29 Maggio

heysel-stadium.jpgPer quanto ci sforziamo di essere creature razionali, spesso ci dimentichiamo di quali esiti possano avere i nostri atti, fintanto che gli esiti non si palesano di fronte ai nostri occhi. Per questo credo che la cosa migliore da fare di fronte ad eventi tanto assurdi e abnormi quanto ciò che accadde a Bruxelles 28 anni fa è ricordarsene. Questo è quello che ho pensato quando ho letto la notizia di una mozione in Comune a Torino per l’intitolazione di una via nei pressi dello Stadio della Juventus alle vittime dell’Heysel. Forse non ci sarebbero dovuti volere 28 anni per decidere di ricordarsi di quanto accaduto, ma meglio tardi che mai.
Nel mio piccolo anche quest’anno riracconto quel che vidi accadere quel tragico 29 Maggio.

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là  della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già  strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età : apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
Ore 19.15
: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità  di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là  anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà  intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là , libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà  se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà . Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques Franà§ois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

May 29th, 2013

La TAV e la secessione

20121227_130854_rotonda_varese.jpgHo vissuto la mia adolescenza a Varese e ci torno sovente, visto che i miei genitori abitano ancora là . Conosco bene quindi il modo in cui la Lega, nelle zone in cui ha governato, ha cercato di culturalizzare il proprio potere, imponendo i propri simboli e i propri modelli anche a quegli spazi pubblici che dovrebbero essere di tutti, non solo di chi li ha votati. Mi riferisco ai simboli padani nelle scuole, negli uffici pubblici e nell’arredo urbano, mi riferisco ai cartelli in doppia lingua. Trovo queste scelte un attacco preciso e strutturato ai fondamenti della democrazia che può difendersi dalla classica critica di Tocqueville (“La democrazia è la dittatura della maggioranza”) solo se tiene ben ferma la distinzione tra un mandato di governo e l’appropriazione della cosa pubblica, e quindi ci si ricorda che il pubblico è uno spazio tanto degli uni quanto degli altri, indipendentemente da chi abbiano votato. Chi segue questo blog sa che non sono un simpatizzante della Lega, ma terrei a precisare che, come tutti i principi, questo vale indipendentemente dal contesto e mi opporrei a chi facesse dello spazio pubblico una bacheca delle sue proposte politiche, anche laddove le condividessi pienamente. cartello-notav.jpgPer questo mi ha infastidito notare, passando qualche giorno fa in Val di Susa, che in molti comuni (quelli ovviamente governati da giunte di orientamento NoTav) vi siano bandiere NoTav appese ad ogni lampione stradale.
Come altre volte ho scritto la battaglia contro la linea Torino-Lyon mi lascia molti dubbi e perplessità , per il merito ma soprattutto per il modo con cui è condotta, però non riesco a percepire negativamente chi voglia denunciare la presunta inutilità  di un’opera pubblica, semmai vorrei che altrove ci si battesse con altrettanta energia contro opere pubbliche molto meno utili. Eppure vedere lo spazio pubblico invaso da una battaglia di parte non mi trasmette sensazioni diverse: che si parli di NoTav, di secessione, o di qualunque altra istanza che una parte dell’opinione pubblica condivide e un’altra respinge.
Non costruiremo un’Italia migliore passando con il tosaerba su chi non la pensa come noi. Con buona pace di Grillo non ci sarà  mai un paese democratico in cui un partito avrà  il 100% dei consensi e anzi ci sarà  sempre una minoranza, e la capacità  di ascolto che la maggioranza avrà  della minoranza costituisce e costituirà  sempre la forza di una democrazia.

May 27th, 2013

L’isola felice si scopre infelice?

