Le due Italie
Ci sono un paio di casi, che hanno interessato quel che resta del governo Monti, che dicono tanto dell’Italia di oggi: di come sia divisa in due metà che non si capiscono, e si guardano in cagnesco; di come ci sia un’Italia che vede l’altra come retrograda, arretrata e anche un po’ incivile mentre l’altra vede la prima come inconsistente e pelosamente moralista.
Il primo caso a cui mi riferisco è quello del Ministro Terzi, in particolare per come ha gestito la vicenda dei due militari sotto processo in India. La modalità con cui Terzi ha disinvoltamente gestito la licenza elettorale dei due rientra indubbiamente in quello che si definisce correntemente “avventurismo”. Lui stesso ha ammesso in una intervista che l’aver trattenuto i due in Italia, nonostante la parola data alla corte indiana dal nostro ambasciatore, fosse un bluff, volto a sollevare il problema di fronte alle istituzioni internazionali, un polverone per mettere pressione sull’India. Qualcuno può legittimamente avere dubbi sul tema. Davvero è stato così utile? Ma soprattutto l’Italia di oggi, già svergognata di fronte al mondo dai suoi governi passati, sente il bisogno di un ulteriore colpo all’immagine delle sue istituzioni?
Da oggi quando andremo all’estero, non saremo solo più il paese del Bunga Bunga, dei ministri che, mentre il paese va a rotoli, se la spassano fino a tarda ora con donnine di facili costumi: saremo anche il paese di chi non rispetta la parola data, del raggiro, della truffa di Stato. Terzi si è comportato come il tizio che ti vende lo stereo, che quando arrivi a casa scopri essere costituito dal solo involucro. Per carità , si è dimostrato aderente all’immagine stereotipata dell’italiano, ma non tutti in Italia sono Terzi, non tutti pensano che il fine giustifichi sempre i mezzi, che il proprio tornaconto venga sempre e comunque prima delle regole di civile convivenza. Succede anzi che molti italiani sentano così forte il peso di quello stereotipo, che lo rifiutano con tanta veemenza, da considerare con disprezzo Terzi e quelli come Terzi. Eppure ci sono anche gli altri, quelli che la pensano come Terzi, che pensano che abbia fatto bene. Vaglielo a spiegare che esiste la teoria dei giochi che dice che la reputation building è un elemento fondamentale per poter partecipare ad un confronto competitivo quale quello a cui un paese è quotidianamente sottoposto nel mondo di oggi. Vaglielo a spiegare che, tradotto in termini più pratici, ciò significa ad esempio che sì, oggi hai fatto il furbo, ma che il prossimo italiano recluso all’estero che chiederà un permesso si vedrà rispondere di no, con un bella risata di accompagnamento. Per Terzi, e molti italiani con lui, però queste sono ipotesi pelose: nel futuro si vedrà , meglio vivere alla giornata.
L’altro episodio a cui mi riferisco è quello della manifestazione a favore degli assassini di Federico Aldrovandi. Un gruppo di poliziotti del sindacato COISP sono scesi in piazza a Ferrara per manifestare la propria solidarietà con i poliziotti che uccisero il ragazzo. Ho provato a leggere i comunicati del COISP sul tema per capire perché un gruppo di poliziotti senta il bisogno di solidarizzare con dei condannati per omicidio. La logica è espressa in modo piuttosto confuso, ma quello che ricorre, come in tante altre dichiarazioni sul tema, è il concetto “I poliziotti in galera e i criminali fuori“: slogan che pare esprimere una complementarità tra il concetto di criminale e quello di poliziotto per la quale si esclude evidentemente che un poliziotto possa diventare, come chiunque, un criminale nel momento in cui commette un crimine. Quest’idea è tuttaltro che isolata ma nega un principio basilare della giustizia moderna: che la legge è uguale per tutti, un corollario del quale può essere che un criminale è semplicemente un cittadino che ha commesso un crimine, indipendentemente dalla professione che svolge: poliziotto, muratore o gelataio che sia. E invece no, per molti appartenere ad una categoria sociale, ad una corporazione, non solo quella dei poliziotti, ma anche quella dei politici, dei magistrati, e così via, deve per forza portare dei vantaggi. La competizione sociale si può e si deve combattere tra gruppi, tra clan, e se fai parte del clan giusto, quello che secondo te è più indispensabile alla società , il privilegio è un tuo diritto sacrosanto. Anche qui però c’è l’altra Italia, quella che guarda con tutto ciò con disprezzo, come ad una visione arretrata e mafiosa della società . Qui il Governo, nella persona del Ministro Cancellieri ha espresso una posizione molto blanda, stigmatizzando sì l’episodio, per dovere istituzionale, ma senza dimenticarsi che c’è una buona parte dell’opinione pubblica italiana che non considera poi una bestemmia la posizione espressa dal sindacato di Polizia.
In questi giorni buona parte della nostra classe politica è alle prese con il dilemmone da cui dipende la possibilità che il paese abbia un governo, ovvero se un’alleanza PD-PDL, che non si limiti a navigare a vista come nel caso del Governo Monti, si possa o non si possa fare. Il dilemma si ricollega alla contrapposizione sopra esposta, perché lo spartiacque tra i “noccioli duri” dei due maggiori partiti corre molto vicino a quello sopra marcato. Bisogna mettere d’accordo chi considera Terzi un eroe e chi lo considera un farabutto, chi considera i poliziotti di Ferrara dei perseguitati e chi li considera dei perfidi aguzzini. Non si tratta di diverse visioni dell’economia e della società , sarebbe più facile, si tratta invece di diverse visioni dei valori basilari del nostro vivere sociale, quelli che fanno infuriare anche i più placidi quando li metti in discussione. In questo paese che vive ai confini dell’Europa e che vive questa condizione di terra di confine anche e soprattutto per quanto riguarda i modelli culturali che l’Europa si è data negli ultimi secoli, il dilemma è proprio questo. Non so se riusciremo a superarlo, probabilmente no, ma trovare un accordo tra le due Italie è sicuramente un’impresa con un grado di difficoltà elevatissimo, forse mai visto prima nella politica europea. In bocca al lupo al nuovo Presidente della Repubblica che, appena insediato, sarà costretto a cimentarsi in questa impresa titanica.
