L’altra casta
Da anni una delle più delle più comuni letture della vita pubblica italiana è quella della “Casta” ovvero la rappresentazione della classe politica come di un gruppo intento prima di tutto a difendere i propri privilegi e, solo secondariamente, a svolgere il proprio ruolo. Le stesse caratteristiche però le possiamo trovare in realtà in molti altri contesti e altre professioni. Da un po’ di tempo noto tuttavia che in pochi casi tale fenomenologia sia così sviluppata come nell’ambito della professione giornalistica.
L’opinione pubblica non manca di indignarsi (giustamente) quando scopre che, di fronte ad una richiesta di autorizzazione a procedere per un deputato, di fronte ad un’inchiesta sulla politica, si crea spesso un fronte difensivo trasversale di esponenti dei diversi partiti pronti a brandire lo scudo dell’immunità o a sfruttare tutta la propria visibilità mediatica per attaccare la “magistratura politicizzata”, questo indipendentemente dall’appartenenza politica o da ogni analisi del caso specifico. Eppure anche quando in questi giorni è stata resa definitiva la condanna del direttore de Il Giornale Sallusti a 14 mesi di reclusione, lo stesso fenomeno si è manifestato all’interno del mondo della stampa: un’adesione trasversale alle ragioni del giornalista, in nome della libertà di stampa, caratterizzata da un’analisi molto superficiale, per non dire nulla dei fatti.
I fatti sono i seguenti: il 17 Febbraio del 2007 il quotidiano “La Stampa” pubblica, con scarsissima professionalità , un articolo (scritto tra l’altro abbastanza male) nel quale si parla di una ragazza che era stata ricoverata all’ospedale Regina Margherita di Torino in stato di shock a causa dell’aborto impostogli, apparentemente contro la sua volontà , dai genitori e dal giudice del Tribunale dei Minori. La giornalista Grazia Longo raccoglie il parere, probabilmente un po’ avventato, del primario, insieme agli sfoghi della ragazzina e lo riporta come fosse una notizia. Pressata dalle rettifiche pubblicate dall’ANSA, La Stampa già il giorno dopo rettificava indicando che, contrariamente a quanto sostenuto, la ragazza aveva dato il suo consenso all’aborto, e che nessuna costrizione era venuta dal giudice, interpellato solo per aggirare la necessità del consenso del padre, tenuto all’oscuro della vicenda. Il presidente del Tribunale di Torino, Mario Barbato, invierà poi una lettera al quotidiano torinese in cui chiarirà ulteriormente la situazione.
Successivi approfondimenti rivelavano contorni certamente molto complessi, i genitori (in realtà adottivi) erano separati, la ragazza aveva dei problemi caratteriali pregressi e il trauma dell’aborto li ha solo accentuati. Insomma una vicenda talmente complessa e drammatica, che il solo pronunciarsi sulla stessa (in qualunque modo) può essere dimostrazione di scarsa sensibilità . Nel frattempo però Il Giornale aveva pubblicato il pezzo di un anonimo Dreyfus (poi rivelatosi essere il famigerato Renato Farina) il quale, dando per certe le prime notizie, si scagliava contro giudice e genitori invocando per costoro niente meno che la pena di morte. Si può pensare quello che si vuole del contenuto dell’articolo e della maledizione scagliata verso i malcapitati, ma alla base dell’articolo c’era una notizia innegabilmente falsa. Come reagiva allora la redazione de Il Giornale? Scuse? Giammai… Rettifiche? Nemmeno quelle… Alla fine Sallusti, quale Direttore Responsabile, si beccava una bella denuncia per diffamazione ma anche lì, nemmeno una scusa, un “mi dispiace” di aver contribuito a mettere in croce chi di croci ne aveva già abbastanza. Alla fine di questa aberrante storia arrivava quindi una condanna che ha determinato una levata di scudi della stampa italiana.
Sallusti non è propriamente un galantuomo e non credo stia simpaticissimo a quelli che non condividono le sue aderenze politiche, eppure anche un giornalista decisamente a lui non vicino come Ezio Mauro parla di “sentenza scandalosa” e aggiunge “Non si può andare in galera per un’opinione, anzi per il mancato controllo su un’opinione altrui“. Se ragioniamo in termini di contrapposizione politica tenderemmo quasi a fidarci di Mauro e a prendere per buona la sua versione. Purtroppo per Mauro e per quelli che, come lui, sono corsi al capezzale del collega condannato, la sentenza non ha nulla a che vedere con l’espressione di un’opinione e il mancato controllo non è stato su un’opinione ma su una notizia. L’invettiva contro i presunti rei (questa sì un’opinione per quanto aberrante) avrebbe potuto semmai configurare l’istigazione alla violenza o apologia di reato ma non certo la diffamazione che è invece oggetto della condanna. Il reato di diffamazione, per il quale Sallusti è stato condannato, è scattato invece a causa della diffusione di una notizia falsa e della mancata rettifica successiva. Si tratta semplicemente di un’evidente violazione della più elementare deontologia professionale. Sarebbe come se un ingegnere che ha firmato il progetto di uno stabile poi crollato consideri il reato che gli viene contestato come un reato d’opinione, perché lui aveva espresso l'”opinione” che lo stabile era ben progettato. Mi dispiace per Sallusti e per i giornalisti che gli tengono bordone ma chi scriva su un giornale ha una responsabilità enorme e quanto scrive può fare danni paragonabili a quelli che può fare un ingegnere civile malaccorto. E allora è giusto, anzi doveroso, che quando quei danni sono legati ad una manchevolezza nell’espletamento del proprio dovere professionale, il giornalista ne risponda penalmente. Qui per di più la manchevolezza è talmente reiterata da far pensare che sia intenzionale e studiata, per affermare una condizione di intangibilità che, da cittadino, non mi sento di accettare.
Quello che però più mi colpisce non è la difesa scomposta di Sallusti, ma la rivolta corporativa. Mi pare inverosimile che ognuno dei tanti giornalisti tutt’altro che vicini a Sallusti che si è ribellato alla sentenza e che ha chiamato in causa un presunto “reato d’opinione” fosse non informato sui fatti. Ho piuttosto l’impressione che la maggioranza di costoro siano spinti (scientemente o forse inconsciamente, chissà …) a violentare la realtà dei fatti in nome di un superiore interesse corporativo sentito come talmente primario da far perdere di vista i contorni e i vincoli che la professione di giornalista comporta. Anche qui l’analogia con l’autodifesa che spesso la politica mette in atto, invocando valori supremi, per difendere meri privilegi, risulta immediata. L’unica differenza, preoccupante, è che se il corporativismo della politica è un malcostume che spesso viene denunciato dal sistema dell’informazione, mi vien da chiedermi chi denuncerà il corporativismo dell’informazione. Bella domanda…
La tessera del tifoso del PD
Il Partito Democratico in queste settimane sta incessantemente discutendo sul come, sul quando e sul “con chi” fare le primarie. La confusione regna comprensibilmente su queste discussioni, comprenibilmente visto che le primarie sono un bel giochetto che non si è mai voluto normare in modo chiaro e quindi risultano essere, ad ogni occasione in cui possano rendersi utili, qualcosa che ha le sembianze di una gentile concessione che il Partito fa ai suoi potenziali elettori. Ultimamente nel Partito si è diffusa la preoccupazione, per non dire psicosi, circa un possibile risvolto negativo delle primarie: una quota dei partecipanti alle primarie potrebbero essere in realtà elettori di altre parti politiche che partecipano al voto per sabotare il PD, votando per il candidato più “debole” allo scopo di farlo vincere e di ridurre in tal modo le probabilità dello schieramento di vincere le elezioni.