800px-aerial_view_of_a_pseudo_crater_at_myvatn_21052008_15-21-31.JPGDa quando nel 2010 l’Islanda ha bocciato tramite referendum l’ipotesi di rimborsare i danni causati ai correntisti inglesi e olandesi dal fallimento delle principali banche del paese, l’isola è diventata per molti l’icona di “un’altra strada alla crisi è possibile”. Fiumi di inchiostro e di bit sono stati spesi per esaltare le scelte del governo islandese che, ancora indipendente da lobby economiche e finanziarie, ha sfidato tutto e tutti in nome del “popolo sovrano” e ha vinto.
Iniziamo col dire, a correzione di questa sequenza di luoghi comuni, che in realtà  non ha vinto, non ha vinto nel senso politico del termine, visto che nelle recenti elezioni la coalizione verde-socialdemocratica che aveva condotto il paese attraverso queste eroiche e vittoriose prove è stata sonoramente sconfitta e i partiti conservatori sono tornati al governo del paese. Perché quindi il popolo di quella lontana isoletta non ha premiato quella classe politica che l’aveva condotto così trionfalmente attraverso le secche del crack finanziario?
Per capirlo proviamo ad affrontare il problema alla lontana. L’Islanda non fa parte dell’Unione Europea ma è all’Unione Europea strettamente legata da accordi bilaterali che ne fanno una sorta di membro silente. Di fatto l’Islanda fa parte dello spazio di libera circolazione europeo ed ha sottoscritto anche il Patto di Schengen. La sua adesione all’Unione Europea è sempre stata osteggiata dai partiti che hanno lungamente governato il paese: il Partito dell’Indipendenza (comunenemente considerato il partito più conservatore) e il Partito del Progresso (di tendenze liberali).  Per sostenere questa posizione ideologica independentista la coalizione al governo aveva costruito l’immagine dell’Islanda come una sorta di paradiso finanziario, alti tassi di interesse avevano attratto capitali verso il paese sostenendo l’economia al prezzo di un elevato indebitamento delle banche del paese; quando poi l’esplosione della crisi abbassava la remunerazione dei capitali le banche non riuscivano più a sostenere il debito e andavano quindi incontro all’inevitabile fallimento. Nelle elezioni successive, del 2009, la coalizione di governo, indicata come responsabile del fallimento, veniva sconfitta e la coalizione socialdemocratica (Alleanza socialdemocratica e Verdi)  vincitrice cercava di porre rimedio alla situazione. In linea con la sua posizione storica venivano avviati immediatamente negoziati per l’adesione all’Unione Europea che culminava con la richiesta formale formulata nel Luglio 2009. L’idea era che la posizione liminare dell’Islanda costituiva un ibrido che assommava solo svantaggi. Lo stretto legame commerciale che fisiologicamente l’Islanda ha con l’Europa la rende de facto dipendente dal resto del continente, di cui peraltro, stando fuori dall’UE, non ha alcun peso nelle decisioni: insomma uno dei tanti casi, nel mondo di oggi, di deficit di rappresentanza politica a fronte di una dipendenza economica. Come possibile passo successivo veniva identificata l’adesione dell’Euro, la quale, con l’abbassamento dei tassi di interesse sul debito che prometteva, si prefigurava come soluzione alternativa agli azzardi finanziari pre-2008. Sull’onda dell’autocritica per la strategia isolazionista perfino il Partito del Progresso operava una svolta in senso europeista. proteste-parlamento-reykjavik.jpgNel frattempo però la situazione economica del paese migliorava molto lentamente e inflazione, tassi di interesse e debito pubblico schiacciavano il tenore di vita. Parliamo sì di una disoccupazione al 5%, di un inflazione all’7%, ma in un paese per il quale certi fenomeni socio-economici erano fino a ieri del tutto sconosciuti. Nel frattempo Europa ed Euro andavano in crisi e la scialuppa europea smetteva di apparire come la soluzione della crisi, ma piuttosto come un rimedio peggiore del male. Questo nonostante l’indipendenza monetaria non sembra aver particolarmente giovato al paese, visto che la svalutazione della corona non ha impedito il crollo nominale dei salari che a tutt’oggi rimangono sotto al livello pre-crisi. Anche la riforma costituzionale, il cui iter si era svolto in rete, per la gioia dei cyberisti più convinti, si è trascinato molto stancamente ed è ora messo in forse dal cambio di maggioranza.
La stessa vertenza per il rimborso dei risparmiatori inglesi e olandesi danneggiati dal fallimento delle banche islandesi, che da noi è stata vista come una vicenda quasi eroica, è stata dagli islandesi vista diversamente. Si trattava infatti di un debito contratto da un soggetto privato verso risparmiatori stranieri, diventato debito pubblico in seguito alla nazionalizzazione delle banche. Non sorprende che i cittadini islandesi abbiano considerato poco più di un atto dovuto il fatto che il governo non si sia voluto far carico anche di questa parte del debito. E’ da sfatare anche la riluttanza dell’Islanda a piegarsi alle pretese dell’FMI; all’Islanda è andato un consistente prestito da parte del Fondo Monetario del quale il paese sta ora pagando regolarmente gli oneri.
Il tutto ci spiega perché Alleanza socialdemocratica e Verdi hanno dimezzato i propri consensi rispetto al 2009, restituendo il governo del paese ai partiti che lo avevano mandato a picco. C’è però da dire che, a differenza di quanto accade dalle nostre parti, i due partiti vincitori, si sono presentati profondamente rinnovati rispetto ai tempi che hanno preceduto il 2008, giustificando così la promessa agli elettori di non ripetere gli errori passati.
In definitiva molte delle cose che ci hanno raccontato sull’Islanda non erano vere, o erano esagerate, e allo stesso modo sono forzate le interpretazioni di chi legge in chiave ideologica l’esito delle elezioni. Non è stata la sconfitta di un’inesistente isola pirata che si batte contro gli infidi poteri sovranazionali, ma non è stata nemmeno la sconfitta dell’europeismo. E’ stato semplicemente il colpo di coda di una crisi che non risparmia quasi mai chi ha la disavventura di stare al governo. Questo ovviamente con l’eccezione di paesi che preferiscono votarsi al suicidio piuttosto che cambiare la propria classe politica, ad esempio l’Italia.

