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Nelle settimane passate ha avuto un gran successo nella sfera social il video che è stato diffuso da Alessandro Barbero per la manifestazione guidata dal Movimento Cinque Stelle che si è tenuta a Roma il 5 aprile. Barbero nel video tracciava un parallelo tra l’Europa degli anni che precedettero la prima guerra mondiale e quella attuale. Non mi permetto certo di contestare la ricostruzione storica di quegli anni ma in quel video trovo ci fosse una grande omissione: c’è una differenza fondamentale tra quella Europa e quella attuale nel rapporto che l’opinione pubblica europea ha rispetto alla guerra e questo ha implicazioni non banali. Cerco di spiegarla di seguito, prendendola un po’ alla lontana.
Il fisiologo tedesco Hermann von Helmholtz scriveva nel suo “Il pensiero nella medicina“: “I concetti, che l’uomo forma, che la sua lingua materna gli tramanda, si mostrano come elementi ordinatori anche nel mondo oggettivo delle cose, e poiché l’uomo ignora che egli stesso o i suoi progenitori hanno formato tali concetti secondo le cose, il mondo delle cose gli appare dominato da potenze ideali, simili ai concetti“. E’ un po’ il procedimento psicologico per cui millenni di anni orsono l’uomo ha deciso che un cielo sereno al tramonto è bello perché preannuncia una notte senza precipitazioni e magari un clima caldo per il giorno successivo e oggi, dimentichi della valutazione estetica fatta dai nostri avi, guardiamo un cielo sereno al tramonto e ci diciamo che una cosa così bella può solo averla creata un essere soprannaturale che chiamiamo Dio. Questa visione, che con Nietzsche venne poi definita antropomorfismo psicologico, non si limita alla sfera estetica, ma si estende a tutte le attività valutative comprese quelle morali unendo la dimensione del bello a quella del giusto e del buono. Stabiliamo che è una buona idea proibire l’omicidio, un alimento o un comportamento e alla fine ci convinciamo che tutto ciò è un dato di natura, nell’oblio del processo storico che ci ha portati alla visione attuale. Alcune religioni ad esempio vietano alimenti perché nel passato erano pericolosi o la loro produzione era poco sostenibile e oggi tutto ciò è diventato un dettato morale che resiste anche in chi magari è tiepido nei confronti dei dettami di quella stessa religione.
Che c’entra tutto ciò con Barbero? C’entra perché forse non è proprio tutto uguale al 1914. Partiamo col dire che oggi una rilevante percentuale delle persone con cui parliamo di guerra ne parlano come uno spettro da allontanare, un’opzione a cui rinunciare sempre e comunque, anche quando qualcuno ti attacca, ti invade, fa razzia dei tuoi beni materiali e morali e nella mente di queste persone sembra che questa sia una scelta assoluta, definitiva e sia moralmente intollerabile una qualunque posizione differente, come se fosse un dato di natura. Nel momento in cui vengano posti di fronte ad un possibile rischio di attacco militare altrui, costoro ne parlano come un’ipotesi remota, fantasiosa, che certamente eviteremmo con un atteggiamento meno minaccioso e più conciliante: insomma ogni pretesto è buono per evitare di confrontarsi con la realtà del rischio cogente di un attacco militare che comprometta la nostra sicurezza e il nostro stile di vita. Ho provato a chiedermi se è sempre stato così e ho scoperto che effettivamente non è sempre stato così e che per trovare una società italiana (e europea) che non la pensava così non serve tornare indietro di millenni ma di poco più di un secolo.