Questo scenario mi lascia francamente perplesso: possibile che i “guastatori” siano così tanti da arrivare a sovvertire l’esito del voto? Possibile che gli attivisti delle altre parti politiche siano così tanti da spostare sensibilmente la volontà della base di possibili elettori PD? Uno dei casi a cui si riferimento è quello del successo alle primarie del centrosinistra a Palermo di Fabrizio Ferrandelli, poi surclassato al ballottaggio da Leoluca Orlando che si era sfilato dalla coalizione dopo le primarie. Secondo molti Ferrandelli avrebbe vinto grazie ai voti di elettori del centrodestra. L’ipotesi è tutta da dimostrare anche perché, secondo i flussi elettorali, sia gli ex-elettori del PdL che quelli dell’MPA hanno votato alle elezioni comunali molto di più per Orlando che Ferrandelli. Insomma ho la franca impressione che quella degli infiltrati sia una scusa per attaccare un sistema, quello delle primarie “aperte”, che non piace perché tende a portare alle primarie grandi affluenze e a far pesare meno gli attivisti del partito che ovviamente non sono affatto contenti.
Sia come sia, il rimedio che si è pensato per sventare l’attacco dei “guastatori” è quello di far sì che coloro i quali vanno a votare alle primarie si vedano includere in un apposito “albo degli elettori del PD”, in una soluzione che ricorda un po’ la tessera del tifoso inventata da Maroni per gli appassionati di calcio. Non sono mai stato un feddayn della privacy, non credo che mi vedrò mai sbattere una porta in faccia perché sono sull’albo degli elettori di un partito, ma non mi piace il principio. Continuo a rifuggire l’idea che il partito sia un club a cui mi iscrivo (a meno natrualmente che io non decida di militarvi attivamente), il partito politico è e deve essere, nel mio modo di vedere, un fornitore di servizio che, sotto la bandiera di una miscela di principi generali, mi fa una proposta di governo alla quale posso aderire o che posso respingere, non differentemente da chi mi propone di rifare il pavimento del mio soggiorno con il parquet piuttosto che con le piastrelle o il marmo. Conseguentemente non sono e non sarò mai un “elettore” di un qualunque partito. Ci sono certamente dei partiti per cui credo non voterò mai, ma non ci sono e non ci saranno partiti di cui sono “elettore”, semmai “elettore potenziale” ma a patto che l’offerta che mi fanno sia di mio gradimento, e l’offerta che il PD mi farà dipende anche da chi vince le primarie.
Se dovessi quindi andare a votare alle primarie del PD ci andrò quindi da “potenziale elettore” non da “elettore” e se qualcuno mi chiederà di firmare un foglio in cui si dice che alle prossime elezioni voterò per il PD, o lo si sottointende, gli restituirò la matita copiativa e me ne tornerò a casa senza aver votato. Vedete un po’ voi…
I due regolamenti
E’ ben noto che l’italiano presenta una relazione sempre problematica con le regole. Uno dei rimedi che spesso adotta per farsi una ragione del fatto che esista il concetto di regola è crearne due diverse: una che vale per sé stesso e una che vale per gli altri. Così l’italiano riesce a trovare accettabile passare con il rosso ma strombazzerà e svillanerà chi gli tagli la strada quando ha il verde, troverà accettabile lasciare che il proprio cane si liberi sul marciapiede, ma maledirà il padrone del cane il cui bisogno ha pestato, proprio con le scarpe nuove. Siccome l’italiano medio è anche appassionato di calcio non mancherà di applicare questo approccio alla sua passione per il pallone, spesso introducendo ai primi due regolamenti (quello per la propria squadra e quello per le altre) un terzo regolamento, quello per la squadra antipatica, la rivale cittadina o comunque l’avversario diretto.
Mi sucscita tutto questo ragionare l’acceso dibattito calcistico di questo periodo circa il posizionamento dell’allenatore della Juventus Conte, squalificato dalla giustizia sportiva per dieci mesi, per omessa denuncia, in circostanze di cui questo blog ha già parlato. Da che calcio è calcio la squalifica dell’allenatore ha in realtà poca rilevanza, questo proprio perché la giurisdizione della Federazione è limitata al cosiddetto “recinto di gioco”, ovvero al campo e alla zona, larga qualche metro, che circonda il campo e che è delimitata solitamente da un recinto nei campi dilettantistici o dagli spalti negli stadi (zona dove infatti possono accedere solo i tesserati abilitati a farlo). La Federazione non ha giurisdizione su quanto accade sugli spalti e tantomeno accade durante la settimana nei campi di allenamento delle varie squadre, mentre il ruolo dell’allenatore si esplica soprattutto negli allenamenti in settimana, nel preparare tecnicamente la partita, molto di meno durante lo svolgimento del gioco. Così stando le cose non c’è nessuna regola federale che possa impedire ad un allenatore squalificato di osservare la partita dalle tribune né tantomeno di partecipare agli allenamenti o addirittura dirigerli, né così è mai stato nel passato. Al contrario c’è chi nel passato non ha cercato comunque di dirigere la squadra in campo, nonostante la squalifica, tramite messaggi alla panchina (comportamento invece vietato), ricevendo in qualche caso una sanzione in altri no, nella logica dei figli e figliastri abituale per la Federazione Gioco Calcio.
Nessuno però si era mai sognato sinora di invocare l’inibizione ad un allenatore di andare in tribuna, né si era ribellato alla possibilità che allenasse la squadra in settimana. Il panico in cui a fuoriuscita, dopo sei anni, dello scudetto dalla cerchia dei Navigli ha gettato il mondo dell’informazione ha però indotto molti commentatori ad assumere, nei confronti di Conte, il terzo regolamento di cui sopra ed ecco cominciare a diffondersi un po’ di maretta sul tema. Zeman, che quando si tratta di fare il protagonista a spese altrui non si tira mai indietro, è partito subito all’attacco sostenendo che Conte non dovrebbe potere allenare la Juve nemmeno in settimana. Se qualcuno ha preso le distanze dal boemo molti non l’hanno fatto e così l’indignazione a comando si è propagata a valanga nel mondo del calcio ed ha portato un gruppo di tifosi fiorentini, alla vigilia del match con la Juve, a scrivere una lettera aperta alla Federazione invocando un intervento della stessa per reprimere il comportamento “furbesco” di Conte, senza nemmeno rendersi conto che tale comportamento è quello che ogni allenatore squalificato attua e invocare un trattamento diverso significa invocare per Conte una regolamento diverso da quello applicato a chiunque altro. Siccome però la sfrontatezza non ha limiti mi è capitato Sabato Sera su Radio Uno di sentire i tre commentatori del programma Sabato Sport Marco Tardelli, Filippo Grassia e Emanuele Dotto concordare sul fatto che “Se esiste una regola questava rispettata e quindi Conte non può allenare la Juve in settimana“. Ed ecco come per magia sorgere dal nulla il simulacro di una regola mai esistita, il tutto da commentatori nientedimeno che della RAI.
Come sempre ci sarebbe da ridacchiare, da riflettere con sarcastica serenità sulla natura umana e su quella italiana. Si potrebbe fare tutto ciò, non fosse che questi signori elaborano le loro regole creative mentre sono profutamente stipendiati da denaro pubblico, compreso quello del canone televisivo. Ovvero, come tanti altri, sentono un mandato pubblico non come un’occasione per rendere un servizio alla collettività , da interpretarsi con la massima serietà e zelo, ma come un’occasione da non farsi sfuggire per spassarsela pagati dalla collettività . Quello francamente fa meno ridacchiare e dà meno serenità .
