I segreti della politica
Nei giorni scorsi il settimanale Panorama aveva pubblicato delle conversazioni telefoniche dell’ex-Presidente del Consiglio Prodi, raccolte nell’ambito di un processo sulla vendita da parte dell’IRI di Italtel a Siemens. Niente di che: trattative, pressioni, tentativi di raccomandazioni, ma abbastanza imbarazzante per giustificare il tentativo di scoop, ed anche per giustificare l’immediata espressione di solidarietà da parte dell’attuale capo del governo, nel tentativo niente affatto coperto di arruolare anche Prodi tra i sostenitori della legge bavaglio sulle intercettazioni. Prodi ha risolutamente declinato l’invito, rispedendolo al mittente e dicendo che chiunque può pubblicare tutto ciò che vuole su di lui, tanto non ha segreti.
Agli applausi dei simpatizzanti che invocavano l’immediata beatificazione di Prodi si contrapponevano i lazzi dei suoi detrattori che sostenevano che la posizione di Prodi era solo strumentale e che dimostrava che la magistratura era dalla sua parte, eccetera eccetera… A nessuno pare venuto in mente che quello che ha fatto Prodi è il minimo che un paese civile esigerebbe da un uomo politico.
Il problema è che viviamo in una realtà della cui assurdità non ci rendiamo più nemmeno conto. Se solo provassimo a depurare le nostre menti dal lavaggio del cervello compiuto in questi anni dai media ci renderemmo conto che è perfettamente normale, anzi scontato, che un uomo politico sostenga, indipendentemente dal fatto che ciò sia vero o no, di non avere segreti per l’opinione pubblica. Un politico chiede agli elettori la loro fiducia, chiede loro di affidare a lui i propri interessi e le proprie aspirazioni, come possiamo concedere una così ampia fiducia a chi reclama il proprio diritto alla privacy, alla confidenzialità delle proprie conversazioni, alla segretezza dei suoi affari? Sarebbe come se una società per azioni si rifiutasse di render noto il proprio bilancio agli azionisti, come se il marito si rifiutasse di dire alla moglie dove va la sera e così via…
Riusciremo mai a renderci conto di questo? In fondo basterebbe ragionare per renderci conto che esser disposto a render noti i propri segreti dovrebbe semplicemente essere una condizione minima e necessaria per fare il politico e chi abbia delle magagne da nascondere dovrebbe semplicemente dedicarsi ad altre occupazioni. Purtroppo in questi anni bui anche ragionare pare un’abitudine andata perduta.
Delezionismo
La parola delezionismo è un neologismo coniato all’interno di Wikipedia che deriva dall’inglese deletionism, termine che designa coloro i quali hanno la tendenza a cancellare o approvare la cancellazione di voci dall’enciclopedia. La possibilità per un utente di Wikipedia di proporre la cancellazione di una voce è prevista onde evitare voci manifestamente autopromozionali, pubblicitarie o comunque prive di contenuto.
Molti però portano questa tendenza alle estreme conseguenze, ovvero cancellano o approvano la cancellazione di pagine che non abbiano un interesse particolarmente diffuso ma che possono essere certamente oggetto di ricerca e di interesse da parte di molti utenti: tipo calciatori di serie B, gruppi musicali di secondo piano, film o libri che non hanno riscosso grande successo eccetera. Si arriva al paradosso di voci di sicuro interesse cancellate o messe in cancellazione per mera ignoranza. Ricordo di avere in passato visto proporre per la cancellazione, fortunatamente poi respinta, le voci su Pietro Rigosi, la Paga del Sabato o i Persiana Jones.
La cosa buffa è che esistono anche delle norme che sono state introdotte per identificare quali voci siano enciclopediche ma i delezionisti, presi da questa sorta di Halzeimer autoprodotta, le ignorano o le tirano per i capelli pur di raggiungere il loro scopo. Ancora più curioso è il fatto che questa strana sindrome sia diffusa soprattutto sulla wikipedia italiana (almeno tra quelle di lingue a me comprensibili). Ogni giorno vengono cancellate dall’enciclopedia circa una ventina di voci, che fanno 7000 voci l’anno. Se non avessimo cancellato voci negli ultimi quattro anni avremmo raggiunto la Wikipedia giapponese.