May 21st, 2013

I perversi meccanismi dei nuovi media

scontri-juventus-torino.jpgAl termine del derby Juve-Toro del Dicembre scorso accadde che un signore, identificato da un gruppo di Ultras come tifoso avversario dalla sciarpetta che portava al collo, fu da costoro aggredito e ridotto in fin di vita. A distanza di qualche mese i responsabili dell’aggressione sono stati identificati e rinviati a giudizio con l’accusa di tentato omicidio. Premetto che le mie conoscenze di diritto non sono molto approfondite, ma mi sono sempre chiesto perché il colpire ripetutamente una persona inerme, sapendo che ciò può determinare lesioni anche mortali, non possa configurarsi appunto come “tentato omicidio” piuttosto che semplice reato di “lesioni personali”. Saluto quindi con soddisfazione il fatto che la Procura abbia mosso le accuse agli Ultras in questi termini. A parte questo aspetto però, trovo che questa vicenda, nello svolgimento dei suoi tragici fatti purtroppo simile a tante altre, abbia una sua particolarità  nella copertura che i media ne hanno dato.
Come già  scrissi all’epoca dei fatti, la notizia fu allora quasi completamente ignorata dai media, tutti occupati com’erano a dare spazio ad una polemica sugli striscioni di cattivo gusto. Il primo punto che trovo quindi singolare è proprio il fatto che la notizia rispunti ora, a distanza di mesi, apparentemente perché è stata formulata l’accusa di tentato omicidio. Mi viene da chiedermi a questo punto perché. Forse c’è bisogno della parola “omicidio” perché una notizia scali alle prime pagine? Un tizio in gravi condizioni in ospedale non basta?
Se poi guardo come le varie fonti hanno coperto l’evento c’è un’altra cosa che noto. Non c’è un titolo che non citi la fede calcistica di aggredito e aggressore. Quale contributo informativo dà  al lettore sapere per che squadra tifa l’uno o l’altro? Ovviamente nessuno, a meno che non si voglia pensare che ci siano colori sportivi che incentivino più o meno alla violenza, ma è la domanda, così come le precedenti che mi sono fatto, ad essere forse sbagliata. Nell’era del Web 2.0, non è importante il contenuto informativo, non è tanto importante nemmeno l’impatto della notizia, la cosa più importante è quante discussioni genera, quanti commenti la pagina stessa, facebook e tweeter raccoglieranno, quanto i pareri si spaccheranno tra i sostenitori di una o dell’altra posizione. La notizia di un tizio pestato che versa in gravi condizioni in ospedale non divide, non fa discutere. Siamo tutti d’accordo nel condannare l’episodio e nello sperare che il malcapitato si riprenda. Poi però la cosa finisce in tribunale e cominciamo con i capi d’accusa e successivamente magari arrivano le sentenze e allora ci sarà  qualcuno pronto a dire che ci sono due pesi e due misure, che nelle stesse condizioni in altra città  e con altre squadre interessate l’accusa sarebbe stata più lieve, o più pesante, e altri ribatteranno ai primi accusandoli di vittimismo. E poi, già  che diamo la notizia, specifichiamo bene qual è la fede calcistica di vittime e aggressori, così daremo libero spazio alle rivendicazioni degli uni degli altri, alle generalizzazioni, alle schematizzazioni: noi siamo il bene e voi il male, noi certe cose non le faremmo…, e così via. Tutte cose che generano accessi come se piovesse sui siti web che raccontano episodi come questi.
Io personalmente rimango dell’idea che la notizia non sta nella fede degli uni o degli altri, né sta nelle decisioni prese da un magistrato, ma nel fatto che nel 2013 uno che cammina tranquillo per la strada rischi ancora di finire al creatore solo perché ha la sciarpetta della squadra sbagliata. Questo è quello che penso io ma ho come l’impressione di rappresentare un’esigua minoranza.

May 17th, 2013

Il concorso fuori corso

Come molti di voi sanno nel Dicembre scorso si è tenuta, tra squilli di trombe e tromboni, la preselezione per il concorso nazionale insegnanti, per l’immissione in ruolo di 23mila docenti. La preselezione, sotto forma di test con risposte crocettabili, mirava a ridurre i candidati in vista della consueta prova scritta ed orale. Gli squilli di trombe e tromboni erano giustificati dalla prova di efficienza che il ministero aveva fornito dando ai candidati in tempo quasi reale l’esito della prova e quindi la consapevolezza di essere passati o meno alla prova successiva. Le cose poi sono andate in realtà  meno bene di quello che la retorica profumiana ci aveva preannunciato, non solo per le improprietà  insite in quello strumento e in come fu realizzato (che già  questo blog trattò lo scorso Dicembre), ma anche per quello che è accaduto dopo.
Parto col dire che a Gennaio il TAR del Lazio, accogliendo il ricorso di alcune associazioni, dichiarava illegittima la soglia stabilita dal Ministero (35/50) per l’ammissione alla prova successiva, abbassandola a 30/50 e suscitando un certo fastidio in chi aveva studiato notte e giorno per riuscire a raggiungere, con proprio gaudio, quegli inafferrabili 35 punti. Il peggio però è venuto dopo.concorso.jpg Ad iniziare della vicenda dell’inglese nella primaria: non solo infatti è stata introdotta una prova di inglese per i candidati al concorso per la Scuola Primaria ma è stato richiesto un livello B2, un livello di conoscenza molto approfondita che richiede uno sforzo di qualche anno per essere raggiunto. Considerato il preavviso con cui la circostanza è stata comunicata, non era evidentemente possibile per chi conoscesse l’inglese ad un livello inferiore di migliorarlo e questo ha fatto giustamente imbufalire i più.
La vera disfatta si è però verificata dopo la prova scritta, svoltasi a metà  Febbraio (con l’eccezione di qualche classe di concorso che ha visto la sua prova rinviata di qualche settimana per la neve). I problemi si sono manifestati fin da subito con la carenza di commissari per la correzione degli elaborati e la cosa non può suscitare certo sorpresa visto che il compenso previsto era di 50 centesimi ad elaborato: da una parte si tratta di un compenso da fame, giacché anche immaginando di correggere un elaborato in 15 minuti parliamo di 2 Euro l’ora, dall’altra si tratta di un criterio, quello del compenso a numero di compiti corretti, che rende ovviamente conveniente fare un lavoro poco accurato.
Il risultato finale del tutto è quello a cui assistiamo in questi giorni: tre mesi sono passati dal compito e non tutte le classi di concorso hanno avuto ancora la lista degli ammessi all’orale, in Toscana anzi non ne è uscita neanche una. La prova orale però si dovrà  svolgere a breve, visto che il concorso dovrà  emettere i suoi risultati finali entro il 1 Settembre. Se teniamo conto che per molte persone questo concorso sarà  uno spartiacque della propria vita e che si tratta di persone che comunque, in gran parte, hanno un lavoro, precario, ma un lavoro, capiamo quale stress costituisca per queste persone passare le sere a preparare un esame che ancora non sanno se e quando dovranno sostenere.
Ora, ben ci ricordiamo Profumo bacchettare gli studenti italiani fuori corso (magari perché costretti dai ripetuti rincari alle tasse universitarie a trovarsi un lavoro sufficientemente remunerato) accusandoli di incapacità  di “rispettare le regole e i tempi“. Alla luce dei risultati disastrosi del concorso organizzato sotto la sua guida dovremmo allora considerare anche il Rettore come affetto dalla stessa incapacità ? La realtà , sulla quale forse in queste ore l’ex-ministro, tornato a fare il Professore, starà  riflettendo, è che gli appelli fattiilculistici alla responsabilità  individuale, alla concreta possibilità  che ognuno di noi ha di ottenere quelle che vuole, a dispetto di tutte le difficoltà  esterne, cadranno sempre nel vuoto fintanto che i difetti sistemici del nostro paese saranno così diffusi e soverchianti da schiacciare anche il più volenteroso. Cadranno nel vuoto finché non metteremo il dito nella piaga, finché non cominceremo a rivoltare come un calzino l’organizzazione della scuola, finché non diremo chiaramente che la struttura portante del sistema scolastico italiano è oggi costituita da una complessa rete di relazioni clientelari tra dirigenti scolastici sfaccendati e collaboratori incapaci ma fedeli, che permettono a pochi di vivere alle spalle degli altri; un sistema le cui prime vittime sono proprio i tantissimi volenterosi e meritevoli, costretti ad ingoiare bocconi amari, uno dopo l’altro. Pensare che un quiz a crocette potesse risolvere tutto questo, rappresenta una dimostrazione di ingenuità  sconcertante, e spero sia la prima lezione che il neo-ministro Carrozza coglierà  dai risultati deludenti colti dal suo infelice predecessore.