La grande beffa
C’è una beffa che sono convinto abbia avuto per scena, almeno una volta, in qualunque scuola superiore italiana e che credo faccia parte dell’esperienza della maggior parte degli studenti liceali. Ad un certo punto entra qualcuno in classe, chiede udienza al docente, i due si mettono a parlottare, dopodiché il docente si rivolge alla classe dicendo qualcosa come: “Purtroppo dobbiamo uscire tutti un momento. Vi prego di farlo con calma, è solo una precauzione”. Sotto questa strana richiesta si nascondeva una semplice telefonata anonima giunta alla scuola, che annunciava che nell’istituto c’era una bomba pronta ad esplodere. Non servivano particolari o dettagli, non c’era il tempo di verificare la veridicità della telefonata: il rischio di aver considerato la cosa uno scherzo di cattivo gusto era comunque troppo elevato e la responsabilità obbligava il Preside ad evacuare tutta la scuola e a bloccare le lezioni per buona parte della giornata. Che fosse una semplice burla o un tentativo di qualche studente sfaccendato di evitare un’interrogazione o un “Compito in classe” non si riusciva a capirlo: la cosa certa è che ai tempi delle cabine telefoniche era facilissimo chiamare senza rischi di essere rintracciato e la beffa funzionava benissimo con costi davvero contenuti per gli organizzatori.
Le ultime settimane ci hanno fatto scoprire come il mondo di oggi offra la possibilità di organizzare una beffa addirittura su scala planetaria, anche se gli effetti in questo caso sono ben lungi dall’essere incruenti. Apparentemente è bastato che un sparuto gruppo anti-islamico americano radunasse qualche attore di secondo piano, girasse qualche scena e montasse un trailer in cui si vede un Maometto dedito ad alcool e donnine (a cui a quanto pare non è nemmeno seguita la realizzazione del film vero e proprio) ed una rivolta si è scatenata a partire dai paesi del Nord Africa, per diffondersi in tutto il mondo islamico. Me li immagino i ragazzotti autori della beffa a compiacersi del risultato che da una parte mette in seria difficoltà nel mondo arabo i fautori di processi di modernizzazione, accusati ora di essere complici di blasfemi e senzadio, dall’altra rialimenta in occidente i peggiori pregiudizi nei confronti del mondo arabo, tornato quello estremista e instabile a cui eravamo abituati, secondo molti incompatibile con democrazia e modernità , il tutto con sommo gaudio dei poteri assoluti del mondo islamico, i quali vedono l’estremismo religioso come una buona ragione per poter perpetuare il proprio potere.
E’ il paradosso di un mondo contemporaneo che vive a nervi scoperti. Vive sicuramente a nervi scoperti il mondo arabo in cui si muovono conflitti profondi. Da una parte ci sono i governanti assoluti ancora in sella che cercano disperatamente di difendere le proprie posizioni (e non a caso la rivolta è stata fatta partire proprio dai paesi in cui la democrazia ha mosso recentemente i primi passi), ci sono gli apparati militari che in un contesto pacificato temono di vedere il proprio potere ridimensionato, ci sono le gerarchie religiose terrorizzate dalla laicizzazione del paese, ci sono i gruppi terroristici che ormai considerano la guerra santa come un fruttuoso business, e poi ci sono le masse dei diseredati facilmente manovrabili da chi gli può offrire un po’ di vantaggi immediati (denaro, piccole posizione di potere ecc.). Sull’altro fronte c’è invece l’ampia borghesia dei professionisti, dei piccoli imprenditori o dei lavoratori qualificati che spinge per una modernizzazione del paese, per una distensione con l’occidente, per un superamento dei vincoli che la religione impone, per un’inclusione della donna nel mondo del lavoro e della politica. Ma i due fronti non sono così definiti, chi spinge per la modernizzazione non lo fa necessariamente da un posizione laica, chi teme la laicizzazione non necessariamente rifiuta la modernità tout court. Questo genera incertezze e tensioni che non sempre sfociano in un conflitto aperto ma che generano un conflitto che cova sotto la cenere dell’opinione pubblica, pronta a cambiare idea ad una minima sollecitazione esterna, conflitto che è pronto ad esplodere alla minima ondata emotiva.
E’ vero però che i nervi tesi ce li abbiamo tutti, anche le società occidentali apparentemente più a loro agio con la modernità , risultano spesso scosse oltremodo da ogni nuova notizia. Ho l’impressione che tutta questa instabilità possa avere tra i colpevoli quella rete che per altri versi ci piace tanto. Se milioni di musulmani che cliccano sul video antimaometto su Youtube generano una rivolta di piazza, è anche vero che milioni di risparmiatori che cliccano sul trading online generano un tracollo dei mercati, e milioni di navigatori che guardano le ultime notizie si possono convincere che una notizia falsa sia vera. Sono valanghe emotive dalla forza devastante che si autoalimentano e che generano reazioni eccessive proprio a causa della velocità con cui si formano che non dà il tempo all’emotività di stemperarsi. Dobbiamo rassegnarci, credo, ad un mondo nel quale la stabilità sarà per forza un concetto relativo. Forse dobbiamo rallegrarci perché un mondo meno stabile è un mondo meno controllabile, ma rischia anche di essere un mondo più violento.
Per il momento attendiamo con fiducia che le ondate emotive nel mondo islamico cessino, auspicando che magari siano state una buona occasione per chi vive in quei paesi e crede nella possibilità di quei paesi di abbandonare povertà e arretratezza di isolare le frange salafite e di dimostrate all’opinione pubblica che devono avere paura di queste ultime e non della democrazia. Certo che le vittime che questa vicenda lascia sul campo ci ricordano quale devastante arma possa essere l’informazione e con quanta cautela dobbiamo quindi maneggiarla.
Cittadinanza onoraria e stupidità ordinaria
Ho avuto qualche esitazione nello scrivere questo pezzo, perché la vicenda di cui vado a scrivere mi pare di una stupidità sconvolgente, ma alla fine coinvolge il consiglio comunale di una delle principali città italiane, ex-capitale e città in cui sono nato e di cui mi sento parte, quindi non mi riesce di fare semplicemente spallucce come la cosa forse meriterebbe. Qualche tempo fa il consigliere comunale di Torino Ricca ha proposto l’attribuzione della cittadinanza onoraria della città a Alessandro Del Piero. La cittadinanza onoraria di solito viene concessa per i motivi più disparati ma in genere legati al lustro o alla notorietà che la persona in oggetto ha dato alla città . E’ difficile negare che i molti successi in Italia e nel mondo che Del Piero ha conseguito non abbiano dato notorietà a Torino: quando vai in giro per il mondo e parli di Torino pochi sanno che è stata la capitale di un Ducato prima e di un Regno di secolare storia e che fu poi la prima capitale d’Italia, che c’è il secondo museo egizio più grande del mondo, che è la capitale italiana del cioccolato, che è sede di una delle più antiche università europee, che è sede della FIAT: molti di più sanno che è la città della Juventus e questo anche grazie ai successi propiziati da Del Piero.