Nessuna lacrima
Lunedì scorso è stata riesumata a Santiago del Cile la salma del poeta Pablo Neruda. Il motivo è l’agghiacciante dubbio venuto a galla recentemente che la sua morte, avvenuta a pochi giorni dal sanguinoso golpe del generale Pinochet, non sia stata naturale ma ordinata dal regime. Che il regime di Pinochet sia stato uno dei più sanguinari che la storia degli ultimi cinquant’anni ha conosciuto è indubbio: più di 2.000 persone torturate e uccise per mere ragioni di opinioni sono un dato che di per sé lascia attoniti, leggendo il rapporto della Commissione Nazione di Verità e Riconciliazione si ha l’impressione che più che di fronte ad un dittatore e il suo Stato Maggiore siamo di fronte ad un gruppo di sadici assassini che probabilmente, se non avessero fatto carriera militare, avrebbero fondato una setta satanista andando in giro a sgozzare vecchiette, per collezionarne i cadaveri in una ghiacciaia in cantina. Cosa può aggiungere a tutto ciò l’assassinio di un poeta? Forse nulla, forse era solo uno dei tanti che non la pensava come il regime, ma l’impressione che io ne ho è che invece sia una specie di marchio d’autore, uccidere 2.000 sconosciuti forse non era abbastanza, rischi di non passare alla storia lo stesso, per lasciare un oltraggio indelebile nella storia dell’umanità devi uccidere una personalità che vada al di là della contesa politica. E’ come il pazzo omicida che preferisce compiere una strage in una scuola che in un ufficio postale, è come la setta satanica di cui sopra che dopo aver sterminato una famiglia lascia il cadavere del bambino impiccato alla porta d’ingresso: sono quegli oltraggi al nostro vivere, alla nostra cultura, fatti apposta per resistere all’oblìo, nella follia di chi crede che la gloria possa anche passare attraverso la distruzione della vita altrui.
Sempre Lunedì è morta l’ex-premier britannica Margaret Thatcher. Non voglio pronunciarmi su quanto ha fatto come politico, né sulla sua politica interna, né sulla sua politica estera. Posso anche non essere d’accordo su parte della sua impostazione politica, ma la democrazia si fonda sul rispetto umano anche per chi non la pensa come noi, anche per chi prende decisioni che noi riteniamo deprecabili. C’è però un’altra dimensione che è appunto quella strettamente umana e qui non posso non ricordare, ben al di fuori della sfera politica, la scabrosa amicizia che la Thatcher non ha mai nascosto verso Pinochet stesso, non mancando di lottare aspramente dal 1998 al 2000 contro il mandato di cattura spiccato dalla Spagna contro il dittatore, mandato che tenne il medesimo fermo a Londra per due anni, per poi risolversi in un ignominioso ritorno del Generale in patria. Quando penso a questo, quando penso che Margaret Thatcher non ha mai mancato di tributare la sua amicizia ad un personaggio di quella risma, non riesco proprio a pensarla come un essere umano, non riesco a pensarla, per quanto possa essere stata una grande statista, come una persona della quale il mondo sentirà la mancanza e per la cui scomparsa valga la pena di versare anche solo mezza lacrima.
Il forte raffreddore
Qualche giorno fa Beppe Grillo ha commentato la scelta che i suoi si sono trovati a fare (e alcuni hanno fatto) tra Renato Schifani e Pietro Grasso per la carica di Presidente del Senato dicendo: “era una scelta impossibile. Si trattava di scegliere tra la peste bubbonica e un forte raffreddore”. La cosa mi ha suscitato alcune riflessioni.
Esaminandola superficialmente la metafora non ha senso: un raffreddore, per quanto forte, è certamente preferibile alla peste bubbonica, quindi la scelta non è affatto impossibile. Però se ci si pensa bene un senso la cosa ce l’ha, soprattutto se lo confrontiamo con lo spirito del Movimento fondato dal comico genovese. Grillo ha costruito il suo consenso trasversale proprio sul non essere né peste né raffreddore, né PdL né “Pdmenoelle”. Dubito che davvero la maggior parte degli elettori di Grillo mettano Bersani e Berlusconi sullo stesso piano, ma il bello di Grillo è proprio che non ti chiede compromessi, che non ti propone nemmeno il raffreddore, ti propone una terza via, in cui non c’è nemmeno il raffreddore, in cui ogni problema ha una soluzione a cui non aveva pensato prima nessuno, in cui ogni nodo è colpa dell’oscuro tramare di qualcuno, e chi non ci arriva è perché è uno schiavo del potere che non vuol saperne di aprire gli occhi.
Visto dal fronte opposto questo giustifica il fastidio che molti provano verso Grillo e i suoi: è il fastidio di chi è abituato a convivere con il raffreddore ed è sinceramente infastidito da chi prefigura questo mondo senza il naso che cola, perché non ci crede e chi propugna una simile soluzione suona come un venditore di fumo. C’è chi alla scomparsa del raffreddore non crede perché è un disturbo che c’è sempre stato ed è difficile pensare ad un mondo in cui puoi uscire di casa con i capelli bagnati senza sentirti dire dalla mamma: “Guarda che così ti raffreddi!“, c’è chi invece non ci crede perché è cosciente che la medicina attuale non ci offre un vaccino: gli uni e gli altri però si irritano, come ti irriti quando ti senti preso in giro.