May 11th, 2013

Come ti rovino la festa

Ero qui pronto a scrivere un pezzo celebrativo del 31º scudetto (leggete pure 29 se il 31 vi infastidisce, non è quello il problema) della Juve, pronto a farlo con una certa soddisfazione perché raccontare il calcio nel suo svolgimento sportivo è un’attività  che trovo sempre abbastanza divertente. Però spesso mi accade poi di essere sopraffatto dal desiderio di parlare di aspetti meno gioiosi delle vicende pallonare, a costo di rovinare la festa a qualcuno oltre che a me stesso, e questo è uno di quei casi.
Iniziamo dagli eventi. Succedeva infatti Domenica scorsa che allo Stadio della Juventus 40 mila persone si riunivano, non tanto per assistere a Juve-Palermo, quanto per pregustare la festa che al fischio finale si sarebbe celebrata di fronte ai loro occhi. La mente correva alla festa dell’anno passato, impreziosita dall’addio di Alessandro Del Piero e l’entusiasmo animava uno stadio ribollente. La partita non era proprio una grande entrée per la festa finale, meglio sarebbe stata una gragnuola di reti, ma gli errori di Vucinic sottoporta riducevano lo score finale ad uno striminzito 1-0. Non era però importante perché l’attesa era per la Festa e così al fischio finale in un tripudio di bandiere, sciarpe ed emozione il popolo biancoenero si accingeva a festeggiare il successo con i propri Campioni. 05052013250.jpgQualcuno però pensava bene di fare una festa tutta per sé, approfittando dell’assenza di recinzioni (assenza che la Juve ha voluto proprio per puntare sulla civiltà  del suo pubblico, ahimé..) invadeva infatti il terreno di gioco. La conseguenza era un fuggi fuggi dei giocatori (con la sola eccezione di Marchisio) verso il tunnel degli spogliatoi e il conseguente rinvio della Festa. Lo stadio si spegneva, l’entusiasmo svaniva, in alcuni si tramutava in rabbia, in altri in silenziosa tristezza. Lo speaker si sgolava per invitare gli “invasori” a lasciare il campo, il resto del pubblico iniziava a rivolgere spontanei cori di dileggio verso gli occupanti del terreno di gioco, i quali però sembravano del tutto indifferenti ad ogni richiamo. Alla fine gli steward componevano un lungo cordone, con il quale spingevano finalmente gli “invasori” a ridosso della Curva Scirea. Sembrava che la Festa finalmente potesse avere luogo, ma bastava intravedere il ritorno dei giocatori in campo, perché il cordone venisse spezzato e la Festa venisse quindi definitivamente cancellata.
Il pubblico, deluso, si avviava mestamente verso le uscite, volti scuri e corrucciati, quelli di un popolo che non ha avuto la sua Festa, che era venuto qui per festeggiare e se ne va invece a testa bassa. Alla maggioranza delusa si contrapponeva la minoranza degli “invasori” che passeggiavano felici per il campo, scattando foto, salutando le telecamere, rubando anche pezzi di zolla e tagliando brandelli della rete della porta con coltelli che chissà  come era entrati nello stadio.
Il paradosso finale è che i cancelli non erano stati nemmeno aperti, non attendendosi evidentemente un deflusso così prematuro, e quindi il pubblico veniva anche sottoposto ad una lunga attesa per poter uscire.
05052013255.jpgQuando simili episodi accadono è consueto rivolgersi a chi li determina con epiteti vari ma sempre riferiti alla presunta scarsa intelligenza degli stessi. Non sono d’accordo, non sono idioti, non sono stupidi, perché loro la Festa l’hanno fatta e sono tornati a casa felici, felici di essersi fatti la foto sul campo dello Juventus Stadium, di aver portato via un pezzo di rete, una zolla, una bandierina. Gli ingenui semmai sono gli altri 40mila che per l’arbitrio di pochi se ne sono tornati a casa a bocca asciutta. E’ un motivo ricorrente nella nostra società  quello per cui una minoranza si arroga arbitrariamente il diritto di danneggiare una maggioranza, e il peggio che fa tutto ciò senza subirne conseguenze. Fin quando quei 40mila non troveranno la forza per impedire che pochi furbi li scippino di ciò a cui hanno diritto, le Feste finiranno purtroppo sempre così. Nella fattispecie non mi è ben chiaro perché invasioni di campo numericamente più contenute sono state nel passato (vedi qui e qui) punite con il DASPO dei responsabili e non si può utilizzare lo stesso provvedimento in questo caso. Vi sono tonnellate di filmati e fotografie e siamo tutti schedati con la Tessera del Tifoso. Non dovrebbe essere difficile identificare gli “invasori”, ma fate un po’ voi…