Basta quindi tornare proprio allo scenario che ha preceduto la prima guerra mondiale per scoprire che nell’Italia che nel 1914 si interrogava se entrare o meno in guerra solo una esigua minoranza era decisamente contraria all’ingresso in guerra per ragioni etiche. Per quello che ho letto di quell’Italia la maggior parte delle persone pensava che entrare in guerra fosse una buona idea e non per aiutare un alleato sotto attacco, nella preoccupazione che poi potesse toccare a noi, ma in vista di un allargamento dei confini, di un’espansione dell’influenza e della potenza del paese che appariva ai più un buon motivo per rischiare e magari perdere la propria vita o quella dei propri figli. Anche la maggior parte dei neutralisti spiegavano la loro posizione con la necessità di evitare una spesa ingente di risorse o con lo scetticismo circa i guadagni che ne sarebbero venuti, non certo con una questione etica. Nella sempiterna competizione con gli altri stati, le altre regioni, gli altri gruppi socioeconomici, che caratterizza la vita dell’uomo dai suoi albori, la competizione militare era semplicemente una di quelle possibili. E non c’è da stupirsi che fosse così nel 1914, perché così era stato dalla nascita della società umana e cosi sarebbe stato anche trent’anni dopo, con la Seconda Guerra Mondiale. Poi è successa una cosa strana, quasi miracolosa, ovvero che improvvisamente i paesi e i popoli che si erano fatti guerra per millenni decisero di intraprendere un percoso unitario, prima sul piano dell’economia e del commercio, poi anche sul piano politico. Difficile individuare un solo motivo per cui questo è successo: i motivi sono tanti diversi e servirebbe un trattato per provare anche solo a sviscerarlo, però ha sicuramente a che fare con questo il fatto che, con i mezzi militari attuali, la guerra sia diventata un gioco a somma negativa, ovvero perde anche chi militarmente la vince. Magari può centrare anche il fatto che all’Europa, in quanto continente piuttosto povero di materie prime rispetto ad altri, conviene molto di più affinare la sua propensione produttiva e commerciale che appropriarsi di territori altrui a caro prezzo. Sia come sia, in questo contesto la guerra ha iniziato a diventare un tabù: nel momento in cui l’homo europeus ha scoperto che gli stati, le regioni, i popoli potevano competere su un piano diverso da quello militare l’opzione militare è scaduta a condotta infame e immorale e la pace è divenuto un dato di natura, rimuovendo completamente la visuale che era così diffusa solo pochi decenni prima. Questa rimozione, questo pensare al pacifismo come ad un dato di natura, ha portato molti a pensare che sia sempre stato così e non possa essere che così ovunque ed è terribilmente difficile tornare indietro da questa dimensione di pensiero. Il problema è che ai confini dell’Europa pacificata ci sono paesi (non solo la Russia) in cui la guerra è considerata ancora un’opzione più che accettabile. Molti russi (non tutti sia chiaro ma molti) appoggiano Putin non perché spaventati dalla repressione poliziesca ma perché davvero convinti che staranno meglio se l’Ucraina sarà russa e, se anche un milione di persone ci lasceranno la pelle, pazienza (prima di esprimere riprovazione verso i russi, pensiamo a quanti tra i nostri nonni o bisnonni nel 1914 erano ansiosi di poter combattere per Trento e Trieste).
La situazione quindi in cui si trova oggi l’Europa è simile a quella che precedette la prima guerra mondiale solo relativamente alla tendenza generale al riarmo, ma gli equilibri strategici sono molto diversi perché i due fronti che si contrappongono non sono coalizioni composite che sostanzialmente si equilibrano, ma sono essenzialmente due entità politiche: Unione Europea da un lato e Russia dall’altro, totalmente squilibrati dal punto di vista economico ma molto più in equilibrio da quello militare. Il PIL dell’Unione Europea è 9 volte quello della Russia, la spesa militare dell’UE è superiore solo del 20% a quella della Russia. Quello che crea, nella testa di Putin. una competizione, esponendoci al rischio di guerra diretta è proprio che la Russia è un paese compatto e pronto a difendere i propri interessi in una guerra, l’Unione Europea assolutamente no. Siamo come il proprietario di una villetta che è talmente spaventato dall’idea che la sua casa venga svaligiata che si è autoconvinto che è impossibile che ciò avvenga e per dimostrarlo a sé stesso lascia la porta di casa aperta quando esce, in ciò però esponendosi ancor di più al rischio che vorrebbe scongiurare. In definitiva è proprio la nostra scarsa propensione a fare la guerra che ci mette a rischio di doverla fare, nostro malgrado.
La differenza fondamentale quindi tra l’Europa del 2025 e quella del 1914 è che in quella Europa c’erano una serie di potenze approssimativamente di pari forza con opinioni pubbliche disposte a farsi la guerra pur di averne dei presunti vantaggi e ogni mossa dell’una poteva legittimamente mettere in allarme l’altra in una spirale di riarmo che innescò il conflitto, come il dilemma della sicurezza ben illustra. Oggi invece ci sono due potenze di cui una più forte, ma riluttante a fare la guerra ed una più debole ed in declino, ma estremamente bellicosa. Di questo è ben cosciente anche chi governa la Russia che sa perfettamente che mai e poi mai l’Unione Europea inizierebbe una guerra e che probabilmente reagirebbe con poca compattezzo perfino ad una guerra di aggressione altrui. Quindi oggi una guerra non potrebbe nascere dalla sfiducia reciproca, come nel 1914, ma semmai dalla convinzione del più debole che il più forte è battibile su quel piano e se la guerra la vogliamo evitare ho l’impressione che l’unico modo sia proprio di convincere Putin e i suoi che non è così. La sfida è riuscirci, inziando col superare, tra le altre cose, l’idea di vivere un mondo che ha gettato alle sue spalle la guerra, come fosse la carrozza a cavalli. In realtà il mondo di oggi è ancora pieno di guerre e vivere nella falsa convinzione che a noi non può toccare potrebbe essere il miglior modo perché invece succeda esattamente qui in Europa.
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