una scuola di una zona residenziale abbiente) e per controllarne eventuali abusi è necessario comunque un controllo (altrimenti, come oggi per il Test Invalsi, faccio circolare le risposte esatte e nella mia scuola o classe risultano essere tutti dei geni). Però se ci vuole invece un controllo bisogna tener presente che la commissione super-partes costa e che il giudizio del dirigente presuppone una struttura dirigenziale della scuola diversa da quella attuale, nella quale i dirigenti spadroneggiano sul proprio orticello come dei piccoli Gauleiter, con potere assoluto su tutto e tutti. Per trasformare tali personaggi in appassionati del merito occorre una struttura di controllo che premi le scuole che funzionano meglio, anche questo costa, ma d’altronde anche una scuola inefficiente costa: una scuola in cui insegnanti ignoranti e sfaccendati fanno danni e altri bravi e competenti rimangono nel precariato è una scuola che costa alla collettività .
Rimane poi il fatto che anche il dirigente con le migliori intenzioni non può che reclutare i suoi insegnanti in base alle graduatorie e non è inutile chiedersi se le graduatorie riflettono davvero il merito. Al di là  infatti dell’impossibilità  pratica di misurare, in un qualunque genere di test, le capacità  effettive di insegnamento, cosa che obbliga il ministero a misurare gli insegnanti sulla base delle competenze teoriche, c’è l’annoso problema dei concorsi fasulli, delle raccomandazioni, di quelli che copiano senza che nessuno li sanzioni. Anche qui forse servirebbero controlli più capillari, commissioni più numerose e variegate, tutte cose che costano naturalmente. L’alternativa potrebbe essere il prendere atto del fallimento delle graduatorie e dei concorsi nazionali e indirizzare la scuola verso una svolta in senso cooptativo, ovvero una modalità  selettiva per la quale le nomine sarebbero effettuate dal dirigente scolastico selezionando soggettivamente l’insegnante che ritiene più adatto per il posto vacante. E’ un meccanismo che vige in ogni azienda e se vige è perché evidentemente funziona abbastanza bene, però presuppone un apparato di dirigenti scolastici con un certo approccio rispetto al merito, altrimenti ci ritroveremmo scuole ridotte a corti di insegnanti incapaci ma conniventi con un dirigente che fa i comodi propri, e qui torniamo al tema del controllo sui risultati dei dirigenti.
Un altro tema sulla scuola che spesso è dibattuto è l’indirizzo di studi. Se ci sono esponenti del governo che credono opportuno ricordare agli studenti che non devono aspettarsi necessariamente di poter lavorare su ciò che hanno studiato, a qualcuno potrebbe venire il dubbio che questa illusione sia instillata negli studenti da un sistema scolastico che tende, in ogni campo del sapere, a specializzare fortemente gli studenti, a partire dalle molteplici scuole secondarie superiori, per non parlare delle infinite specializzazioni universitarie. E’ legittimo chiedersi perché un sistema scolastico ti porta alla più esasperata delle specializzazioni per poi gettarti in un mondo del lavoro in cui dovrai fare la prima cosa che ti capita. Il sottoscritto si è laureato in ingegneria elettronica una ventina di anni fa e ha da allora, pur lavorando sempre in ambito tecnico, sfruttato una parte davvero minima di quanto appreso, facendo invece corsi su corsi di comunicazione, psicologia del lavoro e dell’organizzazione, economia; questo con buona pace di personaggi che da anni farneticano sull’inutilità  di taluni corsi di laurea e l’indispensabilità  di talaltri. E allora forse può essere il caso di domandarsi se non sia il caso di avere una formazione più interdisciplinare, nella quel ogni laureato ha una infarinatura di diverse discipline, tale da essere indotto a non trovare poi così disdicevole fare cose diverse dalla propria specializzazione.
491px-pier_luigi_bersani.JPGNon voglio qui disegnare la scuola del futuro. Non ho la competenza né l’esperienza per farlo ma mi aspetto che chi ce l’ha si sia posto alcuni se non tutti gli interrogativi sopra esposti. Perché allora non è in grado di formulare un progetto complessivo di riforma della scuola, che non sia solo una sequenza infinita di tagli ai costi? Forse proprio perché ristrutturare la scuola avrebbe dei costi, che forse sarebbero recuperati nel tempo, ma che in primis richiederebbe un’esposizione economica e oggi nessuno ha voglia di impegnarsi a farlo.
Lasciamo perdere il passato (Gelmini e suoi predecessori) e il presente (Profumo, minsitro di un Governo ormai dimissionario) e guardiamo al futuro. Chi oggi annuncia la sua candidatura per governare il nostro paese, candidature che presumibilmente verrà  accettata dagli italiani, deve dirci che scuola ha in mente.
La scuola è uno dei capitoli più importanti della vita di ognuno di noi e, come elettore, mi è difficile pensare di votare per chi lasci un punto interrogativo su quest’area, come colpevolmente è stato fatto alle primarie PD. Di qui a Marzo, se si voterà  a Marzo, come elettore mi aspetto che chi cerchi il mio voto mi spieghi come rispondere alle suggestioni che ho posto sopra e che idea ha della scuola del futuro. Chi pensi alla scuola che formerà  mia figlia come ad un limone, nel quale forse c’è ancora qualcosa da spremere, si scordi di avere il mio consenso.