Certamente il calcio non è da considerarsi un’attività delle più costruttive, delle più basilari nello sviluppo di una comunità ; ma la cittadinanza onoraria non è il premio Nobel, non viene solitamente attribuita solo sulla base dei successi in determinate discipline che si ritengono fondamentali per lo sviluppo scientifico o culturale della società . Conseguentemente anche personaggi noti per motivi considerabili più “fatui” ne hanno beneficiato. Hanno ricevuto la cittadinanza onoraria di vari comuni italiani: Panariello, Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Vasco Rossi, Zucchero, Antonello Venditti (vedi a fianco) e perfino Belen Rodriguez. Nell’ambito del calcio gli esempi sono vari: Prandelli è cittadino onorario di Firenze, l’intera rosa della Reggina che nel 2006-07 si salvò miracolosamente, pur partendo con sei punti di penalizzazione, fu insignita dell’onorificenza dal Comune di Reggio Calabria, Diego Milito è cittadino onorario del paese della Calabria di cui è originario, Doni era cittadino onorario di Bergamo prima che l’onorificenza venisse ritirata in conseguenza del suo coinvolgimento nel calcio scommesse, il portiere del Toro Gillet è cittadino onorario di Bari. All’estero non deve essere molto diverso se è vero che il ciclista Franco Ballerini è cittadino onorario di Roubaix. Apparentemente la cittadinanza onoraria ha costi praticamente nulli per la città , se non la cerimonia di consegna. Insomma i successi di Del Piero e l’attaccamento dimostrato nello scendere con la squadra in Serie B potevano in linea di massima giustificare che un simile trattamento fosse riservato anche al popolare Alex, senza che la cosa destasse scandalo anche nei più calciofobi. Potevano, dico, se non fosse che nulla in Italia può esimersi dal suscitare discussioni e polemiche, nemmeno quanto di più ovvio e triviale ci possa essere. Ecco quindi nascere le prime spaccature sulla questione, intrise di un cospiscuo benaltrismo. Intendiamoci: anch’io, pur appassionato di calcio, trovo più costruttivo che un riconoscimento del genere venga attribuito a Aung San Su Kyi o a Ernesto Olivero, ma il calcio è un fenomeno socialmente abbastanza importante da non poterlo ignorare e se è puerile trattare i calciatori come eroi lo è altrettanto considerarli dei paria indegni di ogni tipo di riconoscimento.
Insomma, se davvero l’oggetto del contendere fosse l’opportunità di concedere la cittadinanza onoraria ad un calciatore, la discussione mi suonerebbe oziosa e superflua, denuncerebbe probabilmente una preoccupante assenza di temi più importanti da discutere per chi ha un mandato elettivo, ma come mero esercizio intellettuale rimarrebbe almeno nei confini del rispettabile. La scoperta agghiacciante però l’ho fatta quando ho scoperto (ma spero ancora in una smentita degli interessati) che la linea lungo la quale si è spaccato il Consiglio Comunale non è tra sinistra e destra, progressisti e conservatori, liberisti e statalisti o anche solo tra calciofili e calciofobi, ma tra tifosi juventini e granata. Ho quindi la netta impressione che, se al posto della cittadinanza onoraria a Del Piero si fosse discussa quella a, che so, Paolino Pulici, chi oggi fa esercizio di benaltrismo sarebbe lì a sottolineare invece l’importanza sociale del calcio e chi sostiene a spada tratta la proposta elencherebbe invece una lunga lista di fini intellettuali da premiare ben prima di un volgare calciatore.
Quel che se ne conclude è che anche le fini menti che, sulla base del consenso popolare, occupano gli scranni del Consiglio Comunale di una grande città , quando sono chiamati a prendere una decisione, riescono alla fine solo e soltanto a seguire la propria bandiera, con lo stesso acume e discernimento con il quale una pecora belante segue il bastone del suo pastore.
Parigi è Parigi e l’Italia è l’Italia
Ogni tanto ci possiamo prendere piccole soddisfazioni nei confronti dei cugini francesi, però c’è ancora un abisso che ci divide da loro sotto molti punti di vista: l’accoglienza turistica è sicuramente uno di quelli.
Con la mia famiglia abbiamo passato metà delle recenti vacanze a Parigi e l’altra metà nel nord-ovest della Sicilia, nella località di Bonagìa. Prima di scegliere le due sistemazioni alberghiere avevo navigato un po’ su tripdavisor e simili, notando come le valutazioni medie degli alberghi siciliani fossero più basse dei corrispettivi parigini. Ho vanamente cercato una motivazione culturale per questa differenza di valutazione: alla fine della vacanza mi sarei dovuto arrendere all’evidenza che probabilmente la realtà è che effettivamente il servizio offerto è mediamente più scarso.
I due alberghi da noi scelti avevano lo stesso livello di tariffe; se è vero che uno dei due era a mezzo passo dal Boulevard du Montparnasse, e l’altro in una località sicuramente bellissima ma poco nota della costa nordoccidentale della Sicilia, è anche vero che il resort siciliano era collocato in uno scenario splendido, ovvero in un fortino collegato ad una torre saracena, ed era dotato di spazi enormi e pienamente fruibili. Insomma la vicinanza di prezzo avrebbe potuto essere giustificata se non fosse per la disparità abissale di qualità del servizio: da una parte camere impeccabili dotate di tutti i comfort, dall’altra camere arredate sommariamente; da una parte personale solertissimo e pronto a rispondere ad ogni esigenza, dall’altra personale cordiale e simpatico ma che ad ogni richiesta andava in crisi. Qualche esempio: il bagno del resort siciliano non aveva il porta-cartaigienica, lo scarico del water non funzionava bene e spesso era necessario integrare con un secchio d’acqua, i rubinetti erano durissimi e si doveva acquisire una certa abilità per riuscire a passare da acqua fredda a calda senza scottarsi, l’albergo non aveva una dotazione di medicinali per il pronto soccorso e l’unico boccetto di disinfettante disponibile aveva un aspetto vecchio e sembrava esser stato dimenticato da un precedente cliente. Su tutti però un episodio quasi incredibile: avendo io sbadatamente dimenticato la cartellina con i documenti di viaggio (biglietti aerei, prenotazioni e qualche ricevuta) sul bancone della reception, nessuno si è premurato di riportarmelo. Essendomi io accorto solo il giorno della partenza della mancanza, provavo a chiedere in reception: dopo lunga ricerca l’addetta si accorgeva che nel fasciscolo legato alla mia prenotazione era stato infilato il nostro biglietto aereo (l’unica cosa essenziale della cartellina) che qualcuno aveva messo lì senza buttarlo via (come invece aveva evidentemente fatto con il resto del contenuto della cartellina), senza pensare però che poteva essere più opportuno portarmelo in camera…
Ecco sì, poi esci fuori, vedi il mare, il monte Cofano, la caletta accedibile direttamente dal giardino dell’albergo dalla quale ci si immerge in un’acqua splendida e ti dici che tutto sommato i tuoi soldi li hai spesi bene, però un po’ di rabbia in fondo ti rimane, nella convinzione che in Italia ci fermiamo sempre un po’ prima, che non facciamo mai quello sforzo in più, che nella nostra sicumera di paese che può offrire di tutto ai turisti ci dimentichiamo di offrire quello che molti turisti desiderano più di ogni altra cosa: stare comodi e sentirsi coccolati. D’altra parte, se siamo il primo paese al mondo per siti indicati come “patrimonio dell’umanità ” e siamo solo il quinto paese al mondo per presenze turistiche qualche motivo ci sarà …
L’attualità di Stakhanov
Il comunismo gode ormai di pessima fama anche tra chi si proclama di sinistra, figuriamoci lo stalinismo. Lo stakanovismo poi è proprio odioso a tutti: unisce il disprezzo degli uni in quanto prodotto culturale di un regime comunista, a quello degli altri in quanto mito di realizzazione dell’uomo attraverso la messa al servizio del proprio corpo e del proprio tempo ad un ideale di superproduttività che stride con i valori della sinistra moderna. Eppure tanti in Italia, ma proprio tanti, forse incosciamente, si ricollegano a quel mito, perché dopo essere andati a sbirciare in casa dei paesi emergenti in cerca di ispirazione, tornano affermandosi certi che il modo per reagire alle bordate che quei paesi sferrano alla nostra economia è utilizzare le loro stesse armi, ovvero, per dirla in modo schietto, farsi un mazzo così. Se senti il Sottosegretario Polillo rinunciando ad una settimana e mezza di ferie recupereremmo un punto di Pil, se senti Marchionne le disavventure di FIAT dipendono dalla scarsa produttività del lavoro in Italia, insomma c’è un problema culturale che noi avremmo e altri no. Polillo e Marchionne non sono che la punta dell’iceberg di una moltitudine di teorici dello sgobbonismo (neologismo che ha sostituito lo stakanovismo), convinti che il problema che noi italiani abbiamo è che lavoriamo poco e chi lavora più di noi riesce poi a produrre a costi minori.