Il risultato di questo strano fenomeno è che molte voci di interesse prettamente italiano si trovano sulla versione inglese e non su quella italiana: ad esempio molti scrittori o musicisti italiani sono presenti sulla versione inglese e non su quella italiana, sulla versione inglese ci sono le squadre di calcio italiane di Eccellenza mentre su quella italiana sono state cancellate le squadre di serie D e così via.
Non ho mai ben capito da dove nasca questa strana tendenza all’auto-distruzione e soprattutto come mai sia così forte proprio in Italia. Mah, ai sociologi di wikipedia l’ardua sentenza!
Professionisti del cattivo gusto
Forse l’avevo già intravisto in qualche edicola eporediese ma ieri ho preso coscienza dell’esistenza di un giornale che si chiama La Voce del Canavese. Sono infatti rimasto sbigottito nel vedere in un bar la prima pagina che riporto perché la trovo di un cattivo gusto raccapricciante. Per chi non abbia afferrato il doppio senso si fa riferimento ai frati bastonati a Belmonte.
Leggo che il Direttore Responsabile si chiama Liborio La Mattina. Bravo Liborio! Ne farai di strada. Ti aspetta la direzione di una rete televisiva nazionale e magari diventerai anche deputato. Ultimamente va così…
La malaugurata piroetta
E’ bello trovarsi a giocare la prima giornata di Campionato in posticipo dopo aver visto tutte le rivali dirette balbettare senza conquistare i tre punti. E’ ancor più bello trovarsi in vantaggio di un gol e poi anche di un uomo proprio a Firenze, uno dei campi più difficili. Più bello è stato il sogno e più triste è il risveglio, e così la piroetta di Gilardino ha riempito il mondo bianco e nero di sgomento per il sogno infranto.
Aveva iniziato in modo veemente la Fiorentina mettendo alla frusta la retroguardia bianconera con Santana ed Almiron che sembravano molto ispirati. Molinaro però con l’andar dei minuti prendeva le misure a Santana e la coppia Marchisio-Poulsen spegneva Almiron, il cui desiderio di rivalsa durava circa mezzora. Nel frattempo la Juve, pur lasciando l’iniziativa ai viola, mostrava una straordinaria capacità di far male, come quando un colpo di cannone di Poulsen apriva una breccia nella difesa e Amauri sbagliava lo stop che gli avrebbe consentito un facile gol o come quando Del Piero, liberato al tiro in area, non trovava lo spazio per la conclusione giusta. Veniva così, come naturale conclusione, il gol che una cavalcata inarrestabile di Grygera regalava a Pavel come in un pacco dono per il suo trentaseiesimo compleanno. Allorché poco dopo il Capitano si presentava solitario davanti a Frey la partita sembrava già pronta per l’archivio ma Alex esitava, fintava, rifintava ed alla fine si arenava sulle mani del portiere viola.
Al ritorno in campo dopo l’intervallo la Fiorentina dava ad intendere che ci sarebbe stato ancora parecchio da lottare mentre il centrocampo della Juve sembrava a corto di fiato e ci chiudevamo troppo nella nostra metacampo. Così la Fiorentina, pur non eccellendo in incisività , riusciva a far spiovere uno sproposito di palloni in mezzo all’area. L’ingresso di Jovetic creava non pochi problemi sulla fascia sinistra ma le nostre preoccupazioni erano alleviate dall’ingenuità di Felipe che, graziato prima ed ammonito dopo da Morganti per altrettanti pestoni maldestri, insisteva ancora facendo volare come un trapezista Poulsen. Morganti non gradiva lo spettacolo circense e lo mandava sotto la doccia. La vittoria pareva quindi una meta raggiunta e ci permettevamo di sciupare un paio di contropiedi molto ghiotti, ma Gilardino era sempre lì appostato. Così quando ad un minuto dalla fine un pallone alla speraindio veniva ottimisticamente gettato dai viola nella nostra area, la difesa, mostrando di non essersi accorta di essere in superiorità numerica, lasciava tutto solo Mellberg in un pericolosissimo uno-contro-uno con la punta viola. Il biellese piroettava con l’agilità di Nureyev e cacciava il pallone alle spalle di Buffon affondando una pugnalata nei nostri cuori. Nei pochi minuti rimasti Amauri riusciva ancora, con la forza della disperazione, a imbroccare un pertugio dove nessuno se lo sarebbe aspettato, nessuno tranne Frey che pinzava la sfera e spiegava alla Juve che ci doveva pensare prima.