Lo so che c’è chi invece è convinto che “un mondo senza raffreddore è possibile”, che in fondo tante malattie sono state debellate, che la case farmaceutiche sono subdole e nascondono la cura definitiva per poter vendere analgesici, spay nasali e creme balsamiche. Non dico che sia un male: in fondo qualcuno al mondo che la pensa così ci vuole anche perché qualche volta (anche se poche) ci azzecca pure.
Sia come sia lo spartiacque è proprio qui e allora ecco che il forte raffreddore assume un significato insospettabilmente profondo. Detto questo e detto che mi sento più a mio agio con chi ritiene che convivere con il raffreddore sia una fastidiosa necessità e non l’imposizione di qualche subdolo grande vecchio, spero vivamente che poi qualcuno lo debellerà questo raffreddore, anche perché da un paio di settimane ho il naso che cola come un gelato al sole e vorrei tanto che qualcuno mi dicesse che un rimedio risolutivo c’è.
Entusiasmo papale
Posso comprendere l’entusiasmo che ha colto molti di fronte all’elezione del nuovo papa, qualcuno però ogni tanto si fa un po’ prendere la mano. E’ il caso dell’inviata di Rai News 24 che qualche giorno fa, volendo sottolineare quanto ampia fosse la maggioranza che ha eletto Bergoglio, ha dichiarato: “Si sostiene che al nuovo Papa siano andati più del 90% dei consensi, alcuni dicono più del 100%…”.
Posso assicurarvi che il tutto non era accompagnato da un sorrisetto o un’altra espressione non-verbale che trasmettesse un intento ironico…
Lo spettacolo nello spettacolo nello spettacolo
Mercoledì scorso la Juventus ha battuto il Celtic per la seconda volta in poche settimane, facendo il suo rientro, dopo sette anni, tra le migliori otto squadre in Europa. Era dall’inverno olimpico del 2006 che non succedeva, quando una papera del portiere del Werder Bremen Wiese aveva regalato ai bianconeri negli ultimi minuti della sfida con i tedeschi l’accesso ai quarti di finale, dove avrebbero incontrato l’Arsenal in una doppia sfida non particolarmente fortunata. La serata in cui la Juve, con i migliori auspici dell’esito dell’andata, ha sconfitto il Celtic è quindi una di quelle che fanno brillare gli occhi dei tifosi. Una di quelle serate in cui la gioia che gronda dagli spalti diventa lo spettacolo di una partita per altri versi piuttosto sonnacchiosa.
La serata di Mercoledì scorso allo Stadio della Juve è stata però una serata splendida anche per chi tifoso non è. Succedeva infatti che all’inizio del secondo tempo i tifosi scozzesi, nonostante anche le residue speranze di qualificazione si fossero dileguate, iniziavano a cantare e a ballare nel loro settore con un’allegria insolita per i frequentatori dei nostri stadi, maggiormente propensi, di fronte ad una sconfitta, alla rabbia e alla contestazione. Allo spettacolo sportivo della Juventus che in campo confermava la sua superiorità , faceva così da contraltare, come uno spettacolo nello spettacolo, quello dei tifosi del Celtic sugli spalti.
Dopo una diecina di minuti di questo tenore il pubblico juventino, dapprima un po’ infastidito, iniziava a simpatizzare con la festa scozzese, e allora ne nascevano applausi e consensi, tanto che poi anche gli altri tifosi scozzesi, dispersi in mezzo al settore bianconero, iniziavano a partecipare anch’essi alla festa alzandosi in piedi, agitando le loro bandiere e cantando gioiosamente e raccogliendo, forse inaspettatamente, la simpatia del resto del pubblico che con la sua inusitata reazione diventava uno spettacolo nello spettacolo nello spettacolo.
Insomma è successo quello che vorremmo succedesse ogni volta che si ritrova attorno ad un campo da calcio, che fosse una festa e non una guerriglia. Mi sento molto banale nel richiamare auspìci più che abusati, ma finché chi li formula resterà inascoltato varrà sempre la pena di ripeterli. In un periodo in cui in Italia ci stiamo richiudendo culturalmente in noi stessi, come in tutti i periodi di crisi economica che diventa anche crisi culturale, è bello sapere che guardare verso l’Europa possa ancora fornire gradevolissime esperienze di questo genere.
Abbasso i vincoli e le regole!
La prima volta che ho sentito conoscenti di idee berlusconiano-leghiste ipotizzare un voto al Movimento 5 Stelle un po’ mi sono stupito. L’immagine diffusa del Movimento lo collocava su posizioni vicine all'”Antagonismo”: i “Notav”, la versione italiana degli “Indignati”, quelle posizioni che si riconoscono in una critica al sistema, al potere, allo status quo, spesso infarcita di semplificazioni e di complottismi e in questo soprattutto dissonante rispetto a posizioni “progessiste”, ma ben più lontana dalla classica casalinga berlusconiana, o dal classico artigiano o piccolo imprenditore leghista, apparentemente così ancorati e fedeli al sistema e sottomessi al “potere”. Eppure c’era qualcosa in Grillo che ricorda in parte Bossi, in parte Berlusconi, il modo di presentarsi, di stare sul palco, di fare sempre qualcosa fuori dalle righe, di voler a tutti i costi riempire le pagine dei giornali, ma anche lo sfidare sempre e comunque le convenzioni, gli schemi intellettuali, le istituzioni. In modo diverso e su livelli diversi, Berlusconi a raccontare le barzellette sporche, Grillo a insultare tutto e tutti, l’uno in dose omeopatica, l’altro da cavallo, ma alla fine quel tanto in comune ce l’avevano e ce l’hanno e ciò giustifica come qualcuno possa trovare delle analogie con Berlusconi o con Bossi e quindi di spostare, come tanti hanno fatto, il proprio voto da Pdl e Lega a Grillo.