Tuttavia, ogni volta che ci si confronta con i numeri, si scopre che gli italiani già oggi, prima che i sogni di neo-stakanovismo si realizzino, lavorano quantitativamente di più rispetto ai paesi europei con i tassi di sviluppo migliori. Probabilmente però lavorano peggio, se è vero che la produttività in Italia risulta più bassa che in altri paesi in cui si lavora di meno. D’altronde la mia esperienza personale in azienda mi dice che se nell’azienda di telecomunicazioni in cui lavoro, da sempre noto che una bella fetta di persone si fermano in ufficio fino a tardi la sera, mi è invece sempre capitato, in visita ad aziende dello stesso settore del Nord Europa, di essere stupito dalla puntualità con cui i dipendenti lasciano in massa il posto di lavoro in coincidenza del termine dell’orario previsto.
Constatato che, a differenza di quanto molti vorrebbero farci intendere, non vi è affatto un legame così chiaro tra ore o giornate lavorate e produttività , resta da chiedersi poi se cercare (e magari non trovare) la produttività a spese del tempo libero di chi lavora non abbia altri effetti collaterali negativi. Eh sì, perché il problema è mantenere in piedi un sistema che si basa su un circolo virtuoso tra produzione e consumo. Quando ognuno di noi esce dal suo ufficio va a fare cose che in molti casi comportano un consumo: va fuori a cena, va al cinema, gioca con la Play Station, guarda la partita su Sky, tutte cose che consentono ad altri di fornire servizi e quindi di produrre. Se io sto fino alle nove di sera in ufficio o compio un lavoro massacrante con una pausa di soli 15 minuti forse alla sera rinuncerò al cinema, a cenare fuori, magari persino alla partita alla Play Station. Ricordo che in Francia i primi beneficiari della riforma delle 35 ore furono proprio gli operatori turistici perché i francesi, con il Venerdì pomeriggio libero, erano più propensi a caricare la famiglia in macchina e passare il weekend al mare. Insomma è fatale che se lavoro di più consumo di meno: quanto di meno non lo sappiamo stimare (almeno non ho trovato analisi in merito), ma il rischio che i costi di un aumento delle ore lavorate siano per l’economia superiori ai benefici esiste. Non voglio dire che l’equilibrio ottimale tra produzione e consumo non possa cambiare nel tempo, mi accontento di dimostrare che non è affatto scontato che aumentare il tempo di lavoro arrechi vantaggi all’economia.
E allora mi vien da dire che forse potrebbe non essere poi così utile aumentare le ore lavorate, aumentare lo straordinario, ridurre le pause, ridurre le ferie, incollare l’operaio o l’impiegato alla sua postazione, come nelle idee di Marchionne, ma forse è più utile migliorare processi e procedure, rendere più efficiente la tecnologia a supporto: in altre parole non è importante tanto il tempo che si passa al lavoro ma piuttosto come lo si utilizza. Molte delle persone che conosco che lavorano in FIAT sostengono che l’azienda è penalizzata, rispetto alla concorrenza, ben più dall’obsolescenza delle infrastrutture produttive, dalle scelte di risparmio sui materiali utilizzati, che da vincoli sindacali.
Il problema è che quanto sopra evidenziato non passa da trattative sindacali, da decreti legge, da decisioni che vengono dall’alto, ma dalla capacità organizzativa che le aziende sanno darsi, dalla predilezione per l’innovazione e l’efficienza, dalla propensione al rischio, all’investimento incerto, dalla cura della formazione, dalle scelte in termini di ricerca e sviluppo. Come in tanti altri casi quindi, ho proprio l’impressione che la soluzione “sgobbonista” del problema sia la solita scorciatoia italiana verso la soluzione più semplice e, perché no, delegabile a governo e istituzioni e non riconducibile a sé stessi. Vorrei sentire un imprenditore, uno solo, dire: “Siamo quelli che investono di meno in Europa in ricerca, siamo quelli che per riorganizzare un processo o una procedura ci mettono mesi, siamo quelli che per ogni chiodo che si sposta dobbiamo passare mesi a discutere, siamo quelli che spesso per aumentare le vendite riducono i costi scegliendo materiale scadente (tanto quando i consumatori se ne accorgeranno il manager che ha fatto questa scelta lavorerà già altrove…), è colpa nostra: rimbocchiamoci le maniche e proviamo a migliorare.” Ma l’autocritica è sempre uno sport poco praticato e allora ci ritroviamo a sentirci spacciare come l’uovo di Colombo la riduzione di cinque minuti della pausa pranzo, la modifica del trattamento di malattia o altre simili amenità . E nel frattempo la Volskwagen raddoppia gli utili, facendo lavorare i suoi operai dalle 33 alle 35 ore settimanali.
Come sopravvive un mito
Se la modernità ha cancellato il mito, nella sua formulazione originaria, cioè come una narrazione sacra investita del compito di spiegare l’origine del mondo o di alcuni suoi aspetti e caratteristiche, il mito sopravvive nella sua estensione di significato che fa essere mito qualunque rappresentazione indimostrata della realtà che viene accolta fideisticamente da una comunità , senza che ciò sia mai dimostrato. La complessità della realtà ci porta a fare degli sconti al nostro razionalismo ed ad accettare narrazioni consolidate come veritiere senza porci grossi dubbi. Se il telegiornale ci racconta po’ di volte di una famiglia investita da un guidatore in stato di ebrezza ci figuriamo che il primo problema della viabilità siano i guidatori ubriachi, se leggiamo più volte di maltrattamenti in un asilo ci figuriamo gli asili come popolati da orchi che brutalizzano i bambini: da un nucleo emozionale iniziale costruiamo il mito, prendendo sistematicamente in considerazione i soli casi che lo confermano e trascurando quelli che lo smentiscono.
Anche il calcio ha i suoi miti, anzi il calcio si nutre di miti, proprio perché non ha nulla di razionale e la pancia vuole miti, non verità . Oggi mi è venuto voglia di parlare del mito per il quale la Juve è la squadra italiana di calcio più “simpatica” al sistema. Diciamola come la vogliamo ma quasi tutti gli appassionati di calcio non juventini pensano, con maggiore o minore convinzione, che un rigore a favore della Juve, un gol annullato ai suoi avversari, uno juventino che non viene squalificato, un qualunque evento in qualunque modo propizio alla squadra torinese, sia in realtà , sottosotto, il frutto di una posizione di privilegio; direi addirittura che questo sia anche il pensiero di molti juventini che pure trovano che in fondo sia giusto così, vista la storia, la tradizione, il fascino della Juve. Come tutti i miti, relativamente pochi si chiedono quanto senso abbia e quale fondamento abbia: è un mito e come tale resiste.
