Il Ministro ultrà

anna_maria_cancellieri.jpgAvete presente la classica intervista all’ultrà  (magari con volto coperto) per approfondire l’ultimo episodio di violenza negli stadi? Le motivazioni addotte dal ragazzo sono più o meno sempre le stesse: “L’anno scorso hanno quasi ammazzato di botte uno di noi, dovevamo fargliela pagare!” o “E’ da mesi che provocano” o ancora “Quando vedi i tuoi amici a terra picchiati a sangue, come fai a non reagire?”. Queste interviste in genere sono seguite da un commento del sociologo o psicologo di turno che ci spiega come sono modalità  di pensiero tipiche dei contesti di disagio, emarginazione, disoccupazione, problemi famigliari, eccetera. Poi senti le dichiarazioni del Ministro Cancellieri a proposito delle violenze della polizia in occasione delle manifestazioni dello scorso 14 Novembre e ti vengono molti dubbi. Non pare dal suo curriculum che la Cancellieri abbia vissuto una vita disagiata eppure il suo modo di ragionare è lo stesso. Per sintetizzare: c’erano stati scontri, poliziotti feriti, erano tutti nervosi, il sottotesto è in definitiva: ci sta che qualcuno tiri poi un calcio in testa ad un manifestante inerme a terra. Anche se poi il Ministro promette inchieste anche sulle violenze della polizia, il messaggio passa così.
Perché quindi questo modo di ragionare non è solo esclusiva dell’ultrà ? Cosa c’è di sbagliato nell’interpretazione psicosociologica di cui sopra? Probabilmente perché quello che spinge il disoccupato a tirare la bottiglia molotov o il poliziotto a manganellare selvaggiamente il primo che passa non è il disagio, è la rabbia, e la rabbia nasce nell’individuo per i motivi più disparati: dal licenziamento, al partner che ti lascia, dalle vessazioni di un capo scorretto, a quelle di una madre possessiva. La logica perversa che molti di noi applicano è che la rabbia sia una sorta di morbo che altri ci hanno trasmesso e per il quale compiamo, sì, magari degli atti non condivisibili, ma la responsabilità  non è nostra, è della rabbia, come se fosse un entità  altra da noi, e quindi di chi ce l’ha fatta venire. In questo modo qualunque azione va bene, di fronte alla rabbia siamo solo dei burattini di cui altri muovono i fili. Se il capo ci fa arrabbiare e picchiamo i nostri figli è il capo che li ha picchiati non noi.
E invece no, la rabbia è solo e soltanto una delle tante emozioni che possiamo provare, che non ci esonera dal nostro status di essere umani e dalle responsabilità  che ciò comporta in un contesto civile. Il modello di comportamento che riconduciamo alla definizione di “civile” attiene proprio alla capacità  dell’individuo di darsi delle regole di convivenza con i propri simili e di essere responsabile del loro rispetto. Fintanto che molti di noi continueranno a vedere nella rabbia un’area franca in cui siamo esonerati dagli obblighi di cui sopra e finché alcuni di questi saranno addirittura collocati tra le più alte cariche dello Stato, dobbiamo avere l’onestà  di dire che non siamo e non saremo un paese civile.

Nov 18th, 2012

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