Con tutto questo però rimane il fatto che hanno votato per il Movimento Cinque Stelle anche molte persone che Berlusconi non lo hanno e non lo avrebbero mai votato. Ma anche qui hanno premiato la rottura totale ed estrema con il sistema, la critica graffiante e spesso distruttiva al potere economico-finanziario. Si potrebbe concludere semplicisticamente con espressioni come populismo e qualunquismo, ma solo perché vediamo il fenomeno con le dimensioni classiche della politica: conservatori e progressisti, nostalgici e modernisti. Il Movimento Cinque Stelle ha inaugurato o potenziato una dimensione diversa che corre lungo il filo che è quello del sistema: inteso estesamente come insieme di vincolo, regole e limiti. Mi viene in mente una intervista di cinque anni fa in cui Scalfari definì Grillo “L’arci italiano”: aveva ragione perché uno delle pulsioni aggressive più consolidate dell’italiano è appunto quello contro regole e limiti che il vivere sociale ci impone, imposizione che avviene alcune volte per comodità delle classi dominanti, in altri casi per assenza di alternative disponibili. Grillo non fa molte distinzioni: mette alla berlina le istituzioni, la politica, tutti i valori consolidati nelle prospettive intellettuali che vanno per la maggiore: a differenza di Berlusconi lo fa senza sconti e senza opportunismi, se la prende con la politica come con le banche, con gli imprenditori come con i sindacati, con i politici corrotti come con la Costituzione, con i finanziamenti alla politica come quelli alla stampa, e tutto senza quel fair play istituzionale tipico della cultura progressista, senza preoccuparsi di distinguere bambino e acqua sporca, in un dannunziano “Me ne fotto“. Per questo finisce con il raccogliere sotto la sua ala tutti quanti: dal declinofelicista al frequentatore dei centri sociali, dall’anarcocapitalista all’anti-sionista, dalla persona poco scolarizzata che non capisce la politica, a quella scolarizzata che sostiene convintamente l’uscita dall’Euro e il congelamento del debito pubblico. L’importante è che si abbatta tutto e non importa se in quel tutto cì anche qualcosa che andava salvato, si ricostruirà … A Grillo importa andare contro ad ogni convenzione, forse perché è davvero convinto che per rinnovare si debba fare “tabula rasa”, ma forse perché sa che lì si trova il consenso. Sa che così si solletica la pancia degli italiani che trovano odioso qualunque vincolo o conseguenza del vivere sociale: l’inceneritore, l’inquinamento, la cementificazione del territorio ma anche le tasse, la macchina da parcheggiare dentro le righe, la coda alla posta. Dov’è però la novità ? Perché solo ora? Perché fino a ieri il fronte inconoclasta che unisce le sopracitate categorie si considerava così diviso? Cosa lo ha improvvisamente unito?
La risposta non può prescindere dalla storia del grillismo che è una storia strettamente connessa alla Rete e al potere che la Rete concede a chi la sa usare. La Rete ha una capacità straordinaria di diffondere informazione rapidamente ed a basso costo, che ne fa un elemento emotivante molto stimolante. Chi sta in rete ha una sensazione di onnipotenza che chi ne sta fuori non ha, sai che se commenti sul blog di Grillo dopo pochi minuti migliaia di persone leggeranno quello che hai scritto, sai che la stessa cosa capiterà se scrivi qualcosa di interessante su Facebook ai tuoi duecento amici e se qualcuno di essi lo condividerà ai suoi quattrocento amici. Grillo è la guida, ma anche tu che discorri con lui sul suo blog ti senti parte della sua battaglia, e ti senti di potere spernacchiare tutti senza temere conseguenze. L’effetto è quindi che, mentre Berlusconi quando fa le corna al Consiglio Europeo ti suggerisce che lui può farlo perché è Berlusconi, quando Grillo invece urla “Vaffa” dal palco a tutto e tutti, ti lascia pensare che puoi salire anche tu e gridare la stessa cosa. La dissacrazione in Berlusconi è un lusso che lui si può permettere e gli altri no, con Grillo invece è un diritto per tutti. I fatti degli ultimi giorni ci suggeriscono che sia un diritto finché non dissacri Grillo, ma questo è un altro discorso… Tutto questo si concretizza nell’utopia della democrazia diretta totale via Rete, utopia che si delinea come tale ancor più in questi giorni in cui il Movimento Cinque Stelle trasmette un’immagine verticistica come pochi altri.
Intendiamoci: detesto le generalizzazioni e non ne voglio fare io. Sono certo che, tra quanti hanno votato M5S, ci sono moltissimi che continuano a pensare che il consenso democratico non possa che essere raccolto da forze politiche (che in italiano si chiamano partiti) non troppo dissimili organizzativamente da quella attuali, che continueranno e dover esserci dei mediatori che gestiscono il nostro denaro (che in italiano si chiamano banche) e che è bene siano aziende private, che il nostro mondo va verso una integrazione politico-economica e non una disintegrazione, che le colpe del declino nel nostro paese sono nelle persone che hanno interpretato certi ruoli e non nei ruoli stessi. Queste persone hanno votato per il Movimento 5 Stelle in critica alla proposta politica degli altri schieramenti e non, anzi forse nonostante, la sopracitata immagine di Grillo. Rimane il fatto che tutto ciò, che normalmente va sotto la triviale definizione di “voto di protesta” da sola non ha mai raggiunto il 25% e che tra gli elettori di Grillo ce ne sono moltissimi che sono convinti che la colpa è delle “banche”, dei “partiti”, dell'”Europa” e che c’è modo di fare a meno di queste mostruose creature, costruendo un mondo diverso anche se ancora non sappiamo nulla di questo mondo.