Provo a chiedermi come spiegherei a chi non conosca né il calcio né il nostro paese questo mito. Eh sì, perché la Juventus non è né il Real Madrid, né il Barcellona: non ha sede né nella capitale ammistrativa né in quella economica, è al contrario la squadra di una città come Torino, da molti anni geograficamente, economicamente e politicamente marginale nel nostro paese. E’ vero che è di proprietà della famiglia Agnelli, che è anche proprietaria della principale industria italiana (60 miliardi di fatturato), ma è anche vero che le principali concorrenti della Juventus, Inter e Milan, sono a loro volta di proprietà di gruppi economici con un peso fondamentale nel nostro paese. Dell’Inter sono proprietarie il gruppo Saras e il gruppo Pirelli (che assommano una ventina di miliardi di fatturato), mentre il Milan è di proprietà del gruppo Fininvest (10 miliardi di fatturato). Se poi parliamo di potere politico non possiamo che ricordare che il Milan è presieduto da Berlusconi, più volte capo del governo italiano, mentre l’Inter è presieduto da Massimo Moratti, cognato di Letizia Moratti più volte ministro e a lungo sindaco di Milano. Non possiamo poi dimenticarci quanta capacità di pressione abbia oggi chi detiene i media e che il gruppo Fininvest e Berlusconi sono proprietari del maggiore network televisivo privato, che la redazione della RAI sport ha sede a Milano, che la redazione sportiva di Sky ha sede a Milano, che la stragrande maggioranza dei quotidiani che circolano in Italia sono il prodotto di redazioni che hanno sede a Milano o Roma, ma certamente non a Torino.
Quando qualcosa non ha spiegazioni è tempo di provare a chiedersi se poi è davvero così e qui entriamo in un territorio accidentato per non dire ostile. Come fare a dimostrare una polarizzazione delle decisioni arbitrali, del giudice sportivo o di qualunque altra autorità ? Qualche tentativo è stato fatto (vedi qui e qui); negli anni ’80 la Juve fece pubblicare un insieme di dati statistici su rigori a favore e contro per smentire ogni polarizzazione; anche recentemente qualcuno ha fatto notare che la Juve, dal 2006 ad oggi, ha avuto la metà dei rigori a favore che ha avuto il Milan, pur avendo segnato di più. In una parola nessuna statistica ha mai dimostrato polarizzazioni pro-Juventus e anzi molte suggeriscono l’esatto contrario. I calciofili però tendono a rimanere freddi di fronte a numeri e statistiche, il tifoso di calcio è convinto che solo l’istinto dà una chiave di lettura affidabile del calcio, e qui torniamo all’importanza del mito e alla scarsa importanza della razionalità .
Un altro elemento di contestazione tipico nei confronti della Juventus è il suo coinvolgimento in molti scandali: fu implicata nel Calcioscomesse del 1980, fu indagata per l’uso disinvolto di farmaci negli anni ’90, fu addirittura retrocessa per la vicende di Calciopoli, e oggi viene indirettamente coinvolta nel nuovo calcioscommesse dal coinvolgimento di suoi tesserati, pur per fatti antecedenti all’arrivo in bianconero. I tifosi avversi più accesi spiegano questo “fil rouge” con una propensione all’illecito connaturata con l’essere juventino, ma forse perfino in essi, qualche dubbio si muove. Specie quando si scopre che i farmaci in modo disinvolto negli anni ’90 li assumevano tutti, anche in quantità maggiore di quelli che giravano nell’infermeria bianconera, ma solo la Juve e il Toro (di quest’ultimo pochi si ricordano) furono indagati e processati; oppure quando si scopre che nel 2005 tutti i dirigenti delle maggiori squadre facevano le stesse pressioni e avevano gli stessi rapporti con la classe arbitrale che aveva Moggi, ma solo Moggi è stato radiato e solo la Juve retrocessa in B; o ancora quando si riflette sulla puntualità con cui le dichiarazioni dei pentiti del Calcioscommesse 2012 hanno selezionato, all’interno dei partecipanti alle “partite sospette”, i giocatori o i tesserati che nel frattempo sono approdati alla Juve. Insomma, se la Juve è così superpotente come mai ad uscire con le ossa rotte è sempre lei?
Ma torniamo al mito: ogni mito ha un suo nucleo iniziale, una sua genesi. Qual è il nucleo iniziale del mito della Juve superpotente? Come si è formato? C’è certamente una motivazione storica. Un tempo Torino non era marginale come oggi, la FIAT era davvero centrale nella vita pubblica italiana, i media non erano concentrati come oggi a Milano e Roma, la televisione non aveva una pervasività così accentuata nelle nostre vite e nel nostro modo di pensare ed era davvero credibile che la Juventus fosse la squadra più potente e più protetta, non dico lo fosse, dico che era credibile lo fosse. Da allora però molta acqua è passata sotto i ponti, le cose sono molto cambiate ma il mito è sopravvissuto. Per sopravvivere ha avuto certamente bisogno di conferme: come ha potuto averne se abbiamo visto che non sembra avere più fondamenti concreti da un bel po’ di tempo? La risposta secondo me può essere riassunta in un paio di episodi che corrispondono poi alle ultime due partite ufficiali che la Juventus ha disputato e che provo a ripercorrere.
A fine Maggio si disputa a Roma la finale di Coppa Italia, diretta dall’arbitro Brighi. Verso la fine del primo tempo, sul punteggio di 0-0 il giocatore della Juventus Marchisio entra in area pronto a concludere a rete, il giocatore del Napoli Aronica cerca di contrarne il tiro ma travolge l’avversario: è il più evidente dei calci di rigore, ma l’arbitro, tra lo stupore degli juventini, fa proseguire. Ci sono proteste veementi, a nessuno piace essere vittima di una svista arbitrale, ma la partita prosegue. Nel secondo tempo c’è un altro fallo, questa volta nell’area della Juve, di Bonucci su Lavezzi. Questa volta l’arbitro concede il rigore al Napoli che vince così la Coppa. Alla fine ci sono polemiche e discussioni ma contenute e senza particolare enfasi, i media applaudono il Napoli vincitore e i tifosi juventini si lamentano sì del rigore, ma soprattutto di una squadra un po’ sottotono rispetto al rendimento di una stagione per il resto esaltante.
Poco più di due mesi dopo ci si ritrova, questa volta per la Supercoppa: la partita è ricca di tensione da subito, ci sono molte discussioni per un rigore non concesso alla Juve e per i troppi falli dei napoletani non puniti con sufficiente severità , secondo gli juventini, dall’arbitro Mazzoleni. A pochi minuti dalla fine però il difensore del Napoli Fernandes entra completamente fuori tempo su Vucinic in piena area di rigore: per carità il terreno è appesantito dalla pioggia abbondante e forse Fernandes scivola, ma il difensore travolge l’avversario, e come lo si guardi è rigore, come poi confermato dalla maggior parte degli organi di stampa. I giocatori del Napoli però non accettano la decisione, ci sono proteste furiose contro l’arbitro e soprattutto l’arbitro di porta Rizzoli che pare aver confermato il fallo all’arbitro che era coperto. Poco dopo Pandev, contagiato evidentemente dalla tensione che animava il Napoli, indirizzava ad un assistente di linea l’epiteto “Pezzo di m…”, come confermato dal labiale immortalato dalle riprese della RAI, venendo ovviamente espulso. Anziché ammettere la fesseria fatta, Pandev giurava di non aver detto nulla, si metteva le mani nei capelli, aumentando ulteriormente la tensione nei suoi compagni di squadra. Negli spogliatoi dirà prima di aver protestato per un fuorigioco, poi di essersi espresso in macedone. ma nel frattempo sul campo la situazione degenerava. Poco dopo l’arbitro sorvolava su un contatto sulla linea laterale tra Vidal e Zuniga provocando la reazione sconsiderata del giocatore del Napoli, che travolto nella spirale emotiva in cui il Napoli si era cacciato, pur essendo già ammonito, mollava una calcione a Giovinco obbligando l’arbitro ad espellerlo. Con il Napoli ridotto assurdamente in nove (e Mazzoleni graziava Britos che era andato a cercarsi anche lui il cartellino rosso) la Juve vinceva la partita, tra le proteste veementi dei partenopei che, fatto senza precedenti in Italia, decidevano di boicottare la premiazione.