May 7th, 2013

Il crogiolo

Sono passati un po’ di mesi da quando il primo grado del processo sulle presunte violenze della scuola Olga della Rovere di Rignano Flaminio si è concluso, ma vi vedo confessare che ancora la vicenda mi suscita riflessioni. L’ultima della quali me l’ha sollecitata la notizia per la quale uno dei candidati a succedere a Pietro Grasso alla Procura Antimafia sarebbe Luigi De Ficchy, il Procuratore Generale di Tivoli, ovvero della Procura che ha portato avanti l’inchiesta in oggetto. Ora, una Procura ha certamente il dovere di fare tutte le indagini e gli approfondimenti possibili sulle denunce di qualcosa di così grave come quanto adombrato in quella sede, ma non si può dire che la Procura sia stata esente da leggerezze e comportamenti discutibili. L’eventualità  che, ciononostante, la risonanza di quel processo possa aver fatto da trampolino di lancio per De Ficchy la trovo sinceramente un po’ inquietante.
rignano-manifestazione.jpgIl tutto mi ha spinto a scrivere, dopo tante esitazioni, un pezzo sul tema. Comincio con il dire che il tema del processo sulla scuola di Rignano è indubbiamente delicato: siamo tutti sensibili alle vicende che coinvolgono bambini e lo è forse più degli altri il sottoscritto, visto che mi accingo a mandare mia figlia all’asilo. Però sono anche sensibile al rischio di farci condizionare da questa ansia protettiva, finendo con il rovinare la vita a persone che potrebbero non avere alcuna colpa. Dico potrebbero perché del processo sono filtrate relativamente poche informazioni (a differenza delle tante giunte sulla vicenda) e le motivazioni non sono reperibili online, evidentemente per protezione dei minori esposti già  fin troppo da questa vicenda. Sicuramente molti dubbi sono stati esposti sul processo, alcuni anche in sedi ufficiali. Sono dubbi che non possono che essere condivisi da chi sa quanto in un bambino dell’età  in oggetto realtà  e fantasia, verità  e sogno si incrocino e si intreccino in un collage che è estremamente facile manipolare e orientare. Sono dubbi avvalorati anche da casi precedenti (la McMartin preschool, il processo di Outreau, o le vicende di South Ronaldsay) in cui le accuse sono miseramente crollate non prima di aver rovinato molte vite. Sono dubbi di per sé sufficienti a far correre personalmente al sottoscritto un brivido nella schiena. Cosa vuol dire per un benzinaio cingalese immigrato in Italia, con la diffidenza che l’essere straniero di per sé comporta, farsi 15 giorni a Rebibbia accusato di pedofilia per poi vedere la propria posizione archiviata, senza nemmeno un rinvio a giudizio? Cosa vuol dire per un’insegnante, una che con i bambini ci lavora da sempre, e che magari, se ama il proprio lavoro, li considera parte della sua vita, sentirsi accollare il peso di una delle accuse più infami che possano ricadere su un essere umano? Cosa vuol dire per un’insegnante sostenere, per tutto il testo della propria vita, gli sguardi sospettosi dei genitori che stanno affidando i loro figli ad un sospetto di pedofilìa, questo ammesso che non decida di cambiare mestiere? Se fossero colpevoli, specialmente se colpevoli delle atrocità  descritte dall’impianto accusatorio, si meriterebbero la più esemplare delle pene, ma se non lo fossero? Quanti di quelli che si scandalizzano per l’assoluzione si sono mai fatti sfiorare da questo dubbio? Perché succede tutto questo? Perché tante persone si sentono in dovere di pronunciare sentenze, le più severe, solo sulla base di quanto letto su un giornale ed in modo così devastante sulla vita di potenziale innocenti?
salemwitchcrafttrial.jpgArthur Miller nella tragedia “Il crogiolo” ha cercato di raccontarlo metaforizzando in una vicenda svoltasi realmente a Salem (Massachussets) nel diciassettesimo secolo (e a cui Nathaniel Hawthorne si ricollegò per scrivere “La Lettera Scarlatta”) il più recente abominio della caccia alla streghe durante il “maccartismo“. Credo sia un meccanismo simile a quello che ci avvince al teleschermo quando guardiamo un film: a tutti noi piace sentire delle storie, anche se sono storie abominevoli e quindi ascoltiamo storie come quella di Rignano Flaminio, ci emozioniamo, ci figuriamo i bambini caricati sul pulmino come agnelli diretti al macello, questa vicenda ci fa accumulare rabbia e sconcerto, aggressività  nei confronti dei presunti colpevoli: è normale allora il disorientameto quando qualcuno ci viene a raccontare che era tutta finzione, era solo la fantasia di un gruppo di bambini spinti dai propri genitori a trasformare in testimonianza le proprie fantasie, fantasie magari indotte dalle paure dei genitori stessi. E’ normale che non ci crediamo, che ci ribelliamo: eravamo stati dentro quella storia per lunghi mesi, quelli dell’inchiesta e del processo, schiumando giustamente rabbia per gli insegnanti-mostri e adesso ci dicono che mostri non erano? Dove sta l’errore?
Ho l’impressione che l’errore stia in come la raccontiamo. Un tempo tramite il passaparola ora nei titoli, negli articoli di giornale (cartacei o online) e televisioni. L’errore sta in come chi la racconta narra la vicenda, quella vicenda come altre vicende processuali. Ci avete fatto caso? Nei titoli sugli articoli di cronaca giudiziaria il condizionale è quasi assente, così come la buona abitudine di utilizzare espressioni come “l’accusa sostiene che…”, “La procura indaga sulla possibilità …”. L’accusa diventa narrazione: “Gli insegnanti dicevano, i bambini facevano”, lo spazio del dubbio non esiste, e quando narro una storia senza dar spazio al dubbio, per quanto la storia sia fantasiosa, chi l’ascolta fa presto a convincersi sia vera.
Così nascono i mostri, sia i mostri esterni (cioè i falsi colpevoli di inchieste raccontate con troppa leggerezza) che i mostri dentro di noi. Dove per mostri dentro di noi intendo l’insieme di forme di pensiero che ci fanno poi guardare con sospetto anche all’insegnante dell’asilo dove mandiamo i nostri figli, che ci fa poi scrutare gli stessi con diversa attenzione quando fanno il bagnetto, alla ricerca di strane cicatrici, di segni di paura immotivata per il contatto fisico e così via.
Parlo di Rignano ma penso ai tanti processi che, dopo un gran batage mediatico, si risolvono in un nulla di fatto o comunque con poca sostanza nelle fauci dell’opinione pubblica assetata di colpevoli. In tutti quei casi, anziché l’autocritica prevale la contestazione, lo scetticismo: “Non è vero”, “Non è possibilie”, “Una sentenza farsa”. Pochi sono quelli sfiorati dal dubbio che sia ciò che era stato prospettato prima, i sospetti che erano stati spacciati per certezze, ad essere fasullo.
Ripenso a quel professore di Milano, quello arrestato per violenza sessuale sulla figlia, perché un medico dell’Ospedale Niguarda a cui si era rivolto per capire il motivo delle lesioni al retto della bimba aveva individuato in quelle lesioni l’effetto indiscutibile di una violenza sessuale. Il seguito fu lo scandalo, titoli di giornali, inchieste, accuse, il tribunale dei minori che sottrae la bimba ai genitori, villanie nei confronti del malcapitato che alla fine ne viene fuori e fugge lontano dagli orchi (questi sì) dell’Ospedale Niguarda e non solo, per tornare nella sua Sicilia, dove una nuova visita da parte di medici, evidentemente non afflitti da paure, perversioni e morbosi sospetti, rivela l’agghiacciante verdetto: un tumore al retto, che forse diagnosticato tempestivamente sarebbe stato curabile, ma che dopo tutte quelle terribili vicende si rivelò fatale alla bimba che di lì a pochi mesi sarebbe stata strappata ai suoi genitori questa volta dalla malattia. Se ne andò così quella bimba, che aveva riempito i titoli dei giornali da potenziale vittima di violenza sessuale, ma che da vittima di un tumore non meritò nemmeno un trafiletto, né una scusa di chi aveva fatto parte di quell’associazione a delinquere che la uccise.
Se ogni tanto pensassimo al dramma di quella famiglia, se pensassimo a cosa può voler dire trovare sulla propria strada qualcuno ossessionato da un sospetto morboso, forse cominceremmo ad aspettare sempre e comunque prima di pronunciare verdetti.