Come finirà tutto questo? Riuscirà Grillo a far saltare in aria tutto, oppure riusciremo a salvare quello che val la pena di salvare? La fusione sotto il comune desiderio di rottura durerà o torneranno ad essere altre le categorie sulla base della quale dividersi? Le profezie su Grillo non sono facili e chi le ha fatte spesso non si è trovato poi bene, ma ho l’impressione che, come altri in passato, quando si troverà a rivestire ruoli di governo il suo Movimento dovrà fermare la sua furia distruttrice e prendere decisioni e quelle decisioni andranno ad insistere sugli unici binomi possibili: tasse/spesa pubblica; imprenditori/lavoratori; dipendenti/autonomi; ecologia/sviluppo. A quel punto immagino che dovrà prendere quindi una posizione che implicherà una sua collocazione secondo le categorie consolidate della politica, e magari allora ci faremo anche un’idea del paese che ha in mente Grillo, se ne ha in mente uno, cosa che al momento francamente mi sfugge. Ma probabilmente vedo le cose così perché anch’io sono discretamente morto, non so capire il nuovo, sono una salma, una cariatide, un ectoplasma, eccetera eccetera eccetera…
Il grande sconfitto
La domanda che corre sulla bocca dei principali opinion maker dopo ogni elezione è “Chi ha vinto e chi ha perso?”. Per molti lo sconfitto è il Centro Sinistra, ma è una risposta curiosa se ci si pensa bene: la coalizione di Bersani è la prima sia alla Camera che al Senato e questo vuol dire: maggioranza relativa al Senato e addirittura assoluta alla Camera (questo grazie alla legge elettorale). Non sembra un risultato così deludente considerando che alle ultime elezioni la coalizione guidata dal predecessore di Bersani, Veltroni, aveva concesso quasi 10 punti percentuali a quella di Berlusconi. Al contrario Berlusconi sembra gioire per il risultato conseguito quando la sua coalizione cala in realtà di 17-18 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni, un crollo senza precedenti nella nostra poco dinamica storia democratica. Infatti chi dà una chiave di lettura diversa brandisce soprattutto la lunga teoria di sondaggi che hanno accompagnato la campagna elettorale e che hanno illuso la sinistra di stravincere e preparato la destra ad un insuccesso ancora più netto.
Per questo la risposta che dò io senza esitare alla domanda iniziale e che giustifica questa strana contraddizione è che, più che l’uno o l’altro, il vero sconfitto di queste elezioni ha un altro nome ancora: si chiama sondaggio. Era in effetti una sconfitta annunciata: (anche se non annunciata dai sondaggi…) nel passato più di una volta i sondaggi hanno sbagliato pronostici in modo sufficientemente ampio da indurre a malaccorte esultanze o troppo frettolose giustificazioni leader e house organ dei vari partiti, eppure ogni volta ci crediamo di nuovo come in un singolare meccanismo di rimozione collettiva. Suggerisco la lettura di uno studio accurato pubblicato su Linkiesta sui sondaggi da cui emerge la sostanziale e strutturale approssimazione dei sondaggi politici. Per chi non abbia voglia di leggere sintetizzo: i sondaggi politici hanno solitamente un tasso di risposta piuttosto bassa (considerando sia coloro che rispondono “non so” che coloro che si rifiutano semplicemente di partecipare al sondaggio), la qual cosa falsa la rappresentatività e casualità del campione, questo perché non necessariamente chi non risponde o risponde manifestandosi come indeciso è equamente distribuito sul panorama politico; non è da escludersi infatti che alcuni partiti abbiano tassi di non risposta maggiore di altri, per polarizzazioni generazionali o genericamente culturali, e questo giustifica errori nei sondaggi spacciati poi per imprevisti recuperi dell’ultimo ora. E’ vero che i sondaggisti più raffinati possono cercare con ulteriori domande di indagare più a fondo le simpatie di chi si manifesta indeciso e identificare quindi per quali partiti potrebbero votare, ma nessun sondaggista potrà mai indagare le intenzioni di chi semplicemente si rifiuti di partecipare al sondaggio. Si potrebbe provare, e sicuramente è stato fatto, a valle delle elezioni, ad individuare, per differenza tra i risultati reali e i sondaggi, quale sia l’effettivo orientamento dei non partecipanti e “modulare” alla tornata elettorale successiva il risultato con questo dato, ma il tasso di partecipazione alle elezioni varia tra diverse tipologia di elezioni (l’elettore che non risponde al sondaggio politco è spesso un elettore poco interessato alla politica e quindi un elettore che spesso non partecipa alle consultazioni amministrative) e questo rende affidabile il dato solo tra consultazioni elettorali simili e visto che le consultazioni elettorali simili presentano intervalli di parecchi anni l’una dall’altra questo rende la mole di dati scarsa e poco affidabile, poco affidabile perché spesso da un’elezione all’altra cambiano le caratteristiche dei partiti, il loro consenso e perfino i modelli culturali della nostra società .
Cerchiamo allora di capire, alla luce di tutto ciò, qualche strano fenomeno. Partiamo da alcuni grafici: il primo, preso da notapolitica.it, mostra come stavano le cose a Settembre 2012 in termini di consensi come espressi dalla media dei sondaggi politici dei principali istituti.
Il secondo come stavano a Dicembre dello stesso anno.
L’ultimo indica l’esito degli ultimi sondaggi a Febbraio di quest’anno, subito prima del silenzio elettorale (peraltro anche i sondaggi clandestini non fornivano grosse variazioni anche negli ultimi giorni).