Non entro nel merito del singolo episodio che è sempre difficile da giudicare e da confrontare ma certo che l’errore di Brighi nella finale di Coppa Italia era decisamente più macroscopico di eventuali eccessi di severità di Mazzoleni a Pechino. Se rimaniamo a quello che è accaduto in campo mi sentirei già molto generoso nei confronti del Napoli a dire che gli errori in favore dell’una e dell’altra nelle due partite si sono compensati. Fuori dal campo però quello che è successo è stato diametralmente opposto, a Roma proteste ferme ma moderate della Juve, nessuna contestazione alla buon fede dell’arbitro, alla Federazione, nessun riferimento a disegni di potere; a Pechino invece furenti accuse del Napoli a tutto e tutti, all’arbitro, agli avversari, alla federazione. Che conseguenze ha avuto tutto ciò? Direi la conseguenza di lasciare che nella memoria delle persone non rimanga traccia del rigore di Roma, ma rimanga una traccia ben marcata e sottolineata delle proteste del Napoli: badate delle proteste più che degli episodi, perché alla fine le proteste, fondate o meno che siano, colpiscono di più degli episodi stessi. Tra un anno nessuno si ricorderà più che il rigore concesso alla Juve era netto, che Pandev ha davvero insultato un assistente, che Zuniga strameritava la seconda ammonizione, tutti si ricorderanno delle proteste, della contestazione, delle dichiarazioni deliranti di Mazzarri e penseranno che qualche motivo ce l’avranno pure per protestare. Allo stesso modo già adesso tutti si ricordano ancora del gol di Muntari, e pochi si ricordano che nell’anno passato i rigori a favore del Milan si sono sprecati mentre quelli per la Juve sono arrivati col contagocce, e tutto questo grazie alla costanza con cui Allegri e Galliani hanno fatto ripassare agli appassionati mille volte l’episodio, magari con toni più sfumati di quelli usati dal Napoli, ma con la stessa strategia comunicativa. L’arbitro Mazzoleni arbitrò l’anno passato la Juve a Parma, nel pieno della lotta per lo scudetto contro il Milan, venendo contestato dai bianconeri, per la mancata concessione di tre rigori reclamati dalla Juve. Esser stato premiato con la direzione di Pechino è un segno che quelle contestazioni non hanno avuto conseguenze, mentre è probabile che quelle del Napoli di conseguenze ne avranno per il direttore di gara: anche questa differenza non è priva di effetti.
Il circo mediatico è così: basta sapere imbonire il pubblico con la sufficiente forza e costanza e poi puoi spacciare un asino per cavallo. Andrea Agnelli, a differenza di molti suoi predecessori, sembra esserne conscio e sembra essere conscio che stare alla finestra, rifiutarsi di scendere nell’arena mediatica in nome di una propria superiorità , produce solo un progressivo deterioramento dell’immagine della Società che non è esente da ricadute negative sportive e finanziarie. C’è però il rovescio della medaglia: cercare sempre scuse, trovare sempre un caprio espiatorio ai propri insuccessi come altri sono soliti fare, non aiuta a costruire una mentalità vincente. Oggi Agnelli cerca, come altri, di occupare la scena, ma parlare non basta: ci vuole, alle spalle, un esercito di giornalisti-alfieri che sappiano tessere la tela quotidiana dell’informazione, proponendo un’immagine al posto di un’altra, un filmato al posto di un altro, un episodio al posto di un altro. La Juventus non ha nulla di tutto ciò, anzi deve fare i conti con un sistema mediatico che simpatizza per le sue principali concorrenti (o è addirittura di loro proprietà ). E poi c’è un problema culturale: il tifoso juventino è troppo abituato a guardare in casa propria, a trovare in sé è non all’esterno le ragioni di un insuccesso, ad avere, con lessico psicologico, un “locus of control” interno; abituato da anni di “No comment”, di “Noi pensiamo a vincere” dalla Juventus che rispondeva alle direttiva di Gianni Agnelli, è un po’ disorientato dalle parole forti a cui spesso la dirigenza attuale fa ricorso. Non sempre quindi un atteggiamento vittimistico trova l’adesione entusiastica degli juventini.
In definiva ho l’impressione che sarà sempre così, che la Juve continuerà a vincere proprio grazie a questa sua eterna necessità di dimostrare più degli altri di meritare le vittorie che ottiene, di dover dimostrare più e prima degli altri correttezza e pulizia, di non potere permettersi furbate e intrallazzi che ad altri sono consentiti, di vincere con la metà dei rigori degli altri e con l’allenatore confinato in tribuna e che parallelamente, nonostante tutto, il mito della Juve sempre aiutata e favorita resisterà . Resisterà almeno finché l’Italia sarà l’Italia e sbraitare, esibirsi, cooptare giornalisti e mezzi di informazione sarà l’unico modo per essere ascoltati, e Torino sarà Torino e da queste parti sbraitare sarà considerato, forse a ragione, atteggiamento disturbante e controproducente.
Siamo tutti garanti della Costituzione col sedere degli altri
Il caso dell’estate, magari un po’ attutito dai fumi della calura, è quello della possibile intercettazione di Napolitano. Cosa è mai successo? Dalle pieghe dell’inchiesta della Procura di Palermo sulla trattativa tra Stato e Mafia è trapelata l’indiscrezione di una telefonata intercettata tra l’ex Ministro Mancino e Napolitano. Nonostante la Procura si sia affrettata ad affermare che la telefonata (intercettata in quanto l’utenza di Mancino era intercettata) non è penalmente rilevante per Napolitano e quindi, a norma di legge, può essere liberamente utilizzata, Napolitano non l’ha presa affatto bene. Poche ore dopo la diffusione della notizia la Presidenza della Repubblica ha annunciato di aver dato mandato all’Avvocatura dello Stato di portare di fronte alla Corte Costituzionale la questione, nella quale ritiene che siano state lese le prerogative costituzionali del Presidente. La cosa ha suscitato un acceso dibattito: chi dice che ha ragione Napolitano, chi dice che ha ragione la Procura di Palermo.
Se devo essere sincero trovo i sostenitori della tesi sostenuta dalla Procura di Palermo abissalmente più convincenti di chi sostiene invece la posizione della Presidenza della Repubblica, che reclama la distruzione della conversazione in questione. Mi dichiaro profano, ma da profano dico che troverei molto curioso che tra le pieghe di una Costituzione che prevede l’immunità del Presidente per i soli “atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni” e che quindi lo considera pienamente indagabile per qualunque altra condotta illecita, senza espliciti limiti rispetto ad ogni altro cittadino, si trovasse un cavillo per sostenere che non solo non si può mettere sotto intercettazione il Presidente, ma non si possono nemmeno usare processualmente, nei confronti di terzi, conversazioni telefoniche a cui incidentalmente il Capo dello Stato partecipi.
Lascio però ad altri gli approfondimenti sul tema giuridico e mi concentrerei su qualche aspetto più “socio-culturale” della questione. Intanto mi diverte il parallelo di questa vicenda con molti conflitti tra Berlusconi e le Procure (vedi vicenda Ruby). Anche lì si eccepiva spesso sull’uso di conversazioni di varie utenze, intercettate mentre parlavano con Berlusconi, tenendo conto che Berlusconi è parlamentare e quindi si sarebbe dovuto chiedere l’autorizzazione al Parlamento per usare quelle intercettazioni. La Procura dribblò allora l’accusa sostenendo di non aver usato quelle intercettazioni come elemento accusatorio nei confronti di Berlusconi e quindi di non aver bisogno di richiedere un’autorizzazione. Quello che è strano è che in questo caso, pur in assenza di ogni capo d’accusa nei confronti di Napolitano e di procedure di autorizzazione da richiedere e non richieste, la Procura non si trovi a doversi difendere solo da Libero e il Giornale ma anche da molti altre fonti. Spero che non dovremo trovarci a scoprire che molti che in questi anni hanno difeso le procure contro le bordate della politica, l’hanno fatto solo per convenienza di parte e non per amore dello Stato di Diritto.