Dec 11th, 2012

Priorità su cui riflettere

Mi piacerebbe poter parlare del derby di Sabato scorso in termini calcistici, ma utilizzo il poco tempo a disposizione per parlarne in termini purtoppo meno festosi. Da Domenica sulla maggior parte dei siti informativi infuria il dibattito sul vergognoso striscione apparso Sabato in Curva Scirea (la curva dello Stadio Juventus dedicata, ironia della sorte, proprio ad un celebre giocatore scomparso prematuramente in un incidente) a proposito della tragedia di Superga. Come chi segue questo blog sa, sono molto sensibile alla abitudine aberrante diffusa negli stadi di ironizzare sulle tragedie personali e non cambia nulla, per il sottoscritto, che si parli di Superga, Heysel o della tragedia personale di chi in un momento di crisi prende una decisione estrema. Non tollero i due pesi e due misure che spesso tifosi da una parte e media dall’altra operano in questo campo e vorrei che la giustizia sportiva fosse molto più pesante di quello che è attualmente, possibilmente senza distinzione di tragedie e tragedie. Capisco che per una società  calcisitica sia difficile intervenire, ma ci deve provare; qualche settimana fa ho visto con i miei occhi che ad un ragazzo non lontano dal mio posto allo stadio è stato proibito di esporre durante l’inno una sciarpa con scritto “Inter ti odio”: forse la restrizione era un po’ eccessiva ma la strada è giusta.
Non vale a nulla nemmeno sottolineare che il tam tam mediatico ancora una volta si è sollevato perché c’era di mezzo la Juventus: è successo sempre, per il doping, per i rapporti con la classe arbitrale, per il razzismo, ora per il cattivo gusto. Il fatto che la Juventus sia sempre sottoposta ad una pressione mediatica superiore a quella delle altre società , è ciò che la costringe ad essere sempre un passo avanti agli altri. Non a caso questo è stato il primo caso che mi ricordi in cui un Presidente di società  si è sentito in dovere di condannare uno striscione del genere. Meglio quindi fare autocritica e isolare chi ha esposto quello striscione che fare superfluo vittimismo.
scontri-a-torino.jpgTutto ciò premeso, sono rimasto sbigottito nello scoprire solo Lunedì mattina che Sabato sera un signore di 49 anni è finito all’ospedale con il cranio fracassato, solo perché si è trovato nel posto sbagliato con la sciarpetta sbagliata. Sono rimasto sbigottito purtroppo non perché non sia mai successo prima, ma perché la vicenda è rimasta nascosta nei notiziari e nei siti on-line, oscurata dalle discussioni sugli striscioni di cattivo gusto. Il cattivo gusto va combattuto e contrastato, ma non possiamo arrivare all’estremo aberrante in cui un cranio fracassato non fa più notizia o ne fa comunque meno dell’idiozia di alcuni abitanti di una curva. Quando Fulvio Bianchi, su Repubblica, a proposito dello striscione su Superga, si chiede dove fosse la polizia, io gli risponderei che avrei voluto che la polizia fosse a proteggere cittadini come Enrico C.
Portare il modello di “politicamente corretto” alle estreme conseguenze per cui uno striscione possa far più male di un tirapugni è una degenerazione a cui dobbiamo a mio parere porre un freno. Ben venga la condanna a chi ha esposto quello striscione, ma permettemi di levare alta la mia condanna soprattutto a chi ha aggredito il signor Enrico e di biasimare anche quei giornalisti per i quali un signore di Torino che versa in gravi condizioni all’ospedale è un fatto di nessuna importanza.

Dec 5th, 2012
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