May 2nd, 2013

Le innocenti stupidaggini di un calciatore

jonathas-in-fuorigioco.jpgQualche volta l’ingenuità  con la quale i calciatori riescono a pronunciare le più grottesche stupidaggini fa quasi tenerezza. A questo proposito è stato interessante quanto dichiarato dall’esterno destro del Torino Alessio Cerci, a seguito di un episodio controverso accaduto durante il derby di ieri.
Premetto, per quelli che non conoscono i fatti, che a pochi minuti dalla fine del match, ancora sullo 0 a 0, il Toro ha sfiorato il gol grazie ad un’azione proprio di Cerci che ha appoggiato il pallone al centro dell’area per Jonathas, il quale in scivolata non è riuscito, per un niente, a colpire a rete. Lì per lì la cosa non aveva strascichi perché l’interessato, Jonathas, riprendeva il gioco senza lamentarsi. cerci.jpgNel frattempo però il duo Caressa e Bergomi, in diretta su Sky, evidenziava al replay una trattenuta di Bonucci su Jonathas stesso (che peraltro era in fuorigioco), scatenando le immancabili polemiche post-partita tra i tifosi granata.
Così nel dopopartita arrivava la geniale dichiarazione di Cerci che ci spiegava: “Dal campo non ci ho fatto caso ma dalle immagini tv mi pare evidente: era rigore netto e ci stava pure l’espulsione […] Mi chiedo come ha fatto l’assistente di porta a non vedere la trattenuta“. Ha fatto come hai fatto tu, furbacchione…