Balza all’occhio come tra Settembre e Febbraio il dato sia quasi identico, mentre a Dicembre il dato indichi un elevatissimo consenso a Bersani ed un basso consenso a Berlusconi. Se interpreto il sondaggio senza le accortezze di cui sopra, dovrei desumerne che ci sono molti elettori che tra Settembre e Dicembre sono passati da Bersani a Berlusconi e poi sono tornati a Bersani, o al limite che sono passati da Berlusconti a Monti e da Monti a Bersani più o meno in egual misura e che in egual misura sono tornati poi indietro. E’ vero che nel frattempo ci sono state le primarie del centro-sisinstra da un parte, la full immersion mediatica di Berlusconi e lo scandalo MPS dall’altra, ma possibile che alla fine si sia atterrati proprio su un risultato così vicino rispetto a quello da cui si era partiti? Possibile che le primarie o qualcos’altro abbiano attirato come mosche sul miele gli elettori verso Bersani e poi qualcos’altro li abbia sospinti indietro? Ho il sospetto, anche se non ne ho le prove che le cose siano andate diversamente. Dobbiamo infatti considerare il bacino degli indecisi e come funziona l’indecisione: il sottoscritto ad esempio è rimasto indeciso fino all’ultimo giorno su chi votare ma, per contro, ero assolutamente certo che non avrei votato alcune delle liste in corsa. Una buona parte degli indecisi hanno ben chiaro in quale area voteranno anche se non la lista. Non è quindi forse probabile che le primarie a Novembre/Dicembre abbiano fatto da catalizzatore degli indecisi di area PD-SEL e che la discesa in campo di Berlusconi abbia invece catalizzato gli indecisi di area PDL, facendo passare prima gli uni e poi gli altri dall’area degli indecisi a quella dei “decisi”? Certamente è un fatto attestato dai sondaggisti stessi che gli indecisi sono andati calando progressivamente durante la campagna elettorale. Perché non dirsi chiaramente che molto probabilmente in realtà non c’è stata nessuna progressiva rimonta, nessun largo successo di Bersani sfumato inopinatamente? Addirittura che da Settembre ad oggi poco o nulla è cambiato, nemmeno il consenso a Grillo è cambiato molto e il suo successo sembra più legato al successo avuto dagli ultimi comizi che hanno certamente rappresentato un successo mediatico e che hanno polarizzato verso di lui molti degli indecisi.
Rimane da chiarire il fatto che, partendo da una vittoria di Bersani per 4-5 punti percentuali che anche gli ultimissimi sondaggi accreditavano, si sia arrivati ad un sostanziale pareggio. Qui bisogna attingere al tema citato all’inizio, cioè coloro che ai sondaggi non rispondono proprio. Secondo il sopracitato articolo de Linkiesta i rifiuti si aggirerebbero intorno al 50% degli interpellati. Non è da escludersi che ci sia una fisiologica diversa propensione alla risposta tra i diversi elettorati. Supponiamo che, dato 50% il tasso di risposta media, l’elettore di Berlusconi abbia una propensione del 45% e l’elettore di Bersani del 55%. Questa differenza basterebbe a far sì che, a parità di consistenza dei due schieramenti sul totale (diciamo un 30% per entrambi), tra i soli rispondenti ci sia uno scarto di 8 punti percentuali a favore di Bersani. Perché l’elettorato berlusconiano dovrebbe rispondere di meno? Ad esempio si sa che Berlusconi raccoglie molti consensi tra gli anziani o tra coloro che non si interessano molto di politica, non è improbabile pensare che una persona anziana, per diffidenza, possa rifiutarsi di confidare le proprie simpatie politica con maggiore probabilità rispetto ad un giovane; non è improbabile che una persona che non si interessa di politica possa con maggiore probabilità rifiutarsi di perdere tempo rispondendo ad un sondaggio politico rispetto ad una persona che se ne interessa. Si dirà a questo punto: ma i sondaggisti elaborano i risultati, vuoi che dopo che la stessa sottovalutazione dell’elettorato berlusconiano nelle elezioni del 2006 (e in parte anche in quelle del 2008) non abbiano conteggiato questo fattore? Probabilmente l’hanno fatto, ma quanto? Come detto all’inizio dal 2008 l’elettorato berlusconiano si è quasi dimezzato, vuoi che non sia cambiato il tasso di non risposta? Non è forse probabile che sia stato l’elettorato giovane e quello più interessato alla politica e quindi critico ad abbandonare Berlusconi? E allora non si può escludere che questo effetto sia stato sottostimato abbastanza per generare lo stesso errore del 2006 e del 2008. Tutto questo spiegherebbe anche perché spesso nelle elezioni regionali o amministrative si verifica il contrario: ovvero che viene sottostimato il fronte progressista, perché si applicano coefficienti correttivi eccessivi, perché in queste elezioni, come sopra ricordato, spesso chi è indeciso o chi non si interessa di politica a votare non ci va proprio.
Tutto questo non vuol dire che Bersani debba gonfiare il petto. Un partito allo sbando come il PdL, un personaggio inguardabile come Berlusconi avrebbero potuto essere sconfitti ben più nettamente da una proposta politica appena accettabile, da un personaggio in grado di attirare un minimo di speranza di rinnovamento. Ma se parliamo di recupero, parliamo di riscossa di Berlusconi, stiamo probabilmente parlando del nulla. Dibattiti, opinionisti autorevoli, uomini politici, che da giorni discettano cercando le ragioni dell’ennesimo imprevedibile spunto finale, stanno parlando di un concetto fittiziamente costruito in realtà solo ed esclusivamente su uno strumento, il sondaggio, che, al di là delle mie considerazioni, si è ripetutamente dimostrato essere assolutamente inaffidabile. Tutto ciò significa che chi si sta arrovellando per cercare ragioni oscure del miracolo berlusconiano la dovrebbe in realtà cercare nel business dei sondaggi, un business che a nessuno conviene danneggiare e che tutti quindi continuano a sostenere, ma che temo non faccia altro in realtà che prenderci in giro ogni volta di più.