Insomma, un pareggio che dice che la squadra ha i numeri ma che ci vuole un po’ più di birra in corpo per darsi le arie di aspirante al titolo. Ci dice anche che la difesa con Chiellini è più tranquilla ma non colpevolizzerei Mellberg che è stato spesso lasciato troppo solo, considerando la pericolosità dell’avversario diretto. Tra due settimane l’Udinese ci dirà qualcosa di più su quello che ja Juve si può aspettare dai prossimi mesi.
La sinistra e il partito dei giudici
Spinto dalla rassegna stampa di Popolare Network ho provato a leggere l’editoriale di Liberazione a firma Paolo Persichetti sull’agguato dei neofascisti a Roma. Premetto che trovo curioso sentire stigmatizzare la violenza da chi abbia alle spalle delle condanne per terrorismo. In ogni caso ad un certo punto dell’articolo Persichetti individua un colpevole sorprendente nelle manifestazioni di violenza di stampo neofascista che divampano in giro per l’Italia: il cosiddetto partito dei giudici. Cito: “Va detto che a questo bel risultato ha largamente contribuito il “partito storico dei giudici”, cioè quel Pci-Pds-Ds- Pd che della via penale alla politica e dell’alleanza con le procure aveva fatto l’asse centrale della sua strategia“. Sembra paradossale detto così, e lo è in realtà : parrebbe più uno sfogo legato a motivazioni personali, ma basta guardare alla storia della sinistra italiana per capire che questa paradossale conclusione non è così avulsa da quell’area di pensiero.
Proviamo a ricordare come nasce la questione giudiziaria in Italia. Teniamo presente che la presa di coscienza del fatto che l’Italia fosse un paese nel quale la maggior parte dei rapporti sociali si basavano su clientela e corruzione non è di ieri; già nell’81 un uomo di sinistra come Enrico Berlinguer sollevava la cosiddetta questione morale in un’intervista a Scalfari passata alla storia. Poi la progressiva apertura dell’economia italiana ai mercati europei ha ancor più evidenziato l’inadeguatezza del modello italiano e la necessità di una svolta che le vicende di Mani Pulite sembravano aver finalmente fornito. In realtà da quel momento si è scatenata nel nostro paese una furiosa battaglia politica tra una fazione convinta che l’Italia ce l’avrebbe fatta così com’era, che il modello italiano avrebbe tranquillamente potuto far fronte alle trasformazioni in atto, che la corruzione e la criminalità organizzata fossero inquilini con i quali si poteva convivere decentemente ed un’altra fazione che invece pensava che l’Italia, per non intraprendere la china di un irresistibile declino, si sarebbe dovuta trasformare radicalmente in un paese moderno e civile nel quale i rapporti socioeconomici si basassero su norme e regole, anziché sull’accordo interpersonale, nel quale corruzione ed attività malavitose dovessere essere estirpate.
Berlusconi scese in campo come condottiero dei primi alleandosi senza troppi distinguo con le forze più conservatrici: ovvero i cattolici conservatori e gli ex-missini. Lo schieramento avverso rimase invece molto più frastagliato pieno di esitazioni e di formule e sfumature diverse, come è tipico dei progressismi. La Lega, nata dall’insofferenza della borghesia padana verso l’inefficienza dello stato, dopo qualche tentennamento, entrò anche lei nell’entourage del fronte conservatore, dirottandovi il proprio elettorato; questo nella contraddizione, tuttora insoluta, del sostenere proprio il modello in contrapposizione al quale era nata.
Nell’immaginario collettivo questa battaglia è divenuta principalmente la battaglia sulla giustizia perché Berlusconi usò questa battaglia per far imbracciare ai sostenitori del suo fronte la causa delle sue pendenze con la giustizia, ma nella realtà molti altri sono stati e sono i fronti: gestione dei conti pubblici, privatizzazioni e liberalizzazioni, integrazione europea. La sinistra più radicale di questa battaglia ha sempre dimostrato di capirci poco, considerandola un conflitto interno ai ceti medi e come tale di scarso interesse, non polarizzandosi sul fronte lavoro-capitale che a sentire Bertinotti pare ancora oggi l’unico al quale viene dato valore in quello schieramento politico. Nemmeno la raccapricciante scoperta che la base storica della sinistra, operai e pensionati, avevano iniziato a votare in massa per Berlusconi ha aperto gli occhi a costoro. Questa parte della sinistra ha in questi anni stretto alleanze tattiche con il fronte progressista contro il comune avversario Berlusconi, ma questa scelta non è mai stata legata alla visione del Cavaliere come propugnatore di un modello di sviluppo superato, ma piuttosto alla visione di Berlusconi come la figura classica del padrone, ed infatti da queste alleanze la sinistra radicale si è poi puntualmente sfilata: nel ’98 lo ha fatto in modo palese per motivi che sinceramente non mi sono tuttora chiari, nel 2007 si preparava a farlo prima che ci pensasse Mastella a far naufragare il secondo governo Prodi.