Apr 29th, 2013

Il trionfo della conservazione

bersani-alfano.jpgRicostruire cosa è successo in questi giorni e che ha portato alla rielezione di Napolitano alla carica di Presidente della Repubblica è un rompicapo non da poco. L’esasperato tatticismo che ha prodotto alla fine il più grigio dei nulla di fatto è costituito di una serie di mosse e contromosse che sembrano obbedire ad una logica impazzita ma sono forse solo il risultato di una lunga serie di mosse compiute dai vari giocatori della partita, che facendo il loro gioco in modo individualmente assolutamente comprensibile hanno prodotto questo curioso esito. I giocatori sono moltissimi ed è una forte semplificazione citarne solo alcuni ma il tempo stringe e i post troppo lunghi non li legge nessuno.
Iniziamo con Berlusconi (qui non c’è semplificazione perché nel PdL non ci sono altre voci rilevanti). Si è portato a casa quello che voleva, non perché Napolitano sia uno dei suoi, ma semplicemente perché gli ha sempre dimostrato di anteporre la “Ragion di Stato” a questioni morali e di immagine, ed è quindi percepito dal suo elettorato come una presenza tranquillizzante e uno dei più disponibili, tra gli uomini di sinistra, a difendere un suo eventuale ritorno futuro al Governo. Un Presidente “moralista”, come Rodotà  ma anche Prodi, che ne sferzasse continuamente i costumi politici e personali, sarebbe stata una rovina per l’uomo del Bunga Bunga e dei mille processi. Ma soprattutto: un Presidente eletto da PD e M5S che spronasse questi partiti ad un governo di scopo che avesse tra i suoi obiettivi una legge sul conflitto di interessi sarebbe la rovina peggiore. Non posso non aggiungere cinicamente che eleggere un Presidente molto avanti con l’età  significa mettere in preventivo che non porti a termine il suo settennato. In previsione di nuove elezioni non lontane, che Berlusconi conta di vincere, ciò potrebbe consentirgli di eleggere un nuovo Presidente, questa volta (la prima da che è in politica) con un Parlamento a lui fedele.
Passiamo a Grillo. Qui il discorso è complicato perché Grillo aveva bisogno che le cose andassero proprio come sono andate, ovvero proporre un candidato di bandiera credibile (meno male che Gabanelli e Strada hanno rinunciato!), votabile dalla sinistra e sfruttare le divisioni della sinistra per farlo cadere. L’insuccesso in Friuli conferma che l’elettorato non zoccolodurista del M5S non ha gradito l’intransigenza nel No alla collaborazione al Governo del paese e un atteggiamento più accomodante si imponeva, anche se era essenziale che la cosa si risolvesse comunque in una rottura. Essenziale perché se è vero che una parte rilevante dell’elettorato di Grillo gli rimprovera il No a Bersani, Grillo vede una prospettiva di governo come la peste, perché gli alienerebbe il consenso proprio del suo elettorato più fedele, quello che vive del concetto per il quale “i politici sono tutti uguali”. Cosa c’era dunque di più accomodante che scegliere come candidato un’icona della sinistra? E quale miglior modo per calmare i malumori dei “governisti” che il No del Partito Democratico? L’unico punto debole avrebbe potuto essere Prodi, che gli iscritti del M5S avevano indicato come uno dei loro preferiti (ottavo nella classifica) e che, con il voto cinquestellato, sarebbe probabilmente diventato presidente. Perché il M5S non abbia preso in considerazione l’opportunità  di votarlo avrebbe potuto essere una domanda imbarazzante per Grillo ma, fortunatamente per lui, i riflettori puntati sulle divisioni nel PD gli hanno rubato in questo caso la scena.
E veniamo proprio al PD, ed iniziamo da Renzi. Lui ha assunto in questo scenario un ruolo da segretario ombra impallinando prima Finocchiaro e Marini, poi nicchiando su Prodi, defilandosi poi su Napolitano. La ricandidatura del Presidente uscente lo ha messo nella condizione di ottenere quanto voleva: un governo di larghe intese con il PdL. Anche se non sarà  lui a guidarlo obbedirà  comunque al suo auspicio, più volte formulato, di accordo con Berlusconi. Non so se a lungo andare questa strategia pagherà : la base democratica è in subbuglio e Renzi è considerato uno dei maggiori responsabili di quella che si considera una Caporetto del partito. Potrebbe non essere scontato a questo punto che sia Renzi a succedere a Bersani.
E veniamo proprio a Bersani. Il Segretario, ormai dimissionario, ha fatto il proprio gioco fino alla fine: sapeva che la sua sconfitta nel tentativo di forzare una collaborazione con il M5S (anche perché era ciò che la base chiedeva) lo destinava ad una rapida conclusione della sua parabola politica e tutto ciò che poteva fare era cercare di tenere unito il partito. Lo ha fatto in modo contraddittorio, prima sostenendo una candidatura di conciliazione con il PdL (Marini), poi una di rottura (Prodi). Forse Bersani è stato quello, proprio perché comunque destinato ad uscire di scena, che meno ha lavorato pro domo sua ma, dovendo cercare inutilmente di tenere insieme un gruppo che si muoveva seguendo ognuno un proprio percorso, ha dato un’impressione di schizofrenia che non ha reso particolarmente glorioso il suo epilogo.
Infine D’Alema. Non so quale parte ha avuto D’Alema nei vari impallinamenti e nei vari “tradimenti” ma D’Alema rappresenta al meglio chi lavora nell’ombra, chi tesse le sue trame obliquamente e quindi in D’Alema cerchiamo soprattutto di rappresentarci quella tipologia di politico, che ha sicuramente molti esemplari nel gruppo che ha con successo operato per raggiungere il risultato finale. Anche lì c’era l’obiettivo di proporre un “governo di larghe intese” ma lì l’obiettivo non è di successo personale ma di negarsi all’abbraccio mortale con il M5S. Cercare una piattaforma comune con il M5S voleva dire spingere il PD verso ipotesi più coraggiose e verso un partito più aperto al rinnovamento del suo personale. Un homo dalemicus non può permettersi che si parli con disprezzo di politici di lungo corso, che si porti la politica fuori dai palazzi, che si trovino modelli democratici innovativi e nella sua mente Rodotà  rappresentava questo genere di rischio. Per questo meglio abbatterlo e meglio Napolitano.
boldrini_napolitano_and_grasso_2013.jpgFinita questa orgia dietrologica, torniamo davanti alla ribalta e diciamoci che cosa noi comuni mortali abbiamo percepito di tutto questo. La definirei un’operazione di conservazione, quasi di imbalsamatura della nostra politica. Non ho granché contro Napolitano. A parte il comportamento, dal mio punto di vista esecrabile, tenuto nella vicenda delle intercettazioni delle Procura di Palermo, trovo che abbia gestito il suo settennato con un equilibrio ma anche un autorevolezza ed un coraggio che ne fanno uno dei migliori Presidenti della Repubblica che mi ricordi. E’ però la dimensione simbolica quella che prevale in questa scelta: siamo usciti da elezioni che hanno terremotato il quadro politico, trasformando un movimento che alle scorse elezioni neanche esisteva nel primo partito italiano e ridimensionando tutti gli altri. In questo scenario riproporre per la prima volta nella storia repubblicana il Presidente uscente e per giunta ottantasettenne è la dimostrazione di sordità  più palese che la nostra classe politica poteva mostrare al paese e agli osservatori internazionali che chiedevano e chiedono all’Italia una svolta. Non so se ho indovinato nell’attribuire le rispettive strategie ai vari attori, forse no, ma la cosa certa è che ognuno di loro ha lavorato per sé e per l’oggi, al massimo per il domani. Il risultato sembra incomprensibile quasi folle, ma è un risultato di una politica che non ragiona per grandi obiettivi ma per rimanere sull’onda, per resistere all’oggi e al domani, per il dopodomani si vedrà .