Comunque vada l’Italia ha perso
Immaginatevi di essere il proprietario di un ranch nell’Arizona, un ranch piuttosto ben avviato, avete un bel po’ di soldi da parte e chiedete al vostro promotore finanziario come investire il vostro denaro: non sognate grossi guadagni, vi interessa avere un rendimento stabile e sicuro. Oppure immaginatevi di essere il proprietario di una piccola azienda artigianale giapponese che produce teiere, anche qui avete un po’ di soldi da parte e anche qui vorreste soprattutto la certezza che quei risparmi non si volatizzeranno. Né come rancher americano, né come produttore di teiere giapponese conoscete granché dell’Europa, anche se una volta vi avete trascorso una settimana di vacanza, però nel passato il vostro promotore vi aveva proposto dei fondi monetari in Euro e voi avevate accettato, però avete letto da qualche parte che l’Euro adesso non va benissimo. Il promotore è preparato, legge i quotidiani finanziari e altra roba a voi incomprensibile, vi fa vedere qualche grafico e altre cose che non capite e vi dice che l’investimento in Euro non è propro sicuro come una volta e vi consiglia un investimento nei paesi emergenti. Voi lo guardate con sospetto: conoscete uno che aveva comprato dei bond argentini e ha perso un bel di denaro. Alla fine il promotore vi spiega che uno dei paesi più importanti della zona Euro è l’Italia dove in questi giorni ci sono le elezioni: vi spiega che il paese è governato da due anni da un governo provvisorio perché quello eletto è caduto travolto da mille scandali e dal tracollo finanziario, che gli artefici di quel tracollo finanziario si sono quasi tutti ricandidati e sono ancor tanto popolari che potrebbero addirittura rivincere le elezioni, che il loro leader è un tizio anziano, il cui passatempo sono i festini a luce rossa, che ha avuto e ha molti guai con la giustizia, compresa una condanna recente per frode. Pare che l’unica novità di queste elezioni sia un partito capeggiato da un comico, che propone di abbandonare la valuta europea e molti sostenitori del quale considerano ipotizzabile il congelamento del debito. Voi vi fate spiegare meglio cosa si intende per congelamento del debito e, quando lo avete capito, decidete senza più esitare per i paesi emergenti.
Questa breve storiella per spiegare perché in questo momento molti di noi, ed io tra l’oro, si sentono già sconfitti. Sconfitti nella convinzione che anche se dalle urne dovesse uscire un governo meno peggio di quello che i promotori finanziari americani e giapponesi prospettano ai loro clienti, nel mondo di oggi un paese, un po’ come un’industria, deve essere in grado di vendere sé stesso sul mercato e noi ci proponiamo al mondo come un paese del tutto inaffidabile. Vendere una buona immagine di sé non significa poi solo riuscire a vendere i propri titoli di Stato al tasso di interesse più basso possibile, ma significa anche avere un’immagine di paese produttivo che invogli i consumatori stranieri a scegliere prodotti italiani, un’immagine di paese efficiente e funzionale che invogli aziende a fare investimenti in Italia. Siamo in un mondo competitivo, che ci piaccia o meno, nel quale si compete anche con la propria immagine e l’immagine che noi abbiamo nel mondo è disastrosa.
In questo scenario si inserisce questa campagna elettorale, che, devo dire, di tutte le campagne elettorali alle quali ho assistito, è stata davvero la più insensata, la più povera di contenuti, di proposte che non fossero illusorie, per non dire propriamente menzognere, in una gara perversa a chi la sparava più grossa. I principali personaggi che l’hanno popolata si sono alternati ad accusarsi in modo ridicolo delle responsabilità degli ultimi due anni di governo, che peraltro hanno sostenuto insieme. Ci si è scontrati su IMU, IRAP e altre tasse, come se le tasse sulla casa o sull’impresa ci fossero solo in Italia. Nessuno, o quasi nessuno, ci ha spiegato anche solo vagamente cosa farà se vince, cosa propone per il lavoro, cosa propone per la scuola, cosa propone per la Sanità , cosa propone per rilanciare l’impresa. Perfino l’immigrazione, tema così popolare un tempo, è sparita dalle agende politiche, né la crisi dell’Euro ha enfatizzato il tema dell’Europa, di cui ha parlato sostanzialmente il solo Grillo per proporre il suo demenziale e comunque incostituzionale referendum sull’Euro. Soprattutto non c’è un filo di speranza, non c’è un progetto chiaro e definito di rilancio del paese, almeno tra le forze politiche che gli elettori sembrano intenzionati a votare in massa, c’è solo il tentativo di accapparrarsi voti e seggi parlamentari, che non esita a passare attraverso la menzogna o la grave omissione.
Siamo sottoposti perfino alla vergogna dell’assenza di un confronto faccia a faccia tra i candidati, tradizionale momento di confronto di tutte le campagne elettorali nelle democrazie, alla vergogna della truffa della restituzione dell’IMU, ci siamo trovati perfino a dividerci sul nazifascismo, cosa che al di là di tutto denuncia un’assoluta immaturità culturale. Tutto questo non impressiona tanto il rancher dell’Arizona, colpito più dal Bunga Bunga, né il teierista giapponese, colpito di più dagli scandali, ma impressiona me, convinto che serva convincere il mondo, ma ancor prima del mondo noi stessi, che l’Italia non è questa.
Specifico che se non faccio nomi e cognomi non è per alludere all’odioso refrain per cui “sono tutti uguali”. Notare le differenze è proprio la parte più difficile del compito dell’elettore ed è la principale qualità che distingue le democrazie che funzionano da quelle che segnano il passo. Anzi lo slogan più volte sentito, anche in questa campagna elettorale, “PD=PDL” è per me emblematico della difficoltà che i cittadini di questo paese hanno nel selezionare la propria classe politica. Non faccio invece nomi e cognomi perché non voglio puntare qui il dito contro qualcuno (individuo o partito), benché non manchino certo i candidati, ma voglio puntarlo contro i cittadini di questo paese che hanno lasciato che la propria classe politica andasse anche questa volta alla deriva in una bolgia inconcludente, nella quale chi emerge lo fa solo grazie all’impresentabilità di chi affonda.