Non stupisce quindi che ancora oggi nella sinistra radicale ci sia chi non abbia ancora compreso il senso di quello che è successo in questi anni, che continui a pensare che gli uni combattessero i giudici solo perché indagavano Berlusconi e gli altri li difendevano solo perché speravano che un giorno sarebbero riusciti ad “incastrarlo”, che continui a pensare che la battaglia per la legalità sia una pelosa battaglia borghese, che non si sia accorto che la vittoria di Berlusconi è stata soprattutto la sconfitta di chi, operaio o imprenditore che fosse, desiderava un paese moderno, europeo, che se chi crede che accoltellare qualcuno per ragioni politiche sia una ragazzata è potuto andare al governo è soprattutto perché i governi di centro-sinistra non sono mai durati più di 2 anni.
Spiace osservare che c’è chi non aveva nemmeno capito per che cosa si lottava ma forse è stato meglio così, se l’avessero capito forse avrebbero finito con l’ingrossare le fila del fronte conservatore, come tanti esponenti di quella parte della sinistra hanno già fatto in questi anni.
Il caso Alitalia ed i costi della politica
Quando si parla di costi della politica spesso si pensa a rimborsi spese, auto blu, aerei ministeriali eccetera. In realtà credo che queste siano quisquilie di fronte al costo che ha per il contribuente l’isteria della politica che, per sottolineare che chi è venuto prima ha fatto solo fesserie, si sente in dovere di rifare tutto da capo: e così si rifanno appalti, progetti, riforme senza rendersi conto di quanto costi al contribuente questo continuo fare e disfare. Un caso estremo, e che sicuramente rimarrà nella storia un caso scuola di questo modo di ragionare della nostra classe politica, è il caso Alitalia.
Dopo anni di rinvii finalmente sul finire del 2007 il governo Prodi aveva trovato un accordo con il gruppo Air France-KLM per la vendita della compagnia. Nel piano di Air France-KLM erano previsti circa 2500 esuberi e l’acquisto avrebbe lasciato fuori solo il settore cargo per cui era prevista la chiusura. Si trattava di una regolare vendita, al prezzo di 1,7 miliardi di euro, tra prezzo dell’OPA e aumento di capitale, ed in più l’acquirente si sarebbe accollato i debiti che avrebbe trovato. Giunse però proprio in quel momento la crisi del governo Prodi, determinata dall’uscita di Mastella dalla maggioranza, ed il raggruppamento all’opposizione, che si accingeva a conquistare il governo del paese, iniziò a strepitare, sostenendo che si trattava di una svendita, per giunta ad una società straniera, che il ridimensionamento di Malpensa previsto sarebbe stato intollerabile, che il prezzo di vendita era irrisorio e che qualunque accordo sarebbe stato cancellato dopo le elezioni. Non ci voleva un grande economista per comprendere che rinviare di sei mesi la vendita di una società che fa un milione di passivo ogni giorno non sarebbe stata una buona idea, ma così è stato fatto rimandando a casa Air France-KLM, con la collaborazione, va detto, dei sindacati.