Un’altra riflessione interessante è quella che mi ha suscitato il pubblico dibattito su Repubblica tra l’ex-presidente della Consulta Zagrebelksi e l’ex-direttore Eugenio Scalfari. Il primo ha scritto una lunga lettera in cui, nella sostanza, accusava Napolitano (sintetizzo molto ma solo per linearità di ragionamento) di aver sconsideratamente aperto un grave conflitto istituzionale dall’estrema pericolosità , il secondo ribatteva con un articolo contenente molte cose, tra cui una serie di affermazioni tese a screditare la Procura di Palermo tra le quali alcune considerazioni, in parte anche condivisibili, su questa e altre inchieste sui rapporti tra politica e Mafia, spesso approdate ad un bel nulla. Il punto però è che a nessuno dei due sembra interessare più di tanto il merito della diatriba, ma ne fanno entrambi una questione di opportunità , (Vale la pena di sollevare il conflitto? Vale la pena di indagare sui rapporti tra politica e Mafia?) nella tipica mentalità italiota per la quale il diritto e la giustizia si piegano sempre e necessariamente all’opportunità e all’esigenze di stabilità ed equilibrio, quando non a personalismi e tatticismi.
E qui veniamo al vero merito della questione che, a mio modo di vedere, è solo marginalmente giuridica, ma soprattutto mediatica. Dico mediatica perché ho l’impressione che quello di cui Napolitano, come a suo tempo Berlusconi, ha paura non è infatti che quelle intercettazioni possano essere usate contro di lui dalla Procura ma che piuttosto, dai tabulati della Procura, finiscano su qualche giornale e che il contenuto di quelle frasi, magari poco istituzionali, divenga un colpo per la credibilità del Presidente. Sono convinto che nelle intenzioni di Napolitano ci sia, rispetto a Berlusconi, molto meno narcisismo e più preoccupazione per il danno istituzionale ma è l’approccio al problema che trovo inaccettabile. Non è accettabile infatti, almeno nel mio modo di vedere le cose, che un principio di diritto venga piegato alle esigenze dell’individuo, ma nemmeno alla cosiddetta ragion di Stato. Non è che la ragion di Stato sia un concetto necessariamente superato, ma deve essere considerato con estrema cautela e solo quando davvero i fondamenti dello Stato siano in pericolo. Qualunque cosa Napolitano abbia detto in quella telefonata nel mio modo di pensare, egli rimane solo un umile servitore dello Stato e non è accettabile che si cerchi di piegare la Costituzione alle esigenze di difesa dell’immagine del Presidente. Abbiamo avuto 11 Presidenti della Repubblica, uno dei quali, Leone dovette dimettersi per accuse che poi decaddero miseramente; la Costituzione è rimasta e lo Stato di Diritto che essa preserva pure. Se anche Napolitano avesse detto delle cose così gravi da pregiudicare la sua immagine istituzionale, anziché andare all’attacco della Procura di Palermo, si dimetta come fece Leone. L’Italia saprà trovare un suo sostituto. Altrimenti il parallelo con la smania berlusconiana di rimanere al suo posto nonostante il discredito che gettava sulle istituzioni mi viene spontaneo e mi fa pensare che la responsabilità istituzionale sia un valore che reclamiamo solo per gli altri e la tendenza a piegare il Diritto alle esigenze del momento un costume molto più diffuso di quanto credevamo.
La realtà è che quello che purtroppo non solo a Napolitano ma a gran parte dell’Italia di oggi continua a mancare è la capacità di abbandonare personalismi e narcisismi, di diventare il paese in cui regole e leggi si rispettano indipendentemente da opportunità individuali o politiche, di fare a meno dei suoi segreti e dei suoi omissis; in sostanza di aprirsi al terzo millennio, che avrà tanti difetti ma che ha certamente nella difficoltà di mantenere nascoste le trame occulte una delle sue peculiarità tutto sommato meno negative.
Volgarità principesca
Con la mia famiglia abbiamo passato buona parte delle vacanze in Liguria e non ci siamo fatti mancare un salto oltreconfine, che è sempre un bel modo per ricordarci che esiste anche il resto del mondo, cosa che sento quasi essenziale almeno ogni tanto. In particolare ci siamo fatti un giro nel Principato di Monaco, da cui mancavo da qualche anno, e qui ci siamo rinfrescati la memoria su quanto Montecarlo riesca ad essere splendida ma anche essere volgare e odiosa.
Dopo un po’ di saliscendi per le vie del Principato decidevamo di lasciare la macchina in un parcheggio e compiere il solito pellegrinaggio al Casinò. Proprio allora ci capitava l’episodio che ti riempie la giornata. Deviando in una viuzza che conduceva ad un parcheggio a pagamento ci trovavamo in una coda apparentemente senza soluzione. Da una parte c’era il camion della nettezza urbana che stava passando in rassegna i cassonetti della viuzza, dall’altra le auto che si erano messe in fila affiancando contromano il camion: a bloccare tutto saltava fuori un camper enorme che stava cercando di uscire dal parcheggio e che ne era impedito dalle auto in fila contromano. La soluzione in realtà ci sarebbe stata: le auto in fila avrebbero pian piano fatto retromarcia fino a lasciare passare il camper ma pare che la retromarcia non sia ben vista al Principato, si va sempre avanti. Si era quindi nella più totale incertezza quando da una delle auto contromano, una Mini, spuntava una signora dotata della massima decisionalità , la quale cominciava ad indicare all’uno e all’altro quello che dovevano fare: “Tu vai sul marciapiede”, “Tu ti infili lì dentro”, “Tu vai un attimo indietro”. Anch’io alla fine obbedivo passivo alla signora, pur non avendo ben capito a cosa mirasse. Una volta eseguite tutte le manovre ordinate dall’intraprendente guidatrice, la medesima risaliva sulla Mini, si lanciava a tutta velocità e sfiorando le altre auto in sosta si infilava davanti a tutti per imboccare un ingresso privato, che si trovava oltre all’ingresso al parcheggio, probabilmente casa sua. Rimanevamo lì tutti a bocca aperta, sempre fermi nel nostro ingorgo, ma anche sempre sorpresi di quanto un essere umano possa riuscire riuscire ad essere così cinicamente “una merda” (vorrei trovare una metafora meno abusata ma non sempre si può essere originali). Non vorrei sembrare sempre anti-italiano però non posso che notare che la signora della Mini si esprimeva in un italiano privo di ogni accento francofono.
Montecarlo è così, e così è tutto il Principato: bello, romantico, elegante e godibile. Peccato sia intriso di quell’arroganza e volgarità che, in particolare in noi italiani, sembrano accoppiarsi in modo indissolubile al denaro. Quasi che uno dei più ambìti lussi che chi ha molti soldi possa permettersi sia quello di scordarsi delle buone maniere, del vivere civile, del rispetto per gli altri.
Un giro sulla Rocca di Monaco ci ha ricordato quanto sia splendida, sia per le sue strette viuzze, sia soprattutto perché si slancia su una conca stupenda, indimenticabile sia se vista dal mare che dalla sommità de La Turbie. Eppure anche qui il Principato conserva quel tanto di altezzoso, di sufficiente che altri luoghi simili non hanno e che lo rende, almeno ai miei occhi, meno attraente di altre località della Costa Azzurra, che pure magari non hanno la fortuna di godere di una posizione incantevole ed unica come la sua.