Oggi andrò a votare, ancora non so per chi, ma sicuramente il mio criterio non sarà di votare chi mi ha fatto la proposta migliore, ma chi l’ha sparata meno grossa, chi ha meno abusato della buona fede degli elettori, chi si è dimostrato un po’ meno disonesto degli altri. Non dovrebbe funzionare così la democrazia, ma evidentemente questo è quanto, come italiani, ci siamo finora meritati.
Svalutazione per svalutazione…
Non si può dire che questa campagna elettorale sia piena di novità e di stimoli intellettuali, anzi se devo dirla tutta mi pare di una piattezza mortale. Una novità è però indubbiamente la prospettiva nuova sotto la quale molti vedono un concetto nel passato spesso bistrattato: la svalutazione monetaria. I molti sostenitori dell’uscita dall’Euro ne fanno il cavallo di battaglia della nuova Lira: — Senza i vincoli della moneta unica saremo finalmente liberi di svalutare la nostra moneta — dicono costoro. Se devo essere sincero l’idea per la quale mi dovrebbe rendere felice la possibilità che chi mi governa possa spogliare di valore quello che ho nel portafoglio mi pare fortemente controintuitiva, ma spesso i meccanismi controintuitivi portano con sé le scoperte più rivoluzionarie.
C’è chi sostiene che la svalutazione avrebbe tutta una serie di effetti negativi (aumento dei tassi di interesse sul debito, crollo del valore dei titoli di stato, crescita del deficit e necessità di nuove tasse o di nuovi tagli alla spesa) ma, al di là delle previsioni economiche-finanziarie, quello che brutalmente succederebbe è che il mio reddito ed il mio patrimonio espresso in termini reali (cioè di potere d’acquisto) si svaluterebbe. Per qualcuno questo sarebbe positivo perché ci consentirebbe di essere più competitivi, diminuirebbe, sempre in termini reali, il costo del lavoro e quindi le nostre imprese esporterebbero a costi inferiori. Rimane però il fatto che anche il potere d’acquisto effettivo dei nostri salari calerebbe più o meno proporzionalmente, sicuramente calerebbe nell’ambito di tutti quei beni che importiamo dall’estero che aumenterebbero il proprio prezzo di mercato, ma calerebbe anche per quanto riguarda quei beni che produciamo sì in Italia, ma utilizzando materie prime, servizi o semilavorati provenienti dall’estero. Alla fine dei conti l’effettivo beneficio rimarrebbe quindi legato alla sola frazione del costo di un prodotto che è legata al lavoro, che, in quanto pagato in Lire, vedrebbe scendere il suo valore “reale”. In altre parole l’unico vantaggio certo verrebbe dalla perdita di valore dei nostri salari (che fortuna!).
Avremmo fatto in definitiva una riconversione di valuta con costi enormi, con grande seccatura di chi viaggia spesso all’estero che sarebbe costretto ogni volta a cambiare la valuta, con i conseguenti costi di commissione, con le conseguenze oggettivamente negative di una valuta debole; avremmo poi svalutato la moneta sottraendo valore ai risparmi di tutti noi: il tutto per poter fare una cosa sola, ridurre i salari. A questo punto suggerisco ai propugnatori dell’uscita dall’Euro e della libera svalutazione una controproposta oggettivamente migliorativa: rimanere nell’Euro e continuare a non poter svalutare la moneta, ma attribuire al governo la possibilità , in determinati momenti di crisi, di ridurre per legge i salari, tutti indiscriminatamente. Conterrebbe i vantaggi eliminando gli svantaggi della proposta sopra menzionata.
Certo, si tratta di una proposta coraggiosa e rivoluzionaria e che forse raccoglierebbe, di primo acchito, con difficoltà popolarità e consenso, anzi in effetti, se ci penso bene, mi pare proprio una boiata, ma se qualcuno è stato convinto dalle boiate di Napoleoni e Barnard e se c’è un movimento politico di crescente consenso che solletica i suoi elettori con tali boiate, perché non ci posso provare anch’io?
Meno male che c’è Sanremo
L’occupazione militare che mia figlia fa del televisore della sala da pranzo da un paio d’anni in qua non mi aveva mai fatto sentire tanto emarginato socialmente quanto durante l’ultima settimana trascorsa, quella del Festival di Sanremo. Ci ho messo un po’ a capire che tutti quei commenti su Facebook che non riuscivo a collegare a nessun avvenimento avrebbero trovato una logica se solo Zonzoli, Peppa Pig e Pippi Calzelunghe avessero lasciato un po’ di spazio a Fazio e Littizzetto. In effetti il Festival di Sanremo, visto attraverso i social network. acquisisce delle caratteristiche ancor più peculiari. Leggi il commento del sinistro-radicale e del leghista, del cattolico e del montiano e ti rendi conto che nemmeno la finale dei mondiali di calcio riesce ad attirare persone così diverse davanti allo stesso spettacolo. Soprattutto sono commenti che danno per scontato che chi li legge, a sua volta, stia guardando il Festival, e così in qualche modo sembrano far uso di un codice collettivo prodotto ad hoc per l’evento.
Non so bene cosa ci sia di irresistibile nel Festival della Canzone, probabilmente il fatto che è strutturato per essere uno specchio del nostro paese e ovviamente interessa a tutti specchiarsi nel proprio paese. La cosa singolare è però la capacità che hanno i social network di darti, in pochi secondi di navigazione, un’immagine così lampante del nostro costume, di come le persone reagiscono ad un avvenimento. E poi c’è chi dice che cazzeggiare su facebook è tempo perso…