Apr 24th, 2013

Lo spammer

Qualche mese fa ero in auto con mia moglie in Corso Giulio Cesare a Torino e siamo stati affiancati da un paio di auto che camminavano sulla corsia riservata ai tram, con l’aria di avere una certa fretta. Sia sulla prima che sulla seconda auto vi erano due persone di taglia robusta sedute sui sedili anteriori, mentre sul sedile posteriore della prima vettura c’era una persona la cui fisionomia, grazie ad un tram che interrompeva la corsa delle macchine, riuscivo a riconoscere in Massimo D’Alema. Scoprivamo poi che l’ex-Presidente del Consiglio era atteso a non ricordo più che convegno.
Lì per lì non abbiamo mancato di chiederci se questo dispiegamento di forze fosse davvero richiesto dalla carica che D’Alema ricopre attualmente, ovvero Presidente del COPASIR – E’ proprio così probabile che qualcuno pensi di aggredire il responsabile di un istituto che ha sì a che vedere con i Servizi Segreti ma che proprio per questo non ha molta visibilità ?
Sicuramente non ci siamo chiesti se stesse andando ad un incontro istituzionale, ad un semplice convegno o ad una partita a bridge con gli amici. Se uno ha una scorta ce l’ha e se la porta dietro ovunque vada, altrimenti non avrebbe senso avere una scorta. Una scorta serve per prevenire aggressioni e attentati: non si capisce perché un attentatore si dovrebbe astenere dal colpirti mentre vai a prenderti un caffé al bar o mentre vai a fare la spesa. Per questo motivo la polemica che a suo tempo si scatenò di fronte alla foto di Anna Finocchiaro che andava all’IKEA con la scorta rivela in chi l’ha sostenuta un Quoziente Intellettivo imbarazzante. La denuncia non era resa più consistente dalla constatazione che un uomo della scorta stesse spingendo il carrello: fossi stato in uno degli uomini della scorta avrei trovato semmai imbarazzante essere colto mentre passeggiavo tranquillamente, lasciando che una donna di mezza età  spingesse il carrello. Che allora mi sia ritrovato sul mio profilo Facebook qualche condivisione sul tema, magari commentato con qualche parola in maiuscolo, anche da parte di persone che pure non manifestano all’apparenza un QI da scimpanzé, lo voglio considerare benignamente come una di quelle cose che a tutti capitano quando sono sovrappensiero, come quando cerchi di avvitare il cappuccio del tubetto di dentifricio sulla punta dello spazzolino. Che però questo episodio arrivi a rivangarlo, come elemento squalificante nei confronti dell’interessata, il candidato a guidare la sinistra italiana è cosa che mi fa correre un brivido lungo la schiena. Me la fa correre perché i casi sono due: o è scemo lui o prende per scemi noi. Non è tanto la mia propensione per la seconda ipotesi che mi inquieta, sono le conseguenze.
renzimatteo_2012.jpgCome tanti elettori della sinistra italiana, il sottoscritto non nasce “di sinistra”, mi ha spinto a votare da quella parte la sensazione che fosse la parte politica che meno trattasse i propri elettori come dei babbei. Non che non mi senta mai preso in giro da esponenti di quella parte, ma è una presa in giro più fine, che presuppone un minimo di stima nel tuo interlocutore. Però la situazione venutasi a creare dopo le ultimi elezioni sembra aver fatto riflettere qualcuno, il fatto che i voti fuggiti dalla casa berlusconiana siano approdati in quella grillina hanno in molti ridotto ulteriormente la stima che hanno dei loro concittadini e forse Renzi ha percepito che il momento fosse buono per cercare un’invasione di campo, per dare anche lui dei dementi ai suoi potenziali elettori. E’ il solito rischio di giocare sul terreno dell’avversario, puoi ottenere una vittoria storica ma anche una clamorosa sconfitta. Se ti metti a fare calcio spettacolo contro il Brasile e vinci è un’impresa storica, ma rischi una sconfitta esemplare. Lui però ci prova e comincia a dare messaggi vari, prima che Bersani ha fatto male a cercare l’intesa con il M5S, poi che ha fatto male a cercare l’intesa con Berlusconi, l’importante è esserci sempre, è apparire sempre, è apparire opposizione all’interno del partito di maggioranza perché la sua immagine rimanga ben impressa, quel che dice importa poco: pro-Marchionne anti-Marchionne, pro-TAV anti-TAV… E’ la logica dello spammer, non importa l’impatto del messaggio nel destinatario, l’importante è che prima o poi qualcuno ci clicchi sopra.
Non so come andrà  a finire, non so se Renzi riuscirà  ad essere il nuovo leader della sinistra e se in quel caso molti che hanno sempre votato a sinistra per appartenenza continueranno a votarla anche quando fosse guidata dal sindaco o la abbandoneranno nauseati dalle sue giravolte, non so se quelli che lo abbandoneranno saranno meno di quanti affluiranno alla casa PD, lusingati dal suo flauto rottamatore. So però che spesso le migliori riforme sono quelle che si fanno sotto la minaccia dei forconi e, come in queste ore stiamo vedendo per quanto riguarda l’elezione del Presidente, agitare le pance spesso fa bene anche alle teste. E allora aspetto con ottimismo che dal polverone che Renzi sta sollevando emerga un candidato alla futura guida del paese un po’ più credibile sia di lui che di Bersani. Credo sia, per quanto flebile, l’unica speranza a cui personalmente sento di potermi aggraopare.

Apr 19th, 2013
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