Adesso, dopo mesi di febbrili trattative, il governo ci presenta un accordo con la tanto declamata cordata italiana che non è solo peggiorativo rispetto a quello con Air France-KLM, è disastroso. Innanzitutto gli esuberi sarebbero secondo il piano presentato tra il doppio ed il triplo rispetto a quanto previsto dai franco-olandesi, (ma il governo ha promesso che non sarà così) e questo di per sé sarebbe già un punto che indurrebbe il governo di un paese in cui ci sia un’opinione pubblica a non prendere nemmeno in considerazione una simile proposta. Inoltre la proposta della cordata italiana prevede sostanzialmente lo scorporo da Alitalia di debiti e “parti malate” che saranno conferiti in una cosiddetta “bad company” che rimarrà allo stato. L’azienda vera e propria, libera da debiti ed esuberi, verrà invece fusa con Airone attraverso il contributo di capitali (pare 700 milioni) di altri gruppi industriali (principalmente Benetton, Colanninno e Ligresti). Il tutto farà ricadere direttamente su noi contribuenti i debiti di Alitalia (che ammonterebbero a 1,2 miliardi di euro), che nell’accordo con Airfrance-KLM si sarebbe invece accollata l’azienda franco-olandese. Per di più la fusione con Airone eliminerà dal mercato dei voli interni la concorrenza tra le due compagnie con prevedibili conseguenze sul prezzo del servizio. Il dualismo tra gli hub di Fiumicino e Malpensa non sarà risolto a favore dello scalo romano, a differenza di quanto previsto da Airfrance, ma con l’eliminazione del concetto di hub. La nuova Compagnia Aerea Italiana sarà una compagnia che punta fondamentalmente sui voli nazionali, quindi il concetto di hub semplicemente verrà a cadere e sia Malpensa che Fiumicino verranno notevolmente ridimensionati (ancor più Linate).
Siccome le leggi del nostro paese non sono così lacunose da consentire un’operazione finanziaria così brigantesca, il governo dovrà sospendere la legislazione in vigore per fare passare il tutto, in particolare l’authority per la concorrenza sarà esautorata dei suoi poteri perché l’accordo possa passare, sia per la monopolizzazione del mercato dei voli interni, conseguente alla fusione Alitalia-Airone, sia per il conflitto di interesse determinato dalla presenza di Benetton che è anche gestore dello scalo di Fiumicino oltre che delle autostrade. Resta poi ancora da capire che ne sarà del prestito ponte, ovvero i 300 milioni allocati per far sopravvivere Alitalia e che l’UE ha autorizzato solo in quanto prestito e quindi da restituire. Al momento pare non stia scritto da nessuna parte se e chi restituirà quei soldi che molti impropriamente considerano capitale della nuova Compagnia.
Riassumendo: gli esuberi sono di più, i contribuenti pagano i debiti al posto di Air France-KLM, la vendita è diventata un regalo, Malpensa viene ridimensionata comunque, ma c’era una cosa sulla quale il governo aveva puntato: l’italianità di Alitalia. La sola espressione “italianità ” riferita ad un’azienda privata, nel mondo di oggi, mi produce l’impressione che chi la usa non sappia di cosa sta parlando, ma se qualcuno aveva comunque qualche speranza in merito le ultime ore hanno chiarito che Air France-KLM rientrerà nell’affare come socio di minoranza della cordata, a questo punto franco-olandese-italiana, per rilevarne la maggioranza dopo un periodo di tempo che è ancora oggetto di trattativa. I soci della cordata vorrebbero essere vincolati alle quote rilevate per un solo anno, il governo chiede 5 anni, dove il numero di 5 anni non è scelto a caso: così quando tra 5 anni si tornerà a votare la maggioranza potrà dire che Alitalia è ancora italiana. Sembra solo che ci prendano per fessi o è proprio così?
Il tutto dovrà passare però al vaglio della Commissione Europea e ci sono ancora possibilità , anzi è probabile che l’accordo venga mandato all’aria, e teoricamente sarebbe una benedizione, ma non so se sperarlo visto che rischieremmo di rinviare la cosa ulteriormente e di pagare domani o dopodomani ancora di più.
Vorrei avere lo stomaco abbastanza forte da fare il conto di quanto questa vicenda è costata agli italiani ma purtroppo è un conto che temo nessuno presenterà mai a questo governo. Leggo che il Presidente del Consiglio avrebbe voluto emettere un comunicato a reti unificate per annunciare il piano Alitalia, un po’ come se Cobolli Gigli radunasse il popolo bianconero per annunciare con gioia che ha ceduto Buffon all’Inter per quattro soldi. Eppure sono convinto che molti l’avrebbero anche applaudito perché alla fine il problema di fondo è che mentre la nostra politica copre le sue magagne e le sue isterie con il nostro denaro, noi la applaudiamo e le esprimiamo la massima fiducia.
Medagliere europeo
In questi giorni si dibatte in ambienti sportivi su chi sia stato il paese vincitore dei giochi Olimpici. La Cina ha stravinto quanto a medaglie d’oro, dove gli Stati Uniti hanno subito una dura sconfitta, lottando a tratti addirittura per non scendere al terzo posto. Gli Stati Uniti sono rimasti però la nazione che ha conquistato più medaglie, contando anche quelle d’argento e di bronzo.
C’è però nel medagliere una presenza incombente, della quale nessuno parla, quella dell’Europa, o meglio di quella parte del continente che fa parte dell’Unione Europea: quella strana entità nella quale si sta cercando con fatica di convincere i cittadini che il Trattato di Lisbona non è una truffa e che l’unione politica è un passo necessario ed urgente. Eh, sì: proprio quell’Unione Europea che molti considerano in irresistibile decadenza, vecchia e decotta e che però ha in questo momento la moneta più forte della terra, ha il Prodotto Interno Lordo più alto del globo, non è nemmeno tanto più debole militarmente di altri a giudicare da quanto spende in armi ed ha un’aspettativa di vita media superiore a quella degli Stati Uniti. Proprio l’Unione Europea, che potrebbe aspirare ad essere il paese guida del mondo se solo violasse la sottile breccia culturale che lo divide dall’essere un’entità statuale unitaria.
Ebbene l’Unione Europea sarebbe stata anche la dominatrice dei Giochi Olimpici se si fosse presentata con un’unica squadra alle competizioni cinesi. Quella squadra avrebbe conquistato oltre trenta medaglie d’oro più della Cina e ben più del doppio delle medaglie di ogni metallo conquistate dagli Stati Uniti.
Non vorrei di certo banalizzare. Ci sono aspetti ben più importanti del medagliere olimpico che ci dovrebbero indurre a guardare con favore al Trattato di Lisbona ed a quello che comporta in termini di integrazione europea, ma se i Giochi Olimpici potessero dare il loro contributo a far cambiare idea a quelli che la pensano come la maggioranza degli irlandesi, perché non pensare nell’ottica di un’integrazione anche sportiva dell’Europa?
Politica ingorda
In questi giorni la maggioranza di governo sta muovendo le sue legioni mediatiche per indottrinare l’opinione pubblica sulla riforma della giustizia in cantiere per l’autunno.
Penso che quando si parla di riforma della giustizia ognuno di noi si aspetti che si intervenga per affrontare il principale problema della giustizia italiana, ovvero la lunghezza intollerabile dei processi. In realtà al momento non è ben chiaro in cosa questa riforma andrà incontro alle esigenze di rendere efficiente l’elefantìaca giustizia italiana: si parla di informatizzazione ma per l’informatizzazione servono soldi e non credo che il governo che ha tagliato ovunque sarà portato a largheggiare proprio in questo campo. D’altra parte l’efficienza della giustizia è un’esigenza dei cittadini ed una classe politica sclerotizzata come quella attuale ovviamente non la tiene in nessun conto. In compenso i punti già conclamati sono sempre i soliti: divisione delle carriere, più controllo da parte della politica sul CSM, eliminazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, limitazione dell’uso delle intercettazioni. Perché tanto interesse per questi temi che al cittadino comune non cambiano pressoché nulla?
Partiamo dal presupposto che quando fu scritta la nostra Costituzione fu data una grossa centralità al Parlamento, questo nel timore di riproporsi di tentativi, da parte di forze politiche al governo, di esautorare il potere legislativo come fece Mussolini. Purtroppo però la mancanza di ricambio della classe politica incrostò il sistema in quella che fu definita poi partitocrazia che divenne un sistema di potere chiuso e corrotto che finì solo quando, venuto meno lo spauracchio comunista e indebolitosi pertanto il potere di controllo della partitocrazia, la magistratura, a cui la Costituzione aveva concesso una relativa autonomia (relativa perché comunque già prevedeva che il CSM avesse una componente politica e fosse presieduto dal Presidente della Repubblica) riuscì a scoperchiare quel sistema corrotto ed a porre gli italiani di fronte ad una realtà non più accettabile, rivoluzionando la politica italiana. Oggi che, rieleggendo sempre gli stessi, abbiamo ricreato la stessa incrostazione istituzionale della cosiddetta Prima Repubblica e lo stesso sistema corrotto, la politica non vuole correre nuovi rischi ed ecco nascere l’idea di una progressiva limitazione della libertà di azione della magistratura, attraverso un lavoro di riforma strisciante che è passato in questi anni attraverso riforme e piccoli aggiustamenti che stanno progressivamente rendendo sempre più difficile la lotta alla corruzione.
In apparenza anche i punti di questa riforma non sembrerebbero stravolgenti.
La separazione delle carriere in sé non dovrebbe essere altro che un modo per limitare le collusioni tra magistratura inquirente e giudicante. Chi cerca di guardare però oltre a questa proposta vi individua da un lato il tentativo di dividere la magistratura in modo da renderla più debole (all’insegna del divide et impera), dall’altro lato la preparazione del campo alla successiva sottomissione della magistratura inquirente all’esecutivo. Sul tema segnalo questo articolo che mi pare fatto molto bene.
Parallelamente si vorrebbe aumentare i membri politici del CSM (o dei CSM se fossero due separati) rispetto all’attuale. E’ vero che già oggi esistono nel CSM dei membri eletti dal Parlamento, però aumentarne il numero rappresenterebbe un tentativo di esercitare un potere crescente sulla magistratura.
Si sopprimerebbe l’obbligatorietà dell’azione penale, ovvero si concederebbe la libertà al magistrato di decidere se valga la pena o meno di avviare un’azione penale. Anche qui il rischio è che il magistrato che non abbia obblighi di procedere, preferisca tralasciare di indagare sulla corruzione politica che più lo espone a pressioni e ritorsioni a vantaggio di filoni di inchiesta meno rischiosi.
Infine ritorna il tema delle intercettazioni, fastidiose per la politica perché il potente sistema mediatico che la protegge riesce a sotterrare con la massima disinvoltura teoremi e prove, ma di fronte all’evidenza delle parole fa fatica a tenere a bada l’opinione pubblica. Anche qui è comprensibile il tentativo di difendere la privacy di chi è indagato, essendo magari del tutto innocente, ma il governo non si vuol limitare a rendere più difficile la diffusione delle intercettazione sui media, vuole impedirne l’uso da parte della magistratura.
Nelle discussioni in merito fioriscono i confronti con altri paesi. Molti ricordano che in alcuni paesi il pubblico ministero è sottoposto al Ministro della Giustizia, ma sono tendenzialmente paesi in cui esiste la figura del Giudice istruttore e quindi la raccolta delle prove non è esclusiva del PM. Altri ricordano che in altri paesi l’azione penale non è obbligatoria o che le intercettazioni sono usate molto meno sovente che in Italia.
Il problema di fondo però è che una norma non è buona o cattiva in astratto, ma per come perturba l’equilibrio esistente, per come si inserisce nel contesto in cui viene introdotta. Quello che una norma comporta in Francia o negli Stati Uniti è ben diverso da ciò che comporta in Italia. Già oggi la politica non esita a far cadere governi (vedi Mastella) pur di sottrarsi alla giustizia, non esita ad introdurre leggi ad hoc pur di evitare i processi. Come possiamo pensare che questa politica accetti di farsi processare da chi sia al diretto servizio dell’esecutivo? Come possiamo pensare che non cerchi di influire sul CSM, avendone la possibilità , per colpire i magistrati più impiccioni? Come possiamo pensare che un magistrato, sensibile ai condizionamenti, tralasci di indagare sulla corruzione politica se la legge gli consente questa discrezionalità ? Come possiamo dimenticarci quanto le intercettazioni hanno contribuito a vittorie su mafia e corruzione?
Il nostro è un paese in cui la corruzione politica è un flagello, sottrarre autonomia alla magistratura sarebbe davvero il colpo di grazia. Purtroppo la classe politica attuale ha sempre meno limiti alla sua ingordigia e di fronte ad un paese che riempie di folle oceaniche la piazze di Grillo, nel quale un libro sulla corruzione politica come “La Casta” diventa un best seller, tutto ciò che sa fare è mettere la museruola alla magistratura. Purtroppo fintanto che chi si indigna contro la corruzione resterà una minoranza, la politica ingorda continuerà a riempire le sue fauci.
Pericolosi estremisti
Ho trovato molto interessante la notizia per la quale, in una causa di affido, è stato indicato dal Tribunale di Catania come elemento squalificante nei confronti dell’educazione impartita al ragazzo dalla madre il fatto che il ragazzo abbia “la tessera di iscrizione ad un gruppo di estremisti”. Tale gruppo di estremisti è un circolo di Giovani Comunisti di nome Tienanmen. Il caso ha suscitato molte polemiche anche a livello politico e sicuramente ci sono state delle strumentalizzazioni però la circostanza sottolinea un tema che val la pena di essere affrontato.
Da quando il rinnovato bipolarismo ha espulso le posizioni più radicali dal Parlamento personalmente ho percepito una sempre più forte emarginazione delle medesime. E’ vero che la democrazia nei paesi in cui il bipolarismo è totale si fa anche fuori dal Parlamento ma questo a patto di concepire il pluralismo come un insieme di voci che si possono dispiegare in libertà indipendentemente dal fatto che ci sia un sostegno politico alle spalle. In Italia invece c’è la tendenza patologica a centralizzare tutto attorno al teatro della politica e ciò ci porta a legittimare solo quelle forme politiche che ne fanno parte e quindi ad emarginare chi in Parlamento non è rappresentato. Questo rischia di avere conseguenze pericolose sia sulla possibilità di reale plurarismo e sia in termini di estremizzazione delle forme politiche non rappresentate in Parlamento.
Purtroppo continuiamo a comportarci come se fossimo un paese democraticamente maturo quando non lo siamo affatto.
Il giornalismo che fa e disfa
Giovedì scorso su tutte le agenzie di stampa del mondo erano rimbalzate le dichiarazioni del Dalai Lama che denunciavano 140 (secondo alcune fonti) o 400 (secondo altre agenzie) persone uccise dall’esercito cinese che avrebbe sparato sulla folla Lunedì 18 scorso nella regione di Kham nel Tibet orientale. Il tutto è nato da un’intervista rilasciata dal Dalai Lama a Le Monde nella quale, in realtà , l’autorità religiosa buddista ha semplicemente risposto ad una domanda in cui gli si chiedeva di confermare una notizia simile circolata in ambienti a lui vicini. Il Dalai Lama avrebbe risposto confermando di aver ricevuto la stessa notizia ma affermando di non poterla confermare né tantomeno di poter confermare cifre in merito. Una volta diffusa l’intervista l’ufficio stampa del Dalai Lama ha, nel pomeriggio di Giovedì stesso, smentito quanto pubblicato da Le Monde con un comunicato che precisava le parole dell’autorità religiosa. Poco dopo è giunta la conferma al contenuto del comunicato prima dell’Associated Press (che ha contattato direttamente il giornalista di Le Monde) e poi di Le Monde stesso che ha pubblicato una precisazione sul suo sito a corredo dell’articolo in questione (la trovate sulla sinistra). Nella sostanza l’ambiguità con la quale il giornalista ha confuso un’indiscrezione riportata da lui stesso con un’affermazione del Dalai Lama ha avuto come devastante conseguenza che mezzo mondo abbia messo in bocca all’autorità tibetana cose che non aveva mai detto ed ha reso ulteriormente improbabili i negoziati in corso con Pechino.
Al di là della terribile leggerezza di Le Monde, quello che rimane sconcertante è osservare il modo in cui i giornali, in particolare quelli italiani, hanno ripreso la smentita. Sottolineo ad esempio La Stampa che nello stesso articolo in cui cita la smentita ripete ancora che il Dalai Lama “ha parlato di 140 morti” o il Corriere che addirittura titola l’articolo nel quale annuncia la smentita, “Dalai Lama accusa la Cina «Massacrati 140 Tibetani»”. Come a dire: non serve a niente smentire, anche se falsa, la notizia ormai è uscita e quindi per definizione è verità . La palma però va a tal Francesco Sisci che nel suo articolo, sempre su La Stampa, giunge ad accusare, per quanto accaduto, il Dalai Lama di scarsa serietà : “A Pechino si accumuleranno dubbi quantomeno sulla serietà del leader religioso che parla senza controllare l’interlocutore o il messaggio compreso.” .
E’ sconcertante osservare con quanta poca professionalità , in Italia come all’estero, sia svolta la professione di giornalista. Ormai le fonti di informazione sono talmente condizionate dal sensazionalismo che l’aderenza ai fatti è un vecchiume da mettere in soffitta.
L’altra cosa comica, ma triste allo stesso tempo, è il florilegio di insulti ed invettive nei confronti del Dalai Lama diffusosi sui forum dove ho trovato definizioni del leader spirituale che vanno dal bugiardo al mafioso. Evidentemente il personaggio sta antipatico a molti, confermando l’adagio per il quale il sentimento dell’antipatia per i potenti, per quanto diffuso, non lo è quanto quello dell’antipatia per gli sfigati (mi perdonino i buddisti…).

